LA GERUSALEMME MESSIANICA
Siamo all’ultima scena piena di pace e di serenità. Essa è l’ultima scena in cui si descrive lo stato di felicità dei credenti nel regno eterno di Dio dopo la tormentata storia umana. La città dei santi è la nuova Gerusalemme, la città santa dei giudei dove nacque la chiesa.
E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
Vi è descritto il nuovo mondo come “nuovo cielo e nuova terra”. Non esiste più il mare, segno del male tempestoso e ingovernabile, e di più Giovanni vede la nuovo Gerusalemme che in seguito descriverà in maniera dettagliata scendere dal cielo, è stato Dio ad averla fatta, non è opera imperfetta dell’uomo. Viene allegoricamente paragonata a una sposa: L’immagine risale al profeta Osea: per dare l’idea dell’amore di Dio verso il popolo ebraico egli vede in Dio lo sposo fedele e nel suo popolo la sposa adultera, ma la comunità degli eletti nel Cielo, libera ormai dai peccati, sarà sposa fedele, degna del suo Sposo, come Giovanni ci ha già detto nel capitolo 19, parlando delle nozze della Chiesa con l’Agnello. E cosi la città di Gerusalemme, capitale terrena della nazione ebraica e dimora di Dio, che con la Sua presenza nel Tempio si rendeva presente tra il Suo popolo, si trasfigura automaticamente nella città ultraterrena dei Santi.
GLI INNI
Giovanni sente la voce di Dio dal trono, la prima volta nel libro dell’apocalisse che pronuncia degli inni composti da varie citazioni dell’antico testamento come compimento delle profezie finali di Dio sull’umanità, una relazione di comunione santa senza peccato e senza sofferenze:
“Ecco la tenda di Dio con gli uomini! (citazione Ezechiele 37,27)
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi (citazione Isaia 25,8)
e non vi sarà più la morte (citazione Isaia 65,19)
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate”.
“Ecco, sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omèga,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete
io darò gratuitamente da bere
alla fonte dell’acqua della vita. (L’acqua simboleggia il dono della salvezza già nell’AT. Lo si vede anche in Giovanni 4,10 nell’episodio di Gesù con la donna samaritana)
Chi sarà vincitore erediterà questi beni; (Citazione di 2Samuele 7,14.)
io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio.
Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte”.
La città santa è riservata ai giusti, a chi non è degno ci sarà la seconda morte, la separazione tra Dio in eterno all’inferno.
LA NUOVA GERUSALEMME
Uno degli angeli che aveva una delle sette coppe si rivolge a Giovanni, che rapito in Spirito gli mostra la Gerusalemme celeste, non fatta da mani d’uomo ed eterna nei cieli. La nuova Gerusalemme è descritta come una nuova società di uomini salvati in cui regna la felicità. Essa discende dal cielo perché creata direttamente da Dio e non costruita dagli uomini; è senza dolore e morte, piena di felicità e di vita. Vedremo la sua descrizione dettagliata con i suoi significati:
Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
Questi dettagli simbolici vogliono significare la sicurezza, la stabilità e l’ingresso aperto a chiunque voglia in questa che è la meta finale cui idealmente convergono la Storia Sacra e l’intera storia dell’umanità. L’architettura della città di Dio crea l’impressione della completezza e dell’armonia. Così il numero dodici, simbolo di pienezza, con un doppio riferimento sia all’antico testamento con le dodici tribù di Israele, che il nuovo testamento, con i dodici apostoli, cioè le rocche su cui furono fondate le prime Chiese Cristiane (Pietro e Paolo fondarono la Chiesa di Roma, Andrea la Chiesa di Costantinopoli, Giovanni le Chiese d’Asia, Bartolomeo la Chiesa d’Armenia, Tommaso nell’impero dei parti e successivamente in India e così via).
A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo.
La città ha una forma quadrata, simbolo della perfezione con una dimensione per lato che preso alla lettera sarebbe grande come la interna Europa (2400km), ma anche questo è un numero simbolico: Nel numero 12 mila c’è 12 x 1000, la perfezione moltiplicato con 1000 simbolo di qualcosa di enorme e non definito, in questo contesto quasi infinito. Anche l’altezza delle mura vediamo una simbologia, 144 cubiti (72m) corrispondono a 12 x 12, cioè la perfezione del popolo d’Israele moltiplicata per la perfezione della Santa Chiesa, ad indicare la totalità dei credenti.
I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.
I basamenti delle mura sono formata da 12 strati di pietre preziose di cui vengono citati tutti per nome. Queste pietre preziose compaiono in Esodo 28,15-21 dove c’è una descrizione delle 12 pietre incastonate nel pettorale del Sommo Sacerdote ebraico. Se guardiamo anche al materiale delle porte e del resto, si vede che i materiali di costruzione sono preziosissimi anche per le cose di poco conto che in una città umana sarebbero state di pietra e legno, perché nella città santa di Dio per i suoi eletti nulla vi può essere paragonato.
In essa non vidi alcun tempio:
il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio.
La città non ha bisogno della luce del sole,
né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.
Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore.
Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte.
E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.
Non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette orrori o falsità,
ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello.
Nella città celeste non c’è alcun tempio, perché la comunione con Dio è diretta, senza più mediazioni, è Dio stesso e Cristo, l’Agnello immolato, sono il tempio vivente. Le sue porte sono sempre aperte in quanto è la meta di tutti gli uomini. La gloria di Dio è Dio stesso che è amore e luce. Troviamo un analogia gloria – luce in Esodo 34,29-30 dove il viso di Mosè rimane raggiante per diverso tempo dopo essere stato in contatto con la gloria di Dio, e nel nuovo testamento Gesù sul monte della trasfigurazione il suo corpo diventa luminoso per aver manifestato la gloria di Dio su di lui.
E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.
Un grande fiume la attraversa segno della vita e dello Spirito di Dio e nella città vi è l’albero della vita simbolo dell’immortalità come nel paradiso terrestre; la vita dentro la città è vita felice senza turbamento, dedita all’adorazione di Dio che ora si contempla faccia a faccia. Per questo i suoi abitanti portano il nome di Dio sulla fronte perché appartengono a lui per sempre.
Giovanni si serve di queste suggestive immagini per descrivere con un linguaggio umano, quindi limitato, la misteriosa realtà del nuovo mondo che Dio ha preparato per i suoi.
EPILOGO
Arriviamo dunque alla conclusione dell’apocalisse e della intera Bibbia, la parola di Dio. Giovanni si rivolge ai lettori di questo libro, rivelato nelle visione mistiche: Il messaggio di vittoria contenuto nell’Apocalisse deve essere conosciuto, qualunque sia la condotta degli uomini. La parola di Dio avrà sicuro effetto. C’è anche una maledizione per chi toglie o aggiunge qualcosa da questo libro, poiché deve assolutamente arrivare integro, così come è stato rivelato. Si apre con una promessa: Sì, verrò presto! Che non intende subito o tra pochi anni, ma prima che sia troppo tardi. La Chiesa risponde con la classica invocazione: Amen. Vieni, Signore Gesù. È il grido della chiesa pellegrina nel mondo, spesso perseguitata e sempre in lotta con il male. È a questa chiesa che l’autore conclude con l’augurio liturgico: La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!