LE LETTERE AI TESSALONICESI

Le due lettere ai Tessalonicesi, oltre ad essere le prime lettere scritte da Paolo, sono pure i primi scritti del Nuovo Testamento. Di conseguenza il loro valore è molto grande in quanto raccontano i primi passi e le prime preoccupazioni della chiesa nascente in un ambiente pagano.

LA CITTÀ DI TESSALONICA

Tessalonica, oppure Salonicco, è stata fondata dal re Cassandro, uno dei successori di Alessandro Magno nel 315 a.C. (alcune fonti indicano il 319 a.C.). Conquistata nel 168 a.C. dai Romani, ricevette la sua autonomia come città libera nel 42. Il suo nome risale al nome della moglie del suo fondatore, Tessaloniké. Era governata da un consiglio di capi (cfr. At 17,5-8) eletti dall’assemblea del popolo. Era costruita su rilievi montuosi come un teatro greco lungo la via Egnatia, che congiungeva Roma con l’oriente passando per il Bosforo, nella Macedonia, al nord dell’attuale Grecia. Data la sua importanza geografica si sviluppò come un grande centro commerciale e culturale tale da diventare una città cosmopolita. Gli Atti ci segnalano la presenza di una fiorente comunità giudaica con la propria sinagoga e una vita religiosa pagana fiorente (cfr. At 17,1; 1Ts 2,14-16). Infatti ai Macedoni originari si erano aggregati Greci, Giudei, Romani e orientali. Al cosmopolitismo della città corrispondeva la molteplicità delle religioni. Le divinità greche-romane convivevano senza problemi con quelle locali indigene. È da notare che il culto di Bacco proveniva proprio dalla Macedonia. Questa era la situazione della città prima dell’arrivo di Paolo.

L’ARRIVO DI PAOLO

Paolo giunse a Tessalonica durante il suo secondo viaggio missionario (49-52) assieme a Sila. Obbligato a fuggire da Filippi (cfr. 1Ts 2,2; At 16,39-40), giunge a Tessalonica nel 50. Secondo la sua consuetudine si rivolge principalmente ai giudei nella sinagoga (cfr. At 17,1) ottenendo un buon successo (cfr. At 17,4). I giudei ingelositi insorgono traendo dalla loro parte il popolo costringendo Paolo e Sila a fuggire dalla città (cfr. At 17,5-10). Secondo gli Atti Paolo poté predicare nella sinagoga solo tre sabati (At 17,2). Però dalle lettere sembra che forse la sua presenza nella città sia stata più lunga. Tra coloro che aderirono al messaggio di Paolo figurano Giudei, alcuni Greci credenti in Dio, alcune donne della nobiltà e un certo Giasone, uomo conosciuto, di cui i capi della città accolgono una cauzione per la liberazione sua e dei fratelli presi dai giudei ingelositi e contrari al messaggio cristiano (cfr. At 17,9). In Tessalonica Paolo si dedicò al lavoro per il proprio mantenimento (cfr. 1Ts 2,9) e alla forma zione della comunità abbastanza numerosa formata in gran parte da pagani convertiti (cfr. 1Ts 1,9-10). La preoccupazione della perseveranza nella prova dei nuovi fratelli sarà uno dei motivi che spingerà Paolo a scrivere le due lettere che possediamo. È in Tessalonica che Paolo è accusato di perturbare l’ordine del mondo e dalle lettere possiamo intravedere le varie difficoltà e incomprensioni che i cristiani di Tessalonica dovettero affrontare.

PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI

Occasione della lettera:

Lasciando Tessalonica, Paolo si dirige a Berea e poi ad Atene. Inquieto a causa del persistere delle persecuzioni contro i cristiani di Tessalonica (cfr. 1Ts 2,14-15; 3,3-4), Paolo invia Timoteo per avere loro notizie e animarli nella fede (cfr. 1Ts 3,2-5). È in Corinto quando Timoteo ritorna dalla sua missione e informa Paolo della situazione in Tessalonica. È allora che Paolo decide di scrivere ai cristiani di Tessalonica. In Atti 18,12 si fa menzione di Gallione come proconsole durante la permanenza di Paolo in Corinto; questo ci permette di datare la prima lettera: attorno all’anno 51.

Contenuto:

 La lettera in questione rivela la reazione di Paolo alla relazione di Timoteo circa la situazione della giovane comunità cristiana di Tessalonica. Dai dati ricavati dallo scritto di Paolo, la relazione di Timoteo contiene due serie di dati. In primo luogo dati positivi riguardanti la vita dei cristiani di Tessalonica come la fede, la speranza e l’amore che prosegue e accresce anche di fronte alle prove e alle difficoltà (cfr. 1Ts 1,3; 3,6-8). Sono cristiani modello per tutti i credenti delle vicine regioni (cfr. 1Ts 1,7-8). Tuttavia la comunità si domanda circa il momento della parusia di Cristo (cfr. 1Ts 5,1) e della sorte riservata ai fratelli morti prima del giorno della seconda venuta (cfr. 1Ts 4,13). Anche alcune dottrine erronee sono causa di deviazioni morali ed alcuni membri sono dominati dalla tristezza, da inquietudine ed oziosità (cfr. 1Ts 4,3.11-12; 5,14).

Scopo:

La lettera ha una doppia finalità. È prima di tutto espressione di gratitudine e di incoraggiamento che occupa i primi tre capitoli in cui Paolo si congratula per la fecondità dell’o pera di evangelizzazione compiuta a Tessalonica e incoraggia i fedeli a rafforzarsi nella fede in mezzo alle persecuzioni. Poi corregge le deviazioni presenti nella comunità, risponde alle inquietudini occorse per la morte di alcuni fratelli e per la ardente attesa della parusia (cfr. 1Ts 4,13-5,10) ed esorta la comunità ad una revisione di vita circa il lassismo morale (cfr. 1Ts 4,1-8), l’amore fra terno (cfr. 1Ts 4,9-10) e l’ozio (cfr. 1Ts 4,11-12).

Struttura:

 Introduzione: 1,1-2

 1- Azione di grazie: cap. 1-3

 • per l’esperienza dei Tessalonicesi: 1,3-10; 2,13-16

 • per l’esperienza degli apostoli: 2,1-12; 2,17-3,8

    Preghiera: 3,11-13

 2- Esortazione circa la vita cristiana: cap. 4-5

 • santità e amore fraterno: 4,1-12

 • speranza circa i defunti: 4,13-18

 • vigilanza: 5,1-11

 • esigenza della vita comunitaria: 5,12-22

 Conclusione: 5,23-28

LA SECONDA LETTERA AI TESSALONICESI

Occasione della lettera:

I Tessalonicesi ben presto si lasciarono intorpidire circa lo zelo per la vita cristiana speculando su ciò che Paolo aveva scritto nella sua precedente lettera circa la sorte dei cristiani morti e l’attesa della seconda venuta di Gesù. Paolo dovette scrivere una seconda lettera per porre f ine alle speculazioni dei Tessalonicesi. Le due lettere sono somiglianti circa il contenuto e ciò fa pensare che non fosse passato molto tempo dalla prima lettera, forse solo pochi mesi. Si è ancora nell’anno 51 dove Paolo scrive da Corinto.

Contenuto:

Nella prima lettera Paolo aveva affermato che la venuta della parusia sarebbe stata improvvisa, senza preavviso (cfr. 1Ts 5,1-3), mentre nella seconda fornisce molti segni premonitori (cfr. 2 Ts 2,3-12). Sono due posizioni che si completano a vicenda e suggeriscono l’idea della necessità da parte di Paolo di chiarire il suo pensiero circa la parusia ai cristiani ossessionati da tale tema. Infatti era presente una psicosi della parusia imminente tale da costringere alcuni fratelli a non più lavorare. Tale credenza era poi favorita da una lettera di Paolo fatta circolare nella comunità come autentica. Paolo, pur continuando ad elogiare i Tessalonicesi, li invita a riprendere tranquillamente il lavoro e le occupazioni con slancio e perseveranza.

Scopo:

In questa lettera si riprendono essenzialmente i fini della precedente, ma con una accen tuazione maggiore circa il tema della parusia. Paolo risponde alle domande di alcuni cri stiani preoccupati del tardare della venuta del Signore che essi pensavano imminente e di altri, che, convinti dell’imminenza, vivevano oziosamente creando disordini nella comunità

Struttura:

• saluti e rendimento di grazie: 1,1-4

 • i cristiani e gli oppositori: 1,5-12

 • i cristiani e il futuro: 2,1-3,5

 • i cristiani e il lavoro presente: 3,6-15

 • conclusione: 3,16-18

NOTE CARATTERISTICHE DI ENTRAMBE LE LETTERE

  • Paolo scrive le due lettere per assicurarsi che questa comunità sia perseverante nella prova.

Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Cristo Gesù che sono in Giudea, perché anche voi avete sofferto le stesse cose da parte dei vostri connazionali, come loro da parte dei Giudei. Costoro hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, hanno perseguitato noi, non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini. (1Tess 2,14-15)

Così noi possiamo gloriarci di voi nelle Chiese di Dio, per la vostra perseveranza e la vostra fede in tutte le vostre persecuzioni e tribolazioni che sopportate. (2Tess 1,4)

  • Paolo ribadisce la sua gratitudine e la stima nei loro confronti.

Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere 3e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. (1Tess 1,2)

Dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli, come è giusto, perché la vostra fede fa grandi progressi e l’amore di ciascuno di voi verso gli altri va crescendo. (2Tess 1,3)

  • Contengono esortazioni e insegnamenti che un buon cristiano si deve attenere.

Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, 4che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio (1Tess 4,4-5)

  • Affronta la tematica della parusia anche per correggere dottrine erronee.

Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. (2Tess 2,3-4)

  • Indicazioni sulla condotta della vita comunitaria.

Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti. (1Tess 5,14)

IL PENSIERO DI PAOLO

LA PREDICAZIONE DI PAOLO

Paolo proclama il mistero che Dio gli ha rivelato: l’avvento del suo Regno personificato in Gesù crocifisso, morto e risorto. Secondo gli Atti, il Regno è anche il tema essenziale della predicazione dei primi evangelizzatori. Paolo, all’inizio, parla di entrare nel Regno di Dio (cfr. At 14,22). A Efeso parla con grande sicurezza a proposito del Regno di Dio (cfr. At 19,8). Sviluppando il suo messaggio sulla morte e la risurrezione di Cristo, sull’azione dello Spirito nel cuore dei credenti, è proprio il Regno di Dio che egli annuncia, il suo intervento potente nella storia dell’umanità per condurla al suo compimento attraverso Gesù immagine del Dio invisibile, per mezzo del quale tutto è stato fatto e abbiamo ottenuto la riconciliazione (cfr. Col 1,3-22). La sua predicazione è anzitutto il “kerygma” apostolico (cfr. At 2,22), proclamazione di Cristo crocifisso e risorto secondo le Scritture (cfr. 1Cor 2,2; 15,3-4; Gal 3,1). Paolo è solidale con le tradizioni apostoliche (cfr. 1Cor 11,23-25; 15,3-7), alle quali deve certamente molto, ma la predicazione assume un’apertura universalistica basandosi sulla salvezza del Cristo ottenuta per la fede (cfr. Ef 2,14-18). 

L’AREA DOVE PREDICA

Paolo proclama il vangelo nelle piccole comunità, non copre una vasta area geografica, ignora l’immensità del continente asiatico anche se all’epoca, era ben conosciuto. Non si occupa dell’Africa, così importante in quel tempo per l’Impero romano. Si dirige solo verso l’Occidente e non abbandona il centro dell’Impero.

I PAGANI ENTRANO NEL REGNO

Gli Atti lo descrivono mostrando semplicemente l’accoglienza del vangelo da parte delle popolazioni non-giudaiche. Il piano di Dio affidato a Israele, è ora rivolto a tutte le nazioni. È un grande sconvolgimento nella storia della salvezza di cui Paolo è il testimone e l’agente. La speranza portata da Cristo è per tutti, senza discriminazione. Fino a quel periodo storico nel mondo ebraico era inconcepibile, perché erano solo loro il popolo eletto e solo loro dovevano avere il privilegio del regno. È in questa ottica che Paolo agisce moltiplicando le comunità dei credenti i quali vivono la nuova vita del Regno. Tutto ciò testimonia che anche i pagani sono salvati per mezzo della fede in Gesù. Essi non sono piccoli gruppi dispersi, ma la loro vitalità testimonia che Dio sta compiendo la sua opera, che la parola della fede è aperta a tutti, che la salvezza non è riservata solo a una categoria (cfr. At 14,27).

LE SUE COMPETENZE LINGUISTICHE E CULTURALI

 Paolo pur essendo semita ha anche una buona cultura greca, ricevuta forse fin dall’infanzia a Tarso, arricchita dai ripetuti contatti con il mondo greco-romano, e questo influsso si riflette nel suo modo di pensare come nella lingua e nello stile. All’occorrenza cita autori classici (cfr. 1Cor 15,33; Tt 1,12; At 17,28) e conosce sicuramente la filosofia popolare a base di stoicismo, dalla quale attinge alcune nozioni o alcune formule (cfr. Rm 11,36; 1Cor 8,6; Ef 4,6). Maneggia correttamente il greco come una seconda lingua materna (cfr. At 21,40) e con pochi semitismi. È il greco del suo tempo, “koinè”. Salvo rare eccezioni (cfr. Fm 19), egli detta secondo l’usanza abituale degli antichi, limitandosi a scrivere il saluto finale (cfr. 2 Ts 3,17; Gal 6,11; 1Cor 16,21; Col 4,18); e, se più di un brano sembra frutto di una redazione lungamente meditata (per esempio Col 1,15-20), molti altri danno l’impressione di un primo getto spontaneo e senza ritocchi.

L’ORGANIZZAZIONE DELLE COMUNITÀ PAOLINE

PAOLO COME CAPO DELLE COMUNITÀ CHE HA FONDATO

Dopo aver fondato ciascuna comunità Paolo non l’abbandonava a se stessa, ma si teneva in costante contatto, preoccupato che la comunità continuasse il suo cammino cristiano. Manteneva rapporti con le comunità tramite visite personali o di suoi collaboratori come Timoteo e Tito (a Corinto e Tessalonica) e aveva cura pastorale delle comunità attraverso le lettere. Egli manteneva la guida spirituale delle comunità che non mancavano di informarlo sulla situazione e di chiedergli soluzioni e consigli per i loro problemi. Alcune frasi nelle epistole di S. Paolo fanno capire che nelle comunità paoline esisteva un “ordinamento” atto a regolarne e assicurarne la vita religiosa organizzato su fondamento soprannaturale, sul quale la Chiesa stessa sa di essere fondata, sul suo Signore che la dirige per mezzo del suo Spirito:

“È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,11-13).

MEMBRI CON COMPITI SPECIALI

Ad alcuni membri della comunità vengono assegnati compiti speciali perché chiamati dallo Spirito Santo, di cui sono gli strumenti assunti al servizio del loro Signore per assolvere il loro compito nella comunità, come sta scritto:

Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,4-7).

I VESCOVI O GLI ANZIANI

“Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto” (At 14,23).

ai quali vengono assegnati determinati compiti, come per esempio quello di curare l’assistenza dei poveri o di dirigere il culto; spetta loro il diritto di dare disposizioni alle quali altri membri della comunità, per espressa dichiarazione di Paolo, debbono sottomettersi:

“Vi preghiamo poi, fratelli, di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro” (1Ts 5,12-13a).

 La stessa vocazione può presumersi per gli anziani della comunità di Efeso, dei quali Paolo dice che lo Spirito Santo li ha costituiti vescovi per reggere la Chiesa di Dio come pastori per il loro gregge:

“Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue” (At 20,28).

I DIACONI

Nel preambolo dell’epistola ai Filippesi, accanto ai vescovi sono nominati i diaconi come investiti di particolari servizi nella comunità:

“Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Fil 1,1-2).

Tutte le funzioni erano legate alle locali comunità. Infatti anziani, diaconi, non passano come Paolo e i suoi più stretti collaboratori di città in città, di provincia in provincia, ma assolvono i loro compiti nel quadro di una determinata comunità, da dove possono svolgere un’ulteriore attività missionaria nelle vicinanze. Vi erano poi i doni carismatici, specialmente la profezia e la glossolalia, conferiti direttamente dallo Spirito Santo, che ad ognuno li distribuisce come vuole; non legati necessariamente ad una determinata persona. Intervengono alle adunanze cultuali ma non sono né custodi né garanti dell’ordinamento.

PAOLO L’EVANGELIZZATORE

Paolo è destinatario di una potente rivelazione che lo trasforma da persecutore ad annunciatore del vangelo. Non per sua scelta ha ricevuto quella rivelazione, ma è stato un dono di Dio e la missione di proclamare il vangelo ai pagani.  Lui afferma infatti, di essere “apostolo per volontà di Dio” (cfr. 2 Cor 1,1), e “chiamato ad essere apostolo per vocazione” (cfr. Rm 1,1; 1Cor 1,1). Quindi tutto quanto dice o fa non viene dalla propria iniziativa e tanto meno dal proprio arbitrio, bensì da una precisa volontà e disposizione di Dio. Egli è apostolo perché a Damasco fu conquistato, illuminato e inviato, mentre credeva di avere ben altro “incarico” divino. Nell’annuncio privato e pubblico che va facendo, predica il Cristo e il vangelo che prima perseguitava (cfr. At 9,4.5; 22,4.7.8; 26,14.15), e va fondando Chiese di città in città mentre, precedentemente, cercava di devastare quelle della terra d’Israele con tutte le forze che aveva (cfr. Gal 1,13). Paolo dunque è chiamato a comunicare un messaggio non suo, a gente che non avrebbe mai scelto come suo uditorio, e lo è però ormai in modo definitivo e invincibile (cfr. Rm 8,35.37-39). Comunicatore per vocazione, si può dire che lui si identificò con il messaggio che portava (cfr. Gal 2,20). Il compito della sua vita, infatti, lo ha visto nella proclamazione del vangelo, termine che ricorre spesso nelle sue lettere. Infatti, dichiara che è stato inviato da Cristo non a battezzare, ma a proclamare il vangelo (cfr. 1Cor 1,17). Il suo compito primario al quale si sentiva chiamato era la predicazione. Paolo sapeva di essere “prescelto per annunciare il vangelo di Dio” (cfr. Rm 1,1). In tale modo, nel proclamare la buona novella, viene messo in risalto l’ufficio che gli è toccato, il ministero che segna la sua vita (cfr. Fil 1,12-26). Guardando la vita di Paolo e leggendo le sue lettere siamo portati a riconoscere l’esistenza di un dono speciale dello Spirito, un carisma per l’evangelizzazione. È evidente che Paolo ha ricevuto un dono che lo rende capace di portare il vangelo con dinamismo al di là dei confini del giudaismo.

I CONTESTI IN CUI PREDICAVA:

  1.  La Sinagoga

Uno dei luoghi principali della predicazione e dell’insegnamento di Paolo era senza dubbio la sinagoga. Per ben 8 volte possiamo leggere negli Atti che Paolo parlava nella sinagoga (cfr. At 13,5.14; 14,1; 17,10.17;18,4.19; 19,8) e il capitolo 17 ci rivela chiaramente che questo “era sua consuetudine” (cfr. At 17,2). Al di là del fatto che Paolo andava in sinagoga per predicare ai suoi consanguinei, la sinagoga era per lui un luogo famigliare, luogo dell’insegna mento e della rivelazione del Dio d’Israele, essendo stato “fariseo quanto alla legge” (cfr. Fil 3,5), cresciuto e formato alla scuola di Gamaliele (cfr. At 22,3). Sempre da Luca sappiamo che Paolo affittava o prestava per due anni la sala della Scuola di un certo Tiranno a Efeso (cfr. At 19,9).

  • In contesto lavorativo o in casa con gli amici

Altri luoghi usati da Paolo erano sicuramente il suo luogo di lavoro e case di amici o persone che essendo stati toccati dal messaggio del vangelo prestavano ospitalità (cfr. At 17,5; At 20,20; 1Cor 16,19-20; Fm 2; Rm 6,5.33). Il radunarsi nelle case non aveva soltanto lo scopo di evitare scontri con oppositori nei luoghi pubblici, ma soprattutto per favorire la comunione tra i membri della comunità e così la crescita della Chiesa. In questo senso la casa privata non è soltanto luogo della missione di Paolo, ma diventa anche strumento di essa. Oltre la casa privata anche i viaggi di Paolo sono uno strumento fondamentale della sua missione.

  • In strada

Nella piazza del mercato, perché tali forme di predicazione erano conosciute in quanto molto diffuse nel mondo greco-romano. Non solo molti dei primi cristiani oltre a Paolo, ma anche predicatori itineranti dell’Ellenismo e fedeli della sinagoga giudaica si servivano di questo tipo di propaganda o diffusione. Anche se Paolo approfittava di ogni occasione per predicare il vangelo (cfr. 2 Tm 4,2), si pensa che l’apostolo solo raramente abbia usato le piazze per tale scopo.

CARATTERISTICHE DELLA SUA PREDICAZIONE

Qui sotto alcune caratteristiche del suo stile di predicazione co un esempio e un commento.

La predicazione semplice e centrata sulla persona di Gesù 

Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. (1Corinzi 2,1-5)

Questo atteggiamento dimostra come la fede non si sia diffusa a causa di un linguaggio persuasivo o manipolatorio, ma parlando semplicemente ed umilmente di Gesù Cristo, del suo sacrifico sulla croce, la manifestazione della potenza dello Spirito Santo attraverso miracoli e prodigi, che è stata una conferma che quello che predicava Paolo corrispondeva a verità.

Il valore della predicazione

Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. (Romani 10,17)

Paolo ritiene la predicazione un elemento importante perché permette di tramettere la fede, in senso di fiducia in Gesù e nel suo messaggio.

• la centralità della fede

Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. (Romani 5,1)

Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? (Galati 3,2)

In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto (Efesini 1,7-9)

Per essere dei veri credenti, per essere santi, per ottenere salvezza e giustificazione, la fede è assolutamente il punto centrale. Paolo dice questo in contrasto con la predicazione di giudaizzanti che sostengono che per ottenere salvezza bisogna anche rispettare le norme rituali dell’antico testamento. Questa visione viene bocciata dalla chiesa sostenendo la linea di Paolo.

• l’amore ardente per il vangelo e l’evangelizzato 

Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io (1corinzi 9,19-23).

Paolo spiega come sia importante per lui diffondere il vangelo e per poterlo fare si abbassa, si rende umile per adattarsi alla mentalità del suo interlocutore perché possa accendere un empatia tale da favorire l’ascolto del vangelo. Senza questa empatia la predicazione non è efficacie, sono solo parole buttate al vento.

• Il lavoro per l’unità della Chiesa

Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. (1corinzi 12,13)

Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. (1corinzi 12,26-27)

In una società dove i popoli e gli status sociali erano ben distinti e diffidenti tra di loro, Paolo non vuole che si creino tante piccole chiese raggruppate in base ai diversi popoli o status sociali, ma nonostante la provenienza degli individui, si sviluppi una Chiesa unita, in quanto questo è quello che fa lo Spirito Santo, tutti uniti senza discriminazioni o diffidenze. Questa unità non è però uniformità, al contrario come in ogni corpo sano ci sono molte membra e molte funzioni molto diverse tra loro, ma tutte ugualmente necessarie al corpo. Paolo coerentemente con il suo pensiero e in linea con la Chiesa integra le sue comunità in comunione con le altre comunità fondate dagli apostoli e dagli altri missionari itineranti.

PAOLO E I GIUDAIZZANTI

La più grande difficoltà di Paolo saranno i suoi connazionali, cioè i giudei. Nella Lettera ai Romani chiarisce bene il primo punto, nei capitoli 9-11. In questi capitoli Paolo affronta il tema della vocazione del popolo ebraico fatta da Dio e pertanto irrevocabile:

“Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le pro messe, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne…” (Rm 9,4-5).

Tutti questi titoli di gloria, però, contrastano con una realtà drammatica, costantemente presente a Paolo: il popolo eletto ha rifiutato il Messia e la sua giustizia, cercando di stabilire una propria giustizia basata sulle opere della legge.

Paolo ha avuto anche molti problemi persone che si dichiaravano convertite al cristianesimo, ma continuavano ad avere uno stile religioso simile ai farisei. ovvero la persistenza di quella corrente religiosa che afferma la necessità della circoncisione e dell’osservanza della legge mosaica per potersi salvare. Quando nasce la Chiesa, il primo gruppo continua fedelmente l’osservanza della legge e a frequentare il tempio. Continuano a fare ciò che Gesù faceva: essere dei buoni giudei. Ancora non avevano compreso che in Gesù la legge era stata superata. Infatti essi predicavano Gesù risorto come adempimento delle promesse, ma non avevano colto il decadimento della legge. La salvezza è opera della grazia di Cristo mediante la fede e non viene dall’osservanza della legge. Il problema si pone quando il vangelo viene predicato fuori dall’ambiente giudaico. I pagani che si convertono alla fede cristiana devono sottostare anche alla legge mosaica, in particolare accettare la circoncisione? Possiamo riassumere tre posizioni:

  1. I GIUDAIZZANTI ULTRA CONSERVATORI

Erano coloro per i quali la circoncisione e l’osservanza della legge di Mosè è una condizione necessaria per la salvezza dell’uomo sia pagano o giudeo. È la tendenza dei farisei-cristiani ricordata in At 15,5. Paolo arriva a chiamarli “falsi fratelli”.

  • I GIUDAIZZANTI MODERATI

Erano coloro che conservano un profondo rispetto per la legge di Mosè e considerano la circoncisione come normale per coloro che provengono dall’ambiente giudaico. Però sono disposti ad ammettere che tale rito non è da imporre ai pagani. Questo implica la non necessità della circoncisione per la salvezza. Questa era la posizione di Giacomo, il fratello del Signore (cfr. At 15 e 21,21-26).

  • I LIBERALI

Rappresentati da Paolo, sono coloro che, pur essendo essenzialmente d’accordo con Giacomo, considerano il problema della circoncisione superato perché in Cristo non c’è né giudeo né greco (cfr. Gal 3,28). La legge mosaica appartiene al passato, in quanto era solo figura della pienezza che doveva venire con Gesù. Pertanto i nuovi convertiti non devono più sottostare alla circoncisione e a tutte le altre pratiche religiose giudaiche.

Ora la predicazione di Paolo, basata sulla fede in Gesù che ci giustifica non in base alle nostre opere ma per la grazia di Dio, rendeva incompatibili la grazia e la legge mosaica come vie di salvezza; una doveva necessariamente escludere l’altra. È con il primo concilio di Gerusalemme che la Chiesa definitivamente si riconoscerà come la Chiesa per tutto il mondo. Ciò che le compete ora è quello di porre in pratica questa nuova convinzione: portare il messaggio evangelico fino agli estremi confini del mondo. Capire l’esistenza di queste tre correnti nella mondo cristiano del iniziale è importante per comprendere il contesto storico nel quale le epistole di Paolo furono scritte. Paolo ha purtroppo a che fare spesso con i giudaizzanti più radicali che si aggirano nelle chiese del mondo greco da lui fondate per diffondere l’idea che per salvarsi bisogna anche rispettare la legge di Mosè, inoltre cercano di sminuire la figura di Paolo per mettersi loro come voce più autorevole. Paolo, nelle sue epistole elabora dei lunghi trattati teologici per poter dimostrare che la legge di Mosè è superata e la salvezza è data per grazie mediante la fede.

SERMONI NEL LIBRO DEGLI ATTI

In questo articolo faremo un confronto con i 3 importanti sermoni dl libro degli atti per capire meglio come quale erano strutturati questi sermoni spiegati dai primi discepoli, coloro che hanno dato vita alla prima evangelizzazione. Analizzerò i discorsi presenti in: At 3,12-26; 7,1-53; 13,16-41.

Cercherò di  far emergere i punti comuni e le divergenze più salienti, ma vediamo prima quali sono i elementi comuni.

Elementi comuni:

  • Ripercorre una parziale storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
  • Cita profezie dell’antico testamento che si riferiscono a Cristo
  • Annuncio del Kerygma
  • Colpevolizza i capi ebrei per la morte di Cristo in croce

Atti 3,12

Il primo discorso Pietro che con coraggio e franchezza annuncia che cristo è risorto dopo aver compito un miracolo nel suo nome. Il discorso viene interrotto dall’arrivo dei sacerdoti e le relative guardie per arrestarlo. Il discorso non risulta vano perché si uniscono alla Chiesa molte altre persone

  • Il discorso inizia a seguito di una guarigione miracolosa
  • Dopo aver annunciato il Kerygma dichiara che è stata la fede in Cristo a compiere il miracolo
  • Cita la profezia di Dt 18,15-19 inserendo anche Lv 23,29 in chiave cristologica.
  • Cita una profezia ripetuta più volte ( Gen 12,3; 22,18; 26,4.) per indicare che l’annuncio di Cristo sarà diretto prima di tutto agli ebrei per la benedizione per chi crederà.

      Atti 7,1-53

Lungo discorso di Stefano, trascinato in tribunale con false accuse si difende annunciando che Gesù è il Messia e accusando i giudei di durezza di cuore come i loro padri.

  • Discorso di Stefano che viene arrestato e accusato ingiustamente
  • Stefano ripercorre tutta la storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
  • Giuseppe viene presentato come figura di Cristo, anche lui rifiutato dai fratelli, ma viene esaltato e benedetto da Dio, opera anche come strumento di salvezza per i suoi fratelli
  • Mosè viene presentato come figura di Cristo, anche  opera prodigi e non viene accettato inizialmente subito come leader dal suo popolo, ma è un riferimento per la rinascita di Israele.
  • Israele ha avuto il privilegio di  ricevere la legge e loro hanno tradito Dio con un idolo
  • Stefano cita Amos 5,25-27 per contestare il tempio come luogo esclusivo della presenza di Dio.
  • Enfatizza gli errori e le infedeltà di Israele durante tutta la sua storia
  • Continuano ad essere infedeli a Dio uccidendo Gesù

Atti 13,16-41

Sermone di Paolo ad Antiochia in Pisìdia nel suo primo viaggio missionario. Il discorso contiene diverse profezie adempiute che testimoniano la verità del messaggio evangelico.

  • Cristo è il compimento della promessa che Dio fece a Davide (2Sam 7-12-16)
  • Giovanni battista precursore di Cristo
  • Citando Sal 2,7 indica che il Messia, re d’Israele sarà figlio di Dio
  • Citando Is 55,3 indica il compimento delle promesse di Dio riguardo un regno stabile.
  • Citando Sal 16,10 indica come Dio non lascerà il Messia negli inferi a lungo

PAOLO DI TARSO – BIOGRAFIA

Iniziamo a introdurre uno dei personaggi principali del nuovo testamento, autore delle epistole alle varie chiese da lui fondate. Partiamo dall’inizio:

CHI ERA?

Nato in Tarso nella Cilicia nel 10 d.C., ebreo e cittadino romano dalla nascita, fu educato secondo la setta dei farisei nella città di Gerusalemme alla scuola del famoso maestro Gamaliele, conoscitore del giudaismo della diaspora e della Giudea. Egli non fu testimone dei fatti pasquali e con molta probabilità non conobbe Gesù secondo la carne (cfr. 2 Cor 5,16); mai nei suoi scritti fa intendere che fosse stato un testimone diretto o comunque interessato.

PRIMA DELLA CONVERSIONE

Paolo condivide con i capi dei giudei il disprezzo per il messianismo proposto dai cristiani i quali proclamano come Messia Gesù di Nazareth. Egli non può accogliere la sua resurrezione e la sua esaltazione. Per di più non può tollerare le parole di Stefano che afferma l’inutilità del tempio e della legge mosaica. I cristiani diventano così un gruppo pericoloso da eliminare. Paolo diventa uno dei più attivi persecutori della Chiesa. Stefano sarà lapidato alla presenza di Paolo, approvandone l’operato. Convinto di compiere la volontà di Dio estirpando la nuova dottrina, insegue i cristiani anche in altre città, forte delle lettere del sommo sacerdote, al fine di essere autorizzato a condurre in catene uomini e donne seguaci della dottrina di Cristo che avesse trovati (cfr. At 9,1-2), per bloccarne l’espansione.

LA CONVERSIONE

Siamo nell’anno 36, Damasco era una quelle città dove Paolo si diresse per prendere i cristiani. Qui Paolo racconta 3 resoconti di quello che avvenne ( Atti 9,3-19; 22,6-16; 26,9-23 ). Paolo viaggia verso Damasco deciso a sterminare i cristiani là residenti, quando una luce lo avvolge e lo getta a terra e la voce di Gesù Nazareno lo sfida: “Perché mi perseguiti?” (cfr. At 9,4; 22,7; 26,14). Paolo è trasformato: le sue speranze giudaiche sono sbagliate e Gesù è il vero Messia. Paolo che aveva odiato la fede cristiana ne diventa suo difensore e annunciatore. Ora tutta la sua vita sarà dominata dal Cristo che gli è apparso sulla via di Damasco. La sua conversione avviene attorno all’anno 36. Questo è un caso dove Dio irrompe nella vita delle persone per cambiare radicalmente il cuore dell’uomo peccatore.

L’ARRIVO A DAMASCO

Paolo continua il cammino verso Damasco, accecato dalla luce, dove rimane tre giorni senza mangiare e bere (cfr. At 9,9). Sarà Anania ad essere inviato dal Signore affinché Paolo riacquisti la vista, sia pieno di Spirito Santo e riceva il battesimo. Il Signore rivela che sarà uno strumento eletto per portare il suo nome davanti ai popoli, ai re e ai figli di Israele e quanto dovrà soffrire per il suo nome (cfr. At 9,10-19). È in Damasco che comincia la sua vita cristiana, predicando coraggiosamente il nome di Gesù nelle sinagoghe per 3 anni (cfr. At 9,19b-25). Costretto a fuggire da Damasco a seguito di una violenta persecuzione da parte dei giudei, Paolo passerà undici anni in Cilicia, a Tarso, probabilmente come un cristiano sconosciuto, dove Barnaba andrà a prenderlo (cfr. At 11,25).

LA CHIAMATA COME MISSIONARIO INSIEME A BARNABA

Anno 45/45. Dopo anni di studi  e preparazione spirituale, Paolo insieme a Barnaba vengono scelti dalla chiesa di Antiochia  durante il culto come missionari. Affidati alla grazia del Signore e scelti dallo Spirito Santo (cfr. At 14,26; 15,40) mediante l’imposizione delle mani, i due prescelti vengono inviati in missione: È il primo viaggio missionario di Paolo. Con l’imposizione delle mani si invoca la grazia di Dio sui due missionari e contemporaneamente si conferma  la  presenza dello Spirito in questa missione.

IL PRIMO VIAGGIO

Essi si dirigono a Cipro, luogo di origine di Barnaba e qui cominciano la loro evangelizzazione nelle sinagoghe dei giudei. Secondo Luca, egli incomincia a portare il nome greco Paolo a preferenza di quello ebreo Saulo. Si spostarono in Panfilia ad Antiochia di Pisidia dove fecero un discorso nella sinagoga trovano molti giudei interessati. Predicarono il sabato seguente in presenza anche di molti pagani, in questo caso i giudei presi dall’invidia cercarono di contrastare i missionari. Da qui che Paolo inizia a predicare ai pagani. I giudei scatenarono un violenta persecuzione contro i missionari che furono costretti a scappare. 

IL RITORNO AD ANTIOCHIA

Al loro rientro ad Antiochia di Siria, non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. Ma a motivo dell’esperienza ad Antiochia di Pisidia, Paolo maturò l’idea che anche i pagani potessero entrare nelle Chiesa senza prima giudaizzarsi, quindi senza circoncisione e legge di Mosè. Proprio questa convinzione troverà ad Antiochia difficoltà da parte dei giudei provenienti dalla Giudea, sostenitori della necessità che anche i pagani si debbano sottomettere alla legge mosaica.

IL CONCILIO DI GERUSALEMME

La discussione fortemente animata portò alla decisione di andare a Gerusalemme nell’anno 49 per discuterne la questione dagli apostoli e dagli anziani. Così nacque il primo concilio della Chiesa, il concilio di Gerusalemme che ebbe una importanza capi tale (cfr. At 15,2-6). La soluzione confermò l’operato di Paolo e di Barnaba mediante le parole di Pietro e di Giacomo (cfr. At 15,7-35). Il concilio di Gerusalemme segna una tappa importante nella vita della prima Chiesa: la salvezza è per la grazia di Gesù e Dio ha reso testimonianza in favore dei pagani concedendo a loro lo Spirito Santo come ai giudeo-cristiani purificandone i cuori con la fede; Dio non ha fatto nessuna discriminazione tra i giudei e i pagani.

IL SECONDO E IL TERZO VIAGGIO

Intraprende altri 2 viaggi missionari negli anni 49-52 e 53-58 tra Asia minore e Grecia, evangelizzando e fondando numerose nuove comunità cristiane a Corinto, Efeso, Filippi, Tessalonica, in Macedonia, in Galizia.. Subendo anche molte persecuzioni sia dai pagani che dai giudei e difendendosi anche dai giudaizzanti che pur reputandosi cristiani, contestano la sua autorità di apostolo. Aiuta ad organizzare anche una colletta per aiutare la chiesa di Gerusalemme.

L’ARRESTO A GERUSALEMME

Nell’anno 58 Paolo si trova a Gerusalemme per partecipare a una festività, quando scoppia una violenta disputa con i giudei. Come da prassi viene arrestato dai romani per flagellarlo e capire che cosa hanno contro di loro. Ma Paolo ha la cittadinanza romana e non possono ricorrere a questo metodo. Viene preso in custodia. I giudei pensano a un piano per farlo fuori: Chiedere ai romani di riportarlo per fargli ulteriori domande, ma cogliere l’occasione per ucciderlo. I romani scoprono il piano e lo scortano a Cesarea Marittima.

LA CUSTODIA A CESAREA MARITTIMA

Viene tenuto prigioniero, anche se con una certa libertà a Cesarea, i giudei vengono spesso per accusarlo e sperare di poterlo condannare. Ma secondo il diritto romano non ci sono basi giuridiche solide per poterlo fare. Alla fine Paolo si appella a Cesare e viene inviato a Roma.

IL RITORNO ALLA CASA DEL PADRE

Intraprende un lungo viaggio sotto scorta, viene coinvolto in un tempesta nel mediterraneo e finisce a Malta, dove anche lì trova l’occasione per testimoniare e predire il vangelo. Arriva a Roma nel 61 e rimane 2 anni. Viene assolta e rilasciato. Da qui il libro degli atti non da più informazioni sulla sua vita. Si ipotizza un’altro viaggio in Spagna. Viene nuovamente arrestato a  riportato a Roma dove questa volta viene condannato e martirizzato nel 67.

Negli articoli successivi approfondiremo i viaggi di Paolo, il suo pensiero e le sue epistole.

ATTIVITÀ APOSTOLICA DI PIETRO

La figura di Pietro negli Atti è tracciata tra due assemblee: quella che elesse Mattia e il concilio di Gerusalemme.

  1. Nell’elezione di Mattia, Pietro è colui che prende l’iniziativa: deve essere completato il numero dei 12 apostoli secondo l’istituzione di Gesù in sostituzione di Giuda. L’apostolo, secondo Pietro, deve essere testimone e compagno degli altri apostoli e di Gesù dal suo battesimo fino all’ascensione
  2. Nel concilio di Gerusalemme Pietro occupa un posto importante: interviene sottolineando come per la grazia del Signore siamo salvati e non nell’osservanza della legge (cfr. At 15,7-12) ricordando la sua esperienza con Cornelio. In seguito al suo intervento prende la parola Giacomo, fratello del Signore, confermando le parole di Pietro e dettando alcune regole pratiche (cfr. At 15,13-21).

IL CONCILIO DI GERUSALEMME

Pietro presiede il concilio di Gerusalemme, insieme agli altri apostoli, Paolo e Barnaba e il resto della Chiesa. Bisogna prendere una decisione molto importante che si stabilirà quale sia il rapporto con i nuovi credenti pagani e la legge di Mosè. Per i credenti provenienti dagli ambienti farisaici sostengono che tutti, compresi a pagani devono obbedire anche alla legge di Mosè. Paolo e Barnaba sono su il lato liberale: La legge di Mosè è superata, ora c’è la legge dello Spirito che per grazia mediante la fede siamo salvati. Pietro, come capo della Chiesa deve svolgere un ruolo decisivo sulle questioni dottrinali e sta dalla parte del lato liberale, ai pagani non va imposta la legge, in quanto né noi e né i nostri padri non sono stati in grado di seguirla e sarebbe solo un peso inutile. Giacomo interviene, senza contraddire Pietro ma indicano che tra tutte leggi sulla purità, Giacomo ha voluto mantenere solo quelle il cui valore religioso sembrava universale: mangiare carni offerte agli idoli, animali soffocati e sangue, contrarre unioni illegali (cfr. At 15,19-21). Giacomo presiedeva la Chiesa di Gerusalemme formata da giudeo-cristiani e quindi era sensibile a queste problematiche (cfr. At 21,17-25).

ORIGINE DELLA MISSIONE

La prima predicazione ai giudei si svolge il giorno di Pentecoste: È Pietro con gli undici che invita alla conversione, al battesimo e alla ricezione del dono dello Spirito (cfr. At 2,14-40). È sempre Pietro che ufficialmente inaugura la predicazione ai pagani con il battesimo di Cornelio (cfr. At 10,1-11,17), anche se già Filippo del gruppo dei Sette battezza il funzionario etiope (cfr. At 8,26-40). Tra queste due inaugurazioni Pietro e Giovanni vanno in Samaria per confermare l’evangelizzazione di Filippo mediante il dono dello Spirito. Qui si nota come il ministero degli apostoli fosse caratterizzato dal confermare mediante il dono dello Spirito con l’imposizione delle mani (cfr. At 8,14-17). Pietro ha autorità nella comunità e mantiene un ruolo decisivo primaziale (cfr. At 1,15; 2,14; 3,3-8.12; 4,8; 5,1-3.15.29; 8,20; 9,32.38; 10,5.46-47; 11,4.17-18; 12,5; 15,6-7; Gal 1,18-19; 2,7-9.14).

PIETRO FIGURA DI CRISTO

Negli Atti non si narra molto di Pietro e specialmente non si narra della sua fine. Luca invece sottolinea un episodio al capitolo 12: il suo arresto e la sua liberazione miracolosa. Pietro viene arrestato dal re Erode e messo in carcere custodito dai soldati come i soldati messi a guardia del sepolcro di Gesù (cfr. Gv 18,12; Mt 27,66). Come nella resurrezione appare un angelo (cfr. Mt 28,2) e Pietro viene liberato dal carcere passando inosservato fino oltre la porta della città. Riconosciuto da Rode, mentre tutti pregavano riuniti nella casa di Maria, madre di Giovanni Marco, non gli verrà aperta subito la porta. Infatti per la gioia di sentire la voce di Pietro, Rode corre ad annunciarlo ai presenti nella casa, senza averlo visto. Essi dubiteranno della veridicità della testimonianza così come gli apostoli non credettero alla testimonianza delle donne circa la resurrezione di Gesù (cfr. Mt 28,7-8; Mc 16,10-11; Lc 24,11). Quando finalmente Pietro stette davanti a loro, rimasero stupefatti così come gli apostoli di fronte a Gesù (cfr. Lc 24,37; Mt 28,17). Pietro rimane in mezzo a loro come Gesù e, sempre come Gesù, li invierà ad annunciare l’accaduto a Giacomo e ai fratelli prima di andarsene in un altro luogo (cfr. Mc 16,7; Gv 13,36). Luca mette in parallelo la figura di Gesù con quella di Pietro: Pietro rivive in forma simbolica la morte e la resurrezione di Gesù.

LA CHIESA E LA MISSIONE FUORI DAI CONFINI GIUDAICI

COMPIMENTO DELLE SCRITTURE

Il martirio di Stefano diede inizio alla persecuzione e provocò la dispersione della comunità che favorì la diffusione del vangelo fuori dai contini regionali e dai confini religiosi: Non solo agli ebrei, ma anche ai timorati di Dio e ai pagani, qualcosa di impensabile fino a qualche tempo prima. I giudei avevano un forte giudizio negativo nei confronti dei pagani. Il cuore di Dio è diverso dal quello umano, il Signore vuole che tutti abbiano la possibilità di salvarsi mediante il vangelo. In romani 10,18-21 Paolo fa un breve studio su come fin dell’antico testamento Dio volesse che la sua parola si diffondesse ovunque e raggiungesse i confini del mondo, in contrapposizione con i sentimenti di disprezzo verso i pagani. Vediamo questi versetti:

Per tutta la terra è corsa la loro voce,

e fino agli estremi confini del mondo le loro parole. (Salmo 19,5)

E dico ancora: forse Israele non ha compreso? Per primo Mosè dice:

Io vi renderò gelosi di una nazione che nazione non è;

susciterò il vostro sdegno contro una nazione senza intelligenza. (Deuteronomio 32,21)

Isaia poi arriva fino a dire:

Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano,

mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me,

mentre d’Israele dice:

Tutto il giorno ho steso le mani

verso un popolo disobbediente e ribelle! (Isaia 65.1-2)

L’UNIVERSALIZZAZIONE DEL MESSAGGIO DI GESÚ

Era secondo il piano di Dio che il messaggio e la predicazione di Gesù si doveva estendere su tutto il mondo e su tutti i popoli della terra, senza discriminazioni o preferenze:

“Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,18-20)

“avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (Atti 1,8)

È lo Spirito il vero protagonista della missione, colui che guida la Chiesa verso la verità intera: “…lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14,26)

“quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Giovanni 16,13-14)

 Qui sotto un riassunto schematico della prima diffusione del vangelo come spiegato nei capitoli dal 8 al 12 del libro degli atti:

 EVANGELIZZAZIONE DELLA SAMARIA

• La persecuzione disperde la comunità (At 8,1-3);

 • Filippo predica ai Samaritani (At 8,4-8);

 • La comunità di Gerusalemme accoglie i Samaritani (At 8,14-17).

 I TIMORATI DI DIO RICEVONO LA PAROLA

  • Il funzionario etiope (cfr. At 8,26-40)

 Notiamo come lo Spirito conduce Filippo, uno dei Sette, verso un uomo che non era giudeo, né  samaritano, ma di altra etnia. Era un timorato di Dio. Così si chiamavano coloro che appartenevano ad altri popoli e aderivano alla fede nell’unico Dio dei Giudei, senza giungere all’integrazione totale. Erano solamente dei simpatizzanti, leggevano la Bibbia, partecipavano alle feste giudaiche, ma non avevano la circoncisione.  Filippo vide che l’etiope stava leggendo un passo di Isaia 53,7-8 e Filippo si propone di spiegare questo passo. La scrittura narra di un uomo condotto come una pecora al macello, umile e inerme davanti a ai suoi tosatori. Partendo da qui, Filippo parla di Gesù e il suo sacrificio sulla Croce. Il funzionario etiope si converte e riceve il battesimo.

  • Il centurione Cornelio e la sua famiglia (cfr. At 10,1-11,18)

 Il caso di Cornelio riveste una speciale importanza per la presa di coscienza e l’apertura ufficiale della Chiesa ai non giudei. Cornelio non era giudeo, né era circonciso, era un centurione romano. Ad un giudeo non era lecito frequentare persone di altri popoli e fedi e mangiare con loro (cfr. At 10,28; 11,1-3). Lo Spirito prepara questa svolta mediante una visone profetica a Pietro. Egli rapito in estasi vide una tovaglia piena di uccelli rettili e l’invito di Dio a uccidere e mangiare. Ma Pietro si rifiuta essendo impuri secondo la legge di Mosè. Dio rispose che non deve considerare impuro ciò che Dio ha purificato. (cfr. At 10,9-16). Questa visione aiuta a far comprende a Pietro che gli altri popoli che per tutta la vita ha sempre considerato impuri ora posso far parte anche loro della Chiesa, il popolo di Dio. Qui sotto il riassunto sistematico del brano:

 • Dio chiama Cornelio (At 10,1-8)

 • La visione di Pietro (At 10,9-16)

 • Incontro tra Pietro e Cornelio (At 10,17-33)

 • Significato della visione (At 10,34-35)

 • Annuncio del kerygma (At 10,36-43)

 • L’effusione dello Spirito su Cornelio e la sua famiglia (At 10,44-48)

 • Reazione degli apostoli e dei fratelli della Giudea (At 11,1-18)

La reazione dei cristiani di Gerusalemme ci fa comprendere la rivoluzione che comportò il battesimo di Cornelio. Questi credenti di Gerusalemme hanno difficoltà nel superare i loro pregiudizi, ma accolgono la spiegazione di Pietro (cfr. At 11,1-18). La manifestazione dello Spirito fu la prova convincente che aprì le porte della Chiesa anche ai pagani.

I PAGANI DI ANTIOCHIA RICEVONO LA PAROLA

Antiochia era la terza città dell’impero romano dopo Roma ed Alessandria. Era la capitale della provincia romana della Siria, a 500 km a nord di Gerusalemme, un paese pagano, di lingua greca nella quale c’era un’importante comunità giudaica. La fondazione della Chiesa di Antiochia è diretta conseguenza del martirio di Stefano (cfr. At 11,19-20). Inizialmente il messaggio evangelico era diretto solo a giudei.- Alcuni ellenisti cominciarono a predicare il vangelo anche ai pagani, i greci (cfr. At 11,20-21); nome che stava ad indicare i non circoncisi in generale contrapposto ai giudei. Essi predicarono la buona novella del Signore Gesù. Infatti invece del titolo “Cristo”, più rispondente all’attesa giudaica, nella predicazione ai pagani si usa per Gesù il titolo di “Signore”. Gesù è Signore, divenuto, con l’esaltazione alla destra di Dio, il sovrano del regno (cfr. At 2,21.36; 7,55-56; 10,36). Per la prima volta nella comunità entrarono a far parte credenti di origine pagana senza aver prima aderito alla fede giudaica.- La Chiesa di Gerusalemme accetta i pagani (cfr. At 11,22-24) La Chiesa di Gerusalemme vigilava sulle altre chiese. L’entrata dei pagani nella Chiesa poneva il problema se essi dovessero sottostare o meno alla legge mosaica e se era permesso ai giudei convivere con i pagani. Un problema che verrà risolto nel primo concilio di Gerusalemme (cfr. At 15; Gal 2,1-10) non senza vive discussioni e scontri che si ripercuoteranno anche più tardi (cfr. At 21,17-26; Gal 2,11-14). La Chiesa di Gerusalemme invia Barnaba, un levita originario di Cipro che, vista la grazia di Dio, incoraggiò tutti a perseverare in questa nuova esperienza. Come aiutante scelse Paolo con il quale rimase ad Antiochia un anno intero. È qui che per la prima volta i discepoli vengono chiamati cristiani (cfr. At 11,22-26). Inizia così ufficialmente l’universalizzazione del messaggio evangelico e il superamento definitivo della legge mosaica.

 LO ZELO MISSIONARIO DELLA CHIESA DI ANTIOCHIA

Barnaba invita Paolo a partecipare alla missione antiochena (cfr. At 11,25-26). Barnaba aveva intuito la grandezza di Paolo di Tarso, neoconvertito. Insieme otterranno grandi risultati, soprattutto daranno forza e voce alle nuove istanze pagane in un modo tale che la Chiesa di Gerusalemme affiderà loro l’evangelizzazione dei pagani. Il nuovo gruppo ora si distingue dagli altri tanto da ricevere un nuovo nome che sarà definitivo: cristiani.- La comunità antiochena soccorre i giudeo-cristiani di Gerusalemme colpiti dalla carestia (cfr. At 11,27-30). Un segno della fraternità che legava le varie chiese e nello stesso tempo il riconoscimento della maternità di Gerusalemme. La Chiesa di Antiochia diventa essa stessa missionaria (cfr. At 13,1-4). Invia Barnaba e Paolo in missione. Dapprima evangelizzeranno i giudei, ma di fronte al loro rifiuto, espressamente si dirigeranno ai pagani (cfr. At 13,44-49). È sempre lo Spirito che prende l’iniziativa e spinge la comunità ad aprirsi nell’annuncio del vangelo attraverso le difficoltà e i doni carismatici (cfr. At 13,2). È chiara nella comunità di Antiochia la presenza di profeti e di dottori, cioè dei doni carismatici. Essi stavano celebrando il “culto” mentre giunse la parola profetica: l’uso di questo termine equipara le preghiere comuni dei cristiani al culto sacrificale dell’antica legge, segno questo del progressivo superamento e distacco dal costume cultuale giudaico.

SANTO STEFANO

Stefano ha un ruolo provvidenziale nel processo di apertura della fede cristiana verso il mondo. Stefano era uno dei 7 scelti dagli apostoli per prendersi cura degli ebrei ellenici della comunità di Gerusalemme. Stefano si distinse per la sua predicazione di cui Luca ci dona una sintesi dei temi principali (cfr. At 7). Mentre gli apostoli rimangono fedeli alla pratica giudaica, Stefano attacca duramente il tempio e i sacrifici. Egli comprende che la nuova fede dove liberarsi dalla visione cultuale giudaica ed universalizzarsi. Confondendo patria con religione, i suoi avversari lo accusano di voler sovvertire la religione e i costumi. Nella prospettiva di Luca il discorso di Stefano rappresenta il vero spirito del vangelo senza rinnegare le profonde radici ebraiche, anzi portando a compimento le promesse. Grazie alla sua predicazione i legami con il giudaismo ufficiale vengono fortemente compromessi: Stefano viene lapidato e la Chiesa perseguitata. La persecuzione sembra colpire direttamente gli ellenisti. I giudei persecutori vogliono soffocare la diffusione del vangelo, ma ottengono in realtà l’esatto opposto. I nuovi credenti ellenisti si disperdono cominciando così il processo missionario nelle vicine regioni (cfr. At 8,1-4), favorendo così la nascita dei primi missionari della Chiesa.

LA MORTE DI STEFANO E GESÚ A CONFRONTO

 Stefano diventa il primo martire della Chiesa, cioè testimone (dal greco martys [leggi martus], che significa “testimone”). Paolo (Saulo) era fra coloro che approvavano la sua uccisione (cfr. At 8,1) custodendo presso di sé i mantelli degli uccisori (cfr. At 7,58b; 22,20). Osservano il modo in cui è stato martirizzato sarà per lui una testimonianza che contribuirà alla sua conversione.

In seguito i punti in comune tra la morte di Stefano e Gesù Cristo:

  • Vengono trascinati in processo illegale
  • Vengono incolpati da falsi testimoni che li accusano di lesa maestà nel confronti del tempio e della legge.
  • Perdonano i propri assassini
  • Entrambi dicono a Dio di accogliere il loro spirito.

IL PROCESSO DI STEFANO

Stefano, timorato di Dio e ripieno di Spirito Santo non poteva passare inosservato dalle stesse persone che hanno fatto crocifiggere Cristo e non solo. Anche i Giudei di Gerusalemme provenienti dalla diaspora lo tenevano sotto osservazione e iniziarono ad avere delle discussioni con Stefano. Egli essedo ricco di sapienza si sapeva destreggiare bene nelle discussioni e i suoi avversari non riuscivano a coglierlo in fallo. Così come avvenne con Gesù venne arrestato con false accuse, il vangelo specifica quali:

  • Diffamare il tempio e la legge di Mosè
  • Dichiarare che Gesù distruggerà il tempio e sovvertirà la legge di Mosè

Si ritrova quindi davanti al sommo sacerdote e a quelli del sinedrio; Fissando gli occhi su di lui videro il suo volto come quello di un angelo. (Atti 7,15).

IL DISCORSO DI STEFANO

Il sommo sacerdote chiede conto a Stefano riguardo le sue accuse, Ma lui invece di rispondere parte con un lungo discorso. Partendo da Abramo, fino a Davide troviamo il racconto di questo lasso di tempo in maniera molto sintetica cercando di soffermarsi su due tipi di dettagli:

  • Interpretazione del AT alla luce di Cristo
  • Evidenziare i peccati dei loro padri e le ribellioni dei piani di Dio per concludere come anche loro fanno lo stesso.

Il discorso si può dividere in 3 parti:

  1. Nella prima parte, dopo un introduzione sui patriarchi, Stefano si sofferma alla figura di Giuseppe, il più giovane dei figli di Giacobbe e il più amato. I suoi fratelli pieni di invidia nei suoi confronti lo vendettero a degli ismaeliti diretti in Egitto. I suoi fratelli dissero a loro padre che il suo amato figlio era morto. Molti anni dopo Giuseppe divenne l’amministratore d’Egitto e quando ci fu la carestia i suoi fratelli andarono in Egitto per chiedere aiuto, incontrando Giuseppe ottennero una grande benedizione e salvezza dalla carestia. Così Giuseppe venduto dai fratelli per invidia divenne un prezioso strumento nella mani di Dio per la loro stessa sopravvivenza. Stefano fa quindi un parallelismo con i giudei che lo accusano. Hanno fatto uccidere Gesù per invidia, ma Dio lo ha reso uno strumento di salvezza per tutta l’umanità.
  2. Nella seconda parte si concentra su Mosè. Viene prima di tutto evidenziato come il popolo israelita rifiutò la sua leadership nonostante avesse dimostrato di volerli difende dagli abusi. Dio però lo scelse come strumento di liberazione per portarli nella terra promessa e i segni miracolosi confermarono questo. Ma nonostante tutti gli israeliti durante l’attraversata nel deserto compirono numerose gravi infedeltà. Questa cecità e durezza di cuore del popolo eletto si perpetrò anche nel tempo dei grandi profeti, dimostrando ciò con citazioni di versetti ben scelti. Anche qua troviamo un parallelismo per indicare che come i loro padri hanno rifiutato e mormorato contro i profeti, loro hanno continuato a fare lo stesso, anzi anche peggio. Perché Mosè aveva profetizzato la venuta del Messia (DT 18,15.18) che loro hanno fatto uccidere.
  3. Nella terza parte del discorso tocca un argomento molto delicato: Quello del luogo santo per eccellenza, il tempio di Gerusalemme. Dando rilievo alla tende della testimonianza, prima della costruzione del tempio e segno di un dio che cammina con il suo popolo, Stefano contesta la visione del tempio come luogo esclusivo della presenza di Do. Del resto, gli stessi profeti evidenziarono la relatività del tempio, puntando sull’interiorità della adesione interiore a Dio. Stefano non a caso cita Is 66,1-2 ove il Signore afferma la sua presenza universale al di là di ogni “spazio sacro”.

Al termine di questo lungo discorso da un ultima strigliata finale contro gli accusatori con tono deciso che mostra una santa ira dovuta al suo zelo per Cristo:

Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata”. (Atti 7,51-53)

Questo fece accende di ira i presenti lo lapidarono e iniziarono a perseguitare la Chiesa. Ma anche in quel momento Dio era con lui che fu accolto in cielo dal padre celeste come primo martire.