IL PENSIERO DI PAOLO

LA PREDICAZIONE DI PAOLO

Paolo proclama il mistero che Dio gli ha rivelato: l’avvento del suo Regno personificato in Gesù crocifisso, morto e risorto. Secondo gli Atti, il Regno è anche il tema essenziale della predicazione dei primi evangelizzatori. Paolo, all’inizio, parla di entrare nel Regno di Dio (cfr. At 14,22). A Efeso parla con grande sicurezza a proposito del Regno di Dio (cfr. At 19,8). Sviluppando il suo messaggio sulla morte e la risurrezione di Cristo, sull’azione dello Spirito nel cuore dei credenti, è proprio il Regno di Dio che egli annuncia, il suo intervento potente nella storia dell’umanità per condurla al suo compimento attraverso Gesù immagine del Dio invisibile, per mezzo del quale tutto è stato fatto e abbiamo ottenuto la riconciliazione (cfr. Col 1,3-22). La sua predicazione è anzitutto il “kerygma” apostolico (cfr. At 2,22), proclamazione di Cristo crocifisso e risorto secondo le Scritture (cfr. 1Cor 2,2; 15,3-4; Gal 3,1). Paolo è solidale con le tradizioni apostoliche (cfr. 1Cor 11,23-25; 15,3-7), alle quali deve certamente molto, ma la predicazione assume un’apertura universalistica basandosi sulla salvezza del Cristo ottenuta per la fede (cfr. Ef 2,14-18). 

L’AREA DOVE PREDICA

Paolo proclama il vangelo nelle piccole comunità, non copre una vasta area geografica, ignora l’immensità del continente asiatico anche se all’epoca, era ben conosciuto. Non si occupa dell’Africa, così importante in quel tempo per l’Impero romano. Si dirige solo verso l’Occidente e non abbandona il centro dell’Impero.

I PAGANI ENTRANO NEL REGNO

Gli Atti lo descrivono mostrando semplicemente l’accoglienza del vangelo da parte delle popolazioni non-giudaiche. Il piano di Dio affidato a Israele, è ora rivolto a tutte le nazioni. È un grande sconvolgimento nella storia della salvezza di cui Paolo è il testimone e l’agente. La speranza portata da Cristo è per tutti, senza discriminazione. Fino a quel periodo storico nel mondo ebraico era inconcepibile, perché erano solo loro il popolo eletto e solo loro dovevano avere il privilegio del regno. È in questa ottica che Paolo agisce moltiplicando le comunità dei credenti i quali vivono la nuova vita del Regno. Tutto ciò testimonia che anche i pagani sono salvati per mezzo della fede in Gesù. Essi non sono piccoli gruppi dispersi, ma la loro vitalità testimonia che Dio sta compiendo la sua opera, che la parola della fede è aperta a tutti, che la salvezza non è riservata solo a una categoria (cfr. At 14,27).

LE SUE COMPETENZE LINGUISTICHE E CULTURALI

 Paolo pur essendo semita ha anche una buona cultura greca, ricevuta forse fin dall’infanzia a Tarso, arricchita dai ripetuti contatti con il mondo greco-romano, e questo influsso si riflette nel suo modo di pensare come nella lingua e nello stile. All’occorrenza cita autori classici (cfr. 1Cor 15,33; Tt 1,12; At 17,28) e conosce sicuramente la filosofia popolare a base di stoicismo, dalla quale attinge alcune nozioni o alcune formule (cfr. Rm 11,36; 1Cor 8,6; Ef 4,6). Maneggia correttamente il greco come una seconda lingua materna (cfr. At 21,40) e con pochi semitismi. È il greco del suo tempo, “koinè”. Salvo rare eccezioni (cfr. Fm 19), egli detta secondo l’usanza abituale degli antichi, limitandosi a scrivere il saluto finale (cfr. 2 Ts 3,17; Gal 6,11; 1Cor 16,21; Col 4,18); e, se più di un brano sembra frutto di una redazione lungamente meditata (per esempio Col 1,15-20), molti altri danno l’impressione di un primo getto spontaneo e senza ritocchi.

PAOLO L’EVANGELIZZATORE

Paolo è destinatario di una potente rivelazione che lo trasforma da persecutore ad annunciatore del vangelo. Non per sua scelta ha ricevuto quella rivelazione, ma è stato un dono di Dio e la missione di proclamare il vangelo ai pagani.  Lui afferma infatti, di essere “apostolo per volontà di Dio” (cfr. 2 Cor 1,1), e “chiamato ad essere apostolo per vocazione” (cfr. Rm 1,1; 1Cor 1,1). Quindi tutto quanto dice o fa non viene dalla propria iniziativa e tanto meno dal proprio arbitrio, bensì da una precisa volontà e disposizione di Dio. Egli è apostolo perché a Damasco fu conquistato, illuminato e inviato, mentre credeva di avere ben altro “incarico” divino. Nell’annuncio privato e pubblico che va facendo, predica il Cristo e il vangelo che prima perseguitava (cfr. At 9,4.5; 22,4.7.8; 26,14.15), e va fondando Chiese di città in città mentre, precedentemente, cercava di devastare quelle della terra d’Israele con tutte le forze che aveva (cfr. Gal 1,13). Paolo dunque è chiamato a comunicare un messaggio non suo, a gente che non avrebbe mai scelto come suo uditorio, e lo è però ormai in modo definitivo e invincibile (cfr. Rm 8,35.37-39). Comunicatore per vocazione, si può dire che lui si identificò con il messaggio che portava (cfr. Gal 2,20). Il compito della sua vita, infatti, lo ha visto nella proclamazione del vangelo, termine che ricorre spesso nelle sue lettere. Infatti, dichiara che è stato inviato da Cristo non a battezzare, ma a proclamare il vangelo (cfr. 1Cor 1,17). Il suo compito primario al quale si sentiva chiamato era la predicazione. Paolo sapeva di essere “prescelto per annunciare il vangelo di Dio” (cfr. Rm 1,1). In tale modo, nel proclamare la buona novella, viene messo in risalto l’ufficio che gli è toccato, il ministero che segna la sua vita (cfr. Fil 1,12-26). Guardando la vita di Paolo e leggendo le sue lettere siamo portati a riconoscere l’esistenza di un dono speciale dello Spirito, un carisma per l’evangelizzazione. È evidente che Paolo ha ricevuto un dono che lo rende capace di portare il vangelo con dinamismo al di là dei confini del giudaismo.

I CONTESTI IN CUI PREDICAVA:

  1.  La Sinagoga

Uno dei luoghi principali della predicazione e dell’insegnamento di Paolo era senza dubbio la sinagoga. Per ben 8 volte possiamo leggere negli Atti che Paolo parlava nella sinagoga (cfr. At 13,5.14; 14,1; 17,10.17;18,4.19; 19,8) e il capitolo 17 ci rivela chiaramente che questo “era sua consuetudine” (cfr. At 17,2). Al di là del fatto che Paolo andava in sinagoga per predicare ai suoi consanguinei, la sinagoga era per lui un luogo famigliare, luogo dell’insegna mento e della rivelazione del Dio d’Israele, essendo stato “fariseo quanto alla legge” (cfr. Fil 3,5), cresciuto e formato alla scuola di Gamaliele (cfr. At 22,3). Sempre da Luca sappiamo che Paolo affittava o prestava per due anni la sala della Scuola di un certo Tiranno a Efeso (cfr. At 19,9).

  • In contesto lavorativo o in casa con gli amici

Altri luoghi usati da Paolo erano sicuramente il suo luogo di lavoro e case di amici o persone che essendo stati toccati dal messaggio del vangelo prestavano ospitalità (cfr. At 17,5; At 20,20; 1Cor 16,19-20; Fm 2; Rm 6,5.33). Il radunarsi nelle case non aveva soltanto lo scopo di evitare scontri con oppositori nei luoghi pubblici, ma soprattutto per favorire la comunione tra i membri della comunità e così la crescita della Chiesa. In questo senso la casa privata non è soltanto luogo della missione di Paolo, ma diventa anche strumento di essa. Oltre la casa privata anche i viaggi di Paolo sono uno strumento fondamentale della sua missione.

  • In strada

Nella piazza del mercato, perché tali forme di predicazione erano conosciute in quanto molto diffuse nel mondo greco-romano. Non solo molti dei primi cristiani oltre a Paolo, ma anche predicatori itineranti dell’Ellenismo e fedeli della sinagoga giudaica si servivano di questo tipo di propaganda o diffusione. Anche se Paolo approfittava di ogni occasione per predicare il vangelo (cfr. 2 Tm 4,2), si pensa che l’apostolo solo raramente abbia usato le piazze per tale scopo.

CARATTERISTICHE DELLA SUA PREDICAZIONE

Qui sotto alcune caratteristiche del suo stile di predicazione co un esempio e un commento.

La predicazione semplice e centrata sulla persona di Gesù 

Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. (1Corinzi 2,1-5)

Questo atteggiamento dimostra come la fede non si sia diffusa a causa di un linguaggio persuasivo o manipolatorio, ma parlando semplicemente ed umilmente di Gesù Cristo, del suo sacrifico sulla croce, la manifestazione della potenza dello Spirito Santo attraverso miracoli e prodigi, che è stata una conferma che quello che predicava Paolo corrispondeva a verità.

Il valore della predicazione

Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. (Romani 10,17)

Paolo ritiene la predicazione un elemento importante perché permette di tramettere la fede, in senso di fiducia in Gesù e nel suo messaggio.

• la centralità della fede

Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. (Romani 5,1)

Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? (Galati 3,2)

In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto (Efesini 1,7-9)

Per essere dei veri credenti, per essere santi, per ottenere salvezza e giustificazione, la fede è assolutamente il punto centrale. Paolo dice questo in contrasto con la predicazione di giudaizzanti che sostengono che per ottenere salvezza bisogna anche rispettare le norme rituali dell’antico testamento. Questa visione viene bocciata dalla chiesa sostenendo la linea di Paolo.

• l’amore ardente per il vangelo e l’evangelizzato 

Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io (1corinzi 9,19-23).

Paolo spiega come sia importante per lui diffondere il vangelo e per poterlo fare si abbassa, si rende umile per adattarsi alla mentalità del suo interlocutore perché possa accendere un empatia tale da favorire l’ascolto del vangelo. Senza questa empatia la predicazione non è efficacie, sono solo parole buttate al vento.

• Il lavoro per l’unità della Chiesa

Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. (1corinzi 12,13)

Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. (1corinzi 12,26-27)

In una società dove i popoli e gli status sociali erano ben distinti e diffidenti tra di loro, Paolo non vuole che si creino tante piccole chiese raggruppate in base ai diversi popoli o status sociali, ma nonostante la provenienza degli individui, si sviluppi una Chiesa unita, in quanto questo è quello che fa lo Spirito Santo, tutti uniti senza discriminazioni o diffidenze. Questa unità non è però uniformità, al contrario come in ogni corpo sano ci sono molte membra e molte funzioni molto diverse tra loro, ma tutte ugualmente necessarie al corpo. Paolo coerentemente con il suo pensiero e in linea con la Chiesa integra le sue comunità in comunione con le altre comunità fondate dagli apostoli e dagli altri missionari itineranti.

PAOLO E I GIUDAIZZANTI

La più grande difficoltà di Paolo saranno i suoi connazionali, cioè i giudei. Nella Lettera ai Romani chiarisce bene il primo punto, nei capitoli 9-11. In questi capitoli Paolo affronta il tema della vocazione del popolo ebraico fatta da Dio e pertanto irrevocabile:

“Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le pro messe, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne…” (Rm 9,4-5).

Tutti questi titoli di gloria, però, contrastano con una realtà drammatica, costantemente presente a Paolo: il popolo eletto ha rifiutato il Messia e la sua giustizia, cercando di stabilire una propria giustizia basata sulle opere della legge.

Paolo ha avuto anche molti problemi persone che si dichiaravano convertite al cristianesimo, ma continuavano ad avere uno stile religioso simile ai farisei. ovvero la persistenza di quella corrente religiosa che afferma la necessità della circoncisione e dell’osservanza della legge mosaica per potersi salvare. Quando nasce la Chiesa, il primo gruppo continua fedelmente l’osservanza della legge e a frequentare il tempio. Continuano a fare ciò che Gesù faceva: essere dei buoni giudei. Ancora non avevano compreso che in Gesù la legge era stata superata. Infatti essi predicavano Gesù risorto come adempimento delle promesse, ma non avevano colto il decadimento della legge. La salvezza è opera della grazia di Cristo mediante la fede e non viene dall’osservanza della legge. Il problema si pone quando il vangelo viene predicato fuori dall’ambiente giudaico. I pagani che si convertono alla fede cristiana devono sottostare anche alla legge mosaica, in particolare accettare la circoncisione? Possiamo riassumere tre posizioni:

  1. I GIUDAIZZANTI ULTRA CONSERVATORI

Erano coloro per i quali la circoncisione e l’osservanza della legge di Mosè è una condizione necessaria per la salvezza dell’uomo sia pagano o giudeo. È la tendenza dei farisei-cristiani ricordata in At 15,5. Paolo arriva a chiamarli “falsi fratelli”.

  • I GIUDAIZZANTI MODERATI

Erano coloro che conservano un profondo rispetto per la legge di Mosè e considerano la circoncisione come normale per coloro che provengono dall’ambiente giudaico. Però sono disposti ad ammettere che tale rito non è da imporre ai pagani. Questo implica la non necessità della circoncisione per la salvezza. Questa era la posizione di Giacomo, il fratello del Signore (cfr. At 15 e 21,21-26).

  • I LIBERALI

Rappresentati da Paolo, sono coloro che, pur essendo essenzialmente d’accordo con Giacomo, considerano il problema della circoncisione superato perché in Cristo non c’è né giudeo né greco (cfr. Gal 3,28). La legge mosaica appartiene al passato, in quanto era solo figura della pienezza che doveva venire con Gesù. Pertanto i nuovi convertiti non devono più sottostare alla circoncisione e a tutte le altre pratiche religiose giudaiche.

Ora la predicazione di Paolo, basata sulla fede in Gesù che ci giustifica non in base alle nostre opere ma per la grazia di Dio, rendeva incompatibili la grazia e la legge mosaica come vie di salvezza; una doveva necessariamente escludere l’altra. È con il primo concilio di Gerusalemme che la Chiesa definitivamente si riconoscerà come la Chiesa per tutto il mondo. Ciò che le compete ora è quello di porre in pratica questa nuova convinzione: portare il messaggio evangelico fino agli estremi confini del mondo. Capire l’esistenza di queste tre correnti nella mondo cristiano del iniziale è importante per comprendere il contesto storico nel quale le epistole di Paolo furono scritte. Paolo ha purtroppo a che fare spesso con i giudaizzanti più radicali che si aggirano nelle chiese del mondo greco da lui fondate per diffondere l’idea che per salvarsi bisogna anche rispettare la legge di Mosè, inoltre cercano di sminuire la figura di Paolo per mettersi loro come voce più autorevole. Paolo, nelle sue epistole elabora dei lunghi trattati teologici per poter dimostrare che la legge di Mosè è superata e la salvezza è data per grazie mediante la fede.

SERMONI NEL LIBRO DEGLI ATTI

In questo articolo faremo un confronto con i 3 importanti sermoni dl libro degli atti per capire meglio come quale erano strutturati questi sermoni spiegati dai primi discepoli, coloro che hanno dato vita alla prima evangelizzazione. Analizzerò i discorsi presenti in: At 3,12-26; 7,1-53; 13,16-41.

Cercherò di  far emergere i punti comuni e le divergenze più salienti, ma vediamo prima quali sono i elementi comuni.

Elementi comuni:

  • Ripercorre una parziale storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
  • Cita profezie dell’antico testamento che si riferiscono a Cristo
  • Annuncio del Kerygma
  • Colpevolizza i capi ebrei per la morte di Cristo in croce

Atti 3,12

Il primo discorso Pietro che con coraggio e franchezza annuncia che cristo è risorto dopo aver compito un miracolo nel suo nome. Il discorso viene interrotto dall’arrivo dei sacerdoti e le relative guardie per arrestarlo. Il discorso non risulta vano perché si uniscono alla Chiesa molte altre persone

  • Il discorso inizia a seguito di una guarigione miracolosa
  • Dopo aver annunciato il Kerygma dichiara che è stata la fede in Cristo a compiere il miracolo
  • Cita la profezia di Dt 18,15-19 inserendo anche Lv 23,29 in chiave cristologica.
  • Cita una profezia ripetuta più volte ( Gen 12,3; 22,18; 26,4.) per indicare che l’annuncio di Cristo sarà diretto prima di tutto agli ebrei per la benedizione per chi crederà.

      Atti 7,1-53

Lungo discorso di Stefano, trascinato in tribunale con false accuse si difende annunciando che Gesù è il Messia e accusando i giudei di durezza di cuore come i loro padri.

  • Discorso di Stefano che viene arrestato e accusato ingiustamente
  • Stefano ripercorre tutta la storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
  • Giuseppe viene presentato come figura di Cristo, anche lui rifiutato dai fratelli, ma viene esaltato e benedetto da Dio, opera anche come strumento di salvezza per i suoi fratelli
  • Mosè viene presentato come figura di Cristo, anche  opera prodigi e non viene accettato inizialmente subito come leader dal suo popolo, ma è un riferimento per la rinascita di Israele.
  • Israele ha avuto il privilegio di  ricevere la legge e loro hanno tradito Dio con un idolo
  • Stefano cita Amos 5,25-27 per contestare il tempio come luogo esclusivo della presenza di Dio.
  • Enfatizza gli errori e le infedeltà di Israele durante tutta la sua storia
  • Continuano ad essere infedeli a Dio uccidendo Gesù

Atti 13,16-41

Sermone di Paolo ad Antiochia in Pisìdia nel suo primo viaggio missionario. Il discorso contiene diverse profezie adempiute che testimoniano la verità del messaggio evangelico.

  • Cristo è il compimento della promessa che Dio fece a Davide (2Sam 7-12-16)
  • Giovanni battista precursore di Cristo
  • Citando Sal 2,7 indica che il Messia, re d’Israele sarà figlio di Dio
  • Citando Is 55,3 indica il compimento delle promesse di Dio riguardo un regno stabile.
  • Citando Sal 16,10 indica come Dio non lascerà il Messia negli inferi a lungo