In questo articolo metteremo a confronto gli anni cristologici contenuti nella brevi lettere in colossesi, filippesi ed efesini. Andremo ad approfondire questi inni presenti nella Chiesa primitiva, che per quanto brevi sono ricchi di contenuti e spunti di riflessione, mostrano una serie di attributi rivolti a Gesù Cristo che hanno contribuito ad evidenziare la divinità di Cristo, già molto chiara anche ai primi cristiani.
INNO IN COLOSSESI
È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,
per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione,
perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze.
Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.
Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio,
primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.
È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza
e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra,
sia quelle che stanno nei cieli.
NOTE CARATTERISTICHE:
Volontà di salvezza del Padre attraverso la redenzione per opera del Figlio
Cristo preesistente: immagine del Dio invisibile
Cristo capo del corpo che è la Chiesa
Signoria cosmica: primato su tutte le cose, il primogenito della creazione, ogni cosa è stata fatta per mezzo di Lui.
Cristo: luogo della pienezza e unico Mediatore tra Dio e il mondo
INNO IN FILIPPESI
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio
l’essere come Dio, ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre.
NOTE CARATTERISTICHE:
Natura divina di Gesù
“svuotamento” di se stesso per assumere condizione umana
Gesù obbediente al Padre fino alla croce
Esaltazione e signoria universale
INNO IN EFESINI
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui, mediante il suo sangue,
abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia.
Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza,
facendoci conoscere il mistero della sua volontà,
secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi:
ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra.
In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui
che tutto opera secondo la sua volontà a essere lode della sua gloria,
noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi,
dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza,
e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso,
il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione
di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.
NOTE CARATTERISTICHE:
Benedizione di Cristo e del Padre, fonte di ogni benedizione
Cristo ci ha scelti e predestinati per essere suoi figli
Redenzione per mezzo della croce
Figliolanza divina, Gesù è il modello
Dio rivela ai suoi figli la sua volontà
I pagani e giudei sono uniti in Cristo in un unico popolo che condivide una eredità
Esaltazione di Cristo signoria cosmica capo della Chiesa – suo corpo
Chi crede riceve la Spirito Santo caparra della nostra eredità
La tradizione attribuiva lo scritto a Paolo, forse grazie al testo Eb 13,23 dove si danno notizie di Timoteo, stretto collaboratore di Paolo. Si è pensato che solo Paolo poteva parlare in questi termini, così come i saluti in 13,24. Manca però l’intestazione dove Paolo si presentava apponendo il proprio nome. Questo fa pensare che la lettera, pur avendo un’influenza paolina non andrebbe attribuito solo a lui. Il nome di Apollo è quello che trova più consensi tra gli studiosi circa l’attribuzione della lettera. Negli Atti 18,24-28, Apollo è descritto come un giudeo cristiano di Alessandria, missionario ad Efeso, esperto nelle Scritture, uomo colto ed oratore efficace. Era molto stimato da essere messo sullo stesso piano di Paolo e Cefa, (cfr. 1Cor 1,12; 3,5-9). anche se poco conosciuto per la mancanza di sue lettere nel canone biblico. Il suo legame con Paolo potrebbe spiegare l’influenza dei concetti paolini. Chiunque fosse, per lo stile raffinato usato nella lettera, l’autore era un uomo di cultura, conoscitore della cultura ellenica e delle sacre scritture.
LUOGO E DATA DI COMPOSIONE:
Lo scritto, secondo Eb 13,24, dovrebbe essere stato scritto a Roma e questo concorderebbe con 2 Tm 4,9.12 e Eb 13,23 che indicano Timoteo a Roma. Questa conclusione sarebbe problematica se l’autore fosse Apollo in quanto sembra improbabile una sua presenza in Italia. Ma anche su questa interpretazione non vi è chiarezza. Circa la data, si può mettere un limite: l’anno 95 in quanto lo scritto fu usato da Clemente Romano proprio in quella data. È comune pensare che la lettera fu composta prima del 70, anno che segna la distruzione del tempio di Gerusalemme. Infatti l’autore sembra riferirsi nello scritto alla liturgia ancora in atto nel tempio che confronta con il sacrificio e il sacerdozio di Cristo. Lo scritto esorta i cristiani a perseverare anche nei momenti duri che verranno (cfr. Eb 10,35-39) e anche se il culto giudaico dovesse terminare, ormai vi è il culto cristiano che lo ha sostituito. Ora vi è Gesù, Sommo Sacerdote che officia nel tempio celeste (cfr. Eb 8,1-2; 9,11-12; 10,19-23).
SCOPO DELLA LETTERA:
Esso vuole essere una parola di esortazione alla perseveranza nella fede in Gesù rivolta ai giudei convertiti, che soffrono e che l’oratore ben conosce. In primo luogo si vuole sostenere i cristiani sotto prova e tentati di scoraggiamento (cfr. Eb 12,12) dopo che hanno rinunciato alla religione giudea. Questi giudei hanno perso l’appoggio dei loro connazionali e si trovano a volte abbandonati (cfr. Eb 10,25) con una insicurezza crescente con per di più la prospettiva del martirio (cfr. Eb 12,4). Per questo possono soffrire di scoraggiamento tale da diventare duri nel capire (cfr. Eb 5,11). Per questo l’autore li incoraggia con parole di esortazione (cfr. Eb 13,22). Per far rinascere l’entusiasmo a questi credenti, l’autore pone davanti ai loro occhi la persona e l’opera di Gesù, unirsi alla Chiesa di Cristo, partecipare ai suoi riti e per aggregarsi alla comunità cristiana che confessa Gesù come Messia e Signore, nuovo ed eterno Sommo Sacerdote. L’efficacia della sua mediazione che ci rassicura circa le realtà che non vediamo, bisognosi di recuperare la pienezza e il fervore della fede. Si pensa che i destinatari fossero giudei non solo per il nome con il quale l’autore si rivolge chiamandoli “fratelli”, ma specialmente perché lo scritto contiene un continuo richiamo di testi e di riti appartenenti all’Antico Testamento e alla religiosità giudaica. Solo dei cristiani provenienti dal giudaismo potevano capire questi riferimenti.
CONTENUTO:
Esordio (cfr. Eb 1,1-2,16)
Inizia con una sintesi cristologica: Gesù è la parola ultima e definitiva di Dio, superiore agli angeli e a Mosè, fratello degli uomini con l’incarnazione e la sofferenza. Quindi passa ad esortare all’ascolto della parola giunta a noi attraverso Gesù e confermata da segni e dai doni dello Spirito
Presentazione del sacerdozio di Cristo
Vengono descritte le qualifiche sacerdotali di Gesù, Sommo Sacerdote: misericordia e fedeltà in forza della sua incarnazione e della sua obbedienza. Segue poi un’esortazione a non cadere nell’incredulità come gli immaturi, ma a rafforzare la speranza nella mediazione di Gesù e quindi la perseveranza nella fede
Novità del sacerdozio di Cristo
Gesù è Sommo Sacerdote non alla maniera di Aronne, ma alla maniera di Melchisedek. La figliolanza divina è fondamento dei questa novità e quindi viene abrogato l’antico sacerdozio levitico per uno perfetto ed eterno. È la nuova alleanza che Gesù esercita essendo seduto alla destra del Padre come ministro del santuario celeste. Il sacrificio di Cristo diventa il vero sacrificio fatto una volta per sempre per la sua volontaria offerta di sè, offerta senza peccato rendendo perfetti per sempre quelli che vengono santificati. L’antico culto diventa quindi ombra di quello vero inaugurato da Gesù. Segue quindi l’esortazione alla fiducia ad accostarci con cuore sincero al trono di Dio e alla perseveranza. È un invito al coraggio a perseverare nelle prove ricordando i primi giorni del cammino cristiano in cui hanno sostenuto una grande e penosa lotta accolta con gioia.
Esempio di fede dei padri e l’imitazione di Gesù
Viene descritto un esempio molto suggestivo di esempio di fede dei padri che, grazie alla loro fede, vinsero ogni difficoltà. Quindi noi siamo in una situazione migliore perché abbiamo creduto in Cristo, mentre loro aspettavano i beni promessi senza conseguirli. Per questo perseveriamo nel cammino di fede. Nella strada stretta e difficile segnata dal Cristo serve resistenza e coraggio. Infine l’autore indica alcuni orientamenti di comportamento pratico: cercare la pace con tutti, la santificazione personale, la vigilanza, la cura degli altri e dare il buon esempio a tutti.
Conclusione
Sembra essere un biglietto di accompagnamento della trascrizione dell’omelia. Raccomanda di perseverare nell’amore fraterno, di ricordarsi dei capi e di imitarne la condotta, di imitare Cristo nella sofferenza, di essere generosi, sottomessi volentieri ai responsabili della comunità e di pregare per l’autore dello scritto. Termina con l’esortazione ad accogliere questa parola di esortazione, con la notizia della liberazione di Timoteo, con i saluti dell’anonimo autore ai capi, ai santi e con i saluti di tutti i fratelli dell’Italia.
CARATTERISTICHE DI GESÚ ELLA LETTERA AGLI EBREI:
Superiore agli angeli (1,5,14)
Venuto sulla terra poco inferiore agli angeli, coronato di gloria per la sua morte e resurrezione per la salvezza dell’uomo (2,9)
Gesù, nostro fratello per la partecipazione di Cristo alla natura umana (2,11-14)
Mediatore tra Dio e l’uomo affinché l’uomo sia riconciliato con Dio (2,17-18)
Superiore a Mosè (3,2-6)
La fede in Cristo offre riposo (4,1-11)
Gesù vero sommo sacerdote compassionevole sotto l’ordine di Melkisedek (5,5-10)
Sacerdozio di Cristo superiore a quello levitico, perenne e perfetto. (7,11-28)
Cristo realizza la promessa della nuova alleanza descritta in (Ger 31,31-34). (8,8-13)
Cristo entra nel santuario celeste e offra a Dio il suo sangue (8,1-7)
Sacrificio di Cristo efficace e perenne; superiore ai sacrifici animali (10,1,18)
Paolo scrisse 3 lettere dette ”pastorali” in quanto non destinate alle Chiese, ma recapitate ai suoi discepoli più vicini e affezionati, scelti di Paolo come responsabili di alcune comunità dal lui fondate. Vediamo dunque di conosce questi 2 discepoli:
TIMOTEO
Timoteo era originario di Listra di Licaonia nel sud dell’Asia Minore, figlio di padre pagano (cfr. At 16,1) e madre giudeo-cristiana (cfr. 2 Tm 1,5). Paolo lo conobbe a Listra durante il suo secondo viaggio missionario come un cristiano stimato dai fratelli e, pur essendo di giovane età, lo prese con sé come collaboratore. Lo fece quindi circoncidere a causa dei giudei (cfr. At 16,1-3). Da allora Timoteo accompagnerà Paolo nella maggior parte dei suoi viaggi al quale affiderà missioni importanti (cfr. At 19,22; 1Cor 1,17; 1Tm 1,3) a cui rispose con successo. Timoteo era responsabile della comunità di Efeso. È al suo fianco quando questi scrive alcune lettere (cfr. 1Ts 1,1; 2 Ts 1,1; Rm 16,21; 2 Cor 1,1; Fil 1,1; Col 1,1; Fm 1). Paolo proverà per Timoteo un sincero affetto come lui stesso scrive in 2 Tm 1,3-4 della nostalgia che prova per la sua assenza.
TITO
Tito non è mai nominato negli Atti, il suo nome ricorre 13 volte negli scritti paolini. Pagano di nascita, abbracciò la fede cristiana senza doversi circoncidere (cfr. Gal 2,1-5). Durante le difficoltà con la comunità di Corinto realizzò un difficile lavoro di riconciliazione (cfr. 2 Cor 7,6-16). Incaricato della colletta per i cristiani di Gerusalemme (cfr. 2 Cor 8,6), si mostrò degno della fiducia di Paolo (cfr. 2 Cor 17-18). Secondo Tt 1,5 fu inviato da Paolo a Creta per organizzare la chiesa nascente in quell’isola.
PRIMA LETTERA A TIMOTEO
Il luogo preciso da cui Paolo scrive è difficile determinarlo; sappiamo solo che egli ha lasciato da poco Efeso e ha pregato Timoteo di restarvi per il governo ordinario di quella comunità. È arrivato in Macedonia per visitare quelle comunità e forse da qui egli scrive la lettera (cfr. 1Tm 1,3). Il tempo può essere collocato tra il 65 e il 66, quando l’apostolo, dopo la liberazione dalla prima prigionia romana (61-63), ha potuto riprendere i suoi viaggi per visitare le chiese dell’oriente a lui tanto care. In questa lettera Paolo incoraggia Timoteo a lottare contro i giudaizzanti e lo esorta a organizzare il culto e a consacrare vescovi-presbiteri e diaconi.
NOTE CARATTERISTICHE
Monito di Paolo a Timoteo di impedire vani e insensati insegnamenti di stampo giudaico.
La legge è giusta e serve come monito per i peccatori. Chi ha un cuore puro non ne ha bisogno.
Paolo, un tempo terribile peccatore è ora un esempio per tutti della grazia e misericordia di Dio.
Monito di Paolo di conservare la fede e la conoscenza a differenza di altri che si sono allontanati.
Pregare anche per i re e i governanti affinché mantengano la pace .
Dio vuole che tutti giungano alla conoscenza della verità.
Uno solo è Dio e Gesù Cristo unico mediatore poiché ha data se stesso in riscatto per tutti.
Che ci sia pace nella comunità, senza collere, rancori e polemiche. Si prega con mani pure.
Le donne curino la loro purezza spirituale e santità, anche con buone opere piuttosto dell’esteriorità.
La maternità è la vocazione fondamentale per la donna, insieme alla fede, carità e saggezza.
I vescovi siano: Sobri, monogami con figli disciplinati, prudenti, dignitosi, ospitali, buoni insegnanti, non violenti, ma benevoli, stimati da tutti, non attaccati al denaro e non convertiti da poco.
I diaconi siano: Sobri, degni, sinceri, non avidi, fedeli con pura coscienza e sottoposti a prova.
La Chiesa è la casa di Dio, garanzia che si vivi e predichi il vangelo di Gesù Cristo in spirito di fraternità.
Inno cristologico: Cristo viene in forma umana, asceso in cielo, riconosciuto dalla Spirito, adornato dagli angeli e annunciato al mondo.
Paolo mette in guardia dai falsi dottori che insegnano dottrine diaboliche.
Esortazione a Timoteo a insegnare e vivere una vita santa ed esemplare in fede, purezza, carità.
Trattamento caritatevole con tutti: esortare gli anziani/e come padri/madri e i giovani come fratelli.
I figli devono prendersi cura dei genitori, cosa gradita a Dio.
Le vedove senza figli si consacrino al Signore in orazione, preghiera e servizio comunitario
Le vedove anziane siano stimate per le buone opere: Ospitalità, soccorso ecc..
Le vedove giovani non abbiano un servizio comunitario come le anziane, ma siano libere di risposarsi.
Se una donna ha con se delle vedove, possa la donna provvedere per lei.
I presbiteri sono impegnati nella predicazione e nella catechesi. Hanno diritto a un loro salario.
Non accettare un’accusa di un presbitero se non ci sono due o tre testimoni.
La scelta nei ministri deve esse oculata, per non essere responsabile di un eventuale pessima opera.
Le opere buone e no, possono manifestarsi pubblicamente sia in vita che dopo.
Gli schiavi rispettano e stimino i loro padroni, soprattutto se sono padroni credenti.
No a chi non insegna la sana dottrina e si approfitta del suo ruolo solo per trarre guadagnare denaro.
Bisogna sapersi accontentare di quello che si ha e non desiderare di diventare ricchi.
L’avidità è un’idolatria perché è una passione alla quale come un dio, si sacrifica tutto.
Esortazione alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, pazienza e mitezza.
Essere di buona testimonianza davanti a tutti.
Inno a Dio: Unico onnipotente e immortale, manifesterà Gesù a tutti.
I ricchi non siano orgogliosi, pongano la fede in Dio e non verso le ricchezze. Siano generosi e pronti a condividere le ricchezze come capitale di investire nel bene.
SECONDA LETTERA A TIMOTEO
La Seconda lettera a Timoteo sembra essere l’ultima lettera di Paolo, scritta a Roma durante l’ultima prigionia senza speranza di essere liberato (cfr. 2 Tm 4,6). Quest’ultima prigionia è molto stretta e vergognosa (cfr. 2 Tm 2,9) ormai prossimo alla condanna a morte, tanto che due volte prega Timoteo di non vergognarsi delle sue catene (cfr. 2 Tm 1,8.12). È una lettera di addio al suo più caro amico e collaboratore, Timoteo. Paolo si sente solo e abbandonato da tutti. Siamo forse attorno al 67, pochi mesi prima del suo martirio. È una lettera ricca di patos e affetto, ma contiene anche direttive precise e sicure che impartisce a Timoteo. Si può dire che la lettera è il testamento spirituale e pastorale di Paolo. Oltre a descrivere la sua situazione e il suo dolore, Paolo raccomanda a Timoteo di rima nere irreprensibile e attaccato alla sana dottrina. È l’invito ad annunciare il vangelo in ogni occasione ricordandogli che la Parola di Dio è libera ed efficace. Conclude con l’invito a raggiungerlo presto perché è rimasto da solo, pronto ormai a versare il suo sangue per il vangelo, dopo aver combattuto la buona battaglia, avendo terminato la corsa e conservato la fede (cfr. 2 Tm 4,7).
No a spirito di timidezza, sì a forza, carità e prudenza.
Non vergognarsi di testimoniare, ma avere uno spirito di sacrificio per il vangelo.
Dio dà una vocazione santa in base alla sua grazia e al suo piano, non in base alle opere.
Cristo ha vinto la morte facendo risplendere vita e incorruttività.
L’apostolato di Paolo gli provoca molte sofferenze di cui ne va fiero.
Qualcuno ha abbandonato Paolo, altri gli sono stati vicini nelle difficoltà.
Paolo chiede a Timoteo di scegliere persone integre che insegnino la sana dottrina.
I capi delle comunità devono essere queste 3 figure allegoriche: Il soldato, avere la comunità come priorità assoluta. L’atleta, non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole. Il contadino per il duro lavoro.
Confessione di fede: Cristo risorto, discendente di Davide, annuncio il vangelo per lui anche in catene.
Inno liturgico: Chi muore per Cristo, vivrà. Chi preserva con lui, regnerà. Chi lo rinnega sarà rinnegato.
Anche se sei infedele a lui, lui rimane federe perché non può rinnegare se stesso.
Evitare nella comunità discussioni inutili e dannose.
Sforzarsi di essere davanti a Dio degno di lui, coerente e senza la coscienza sporca.
Cit. Nn16,5; Is 26,13. Dio conosce i suoi e sia puro di cuore chi lo invoca.
Essere per Dio come dei vasi nobili d’argento utili al padrone e per compiere opere buone.
Stare lontani dalle empi passioni giovanili, cercare piuttosto la giustizia ,la fede, la carità e la pace.
Discutere con tono mite, paziente e dolce nel rimproverare.
Negli ultimi tempi gli uomini (anche credenti) avranno raggiunto un alto livello di iniquità.
Timoteo è stato vicino a Paolo nelle virtù e nelle persecuzioni.
Chi vuole vivere rettamente in Cristo saranno perseguitati.
Tutta la scrittura ispirata è utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia.
Esortazione a: annunciare la parola, insistere, ammonire, rimproverare con magnanimità.
Verrà il giorno in cui la gente non sopporterà la sana dottrina e andrà dietro a favole.
Paolo sta per morire, ma è felice di avere combattuto fino alla fine per Cristo e riceverà il premio.
Paolo chiede a Timoteo di venire anche con Marco. Tutti tranne Luca lo hanno abbandonato.
Ci ha fatto del male a Paolo e al suo ministero, Dio renderà secondo le sue opere.
Paolo è rimasto da solo a difendersi in Tribunale, mail Signore era lì, lo ha liberato.
LETTERA A TITO
Sembra che la lettera sia stata inviata dalla Grecia o dalla Macedonia in quanto Paolo esprime l’intenzione di passare l’inverno nella città portuale di Nicopoli, nell’attuale Grecia, a nord di Corinto. Il tempo di composizione potrebbe essere vicino a quello della Prima lettera a Timoteo, anche perché le due lettere contengono argomenti molto simili. Si pensa quindi tra il 65 e il 66 durante una pausa del suo viaggio apostolico dopo la prima prigionia romana. La lettera contiene consigli e raccomandazioni a Tito come pastore della chiesa dell’isola di Creta. Oltre a raccomandazioni personali a Tito, Paolo esorta all’organizzazione della chiesa consacrando presbiteri (cfr. Tt 1,5-9); raccomanda la difesa della vera dottrina specialmente dai falsi dottori giudaizzanti ed esorta i cristiani ai loro doveri secondo la loro condizione di vita e nei confronti dello stato.
NOTE CARATTERISTICHE
Paolo, servo di Dio, chiamato a un apostolato che porta a un rapporto figliare con Dio.
Requisiti per i presbiteri: Irreprensibile, monogamo, figli credenti e disciplinati.
I vescovi devono essere: Irreprensibile, ospitale, amante del bene assennato, giusto, santo, padrone di sé, fedele alla Parola, degna di fede, in grado di esortare e confutare gli oppositori.
I vescovi non devono essere: arroganti, collerici, violenti, avidi, dediti al vino.
Da contrastare i membri ex giudei, sono indisciplinati e creano scompiglio dottrinale.
La purezza e l’impurità è data dai cuori e non dagli oggetti di questo mondo.
Gli anziani siano: sobri, dignitosi, saggi, saldi nella fede, nella carità e pazienza.
Le donne anziane siano: non pettegole, non dedite al vino. Ma abbaino un comportamento santo.
Insegnino alle giovani: l’amore per il marito e dei figli. Prudenti e caste.
Che Timoteo sia un esempio per i giovani per la opere buone, sana dottrina, dignità, linguaggio sano.
La comunità abbia un comportamento impeccabile per la buona testimonianza verso il mondo.
Gli schiavi siano umili e sottomessi ai padroni senza contraddirli o compiere furti contro di loro.
La grazia di Dio rinnega l’empietà, carnalità, e accogliere sobrietà, giustizia e pietà e buone opere.
Essere sottomessi ai governi, non maldicenti, mansueti, miti, sempre pronti al bene verso tutti.
La potenza della bontà di Dio trasforma i cuori malvagi in cuori puri.
Salvati non da opere compiute, ma dalla sua misericordia.
L’acqua del battesimo simboleggia la nuova vita infusa nello Spirito Santo.
La vita nello Spirito ci rende giustificati, conformi al progetto di Dio di rendere gli uomini sui figli ed eredi, partecipi della sua vita e felicità eterna.
Invito a Tito di concentrare l’insegnamento sulle cose importanti e tralasciare le leggende giudaiche ritenuti unitili e sciocche.
Paolo chiede a Tito di provvedere a Zena ed Apollo, dei noti missionari di passaggio.
Efeso era la capitale amministrativa della provincia romana di Asia. Era anche la città principale dell’Asia Minore sia per la sua popolazione (200 000 abitanti) ma soprattutto per la sua situazione geografica e politica. Efeso era il punto di incontro delle rotte che collega vano l’impero con il resto del mondo orientale. Da qui la sua importanza anche economica e culturale. Situata sulla foce del fiume Caistro, aveva un porto commerciale. La sua fondazione risale agli Ioni nel secondo millenio e i romani la occuparono nel 133 a.C. adornandola con numerosi monumenti. Possedeva un tempio famoso dove era conservata la statua della dea Artemide (Diana) degli Efesini molto venerata in tutta l’Asia.
L’EVANGELIZZAZIONE DI EFESO
Il primo missionario ad arrivare fu Apollo, conosciuto anche da Paolo e nominato nei suoi scritti. Arrivarono anche i coniugi Aquila e Priscilla, suoi amici e collaboratori già a Corinto. Loro iniziarono a piantare i primi semi della fede. Quando Paolo arrivò nel suo terzo viaggio missionario (53-58) trovò una piccola comunità di 12 persone battezzati solo con il battesimo di Giovanni (cfr. At 19,1-7) sui quali invocò il dono dello Spirito Santo rinnovando per loro l’esperienza di Pentecoste. Per tre mesi Paolo predicò nella sinagoga, ma a causa dell’opposizione dei giudei tra sferì l’iniziale comunità nella scuola di un certo Tiranno dove continuò ad annunciare il vangelo con successo crescente per più di due anni (cfr. At 19,8-20). Questa attività evangelizzatrice mise in crisi il culto alla dea Artemide e fece allarmare i fabbricanti delle statuine d’argento della dea. Ne nacque un gran tumulto e Paolo si convinse che era giunto il tempo di lasciare la città. Quindi partì per la Macedonia e la Grecia. Paolo rimase molto legato a questa comunità anche per le sofferenze e i sacrifici dovuti alla sua fondazione (cfr. 2 Cor 1,8-11). Nel viaggio di ritorno per Gerusalemme, a Mileto manda a chiamare gli anziani della chiesa a cui apre il cuore tra le lacrime e li saluta per l’ultima volta (cfr. At 20,17-38).
SCOPO E CONTENUTO
La comunità di Efeso è dottrinalmente sana, non ha ceduto ai giudaizzanti e non sono sorte eresie o atteggiamenti immorali. Lo scopo della lettera non è correttiva, ma è per rinsaldare il fondamento della fede. Paolo scrisse la lettera durante la prigionia a Roma. La lettera inizia con un significativo inno cristologico dove si illustra il disegno salvifico di Dio che inizia con la creazione del mondo e si compie con la riunione di tutti gli uomini, giudei e pagani, nell’unica Chiesa, verso la piena maturità in Cristo. Dopo la parte dogmatica in cui Cristo è presentato come salvatore e fonte di ogni cosa e a cui tutto deve essere ricapitolato, Paolo deduce le conseguenze pratiche. Se uno è membro del corpo di Cristo, uomo nuovo e figlio-erede di Dio, deve comportarsi di conseguenza in modo degno rispetto alla consapevolezza che ha come membro della Chiesa in tutti gli ambiti della vita:
LA VITA COMUNITARIA
Deve essere autore di unità e pace (cfr. Ef 4,3). I doni sono per l’unità, concessi per la crescita del corpo (cfr. Ef 4,7-16).
LA MORALE
i cristiani non devono partecipare alle opere infruttuose delle tenebre (cfr. Ef 5,11), ma essere pieni dello Spirito (cfr. Ef 5,19).
LA VITA FAMILIARE
I cristiani devono essere guidati dall’esempio di Cristo con la Chiesa (cfr. Ef 5,21-6,4) e nella vita sociale come servi di Cristo (cfr. Ef 6,5-9).
Dio ci ha predestinati figli santi mediante il sangue di Cristo.
La grazia ottenuta mediante Cristo ci dona sapienza e intelletto per conoscere la sua volontà.
Cristo a capo dei cieli e della terra e i credenti eredi e lode della sua gloria.
Lo spirito santo è la caparra della nostra eredità.
Preghiera di benedizione alla comunità.
La superiorità di Cristo su ogni entità celeste per questo la Chiesa è sicura di fronte a qualunque potenza.
L’uomo carnale che si avvicina a Cristo viene salvato mediante la fede per compiere buone opere.
In Cristo pagani e giudei vengono riconciliati per essere un solo uomo nuovo per mezzo della croce.
Cristo rivela il mistero della salvezza in questo tempo. Paolo ne è testimone per rivelarlo al mondo.
Preghiera di Paolo affinché ricevano forza interiore mediante lo Spirito, comprensione di Cristo e benedizioni.
Invito all’unità e a comportarsi in maniera degna di un credente con umiltà, dolcezza, magnanimità e amore.
Dio dona agli uomini la grazia secondo la sua missione sulla terra per essere evangelisti, maestri, apostoli e profeti.
La grazia e la conoscenza di Cristo vi consente di essere perfetti e non essere ingannabili da nessuno.
Esortazione per una conversione da un nuova vita in Cristo, senza passioni ingannevoli, ma rinnovati nella giustizia e nella santità.
Norme pratiche di ogni credente: Dire la verità, adiratevi senza peccare, non rubare, lavorare onestamente e condividere con i bisognosi.
Usare la parola non per proferire il male, ma per parole buone che edificano a giovano chi le ascolta.
Lontani da: Asprezza, sdegno, ira, grida, maldicenze. Vicini a: Misericordia e perdono.
I cristiani devono camminare nella luce di Cristo, in bontà, giustizia e verità.
Attenzione a non commettere atti di fornicazione, cupidigia. Condannarli apertamente.
Non ubriacarsi di vino, ma piuttosto essere ricolmi di Spirito, cantando inni, salmi, canti ispirati.
I mariti amino le mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stessa a lei. Le mogli siano devote ai mariti.
I figli devono sottomettersi ai genitori. Essi li facciano crescere nella disciplina e nei giusti insegnamenti.
Gli schiavi siano sottomessi ai padroni li servano come per il Signore. Essi rispettino gli schiavi. Dio non fa preferenze sociali.
Il combattimento cristiano non è contro le entità demoniache e non le persone fisiche.
L’armatura del cristiano: La cintura della verità, la corazza della giustizia, l’elmo della salvezza, i calzari per diffondere il vangelo della pace, lo scudo della fede e la spada dello Spirito che è parola di Dio.
La Lettera a Filemone è l’unica lettera autografa di Paolo, scritta di suo pugno, mentre solitamente dettava tutte le altre. È la più breve, solo 25 versetti. È indirizzata a Filemone, residente in Colossi, convertito da Paolo (cfr. Fm 19) e suo collaboratore a Efeso e a Colossi. Padre di Archippo, il quale probabilmente svolgeva un ministero presbiterale in Colossi e che Paolo esorta a compiere bene il ministero (cfr. Col 4,17), ospitava con la moglie Appia nella sua casa la comunità cristiana (cfr. Fm 2). Viene scritta contemporaneamente con la Lettera ai Colossesi e fatta recapitare da One simo. Paolo è in prigione e spera in una sua liberazione imminente (cfr. Fm 1.9.10.13.23). La tradizione fa risalire la lettera alla prigionia di Roma attorno al 61-63, quando Paolo si sente ormai vecchio e stanco (cfr. Fm 9).
SCOPO E CONTENUTO
È uno scritto di accompagnamento e di raccomandazione per Onesimo, lo schiavo di Filemone, che era fuggito di casa con l’aggravante di un furto di denaro (cfr. Fm 11-18). Questo comportava la pena di morte ed il padrone aveva diritto alla decisione; e la fuga di uno schiavo risultava difficile in quanto i segni che lo contraddistinguevano sul corpo rendevano la cattura facile impresa. Venuto a Roma, incontra Paolo che lo converte e lo tiene al suo servizio per un periodo di tempo f ino a quando lo rimanda dal suo padrone, non più come schiavo, ma come fratello in Cristo. Onesimo quindi ritornerà a Colossi accompagnato da Tichico, latore della Lettera ai Colossesi. Qui scopriamo un Paolo molto delicato, amico dello schiavo e del suo padrone, animato da sentimenti di fraternità per entrambi. Onesimo è il “cuore di Paolo” e lo rimanda fiducioso a Filemone perché trovi in lui un fratello e un collaboratore che merita accoglienza come se venisse accolto Paolo stesso. Paolo si accolla ogni offesa e debito di Onesimo, ma ricorda a Filemone che anche lui stesso gli è debitore della sua stessa conversione. Paolo invia la sua lettera fiducioso nell’amicizia che lo lega a Filemone e ora anche a Onesimo.
STRUTTURA
• saluti: 1-3
• gratitudine ed elogio di Filemone: 4-7
• intercessione per Onesimo: 8-21 • incarichi e saluti finali: 22-25
Colossi era una città della Frigia, attuale Turchia, vicino a Laodicea a circa duecento chilo metri a est di Efeso nella valle del Licos. Fondata nel V secolo a.C. dalle popolazioni frigie, nel III secolo a.C. decadde a piccolo borgo agricolo e a partire dall’anno 129 a.C. divenne parte della provincia romana di Asia. Al tempo di Paolo era una modesta cittadina distrutta più volte dai terremoti.
L’EVANGELIZZAZIONE DI COLOSSI
Colossi era stata evangelizzata da Epafra (cfr. Col 1,7), uno dei discepoli di Paolo mentre l’apostolo era a Efeso nel suo terzo viaggio missionario (53-58 d.C.). La comunità era composta in prevalenza da pagani convertiti con una minoranza di cristiani provenienti dal giudaismo.
L’ERESIA DI COLOSSI
Epafra visita Paolo durante la sua prigionia a Roma e lo informa della situazione della chiesa in Colossi. Assieme alle notizie positive (cfr. Col 1,4-8), Paolo viene a conoscenza di alcune problematiche o meglio la diffusione di una falsa dottrina che noi possiamo chiamare l’eresia di Colossi. Era una combinazione di pratiche pagane e giudaiche: una specie di sincretismo religioso di origine giudeo e pagano.
Elementi giudaici:
I giudei volevano introdurre la celebrazione delle feste tradizionali ebraiche, la pratica della circoncisione e la distinzione tra cibi puri e impuri,
Elementi pagani
I pagani avevano riesumato pratiche gnostiche con il riconoscimento e la venerazione di esseri intermedi tra Dio e il mondo a cui si attribuiva un ruolo esagerato provocando superstizione
Questo mix di elementi fece sviluppare una dottrina che gli distanziava dalle altre chiese: Si era quindi creato un gruppo di fedeli elitari che si consideravano superiori sostenendo che per la salvezza non bastava la fede in Gesù, ma era necessaria la mediazione di esseri intermedi raggiunti mediante una conoscenza segreto-mistica. Questa conoscenza era acquisibile solamente attraverso pratiche rituali concernenti l’astenersi da cibi, la circoncisione e l’osservanza di particolari feste. La preoccupazione dei Colossesi non era di natura legalista come lo era per i Galati, ma ascetica. Essi volevano infatti vivere radical mente il messaggio cristiano.
LA LETTERA DI PAOLO
Paolo, venuto a conoscenza di questa eresia si vede costretto a scrivere una lettera per rimettere quella comunità in linea con la sana dottrina. Paolo risponde alla problematica non mediante argomentazioni legge-grazia, ma confermando la fede in Cristo e non negli elementi del mondo. Vediamo in punti più importanti:
L’importanza di una chiesa unita dal punto di vista dottrinale e comunitaria
La distinzione tra Gesù-capo e fedeli-membra del corpo
Viene esposta la signoria cosmica di Gesù.
Paolo attacca la falsa dottrina mostrando che Cristo può colmare tutte le necessità dei credenti. Infatti in Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (cfr. Col 2,9).
La vera meta del cristiano è quella di giungere ad essere come Cristo (cfr. Col 3,12-17)
La fede cristiana deve radicarsi nella vita pratica: nella famiglia (cfr. Col 3,18-21), nel lavoro (cfr. Col 3,22-4,1), nella chiesa (cfr. Col 4,2-4) e nelle relazioni (cfr. Col 4,5-6)
Evitare la tendenza adottare una spiritualità che porta ad avere solamente uno stile di vita di sterile gnosticismo privo di buone opere e amore per il prossimo.
Gesù non è quindi una delle tante manifestazioni divine al pari di altri esseri intermedi. Al posto delle pratiche, i Colossesi sono invitati a non seguire gli elementi del mondo confermando che sono precetti umani ricoperti di sapienza, ma che in realtà servono solo per soddisfare la carne (cfr. Col 2,20-23). È l’invito a cercare le cose di lassù in quanto morti alle cose del mondo e risorti in Cristo (cfr. Col 3,1-4).
La lettera è destinata ai cristiani residenti in Roma, l’allora capitale dell’impero romano. Scritta verso la fine del 57 oppure nel 58 mentre. Paolo si trova a Corinto e si propone di andare a Gerusalemme a portare il frutto della colletta. La lettera fu scritta sotto dettatura da Terzo (cfr. Rm 16,22) e forse fatta recapitare a Roma da Febe, diaconessa della chiesa di Cencre (cfr. Rm 16,1). Rispetto a tutte le altre lettere la lettera ai romani presenta delle peculiarità specifiche. Vediamo quali:
È la lettera più lunga che Paolo scrisse
È indirizzata a una comunità non fondata da Paolo e neppure dai suoi collaboratori
Contiene una sintesi di tutto il pensiero paolino e dalla dottrina cristiana
Non sono presenti note polemiche, ma la speranza di poterla conoscere di persona
LA COMUNITÀ DI ROMA
Roma, la capitale dell’impero in quel tempo contava più di un milione di abitanti. La comunità di Roma, nonostante non fosse fondata da Paolo godeva già di grande importanza e di una struttura ben delineata ino ad essere considerata era la comunità più importante, dopo quella di Gerusalemme. Non si sa con esattezza come nacque la comunità di Roma, ma sappiamo che, che vide la presenza di Pietro a cui dovette la sua espansione. Nel 49 l’imperatore Claudio espulse tutti i giudei da Roma e gli Atti ci informano che tra questi vi erano dei cristiani (cfr. At 18,2). Quindi la piccola comunità rimase formata solo da cristiani provenienti dal paganesimo. Più tardi, caduto in disuso tale decreto imperiale, i giudei fecero ritorno nella capitale e incontrarono una comunità cresciuta. Paolo, cosciente della presenza di due gruppi di cristiani, scriverà tale lettera cercando di prevenire ciò che successe nelle chiese dell’Asia, cioè il rischio di imporre la legge mosaica ai nuovi cristiani. Era una comunità varia formata da giudei, greci, latini, schiavi, liberti e uomini liberi tra cui gente patrizia, incluso alcuni della casa imperiale. Questo lo si deduce dai nomi citati nei saluti finali della lettera.
OCCASIONE DELLA LETTERA AI ROMANI
Essendo una comunità non fondata da lui, a differenza dalle altra non ha uno scopo pastorale, ma prova comunque una profonda stima e rispetto per questa comunità che spera di visitarla prima possibile. Chiede anche alla comunità un aiuto di coronale il sogno di evangelizzare in Spagna non trovando in Asia più nessun campo di azione. Non sappiamo se alla fine ci andrà in Spagna, il libro degli atti finisce con l’arrivo a Roma. Nella lettera ai romani troviamo la sintesi di tutta la sua dottrina specialmente problematica del rapporto legge e fede. Nelle comunità da lui fondate arrivarono i giudaizzanti a mettere confusione le comunità spingendole nell’obbligo di adottare le pratiche giudaiche. Paolo non sa se sono già arrivati i giudaizzanti, ma cerca di mettere le mani avanti e anticipare la sua dottrina in modo da evitare di essere ingannati.
CONTENUTO
Paolo esprime il cuore del vangelo: la salvezza è per opera di Gesù grazie alla fede. Il mondo è immerso nel peccato e le pratiche della religione/legge sono inutili e non cambiano il cuore dell’uomo. È necessaria una liberazione che l’uomo stesso da solo non può compiere. Questo avviene attraverso la fede, cioè una adesione totale alla persona di Gesù. Solamente questa fede nella morte e nella resurrezione di Gesù è capace di salvare tanto i pagani come i giudei. I cristiani hanno per questo ricevuto un nuovo Spirito, lo spirito di Cristo che ci rende figli e non più schiavi, ma liberi. In questa lettera troviamo il vangelo così come Paolo lo comprendeva: un vangelo che non dipende dall’osservanza di norme e regole, ma dalla fede in Gesù. Il vangelo diventa così forza di Dio per la salvezza, una fede che esige sottomissione a Gesù come Signore e un’apertura allo Spirito. Questo era difficile sia per i pagani sia per i giudei in quanto esigeva una conversione radicale: accogliere la gratuità della salvezza ad opera di Dio e non per le nostre opere.
STRUTTURA
Introduzione: 1,1-17
a) Sezione dottrinale:
1- L’umanità senza Gesù: 1,18-3,20
• il mondo pagano sotto il dominio del peccato: 1,18-32
• i giudei malgrado la legge e la circoncisione: 2,1-3,20
2- La salvezza per la fede in Gesù: 3,21-5,21
• la salvezza per tutti ad opera di Gesù: 3,21-31
• l’esempio di Abramo: cap. 4
• la salvezza per l’obbedienza e la morte di Gesù: cap. 5
• Cristo ci libera dalla morte e dal peccato: cap. 6
• Cristo ci libera dalla legge: cap. 7
• vita nuova nello Spirito: cap. 8
3- La salvezza di Israele: cap. 9-11
b) Sezione esortativa – la vita cristiana: 12,1-15,13
• La vita fraterna come risposta al dono della salvezza: cap. 12-13
• Comprensione per i deboli: 14,1-15,13
Conclusione:
• Epilogo: 15,14-32
• Raccomandazioni e saluti: 16,1-24
• Dossologia finale: 16,25-27
NOTE CARATTERISTICHE
Le colpe dei pagani: Non avere riconosciuto Dio nella creazione, l’idolatria e la condotta morale perversa
Le colpe dei giudei: La presunzione e giudicare i pagani commettendo gli stessi peccati
Tutti hanno peccato, ma la salvezza è data per grazia mediante la legge della fede in Cristo
La legge viene confermata perché la grazia realizza pienamente la finalità della legge
Già in Abramo troviamo le basi per la giustificazione mediante la fede
La fede di Abramo è un modello per il discepolo di Cristo
La nuova vita in Cristo porta pace, nelle tribolazioni pazienza e speranza
Adamo ha inquinato l’umanità di peccato. Gesù il nuovo Adamo, porta la salvezza
Il credente aderisce nel battesimo alla sua morte e resurrezione e cammina in una nuova vita
La grazia non dà la scusa di peccare, ma dà la forza per camminare nella giustizia
Cristo libera dalla schiavitù della legge mediante lo spirito che da dominio sulla carnalità
Lo spirito rende il credente figlio di Dio, eredi delle sue sofferenze e dalla sua gloria
La natura attenda la gloria dei figli di Dio
Lo spirito ci viene in aiuto alla nostre debolezze, lui sa cosa chiedere a Dio
Dio Padre ci ha conosciuto e amato da sempre e ci vuole conformi al Figlio
Non c’è nulla che può separarci dall’amore di Dio
Gli Israeliti, nonostante fossero eredi della promessa non hanno accolto il Messia
In Osea si parla di un “resto” (i pagani) come eredi delle promesse di Dio
I pagani hanno raggiunto la giustizia con la fede mentre gli ebrei non l’hanno trovata con la legge.
Con il cuore si crede per avere giustizia, con la bocca si fa professione di fede per la salvezza
Dio suscita la gelosia di Israele con la conversione dei pagani che ereditano le promesse
Dio non ripudia il suo popolo, un ”resto” di Israeliti ha accolto Cristo
L’incredulità d’Israele ha favorito i pagani, ma loro non si devono insuperbire davanti ai giudei
Quando verrà la pienezza dei gentili anche Israele verrà salvato
Lasciarsi trasformare da Dio per discernere il bene, il male e la sua volontà
Umiltà, disponibilità nelle buone opere secondo i propri doni, carità verso tutti.
Rispettare le leggi e le gli autorità civili perché essi sono volute da Dio
La carità come compimento della legge, rimanere puri, vigilanti e lontani dal peccato
Libertà di coscienza, rispettando tutti, senza giudizi che portano a liti o scandalo
La carità di Cristo verso Dio e l’uomo sia un esempio per tutti
Progetti: Andare a Gerusalemme per consegnare i soldi della colletta; Andare in Spagna passando da Roma
La lettera è indirizzata alle chiese della Galazia, cioè alle comunità presenti nell’Asia Minore, l’attuale nord-ovest della Turchia. Gli abitanti erano discendenti di immigrati giunti dalla Gallia verso il III secolo a.C. La regione era al tempo di Paolo sotto l’autorità romana. La popolazione era distribuita in piccoli centri dediti specialmente all’agricoltura e alla pastorizia e solo in minima parte al commercio ad esso connesso; di conseguenza la popolazione era di bassa cultura.
PAOLO EVANGELIZZA LA GALAZIA
La Galazia venne evangelizzata da Paolo durante il suo secondo viaggio verso l’anno 50: colpito da una malattia venne curato da quella gente (cfr. Gal 4,13-15). Paolo rimarrà grato alle premure che gli mostrarono.
L’ARRIVO DEI GIUDAIZZANTI
Dopo la partenza di Paolo l’arrivo di cristiani giudaizzanti nemici dell’apostolo, da loro considerato eretico perché contrario all’obbligo della circoncisione, trassero dalla loro parte la comunità mettendola contro lo stesso Paolo. Essi turbarono la vita della comunità usando una presunta autorità in quanto provenienti dalla terra di Gesù e come discepoli della prima ora. Paolo quindi venne accusato di aver ingannato i Galati e che la sua predicazione non corrispondeva a quella di Gesù essendo quest’ultimo un ebreo praticante. Per di più Paolo non faceva parte dei dodici e non era stato un discepolo della prima ora. Non aveva quindi autorità e garanzia necessarie per l’ortodossia della dottrina. Paolo ai loro occhi era un ambizioso che si era ingiustamente appropriato dell’autorità di apostolo indebitamente. Non restava altro che rifiutare Paolo e la sua dottrina. La comunità, composta da gente semplice, si lasciò ingannare facilmente da queste nuove voci con conseguenti divisioni e disorientamenti.
OCCASIONE DELLA LETTERA AI GALATI
Paolo addolorato dall’allontanamento dei Galati dalla retta via e forte dalla decisione del concilio di Gerusalemme dove si stabilì la piena autorità di Paolo come apostolo, scrisse la lettera ai Galati con un duplice scopo:
DIFENDERE LA SUA AUTORITÀ COME APOSTOLO:
Per fare questo Paolo rivendica il suo diritto ad essere apostolo in quanto gli altri apostoli affermano che la sua dottrina non è modellata per piacere agli uomini (cfr. Gal 1,10-12). Costretto ad una apologia personale circa la sua missione ricevuta direttamente da Gesù, ricorda come le colonne della chiesa riconobbero in lui un dono autentico di apostolo e la missione specifica per i pagani. Lo scontro con Pietro ad Antiochia, qui ricordato (cfr. Gal 2,11-14), dimostra come Paolo fosse considerato una vera figura autorevole fino ad arrivare a correggere persino Pietro.
DIFENDERE LA DOTTRINA DELLA GIUSTIFICAZIONE
Paolo per smontare la tesi dei giudaizzanti ricorre citando Abramo e la promessa a lui fatta: Abramo ricevette giustificazione per la fede e non grazie alla circoncisione. La legge è un pedagogo, figurata da Agar, in contrapposizione con la nuova alleanza figurata da Sara. Il cristiano è ormai libero e figlio e quindi erede in virtù della promessa; per questo Paolo esorta i cristiani a mantenere la libertà acquistataci da Gesù e a camminare secondo lo Spirito che gli è stato donato. Il centro di questa vita morale è la carità e non i desideri o gli istinti. Gesù ha abolito le pratiche giudaiche, che non hanno più valore, perché all’economia della legge è subentrata una totalmente nuova, quella dello Spirito.
STRUTTURA
Introduzione: 1,1-10
Struttura
1- Origine divina della sua autorità: 1,11-2,21
2- Salvezza mediante la fede e confronto tra legge e fede: 3,1-5,12
3- Morale cristiana come libertà e amore:
• chiamata alla libertà come servizio all’amore: 5,13-15
• camminare secondo lo Spirito: 5,16-26
• vita comunitaria: 6,1-6
• invito alla perseveranza e alla responsabilità: 6,7-10
Conclusione: 6,11-18
NOTE CARATTERISTICHE
Paolo sgrida i galati per essere passato a un altro vangelo. Esiste un solo vero Vangelo
Paolo racconta come è diventato apostolo per vocazione di Dio partendo dal giudaismo
Paolo apostolo degli incirconcisi in accordo con la chiesa di Gerusalemme
La salvezza per mezzo della fede, seguendo l’esempio di Abramo. Le opere della legge non ti rende giusto davanti a Dio.
Dio fece grazia ad Abramo e alla sua discendenza (Cristo) mediante la promessa
La legge è stata data per dare consapevolezza di peccato affinché si cercasse la grazia mediate la fede in Gesù Cristo
La fede in Cristo annulla ogni tipo di discriminazione, sociale, etnica e sessuale
Cristo è venuto per riscattarci dalla legge di cui eravamo schiavi, ora siamo figli suoi
Lettura allegorica dei figli di Abramo, uno da Agar (carne/legge) e un da Sara (promessa\libertà)
Il cristiano non è schiavo della legge, ma è libero secondo la guida dello spirito
Le opere della carne si oppongono alle opere dello spirito
Filippi era una città composta da latini e da rappresentanti del popolo originario greco macedone. Probabilmente la comunità giudea era poco numerosa dato che non possedeva una sinagoga e celebrava le proprie funzioni religiose in una casa di preghiera vicino al fiume Gagites a due chilometri dalla città. Filippi continuava ad essere una città importante, anche se in decadenza, grazie alla sua posizione geografica di collegamento tra il mar Egeo e l’Adriatico lungo la via Egnatia.
L’ARRIVO DI PAOLO
Paolo si trova a Listria, in Cilicia, vorrebbe muoversi verso la Bitinia, ma lo Spirito glielo impediva. Fu guidato da Esso, mediante un sogno notturno a dirigersi verso la Macedonia. Filippi fa parte delle prime città visitate in quella regione. Ma proprio lì, il libro degli atti 16 racconta un episodio particolare. A Filippi c’era un numero esiguo di giudei, non sufficienti per fondare una sinagoga, ma i pochi che c’erano si riunivano vicino al fiume per pregare. Paolo si recò lì e conosce una donna ebrea che accettò la predicazione di Paolo e si convertì. Lei si propone di ospitare Paolo a casa sua, ma in quella città era presente un chiava che aveva uno spirito di divinazione. Si tratta di una capacità di origine demoniaca di prevedere il futuro e veniva usata dai sui padroni per ottenere dei guadagni. Lei iniziò ad infastidire Paolo, che spazientito fece di fatto un esorcismo e liberò la schiava dallo spirito di divinazione. Subito sorsero delle difficoltà e Paolo fu accusato di introdurre costumi non romani. I giudici, impressionati dalla rivolta popolare, arrestarono Paolo e i suoi compagni, li fustigarono e poi li misero in carcere. In carcere Paolo e i sui compagni con le ferite e le catene ai piedi cantarono inni al Signore. Avvenne un terremoto talmente forte da fare cadere le catene ed aprire le porte. Il carceriere sapendo che se fosse fuggito anche solo un prigioniero rischiava la morte e stava già per suicidarsi, ma Paolo assicurò che nessuno era fuggito. Il carceriere fu colpito da questa testimonianza e si convertì. Ospitò Paolo in casa sua, si prese cura di lui e tutta la sua famiglia si convertì. Il giorno dopo i giudici vennero a conoscenza che Paolo e i suoi erano cittadini romani, si spaventarono perché avendoli fustigati e messi in carcere senza regolare processo rischiavano una pesante sanzione. li rimisero in libertà con tanto di scuse e la richiesta di lasciare la città.
LA COMUNITÀ CRISTIANA A FILIPPI
Fu la prima comunità cristiana fondata in Europa. Lidia sarà la prima discepola, una ricca commerciante di porpora, credente in Dio, che metterà a disposizione di Paolo la sua casa tale da diventare la chiesa domestica della città (cfr. At 16,12-15). La presenza degli evangelizzatori in Filippi non sembra essere stata di lunga durata Quindi Paolo e Sila si trasferirono a Tessalonica. Più tardi Paolo passò due volte per Filippi durante il terzo viaggio missionario (cfr. At 20,1.3).
OCCASIONE DELLA LETTERA
Nonostante la brevità della permanenza in Filippi, Paolo ebbe per i cristiani di questa città un grande affetto. Nella sua lettera si rivolge a loro con particolare affetto (cfr. Fil 1,7-8; 4,1; 4,10). La lettera ai Filippesi è la più affettuosa di tutte quelle che Paolo scrisse. Dopo la lettera a Filemone, è la più personale. L’occasione è data per ringraziare i Filippesi del loro donativo, un aiuto economico indirizzato a Paolo mentre è in carcere mediante Epafrodito.
CONTENUTO
È una lettera in cui Paolo esprime la sua gratitudine e nello stesso tempo informa la comunità sulla sua situazione ed esorta i cristiani a perseverare nell’unità e nell’impegno. Nella lettera è contenuto un antichissimo inno cristologico cantato nelle chiese di Asia (cfr. Fil 2,6-11). L’inno canta la preesistenza di Cristo come Dio, il suo spogliamento totale dall’incarnazione alla morte umiliante in croce, la sua glorificazione e la signoria universale seguita alla resurrezione.
STRUTTURA
• indirizzo, ringraziamento e preghiera: 1,1-11
• situazione di Paolo in prigione: 1,12-26
• esortazione a vivere in unità e umiltà: 1,27-2,18
• progetti apostolici: 2,19-30
• avvertimenti contro i giudaizzanti ed esempio di Paolo: 3,1-4,1
• esortazione alla concordia: 4,2-9
• ringraziamento per il dono ricevuto: 4,10-20
• saluto finale: 4,21-23
NOTE CARATTERISTICHE
Cristo dona anche la grazia per soffrire per lui per mantenere salda la fede
La prigionia di Paolo hanno portato anche a un progresso nel vangelo
L’umiltà e la carità di Cristo come modello del cristiano
Risplendere come luci nel mondo tenebroso
Paolo vuole inviare a loro Timoteo ed Epafrodìto
La vera via della salvezza è la fede in Cristo e non nell’osservanza della legge
Avere l’ambizione di raggiungere un livello sempre più alto di santità
La cittadinanza del cristiano è nei cieli
Paolo esorta la pace tra tutti i membri della comunità
Queste due lettere indirizzate ai cristiani di Corinto furono scritte da Paolo mentre soggiorna a Efeso durante il suo terzo viaggio missionario. Un problema occupa la sua mente: cosa vuol dire essere salvati da Gesù? Egli approfondisce quindi il ruolo di Cristo nella storia della salvezza e la necessità della fede per la salvezza. Temi che ricorreranno anche nelle altre lettere scritte sempre da Efeso: ai Galati, ai Filippesi e nelle lettera scritta da Corinto ai Romani, sempre nello stesso periodo che va probabilmente dal 57 al 58.
LA CITTÀ DI CORINTO
Corinto era la capitale della provincia romana dell’Acaia. Situata su un incrocio commerciale, era diventata ben presto un ricco porto commerciale. Fondata attorno all’anno 800 a.C. dal popolo dei Dori, conobbe nell’età classica un grande splendore. Distrutta dai Romani, venne ricostruita nel 44 a.C. per ordine di Cesare. La sua posizione a cavallo dei due mari, Egeo e Ionio, la fece rifiorire avendo due porti. Città cosmopolita, era considerata come città dotta e gaudente. Vi era infatti presente il tempio dedicato alla dea Afrodite, Venere per i Romani, a cui ruotava attorno il commercio della prostituzione sacra con migliaia di prostitute sacre consacrate alla dea. “Corintenare” era diventato sinonimo di lassismo morale. Da questo si può capire il tono e la presenza di certi temi nelle lettere di Paolo indirizzate ai Corinzi. Era una città altamente popolata: si calcola una presenza di 600 000 abitanti di cui 400 000 schiavi. Una città super affollata in cui dilagava la corruzione e l’indifferenza. Questa era la situazione di Corinto prima che arrivasse Paolo, un città pagana che viveva nel peccato, nell’idolatria e nell’immoralità.
L’ARRIVO DI PAOLO
Siano nell’anno 50 quando Paolo giunge a Corinto dopo la delusione di Atene. Scoraggiato, una visione lo incoraggia a continuare nell’opera di evangelizzazione (cfr. At 18,9-10) e predica nella sinagoga accolto da Aquila e Priscilla che erano dello stesso mestiere: tessitori di tende (cfr. At 18,3). Un lavoro che permise a Paolo di mantenersi e vi rimane per un anno e mezzo (cfr. 1Cor 4,12; 9,3-18). Rifiutato dai giudei, si ritira presso un certo Tizio Giusto e fonda una comunità numerosa e vivace, ricca di carismi (cfr. At 18,6-11). Essa era composta per lo più da cristiani provenienti soprattutto dal paganesimo, di umili origini con qualche intellettuale greco.
STORIA DELLE LETTERE SCHEMATIZZATA
Quelle che noi conosciamo come la prima e la seconda lettera ai Corinzi non sono in realtà le uniche lettere, sappiamo attraverso gli scritti di Paolo e dagli atti che ci sono in realtà altre due lettere che sono andate perse, vediamo quindi la successione degli eventi in maniera schematizzata per comprendere meglio la successione degli eventi e collocare meglio le lettere che abbiamo nel giusto contesto.
Note caratteristiche prima lettera ai corinzi:
Contiene risposte per i casi di immoralità avvenute nella comunità di Corinto
Paolo insegna di risolvere le controversie all’interno delle comunità e non nei tribunali
Regole per celibato e matrimonio: i coniugi si dedicato reciprocamente senza divorziare
Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito e il marito non ripudi la moglie. (1Cor 7,10-11)
Divieto di mangiare nel banchetti dei templi pagani. Si a quelle carni vendute al mercato purché non scandalizza nessuno.
Paolo esorta a non cedere nel peccato come fecero gli ebrei che caddero nell’idolatria
Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere. (1Cor 10,13)
Comportamento nelle assemblee: Velo per le donne e condotta caritatevole nei pasti comunitari.
Paolo parla dei doni carismatici che provengono tutti dallo Spirito Santo
Inno alla Carità: È magnanima e buona, non si vanta, non invidia, non tiene rancore, non manca di rispetto. La via più sublime
Risposta a chi non crede alla resurrezione dei morti. Il messaggio del kerygma è parte del discorso.
Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. (1Cor 15,42-44)
Note caratteristiche seconda lettera ai corinzi:
Le tensioni tra Paolo e alcuni membri della comunità
Invito al perdono di un membro punito dalla comunità
Paolo difende la sua autorità di apostolo contro i suoi avversari
Vivere nella fede in una prospettiva di gloria futura. Dio dona lo Spirito Santo con garanzia
Cristo è morto affinché in tutti i credenti muoiano il loro l’egoismo, rinascendo come nuova creatura
La condizione dei ministri di Dio, apparentemente deboli, ma realmente forti nello spirito.
Tenersi lontani dalle pratiche pagani inconciliabili con la fede in Cristo
Non lasciatevi legare al giogo estraneo dei non credenti. Quale rapporto infatti può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra luce e tenebre? (2Cor 6,14)
La tristezza secondo Dio porta al pentimento. Quella secondo il mondo porta alla morte
La colletta per Gerusalemme. Dimostrazione di generosità ed uguaglianza
Chi dona in modo spontaneo e gioioso apre la porte all’esperienza dall’amore di Dio
E come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest’opera generosa. (2Cor 8,7)
L’evangelizzazione è come una battaglia dove le armi spirituali sono dati da Dio
L’autorità apostolica è data per edificare la comunità con dolcezza e mitezza. I richiami e i rimproveri per scritto.
La potenza e la grazia di Dio si manifestano pianamente nella debolezza umana
Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. (2Cor 12,9)
Paolo sa pazientare come un padre, ma anche intervenire con fermezza quando è necessario
Le due lettere ai Tessalonicesi, oltre ad essere le prime lettere scritte da Paolo, sono pure i primi scritti del Nuovo Testamento. Di conseguenza il loro valore è molto grande in quanto raccontano i primi passi e le prime preoccupazioni della chiesa nascente in un ambiente pagano.
Tessalonica, oppure Salonicco, è stata fondata dal re Cassandro, uno dei successori di Alessandro Magno nel 315 a.C. (alcune fonti indicano il 319 a.C.). Conquistata nel 168 a.C. dai Romani, ricevette la sua autonomia come città libera nel 42. Il suo nome risale al nome della moglie del suo fondatore, Tessaloniké. Era governata da un consiglio di capi (cfr. At 17,5-8) eletti dall’assemblea del popolo. Era costruita su rilievi montuosi come un teatro greco lungo la via Egnatia, che congiungeva Roma con l’oriente passando per il Bosforo, nella Macedonia, al nord dell’attuale Grecia. Data la sua importanza geografica si sviluppò come un grande centro commerciale e culturale tale da diventare una città cosmopolita. Gli Atti ci segnalano la presenza di una fiorente comunità giudaica con la propria sinagoga e una vita religiosa pagana fiorente (cfr. At 17,1; 1Ts 2,14-16). Infatti ai Macedoni originari si erano aggregati Greci, Giudei, Romani e orientali. Al cosmopolitismo della città corrispondeva la molteplicità delle religioni. Le divinità greche-romane convivevano senza problemi con quelle locali indigene. È da notare che il culto di Bacco proveniva proprio dalla Macedonia. Questa era la situazione della città prima dell’arrivo di Paolo.
L’ARRIVO DI PAOLO
Paolo giunse a Tessalonica durante il suo secondo viaggio missionario (49-52) assieme a Sila. Obbligato a fuggire da Filippi (cfr. 1Ts 2,2; At 16,39-40), giunge a Tessalonica nel 50. Secondo la sua consuetudine si rivolge principalmente ai giudei nella sinagoga (cfr. At 17,1) ottenendo un buon successo (cfr. At 17,4). I giudei ingelositi insorgono traendo dalla loro parte il popolo costringendo Paolo e Sila a fuggire dalla città (cfr. At 17,5-10). Secondo gli Atti Paolo poté predicare nella sinagoga solo tre sabati (At 17,2). Però dalle lettere sembra che forse la sua presenza nella città sia stata più lunga. Tra coloro che aderirono al messaggio di Paolo figurano Giudei, alcuni Greci credenti in Dio, alcune donne della nobiltà e un certo Giasone, uomo conosciuto, di cui i capi della città accolgono una cauzione per la liberazione sua e dei fratelli presi dai giudei ingelositi e contrari al messaggio cristiano (cfr. At 17,9). In Tessalonica Paolo si dedicò al lavoro per il proprio mantenimento (cfr. 1Ts 2,9) e alla forma zione della comunità abbastanza numerosa formata in gran parte da pagani convertiti (cfr. 1Ts 1,9-10). La preoccupazione della perseveranza nella prova dei nuovi fratelli sarà uno dei motivi che spingerà Paolo a scrivere le due lettere che possediamo. È in Tessalonica che Paolo è accusato di perturbare l’ordine del mondo e dalle lettere possiamo intravedere le varie difficoltà e incomprensioni che i cristiani di Tessalonica dovettero affrontare.
Lasciando Tessalonica, Paolo si dirige a Berea e poi ad Atene. Inquieto a causa del persistere delle persecuzioni contro i cristiani di Tessalonica (cfr. 1Ts 2,14-15; 3,3-4), Paolo invia Timoteo per avere loro notizie e animarli nella fede (cfr. 1Ts 3,2-5). È in Corinto quando Timoteo ritorna dalla sua missione e informa Paolo della situazione in Tessalonica. È allora che Paolo decide di scrivere ai cristiani di Tessalonica. In Atti 18,12 si fa menzione di Gallione come proconsole durante la permanenza di Paolo in Corinto; questo ci permette di datare la prima lettera: attorno all’anno 51.
Contenuto:
La lettera in questione rivela la reazione di Paolo alla relazione di Timoteo circa la situazione della giovane comunità cristiana di Tessalonica. Dai dati ricavati dallo scritto di Paolo, la relazione di Timoteo contiene due serie di dati. In primo luogo dati positivi riguardanti la vita dei cristiani di Tessalonica come la fede, la speranza e l’amore che prosegue e accresce anche di fronte alle prove e alle difficoltà (cfr. 1Ts 1,3; 3,6-8). Sono cristiani modello per tutti i credenti delle vicine regioni (cfr. 1Ts 1,7-8). Tuttavia la comunità si domanda circa il momento della parusia di Cristo (cfr. 1Ts 5,1) e della sorte riservata ai fratelli morti prima del giorno della seconda venuta (cfr. 1Ts 4,13). Anche alcune dottrine erronee sono causa di deviazioni morali ed alcuni membri sono dominati dalla tristezza, da inquietudine ed oziosità (cfr. 1Ts 4,3.11-12; 5,14).
Scopo:
La lettera ha una doppia finalità. È prima di tutto espressione di gratitudine e di incoraggiamento che occupa i primi tre capitoli in cui Paolo si congratula per la fecondità dell’o pera di evangelizzazione compiuta a Tessalonica e incoraggia i fedeli a rafforzarsi nella fede in mezzo alle persecuzioni. Poi corregge le deviazioni presenti nella comunità, risponde alle inquietudini occorse per la morte di alcuni fratelli e per la ardente attesa della parusia (cfr. 1Ts 4,13-5,10) ed esorta la comunità ad una revisione di vita circa il lassismo morale (cfr. 1Ts 4,1-8), l’amore fra terno (cfr. 1Ts 4,9-10) e l’ozio (cfr. 1Ts 4,11-12).
Struttura:
Introduzione: 1,1-2
1- Azione di grazie: cap. 1-3
• per l’esperienza dei Tessalonicesi: 1,3-10; 2,13-16
• per l’esperienza degli apostoli: 2,1-12; 2,17-3,8
Preghiera: 3,11-13
2- Esortazione circa la vita cristiana: cap. 4-5
• santità e amore fraterno: 4,1-12
• speranza circa i defunti: 4,13-18
• vigilanza: 5,1-11
• esigenza della vita comunitaria: 5,12-22
Conclusione: 5,23-28
LA SECONDA LETTERA AI TESSALONICESI
Occasione della lettera:
I Tessalonicesi ben presto si lasciarono intorpidire circa lo zelo per la vita cristiana speculando su ciò che Paolo aveva scritto nella sua precedente lettera circa la sorte dei cristiani morti e l’attesa della seconda venuta di Gesù. Paolo dovette scrivere una seconda lettera per porre f ine alle speculazioni dei Tessalonicesi. Le due lettere sono somiglianti circa il contenuto e ciò fa pensare che non fosse passato molto tempo dalla prima lettera, forse solo pochi mesi. Si è ancora nell’anno 51 dove Paolo scrive da Corinto.
Contenuto:
Nella prima lettera Paolo aveva affermato che la venuta della parusia sarebbe stata improvvisa, senza preavviso (cfr. 1Ts 5,1-3), mentre nella seconda fornisce molti segni premonitori (cfr. 2 Ts 2,3-12). Sono due posizioni che si completano a vicenda e suggeriscono l’idea della necessità da parte di Paolo di chiarire il suo pensiero circa la parusia ai cristiani ossessionati da tale tema. Infatti era presente una psicosi della parusia imminente tale da costringere alcuni fratelli a non più lavorare. Tale credenza era poi favorita da una lettera di Paolo fatta circolare nella comunità come autentica. Paolo, pur continuando ad elogiare i Tessalonicesi, li invita a riprendere tranquillamente il lavoro e le occupazioni con slancio e perseveranza.
Scopo:
In questa lettera si riprendono essenzialmente i fini della precedente, ma con una accen tuazione maggiore circa il tema della parusia. Paolo risponde alle domande di alcuni cri stiani preoccupati del tardare della venuta del Signore che essi pensavano imminente e di altri, che, convinti dell’imminenza, vivevano oziosamente creando disordini nella comunità
Struttura:
• saluti e rendimento di grazie: 1,1-4
• i cristiani e gli oppositori: 1,5-12
• i cristiani e il futuro: 2,1-3,5
• i cristiani e il lavoro presente: 3,6-15
• conclusione: 3,16-18
NOTE CARATTERISTICHE DI ENTRAMBE LE LETTERE
Paolo scrive le due lettere per assicurarsi che questa comunità sia perseverante nella prova.
Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Cristo Gesù che sono in Giudea, perché anche voi avete sofferto le stesse cose da parte dei vostri connazionali, come loro da parte dei Giudei. Costoro hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, hanno perseguitato noi, non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini. (1Tess 2,14-15)
Così noi possiamo gloriarci di voi nelle Chiese di Dio, per la vostra perseveranza e la vostra fede in tutte le vostre persecuzioni e tribolazioni che sopportate. (2Tess 1,4)
Paolo ribadisce la sua gratitudine e la stima nei loro confronti.
Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere 3e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. (1Tess 1,2)
Dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli, come è giusto, perché la vostra fede fa grandi progressi e l’amore di ciascuno di voi verso gli altri va crescendo. (2Tess 1,3)
Contengono esortazioni e insegnamenti che un buon cristiano si deve attenere.
Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, 4che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio (1Tess 4,4-5)
Affronta la tematica della parusia anche per correggere dottrine erronee.
Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. (2Tess 2,3-4)
Indicazioni sulla condotta della vita comunitaria.
Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti. (1Tess 5,14)
Paolo proclama il mistero che Dio gli ha rivelato: l’avvento del suo Regno personificato in Gesù crocifisso, morto e risorto. Secondo gli Atti, il Regno è anche il tema essenziale della predicazione dei primi evangelizzatori. Paolo, all’inizio, parla di entrare nel Regno di Dio (cfr. At 14,22). A Efeso parla con grande sicurezza a proposito del Regno di Dio (cfr. At 19,8). Sviluppando il suo messaggio sulla morte e la risurrezione di Cristo, sull’azione dello Spirito nel cuore dei credenti, è proprio il Regno di Dio che egli annuncia, il suo intervento potente nella storia dell’umanità per condurla al suo compimento attraverso Gesù immagine del Dio invisibile, per mezzo del quale tutto è stato fatto e abbiamo ottenuto la riconciliazione (cfr. Col 1,3-22). La sua predicazione è anzitutto il “kerygma” apostolico (cfr. At 2,22), proclamazione di Cristo crocifisso e risorto secondo le Scritture (cfr. 1Cor 2,2; 15,3-4; Gal 3,1). Paolo è solidale con le tradizioni apostoliche (cfr. 1Cor 11,23-25; 15,3-7), alle quali deve certamente molto, ma la predicazione assume un’apertura universalistica basandosi sulla salvezza del Cristo ottenuta per la fede (cfr. Ef 2,14-18).
L’AREA DOVE PREDICA
Paolo proclama il vangelo nelle piccole comunità, non copre una vasta area geografica, ignora l’immensità del continente asiatico anche se all’epoca, era ben conosciuto. Non si occupa dell’Africa, così importante in quel tempo per l’Impero romano. Si dirige solo verso l’Occidente e non abbandona il centro dell’Impero.
I PAGANI ENTRANO NEL REGNO
Gli Atti lo descrivono mostrando semplicemente l’accoglienza del vangelo da parte delle popolazioni non-giudaiche. Il piano di Dio affidato a Israele, è ora rivolto a tutte le nazioni. È un grande sconvolgimento nella storia della salvezza di cui Paolo è il testimone e l’agente. La speranza portata da Cristo è per tutti, senza discriminazione. Fino a quel periodo storico nel mondo ebraico era inconcepibile, perché erano solo loro il popolo eletto e solo loro dovevano avere il privilegio del regno. È in questa ottica che Paolo agisce moltiplicando le comunità dei credenti i quali vivono la nuova vita del Regno. Tutto ciò testimonia che anche i pagani sono salvati per mezzo della fede in Gesù. Essi non sono piccoli gruppi dispersi, ma la loro vitalità testimonia che Dio sta compiendo la sua opera, che la parola della fede è aperta a tutti, che la salvezza non è riservata solo a una categoria (cfr. At 14,27).
LE SUE COMPETENZE LINGUISTICHE E CULTURALI
Paolo pur essendo semita ha anche una buona cultura greca, ricevuta forse fin dall’infanzia a Tarso, arricchita dai ripetuti contatti con il mondo greco-romano, e questo influsso si riflette nel suo modo di pensare come nella lingua e nello stile. All’occorrenza cita autori classici (cfr. 1Cor 15,33; Tt 1,12; At 17,28) e conosce sicuramente la filosofia popolare a base di stoicismo, dalla quale attinge alcune nozioni o alcune formule (cfr. Rm 11,36; 1Cor 8,6; Ef 4,6). Maneggia correttamente il greco come una seconda lingua materna (cfr. At 21,40) e con pochi semitismi. È il greco del suo tempo, “koinè”. Salvo rare eccezioni (cfr. Fm 19), egli detta secondo l’usanza abituale degli antichi, limitandosi a scrivere il saluto finale (cfr. 2 Ts 3,17; Gal 6,11; 1Cor 16,21; Col 4,18); e, se più di un brano sembra frutto di una redazione lungamente meditata (per esempio Col 1,15-20), molti altri danno l’impressione di un primo getto spontaneo e senza ritocchi.
Dopo aver fondato ciascuna comunità Paolo non l’abbandonava a se stessa, ma si teneva in costante contatto, preoccupato che la comunità continuasse il suo cammino cristiano. Manteneva rapporti con le comunità tramite visite personali o di suoi collaboratori come Timoteo e Tito (a Corinto e Tessalonica) e aveva cura pastorale delle comunità attraverso le lettere. Egli manteneva la guida spirituale delle comunità che non mancavano di informarlo sulla situazione e di chiedergli soluzioni e consigli per i loro problemi. Alcune frasi nelle epistole di S. Paolo fanno capire che nelle comunità paoline esisteva un “ordinamento” atto a regolarne e assicurarne la vita religiosa organizzato su fondamento soprannaturale, sul quale la Chiesa stessa sa di essere fondata, sul suo Signore che la dirige per mezzo del suo Spirito:
“È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,11-13).
MEMBRI CON COMPITI SPECIALI
Ad alcuni membri della comunità vengono assegnati compiti speciali perché chiamati dallo Spirito Santo, di cui sono gli strumenti assunti al servizio del loro Signore per assolvere il loro compito nella comunità, come sta scritto:
Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,4-7).
I VESCOVI O GLI ANZIANI
“Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto” (At 14,23).
ai quali vengono assegnati determinati compiti, come per esempio quello di curare l’assistenza dei poveri o di dirigere il culto; spetta loro il diritto di dare disposizioni alle quali altri membri della comunità, per espressa dichiarazione di Paolo, debbono sottomettersi:
“Vi preghiamo poi, fratelli, di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro” (1Ts 5,12-13a).
La stessa vocazione può presumersi per gli anziani della comunità di Efeso, dei quali Paolo dice che lo Spirito Santo li ha costituiti vescovi per reggere la Chiesa di Dio come pastori per il loro gregge:
“Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue” (At 20,28).
I DIACONI
Nel preambolo dell’epistola ai Filippesi, accanto ai vescovi sono nominati i diaconi come investiti di particolari servizi nella comunità:
“Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Fil 1,1-2).
Tutte le funzioni erano legate alle locali comunità. Infatti anziani, diaconi, non passano come Paolo e i suoi più stretti collaboratori di città in città, di provincia in provincia, ma assolvono i loro compiti nel quadro di una determinata comunità, da dove possono svolgere un’ulteriore attività missionaria nelle vicinanze. Vi erano poi i doni carismatici, specialmente la profezia e la glossolalia, conferiti direttamente dallo Spirito Santo, che ad ognuno li distribuisce come vuole; non legati necessariamente ad una determinata persona. Intervengono alle adunanze cultuali ma non sono né custodi né garanti dell’ordinamento.
Paolo è destinatario di una potente rivelazione che lo trasforma da persecutore ad annunciatore del vangelo. Non per sua scelta ha ricevuto quella rivelazione, ma è stato un dono di Dio e la missione di proclamare il vangelo ai pagani. Lui afferma infatti, di essere “apostolo per volontà di Dio” (cfr. 2 Cor 1,1), e “chiamato ad essere apostolo per vocazione” (cfr. Rm 1,1; 1Cor 1,1). Quindi tutto quanto dice o fa non viene dalla propria iniziativa e tanto meno dal proprio arbitrio, bensì da una precisa volontà e disposizione di Dio. Egli è apostolo perché a Damasco fu conquistato, illuminato e inviato, mentre credeva di avere ben altro “incarico” divino. Nell’annuncio privato e pubblico che va facendo, predica il Cristo e il vangelo che prima perseguitava (cfr. At 9,4.5; 22,4.7.8; 26,14.15), e va fondando Chiese di città in città mentre, precedentemente, cercava di devastare quelle della terra d’Israele con tutte le forze che aveva (cfr. Gal 1,13). Paolo dunque è chiamato a comunicare un messaggio non suo, a gente che non avrebbe mai scelto come suo uditorio, e lo è però ormai in modo definitivo e invincibile (cfr. Rm 8,35.37-39). Comunicatore per vocazione, si può dire che lui si identificò con il messaggio che portava (cfr. Gal 2,20). Il compito della sua vita, infatti, lo ha visto nella proclamazione del vangelo, termine che ricorre spesso nelle sue lettere. Infatti, dichiara che è stato inviato da Cristo non a battezzare, ma a proclamare il vangelo (cfr. 1Cor 1,17). Il suo compito primario al quale si sentiva chiamato era la predicazione. Paolo sapeva di essere “prescelto per annunciare il vangelo di Dio” (cfr. Rm 1,1). In tale modo, nel proclamare la buona novella, viene messo in risalto l’ufficio che gli è toccato, il ministero che segna la sua vita (cfr. Fil 1,12-26). Guardando la vita di Paolo e leggendo le sue lettere siamo portati a riconoscere l’esistenza di un dono speciale dello Spirito, un carisma per l’evangelizzazione. È evidente che Paolo ha ricevuto un dono che lo rende capace di portare il vangelo con dinamismo al di là dei confini del giudaismo.
I CONTESTI IN CUI PREDICAVA:
La Sinagoga
Uno dei luoghi principali della predicazione e dell’insegnamento di Paolo era senza dubbio la sinagoga. Per ben 8 volte possiamo leggere negli Atti che Paolo parlava nella sinagoga (cfr. At 13,5.14; 14,1; 17,10.17;18,4.19; 19,8) e il capitolo 17 ci rivela chiaramente che questo “era sua consuetudine” (cfr. At 17,2). Al di là del fatto che Paolo andava in sinagoga per predicare ai suoi consanguinei, la sinagoga era per lui un luogo famigliare, luogo dell’insegna mento e della rivelazione del Dio d’Israele, essendo stato “fariseo quanto alla legge” (cfr. Fil 3,5), cresciuto e formato alla scuola di Gamaliele (cfr. At 22,3). Sempre da Luca sappiamo che Paolo affittava o prestava per due anni la sala della Scuola di un certo Tiranno a Efeso (cfr. At 19,9).
In contesto lavorativo o in casa con gli amici
Altri luoghi usati da Paolo erano sicuramente il suo luogo di lavoro e case di amici o persone che essendo stati toccati dal messaggio del vangelo prestavano ospitalità (cfr. At 17,5; At 20,20; 1Cor 16,19-20; Fm 2; Rm 6,5.33). Il radunarsi nelle case non aveva soltanto lo scopo di evitare scontri con oppositori nei luoghi pubblici, ma soprattutto per favorire la comunione tra i membri della comunità e così la crescita della Chiesa. In questo senso la casa privata non è soltanto luogo della missione di Paolo, ma diventa anche strumento di essa. Oltre la casa privata anche i viaggi di Paolo sono uno strumento fondamentale della sua missione.
In strada
Nella piazza del mercato, perché tali forme di predicazione erano conosciute in quanto molto diffuse nel mondo greco-romano. Non solo molti dei primi cristiani oltre a Paolo, ma anche predicatori itineranti dell’Ellenismo e fedeli della sinagoga giudaica si servivano di questo tipo di propaganda o diffusione. Anche se Paolo approfittava di ogni occasione per predicare il vangelo (cfr. 2 Tm 4,2), si pensa che l’apostolo solo raramente abbia usato le piazze per tale scopo.
CARATTERISTICHE DELLA SUA PREDICAZIONE
Qui sotto alcune caratteristiche del suo stile di predicazione co un esempio e un commento.
• La predicazione semplice e centrata sulla persona di Gesù
Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. (1Corinzi 2,1-5)
Questo atteggiamento dimostra come la fede non si sia diffusa a causa di un linguaggio persuasivo o manipolatorio, ma parlando semplicemente ed umilmente di Gesù Cristo, del suo sacrifico sulla croce, la manifestazione della potenza dello Spirito Santo attraverso miracoli e prodigi, che è stata una conferma che quello che predicava Paolo corrispondeva a verità.
• Il valore della predicazione
Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. (Romani 10,17)
Paolo ritiene la predicazione un elemento importante perché permette di tramettere la fede, in senso di fiducia in Gesù e nel suo messaggio.
• la centralità della fede
Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. (Romani 5,1)
Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? (Galati 3,2)
In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto (Efesini 1,7-9)
Per essere dei veri credenti, per essere santi, per ottenere salvezza e giustificazione, la fede è assolutamente il punto centrale. Paolo dice questo in contrasto con la predicazione di giudaizzanti che sostengono che per ottenere salvezza bisogna anche rispettare le norme rituali dell’antico testamento. Questa visione viene bocciata dalla chiesa sostenendo la linea di Paolo.
• l’amore ardente per il vangelo e l’evangelizzato
Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io (1corinzi 9,19-23).
Paolo spiega come sia importante per lui diffondere il vangelo e per poterlo fare si abbassa, si rende umile per adattarsi alla mentalità del suo interlocutore perché possa accendere un empatia tale da favorire l’ascolto del vangelo. Senza questa empatia la predicazione non è efficacie, sono solo parole buttate al vento.
• Il lavoro per l’unità della Chiesa
Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. (1corinzi 12,13)
Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. (1corinzi 12,26-27)
In una società dove i popoli e gli status sociali erano ben distinti e diffidenti tra di loro, Paolo non vuole che si creino tante piccole chiese raggruppate in base ai diversi popoli o status sociali, ma nonostante la provenienza degli individui, si sviluppi una Chiesa unita, in quanto questo è quello che fa lo Spirito Santo, tutti uniti senza discriminazioni o diffidenze. Questa unità non è però uniformità, al contrario come in ogni corpo sano ci sono molte membra e molte funzioni molto diverse tra loro, ma tutte ugualmente necessarie al corpo. Paolo coerentemente con il suo pensiero e in linea con la Chiesa integra le sue comunità in comunione con le altre comunità fondate dagli apostoli e dagli altri missionari itineranti.
La più grande difficoltà di Paolo saranno i suoi connazionali, cioè i giudei. Nella Lettera ai Romani chiarisce bene il primo punto, nei capitoli 9-11. In questi capitoli Paolo affronta il tema della vocazione del popolo ebraico fatta da Dio e pertanto irrevocabile:
“Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le pro messe, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne…” (Rm 9,4-5).
Tutti questi titoli di gloria, però, contrastano con una realtà drammatica, costantemente presente a Paolo: il popolo eletto ha rifiutato il Messia e la sua giustizia, cercando di stabilire una propria giustizia basata sulle opere della legge.
Paolo ha avuto anche molti problemi persone che si dichiaravano convertite al cristianesimo, ma continuavano ad avere uno stile religioso simile ai farisei. ovvero la persistenza di quella corrente religiosa che afferma la necessità della circoncisione e dell’osservanza della legge mosaica per potersi salvare. Quando nasce la Chiesa, il primo gruppo continua fedelmente l’osservanza della legge e a frequentare il tempio. Continuano a fare ciò che Gesù faceva: essere dei buoni giudei. Ancora non avevano compreso che in Gesù la legge era stata superata. Infatti essi predicavano Gesù risorto come adempimento delle promesse, ma non avevano colto il decadimento della legge. La salvezza è opera della grazia di Cristo mediante la fede e non viene dall’osservanza della legge. Il problema si pone quando il vangelo viene predicato fuori dall’ambiente giudaico. I pagani che si convertono alla fede cristiana devono sottostare anche alla legge mosaica, in particolare accettare la circoncisione? Possiamo riassumere tre posizioni:
Erano coloro per i quali la circoncisione e l’osservanza della legge di Mosè è una condizione necessaria per la salvezza dell’uomo sia pagano o giudeo. È la tendenza dei farisei-cristiani ricordata in At 15,5. Paolo arriva a chiamarli “falsi fratelli”.
I GIUDAIZZANTI MODERATI
Erano coloro che conservano un profondo rispetto per la legge di Mosè e considerano la circoncisione come normale per coloro che provengono dall’ambiente giudaico. Però sono disposti ad ammettere che tale rito non è da imporre ai pagani. Questo implica la non necessità della circoncisione per la salvezza. Questa era la posizione di Giacomo, il fratello del Signore (cfr. At 15 e 21,21-26).
I LIBERALI
Rappresentati da Paolo, sono coloro che, pur essendo essenzialmente d’accordo con Giacomo, considerano il problema della circoncisione superato perché in Cristo non c’è né giudeo né greco (cfr. Gal 3,28). La legge mosaica appartiene al passato, in quanto era solo figura della pienezza che doveva venire con Gesù. Pertanto i nuovi convertiti non devono più sottostare alla circoncisione e a tutte le altre pratiche religiose giudaiche.
Ora la predicazione di Paolo, basata sulla fede in Gesù che ci giustifica non in base alle nostre opere ma per la grazia di Dio, rendeva incompatibili la grazia e la legge mosaica come vie di salvezza; una doveva necessariamente escludere l’altra. È con il primo concilio di Gerusalemme che la Chiesa definitivamente si riconoscerà come la Chiesa per tutto il mondo. Ciò che le compete ora è quello di porre in pratica questa nuova convinzione: portare il messaggio evangelico fino agli estremi confini del mondo. Capire l’esistenza di queste tre correnti nella mondo cristiano del iniziale è importante per comprendere il contesto storico nel quale le epistole di Paolo furono scritte. Paolo ha purtroppo a che fare spesso con i giudaizzanti più radicali che si aggirano nelle chiese del mondo greco da lui fondate per diffondere l’idea che per salvarsi bisogna anche rispettare la legge di Mosè, inoltre cercano di sminuire la figura di Paolo per mettersi loro come voce più autorevole. Paolo, nelle sue epistole elabora dei lunghi trattati teologici per poter dimostrare che la legge di Mosè è superata e la salvezza è data per grazie mediante la fede.
In questo articolo faremo un confronto con i 3 importanti sermoni dl libro degli atti per capire meglio come quale erano strutturati questi sermoni spiegati dai primi discepoli, coloro che hanno dato vita alla prima evangelizzazione. Analizzerò i discorsi presenti in: At 3,12-26; 7,1-53; 13,16-41.
Cercherò di far emergere i punti comuni e le divergenze più salienti, ma vediamo prima quali sono i elementi comuni.
Elementi comuni:
Ripercorre una parziale storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
Cita profezie dell’antico testamento che si riferiscono a Cristo
Annuncio del Kerygma
Colpevolizza i capi ebrei per la morte di Cristo in croce
Atti 3,12
Il primo discorso Pietro che con coraggio e franchezza annuncia che cristo è risorto dopo aver compito un miracolo nel suo nome. Il discorso viene interrotto dall’arrivo dei sacerdoti e le relative guardie per arrestarlo. Il discorso non risulta vano perché si uniscono alla Chiesa molte altre persone
Il discorso inizia a seguito di una guarigione miracolosa
Dopo aver annunciato il Kerygma dichiara che è stata la fede in Cristo a compiere il miracolo
Cita la profezia di Dt 18,15-19 inserendo anche Lv 23,29 in chiave cristologica.
Cita una profezia ripetuta più volte ( Gen 12,3; 22,18; 26,4.) per indicare che l’annuncio di Cristo sarà diretto prima di tutto agli ebrei per la benedizione per chi crederà.
Atti 7,1-53
Lungo discorso di Stefano, trascinato in tribunale con false accuse si difende annunciando che Gesù è il Messia e accusando i giudei di durezza di cuore come i loro padri.
Discorso di Stefano che viene arrestato e accusato ingiustamente
Stefano ripercorre tutta la storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
Giuseppe viene presentato come figura di Cristo, anche lui rifiutato dai fratelli, ma viene esaltato e benedetto da Dio, opera anche come strumento di salvezza per i suoi fratelli
Mosè viene presentato come figura di Cristo, anche opera prodigi e non viene accettato inizialmente subito come leader dal suo popolo, ma è un riferimento per la rinascita di Israele.
Israele ha avuto il privilegio di ricevere la legge e loro hanno tradito Dio con un idolo
Stefano cita Amos 5,25-27 per contestare il tempio come luogo esclusivo della presenza di Dio.
Enfatizza gli errori e le infedeltà di Israele durante tutta la sua storia
Continuano ad essere infedeli a Dio uccidendo Gesù
Atti 13,16-41
Sermone di Paolo ad Antiochia in Pisìdia nel suo primo viaggio missionario. Il discorso contiene diverse profezie adempiute che testimoniano la verità del messaggio evangelico.
Cristo è il compimento della promessa che Dio fece a Davide (2Sam 7-12-16)
Giovanni battista precursore di Cristo
Citando Sal 2,7 indica che il Messia, re d’Israele sarà figlio di Dio
Citando Is 55,3 indica il compimento delle promesse di Dio riguardo un regno stabile.
Citando Sal 16,10 indica come Dio non lascerà il Messia negli inferi a lungo
L’Aspetto fisico di Paolo. I suoi avversari dicevano che l’aspetto del suo corpo era debole e la sua parola disadorna (2 Corinzi 10,10). Questo fa supporre che fosse di bassa statura e che i suoi discorsi, come le sue lettere, erano privi della forma e dell’eleganza apprezzate nella retorica del mondo greco. Paolo fa soltanto un certo accenno ad una malattia (Galati 4,13-15) che pare sia stata una forma di oftalmia, molto comune nel Medio Oriente. La “spina nella carne” (dopo il rapimento al terzo cielo: 2 Corinzi 12,7), non era certamente una malattia: qualcuno la interpreta come le persecuzioni dei connazionali ebrei (2 Corinzi 11,26)
LA PERSONALITÀ DI PAOLO ATTRAVERSO I SUOI SCRITTI
Attraverso gli scritti si Paolo si può conosce non solo la dottrina della fede, ma anche la sua personalità che è stata plasmata nel tempo vivendo pienamente i comandamenti di Cristo. Se pensi che Paolo è partito da essere un violento persecutore dei cristiani, il cambiamento è notevole. Questa è anche una testimonianza di come l’essere cristiani col il tempo il nostro cuore viene plasmato per essere sempre più simili a Gesù. Vediamo alcuni versetti che fanno capire la personalità di Paolo:
Tenace e piaziente
Spesso in viaggio, in pericolo sui fiumi, in pericolo per i briganti, in pericolo da parte dei miei connazionali, in pericolo da parte degli stranieri, in pericolo nelle città, in pericolo nei deserti, in pericolo sul mare, in pericolo tra falsi fratelli (2Corinzi 11,26)
Coraggio
E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con quel coraggio con il quale devo parlare. (Efesini 6,19-20)
Umile e Premuroso
E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. (1Tessalonicesi 2,6-8)
Carattere Forte e caritatevole
Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. (2Timoteo 1,7)
Iniziamo a introdurre uno dei personaggi principali del nuovo testamento, autore delle epistole alle varie chiese da lui fondate. Partiamo dall’inizio:
CHI ERA?
Nato in Tarso nella Cilicia nel 10 d.C., ebreo e cittadino romano dalla nascita, fu educato secondo la setta dei farisei nella città di Gerusalemme alla scuola del famoso maestro Gamaliele, conoscitore del giudaismo della diaspora e della Giudea. Egli non fu testimone dei fatti pasquali e con molta probabilità non conobbe Gesù secondo la carne (cfr. 2 Cor 5,16); mai nei suoi scritti fa intendere che fosse stato un testimone diretto o comunque interessato.
PRIMA DELLA CONVERSIONE
Paolo condivide con i capi dei giudei il disprezzo per il messianismo proposto dai cristiani i quali proclamano come Messia Gesù di Nazareth. Egli non può accogliere la sua resurrezione e la sua esaltazione. Per di più non può tollerare le parole di Stefano che afferma l’inutilità del tempio e della legge mosaica. I cristiani diventano così un gruppo pericoloso da eliminare. Paolo diventa uno dei più attivi persecutori della Chiesa. Stefano sarà lapidato alla presenza di Paolo, approvandone l’operato. Convinto di compiere la volontà di Dio estirpando la nuova dottrina, insegue i cristiani anche in altre città, forte delle lettere del sommo sacerdote, al fine di essere autorizzato a condurre in catene uomini e donne seguaci della dottrina di Cristo che avesse trovati (cfr. At 9,1-2), per bloccarne l’espansione.
LA CONVERSIONE
Siamo nell’anno 36, Damasco era una quelle città dove Paolo si diresse per prendere i cristiani. Qui Paolo racconta 3 resoconti di quello che avvenne ( Atti 9,3-19; 22,6-16; 26,9-23 ). Paolo viaggia verso Damasco deciso a sterminare i cristiani là residenti, quando una luce lo avvolge e lo getta a terra e la voce di Gesù Nazareno lo sfida: “Perché mi perseguiti?” (cfr. At 9,4; 22,7; 26,14). Paolo è trasformato: le sue speranze giudaiche sono sbagliate e Gesù è il vero Messia. Paolo che aveva odiato la fede cristiana ne diventa suo difensore e annunciatore. Ora tutta la sua vita sarà dominata dal Cristo che gli è apparso sulla via di Damasco. La sua conversione avviene attorno all’anno 36. Questo è un caso dove Dio irrompe nella vita delle persone per cambiare radicalmente il cuore dell’uomo peccatore.
L’ARRIVO A DAMASCO
Paolo continua il cammino verso Damasco, accecato dalla luce, dove rimane tre giorni senza mangiare e bere (cfr. At 9,9). Sarà Anania ad essere inviato dal Signore affinché Paolo riacquisti la vista, sia pieno di Spirito Santo e riceva il battesimo. Il Signore rivela che sarà uno strumento eletto per portare il suo nome davanti ai popoli, ai re e ai figli di Israele e quanto dovrà soffrire per il suo nome (cfr. At 9,10-19). È in Damasco che comincia la sua vita cristiana, predicando coraggiosamente il nome di Gesù nelle sinagoghe per 3 anni (cfr. At 9,19b-25). Costretto a fuggire da Damasco a seguito di una violenta persecuzione da parte dei giudei, Paolo passerà undici anni in Cilicia, a Tarso, probabilmente come un cristiano sconosciuto, dove Barnaba andrà a prenderlo (cfr. At 11,25).
LA CHIAMATA COME MISSIONARIO INSIEME A BARNABA
Anno 45/45. Dopo anni di studi e preparazione spirituale, Paolo insieme a Barnaba vengono scelti dalla chiesa di Antiochia durante il culto come missionari. Affidati alla grazia del Signore e scelti dallo Spirito Santo (cfr. At 14,26; 15,40) mediante l’imposizione delle mani, i due prescelti vengono inviati in missione: È il primo viaggio missionario di Paolo. Con l’imposizione delle mani si invoca la grazia di Dio sui due missionari e contemporaneamente si conferma la presenza dello Spirito in questa missione.
IL PRIMO VIAGGIO
Essi si dirigono a Cipro, luogo di origine di Barnaba e qui cominciano la loro evangelizzazione nelle sinagoghe dei giudei. Secondo Luca, egli incomincia a portare il nome greco Paolo a preferenza di quello ebreo Saulo. Si spostarono in Panfilia ad Antiochia di Pisidia dove fecero un discorso nella sinagoga trovano molti giudei interessati. Predicarono il sabato seguente in presenza anche di molti pagani, in questo caso i giudei presi dall’invidia cercarono di contrastare i missionari. Da qui che Paolo inizia a predicare ai pagani. I giudei scatenarono un violenta persecuzione contro i missionari che furono costretti a scappare.
IL RITORNO AD ANTIOCHIA
Al loro rientro ad Antiochia di Siria, non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. Ma a motivo dell’esperienza ad Antiochia di Pisidia, Paolo maturò l’idea che anche i pagani potessero entrare nelle Chiesa senza prima giudaizzarsi, quindi senza circoncisione e legge di Mosè. Proprio questa convinzione troverà ad Antiochia difficoltà da parte dei giudei provenienti dalla Giudea, sostenitori della necessità che anche i pagani si debbano sottomettere alla legge mosaica.
IL CONCILIO DI GERUSALEMME
La discussione fortemente animata portò alla decisione di andare a Gerusalemme nell’anno 49 per discuterne la questione dagli apostoli e dagli anziani. Così nacque il primo concilio della Chiesa, il concilio di Gerusalemme che ebbe una importanza capi tale (cfr. At 15,2-6). La soluzione confermò l’operato di Paolo e di Barnaba mediante le parole di Pietro e di Giacomo (cfr. At 15,7-35). Il concilio di Gerusalemme segna una tappa importante nella vita della prima Chiesa: la salvezza è per la grazia di Gesù e Dio ha reso testimonianza in favore dei pagani concedendo a loro lo Spirito Santo come ai giudeo-cristiani purificandone i cuori con la fede; Dio non ha fatto nessuna discriminazione tra i giudei e i pagani.
IL SECONDO E IL TERZO VIAGGIO
Intraprende altri 2 viaggi missionari negli anni 49-52 e 53-58 tra Asia minore e Grecia, evangelizzando e fondando numerose nuove comunità cristiane a Corinto, Efeso, Filippi, Tessalonica, in Macedonia, in Galizia.. Subendo anche molte persecuzioni sia dai pagani che dai giudei e difendendosi anche dai giudaizzanti che pur reputandosi cristiani, contestano la sua autorità di apostolo. Aiuta ad organizzare anche una colletta per aiutare la chiesa di Gerusalemme.
L’ARRESTO A GERUSALEMME
Nell’anno 58 Paolo si trova a Gerusalemme per partecipare a una festività, quando scoppia una violenta disputa con i giudei. Come da prassi viene arrestato dai romani per flagellarlo e capire che cosa hanno contro di loro. Ma Paolo ha la cittadinanza romana e non possono ricorrere a questo metodo. Viene preso in custodia. I giudei pensano a un piano per farlo fuori: Chiedere ai romani di riportarlo per fargli ulteriori domande, ma cogliere l’occasione per ucciderlo. I romani scoprono il piano e lo scortano a Cesarea Marittima.
LA CUSTODIA A CESAREA MARITTIMA
Viene tenuto prigioniero, anche se con una certa libertà a Cesarea, i giudei vengono spesso per accusarlo e sperare di poterlo condannare. Ma secondo il diritto romano non ci sono basi giuridiche solide per poterlo fare. Alla fine Paolo si appella a Cesare e viene inviato a Roma.
IL RITORNO ALLA CASA DEL PADRE
Intraprende un lungo viaggio sotto scorta, viene coinvolto in un tempesta nel mediterraneo e finisce a Malta, dove anche lì trova l’occasione per testimoniare e predire il vangelo. Arriva a Roma nel 61 e rimane 2 anni. Viene assolta e rilasciato. Da qui il libro degli atti non da più informazioni sulla sua vita. Si ipotizza un’altro viaggio in Spagna. Viene nuovamente arrestato a riportato a Roma dove questa volta viene condannato e martirizzato nel 67.
Negli articoli successivi approfondiremo i viaggi di Paolo, il suo pensiero e le sue epistole.
Il libro degli Atti degli apostoli racconta i primi anni di vita della Chiesa (dal 33 al 61 d.C.). Dai primi capitoli degli Atti si nota come i primi discepoli di Gesù fossero tutti giudei: gli Apostoli, Maria, madre di Gesù (cfr. At 1,12-14; 2,1-4). Così i primi che aderirono al primo gruppo dei discepoli erano tutti giudei o per nascita o per adesione alla religione giudaica accettandone la circoncisione e quindi divenendo membri del popolo eletto (cfr. At 2,14-15). Era perciò naturale continuare a praticare la religione giudaica (cfr. At 2,46; 3,1). Questo però portò a forti contrasti tra il cristianesimo nascente e il giudaismo tradizionale circa il riconoscimento di Gesù come Messia: se Gesù non era stato accolto, non potevano essere accolti i suoi seguaci. Luca ci racconta il processo di questo conflitto.
IL CRISTIANESIMO: SETTA GIUDAICA
Nel giudaismo vi erano gruppi diversi, chiamati “sette”. Accanto ai farisei e ai sadducei che rappresentavano la fede tradizionale e ufficiale, pur con delle differenze tra di loro (cfr. At 23,6-9), vi erano gli esseni, una specie di gruppo ascetico-monastico, che vivevano in Qumran, sulle rive del Mar Morto, una vita ritirata, dediti alla preghiera e allo studio della Scrittura. Essi rifiutavano il calendario liturgico ufficiale e non frequentavano il tempio, in polemica con i sacerdoti mettendo il dubbio la loro legittimità. Aspettavano la venuta di un Messia e con essa l’era escatologica. Vi era pure un gran numero di movimenti battisti che si caratterizzavano per l’importanza che davano al battesimo e alla conversione morale in un clima di attesa escatologica.
I discepoli cristiani apparirono in primo tempo come una delle tante sette, la setta dei nazareni (cfr. At 24,5; 24,14; 28,22). Questa setta appare come aberrante: venera un certo Gesù, considerato il Messia promesso, condannato a morte dai capi giudei e che dichiara essere risorto e sedere alla destra del Padre; predica e agisce nel suo nome; continua a frequentare il tempio e a praticare la legge giudaica. Essa rispetta le autorità religiose, ma è pronta anche a confrontarsi con esse, ha per capi gente popolana, senza istruzione e non nella linea sacerdotale. È facile comprendere la perplessità delle autorità religiose (cfr. At 4,13-17; 5,34-39).
Bisogna riconoscere che se pur il gruppo dei nazareni vive nel seno del giudaismo, alcune sue posizioni appaiono in contraddizione. Per questo, Paolo perseguiterà la nuova setta rendendosi conto di tutto ciò che di rivoluzionario essa contiene.
I seguito la successione degli eventi descritti nel libro degli atti dove i religiosi del giudaismo si scontrano contro gli edepti della nuova fede:
• La prima persecuzione:
Pietro e Giovanni e la guarigione dello storpio (At 3,1-11);
Discorso di Pietro al tempio (At 3,12-26);
Pietro e Giovanni davanti al Sinedrio (At 4,1-22);
La preghiera degli apostoli (At 4,23-31).
• La seconda persecuzione:
Arresto e liberazione degli apostoli (At 5,17-21);
Gli apostoli davanti al Sinedrio (At 5,26-33.40).
• La terza persecuzione:
Arresto di Stefano (At 6,8-14);
Discorso e martirio di Stefano (At 7);
Persecuzione contro la Chiesa (At 8,1-3).
• La quarta persecuzione
Da parte del re Erode: Martirio di Giacomo (At 12,1-2);