IL PENSIERO DI PAOLO

LA PREDICAZIONE DI PAOLO

Paolo proclama il mistero che Dio gli ha rivelato: l’avvento del suo Regno personificato in Gesù crocifisso, morto e risorto. Secondo gli Atti, il Regno è anche il tema essenziale della predicazione dei primi evangelizzatori. Paolo, all’inizio, parla di entrare nel Regno di Dio (cfr. At 14,22). A Efeso parla con grande sicurezza a proposito del Regno di Dio (cfr. At 19,8). Sviluppando il suo messaggio sulla morte e la risurrezione di Cristo, sull’azione dello Spirito nel cuore dei credenti, è proprio il Regno di Dio che egli annuncia, il suo intervento potente nella storia dell’umanità per condurla al suo compimento attraverso Gesù immagine del Dio invisibile, per mezzo del quale tutto è stato fatto e abbiamo ottenuto la riconciliazione (cfr. Col 1,3-22). La sua predicazione è anzitutto il “kerygma” apostolico (cfr. At 2,22), proclamazione di Cristo crocifisso e risorto secondo le Scritture (cfr. 1Cor 2,2; 15,3-4; Gal 3,1). Paolo è solidale con le tradizioni apostoliche (cfr. 1Cor 11,23-25; 15,3-7), alle quali deve certamente molto, ma la predicazione assume un’apertura universalistica basandosi sulla salvezza del Cristo ottenuta per la fede (cfr. Ef 2,14-18). 

L’AREA DOVE PREDICA

Paolo proclama il vangelo nelle piccole comunità, non copre una vasta area geografica, ignora l’immensità del continente asiatico anche se all’epoca, era ben conosciuto. Non si occupa dell’Africa, così importante in quel tempo per l’Impero romano. Si dirige solo verso l’Occidente e non abbandona il centro dell’Impero.

I PAGANI ENTRANO NEL REGNO

Gli Atti lo descrivono mostrando semplicemente l’accoglienza del vangelo da parte delle popolazioni non-giudaiche. Il piano di Dio affidato a Israele, è ora rivolto a tutte le nazioni. È un grande sconvolgimento nella storia della salvezza di cui Paolo è il testimone e l’agente. La speranza portata da Cristo è per tutti, senza discriminazione. Fino a quel periodo storico nel mondo ebraico era inconcepibile, perché erano solo loro il popolo eletto e solo loro dovevano avere il privilegio del regno. È in questa ottica che Paolo agisce moltiplicando le comunità dei credenti i quali vivono la nuova vita del Regno. Tutto ciò testimonia che anche i pagani sono salvati per mezzo della fede in Gesù. Essi non sono piccoli gruppi dispersi, ma la loro vitalità testimonia che Dio sta compiendo la sua opera, che la parola della fede è aperta a tutti, che la salvezza non è riservata solo a una categoria (cfr. At 14,27).

LE SUE COMPETENZE LINGUISTICHE E CULTURALI

 Paolo pur essendo semita ha anche una buona cultura greca, ricevuta forse fin dall’infanzia a Tarso, arricchita dai ripetuti contatti con il mondo greco-romano, e questo influsso si riflette nel suo modo di pensare come nella lingua e nello stile. All’occorrenza cita autori classici (cfr. 1Cor 15,33; Tt 1,12; At 17,28) e conosce sicuramente la filosofia popolare a base di stoicismo, dalla quale attinge alcune nozioni o alcune formule (cfr. Rm 11,36; 1Cor 8,6; Ef 4,6). Maneggia correttamente il greco come una seconda lingua materna (cfr. At 21,40) e con pochi semitismi. È il greco del suo tempo, “koinè”. Salvo rare eccezioni (cfr. Fm 19), egli detta secondo l’usanza abituale degli antichi, limitandosi a scrivere il saluto finale (cfr. 2 Ts 3,17; Gal 6,11; 1Cor 16,21; Col 4,18); e, se più di un brano sembra frutto di una redazione lungamente meditata (per esempio Col 1,15-20), molti altri danno l’impressione di un primo getto spontaneo e senza ritocchi.

L’ORGANIZZAZIONE DELLE COMUNITÀ PAOLINE

PAOLO COME CAPO DELLE COMUNITÀ CHE HA FONDATO

Dopo aver fondato ciascuna comunità Paolo non l’abbandonava a se stessa, ma si teneva in costante contatto, preoccupato che la comunità continuasse il suo cammino cristiano. Manteneva rapporti con le comunità tramite visite personali o di suoi collaboratori come Timoteo e Tito (a Corinto e Tessalonica) e aveva cura pastorale delle comunità attraverso le lettere. Egli manteneva la guida spirituale delle comunità che non mancavano di informarlo sulla situazione e di chiedergli soluzioni e consigli per i loro problemi. Alcune frasi nelle epistole di S. Paolo fanno capire che nelle comunità paoline esisteva un “ordinamento” atto a regolarne e assicurarne la vita religiosa organizzato su fondamento soprannaturale, sul quale la Chiesa stessa sa di essere fondata, sul suo Signore che la dirige per mezzo del suo Spirito:

“È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,11-13).

MEMBRI CON COMPITI SPECIALI

Ad alcuni membri della comunità vengono assegnati compiti speciali perché chiamati dallo Spirito Santo, di cui sono gli strumenti assunti al servizio del loro Signore per assolvere il loro compito nella comunità, come sta scritto:

Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,4-7).

I VESCOVI O GLI ANZIANI

“Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto” (At 14,23).

ai quali vengono assegnati determinati compiti, come per esempio quello di curare l’assistenza dei poveri o di dirigere il culto; spetta loro il diritto di dare disposizioni alle quali altri membri della comunità, per espressa dichiarazione di Paolo, debbono sottomettersi:

“Vi preghiamo poi, fratelli, di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro” (1Ts 5,12-13a).

 La stessa vocazione può presumersi per gli anziani della comunità di Efeso, dei quali Paolo dice che lo Spirito Santo li ha costituiti vescovi per reggere la Chiesa di Dio come pastori per il loro gregge:

“Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue” (At 20,28).

I DIACONI

Nel preambolo dell’epistola ai Filippesi, accanto ai vescovi sono nominati i diaconi come investiti di particolari servizi nella comunità:

“Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Fil 1,1-2).

Tutte le funzioni erano legate alle locali comunità. Infatti anziani, diaconi, non passano come Paolo e i suoi più stretti collaboratori di città in città, di provincia in provincia, ma assolvono i loro compiti nel quadro di una determinata comunità, da dove possono svolgere un’ulteriore attività missionaria nelle vicinanze. Vi erano poi i doni carismatici, specialmente la profezia e la glossolalia, conferiti direttamente dallo Spirito Santo, che ad ognuno li distribuisce come vuole; non legati necessariamente ad una determinata persona. Intervengono alle adunanze cultuali ma non sono né custodi né garanti dell’ordinamento.

PAOLO L’EVANGELIZZATORE

Paolo è destinatario di una potente rivelazione che lo trasforma da persecutore ad annunciatore del vangelo. Non per sua scelta ha ricevuto quella rivelazione, ma è stato un dono di Dio e la missione di proclamare il vangelo ai pagani.  Lui afferma infatti, di essere “apostolo per volontà di Dio” (cfr. 2 Cor 1,1), e “chiamato ad essere apostolo per vocazione” (cfr. Rm 1,1; 1Cor 1,1). Quindi tutto quanto dice o fa non viene dalla propria iniziativa e tanto meno dal proprio arbitrio, bensì da una precisa volontà e disposizione di Dio. Egli è apostolo perché a Damasco fu conquistato, illuminato e inviato, mentre credeva di avere ben altro “incarico” divino. Nell’annuncio privato e pubblico che va facendo, predica il Cristo e il vangelo che prima perseguitava (cfr. At 9,4.5; 22,4.7.8; 26,14.15), e va fondando Chiese di città in città mentre, precedentemente, cercava di devastare quelle della terra d’Israele con tutte le forze che aveva (cfr. Gal 1,13). Paolo dunque è chiamato a comunicare un messaggio non suo, a gente che non avrebbe mai scelto come suo uditorio, e lo è però ormai in modo definitivo e invincibile (cfr. Rm 8,35.37-39). Comunicatore per vocazione, si può dire che lui si identificò con il messaggio che portava (cfr. Gal 2,20). Il compito della sua vita, infatti, lo ha visto nella proclamazione del vangelo, termine che ricorre spesso nelle sue lettere. Infatti, dichiara che è stato inviato da Cristo non a battezzare, ma a proclamare il vangelo (cfr. 1Cor 1,17). Il suo compito primario al quale si sentiva chiamato era la predicazione. Paolo sapeva di essere “prescelto per annunciare il vangelo di Dio” (cfr. Rm 1,1). In tale modo, nel proclamare la buona novella, viene messo in risalto l’ufficio che gli è toccato, il ministero che segna la sua vita (cfr. Fil 1,12-26). Guardando la vita di Paolo e leggendo le sue lettere siamo portati a riconoscere l’esistenza di un dono speciale dello Spirito, un carisma per l’evangelizzazione. È evidente che Paolo ha ricevuto un dono che lo rende capace di portare il vangelo con dinamismo al di là dei confini del giudaismo.

I CONTESTI IN CUI PREDICAVA:

  1.  La Sinagoga

Uno dei luoghi principali della predicazione e dell’insegnamento di Paolo era senza dubbio la sinagoga. Per ben 8 volte possiamo leggere negli Atti che Paolo parlava nella sinagoga (cfr. At 13,5.14; 14,1; 17,10.17;18,4.19; 19,8) e il capitolo 17 ci rivela chiaramente che questo “era sua consuetudine” (cfr. At 17,2). Al di là del fatto che Paolo andava in sinagoga per predicare ai suoi consanguinei, la sinagoga era per lui un luogo famigliare, luogo dell’insegna mento e della rivelazione del Dio d’Israele, essendo stato “fariseo quanto alla legge” (cfr. Fil 3,5), cresciuto e formato alla scuola di Gamaliele (cfr. At 22,3). Sempre da Luca sappiamo che Paolo affittava o prestava per due anni la sala della Scuola di un certo Tiranno a Efeso (cfr. At 19,9).

  • In contesto lavorativo o in casa con gli amici

Altri luoghi usati da Paolo erano sicuramente il suo luogo di lavoro e case di amici o persone che essendo stati toccati dal messaggio del vangelo prestavano ospitalità (cfr. At 17,5; At 20,20; 1Cor 16,19-20; Fm 2; Rm 6,5.33). Il radunarsi nelle case non aveva soltanto lo scopo di evitare scontri con oppositori nei luoghi pubblici, ma soprattutto per favorire la comunione tra i membri della comunità e così la crescita della Chiesa. In questo senso la casa privata non è soltanto luogo della missione di Paolo, ma diventa anche strumento di essa. Oltre la casa privata anche i viaggi di Paolo sono uno strumento fondamentale della sua missione.

  • In strada

Nella piazza del mercato, perché tali forme di predicazione erano conosciute in quanto molto diffuse nel mondo greco-romano. Non solo molti dei primi cristiani oltre a Paolo, ma anche predicatori itineranti dell’Ellenismo e fedeli della sinagoga giudaica si servivano di questo tipo di propaganda o diffusione. Anche se Paolo approfittava di ogni occasione per predicare il vangelo (cfr. 2 Tm 4,2), si pensa che l’apostolo solo raramente abbia usato le piazze per tale scopo.

CARATTERISTICHE DELLA SUA PREDICAZIONE

Qui sotto alcune caratteristiche del suo stile di predicazione co un esempio e un commento.

La predicazione semplice e centrata sulla persona di Gesù 

Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. (1Corinzi 2,1-5)

Questo atteggiamento dimostra come la fede non si sia diffusa a causa di un linguaggio persuasivo o manipolatorio, ma parlando semplicemente ed umilmente di Gesù Cristo, del suo sacrifico sulla croce, la manifestazione della potenza dello Spirito Santo attraverso miracoli e prodigi, che è stata una conferma che quello che predicava Paolo corrispondeva a verità.

Il valore della predicazione

Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. (Romani 10,17)

Paolo ritiene la predicazione un elemento importante perché permette di tramettere la fede, in senso di fiducia in Gesù e nel suo messaggio.

• la centralità della fede

Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. (Romani 5,1)

Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? (Galati 3,2)

In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto (Efesini 1,7-9)

Per essere dei veri credenti, per essere santi, per ottenere salvezza e giustificazione, la fede è assolutamente il punto centrale. Paolo dice questo in contrasto con la predicazione di giudaizzanti che sostengono che per ottenere salvezza bisogna anche rispettare le norme rituali dell’antico testamento. Questa visione viene bocciata dalla chiesa sostenendo la linea di Paolo.

• l’amore ardente per il vangelo e l’evangelizzato 

Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io (1corinzi 9,19-23).

Paolo spiega come sia importante per lui diffondere il vangelo e per poterlo fare si abbassa, si rende umile per adattarsi alla mentalità del suo interlocutore perché possa accendere un empatia tale da favorire l’ascolto del vangelo. Senza questa empatia la predicazione non è efficacie, sono solo parole buttate al vento.

• Il lavoro per l’unità della Chiesa

Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. (1corinzi 12,13)

Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. (1corinzi 12,26-27)

In una società dove i popoli e gli status sociali erano ben distinti e diffidenti tra di loro, Paolo non vuole che si creino tante piccole chiese raggruppate in base ai diversi popoli o status sociali, ma nonostante la provenienza degli individui, si sviluppi una Chiesa unita, in quanto questo è quello che fa lo Spirito Santo, tutti uniti senza discriminazioni o diffidenze. Questa unità non è però uniformità, al contrario come in ogni corpo sano ci sono molte membra e molte funzioni molto diverse tra loro, ma tutte ugualmente necessarie al corpo. Paolo coerentemente con il suo pensiero e in linea con la Chiesa integra le sue comunità in comunione con le altre comunità fondate dagli apostoli e dagli altri missionari itineranti.

PAOLO E I GIUDAIZZANTI

La più grande difficoltà di Paolo saranno i suoi connazionali, cioè i giudei. Nella Lettera ai Romani chiarisce bene il primo punto, nei capitoli 9-11. In questi capitoli Paolo affronta il tema della vocazione del popolo ebraico fatta da Dio e pertanto irrevocabile:

“Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le pro messe, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne…” (Rm 9,4-5).

Tutti questi titoli di gloria, però, contrastano con una realtà drammatica, costantemente presente a Paolo: il popolo eletto ha rifiutato il Messia e la sua giustizia, cercando di stabilire una propria giustizia basata sulle opere della legge.

Paolo ha avuto anche molti problemi persone che si dichiaravano convertite al cristianesimo, ma continuavano ad avere uno stile religioso simile ai farisei. ovvero la persistenza di quella corrente religiosa che afferma la necessità della circoncisione e dell’osservanza della legge mosaica per potersi salvare. Quando nasce la Chiesa, il primo gruppo continua fedelmente l’osservanza della legge e a frequentare il tempio. Continuano a fare ciò che Gesù faceva: essere dei buoni giudei. Ancora non avevano compreso che in Gesù la legge era stata superata. Infatti essi predicavano Gesù risorto come adempimento delle promesse, ma non avevano colto il decadimento della legge. La salvezza è opera della grazia di Cristo mediante la fede e non viene dall’osservanza della legge. Il problema si pone quando il vangelo viene predicato fuori dall’ambiente giudaico. I pagani che si convertono alla fede cristiana devono sottostare anche alla legge mosaica, in particolare accettare la circoncisione? Possiamo riassumere tre posizioni:

  1. I GIUDAIZZANTI ULTRA CONSERVATORI

Erano coloro per i quali la circoncisione e l’osservanza della legge di Mosè è una condizione necessaria per la salvezza dell’uomo sia pagano o giudeo. È la tendenza dei farisei-cristiani ricordata in At 15,5. Paolo arriva a chiamarli “falsi fratelli”.

  • I GIUDAIZZANTI MODERATI

Erano coloro che conservano un profondo rispetto per la legge di Mosè e considerano la circoncisione come normale per coloro che provengono dall’ambiente giudaico. Però sono disposti ad ammettere che tale rito non è da imporre ai pagani. Questo implica la non necessità della circoncisione per la salvezza. Questa era la posizione di Giacomo, il fratello del Signore (cfr. At 15 e 21,21-26).

  • I LIBERALI

Rappresentati da Paolo, sono coloro che, pur essendo essenzialmente d’accordo con Giacomo, considerano il problema della circoncisione superato perché in Cristo non c’è né giudeo né greco (cfr. Gal 3,28). La legge mosaica appartiene al passato, in quanto era solo figura della pienezza che doveva venire con Gesù. Pertanto i nuovi convertiti non devono più sottostare alla circoncisione e a tutte le altre pratiche religiose giudaiche.

Ora la predicazione di Paolo, basata sulla fede in Gesù che ci giustifica non in base alle nostre opere ma per la grazia di Dio, rendeva incompatibili la grazia e la legge mosaica come vie di salvezza; una doveva necessariamente escludere l’altra. È con il primo concilio di Gerusalemme che la Chiesa definitivamente si riconoscerà come la Chiesa per tutto il mondo. Ciò che le compete ora è quello di porre in pratica questa nuova convinzione: portare il messaggio evangelico fino agli estremi confini del mondo. Capire l’esistenza di queste tre correnti nella mondo cristiano del iniziale è importante per comprendere il contesto storico nel quale le epistole di Paolo furono scritte. Paolo ha purtroppo a che fare spesso con i giudaizzanti più radicali che si aggirano nelle chiese del mondo greco da lui fondate per diffondere l’idea che per salvarsi bisogna anche rispettare la legge di Mosè, inoltre cercano di sminuire la figura di Paolo per mettersi loro come voce più autorevole. Paolo, nelle sue epistole elabora dei lunghi trattati teologici per poter dimostrare che la legge di Mosè è superata e la salvezza è data per grazie mediante la fede.

SERMONI NEL LIBRO DEGLI ATTI

In questo articolo faremo un confronto con i 3 importanti sermoni dl libro degli atti per capire meglio come quale erano strutturati questi sermoni spiegati dai primi discepoli, coloro che hanno dato vita alla prima evangelizzazione. Analizzerò i discorsi presenti in: At 3,12-26; 7,1-53; 13,16-41.

Cercherò di  far emergere i punti comuni e le divergenze più salienti, ma vediamo prima quali sono i elementi comuni.

Elementi comuni:

  • Ripercorre una parziale storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
  • Cita profezie dell’antico testamento che si riferiscono a Cristo
  • Annuncio del Kerygma
  • Colpevolizza i capi ebrei per la morte di Cristo in croce

Atti 3,12

Il primo discorso Pietro che con coraggio e franchezza annuncia che cristo è risorto dopo aver compito un miracolo nel suo nome. Il discorso viene interrotto dall’arrivo dei sacerdoti e le relative guardie per arrestarlo. Il discorso non risulta vano perché si uniscono alla Chiesa molte altre persone

  • Il discorso inizia a seguito di una guarigione miracolosa
  • Dopo aver annunciato il Kerygma dichiara che è stata la fede in Cristo a compiere il miracolo
  • Cita la profezia di Dt 18,15-19 inserendo anche Lv 23,29 in chiave cristologica.
  • Cita una profezia ripetuta più volte ( Gen 12,3; 22,18; 26,4.) per indicare che l’annuncio di Cristo sarà diretto prima di tutto agli ebrei per la benedizione per chi crederà.

      Atti 7,1-53

Lungo discorso di Stefano, trascinato in tribunale con false accuse si difende annunciando che Gesù è il Messia e accusando i giudei di durezza di cuore come i loro padri.

  • Discorso di Stefano che viene arrestato e accusato ingiustamente
  • Stefano ripercorre tutta la storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
  • Giuseppe viene presentato come figura di Cristo, anche lui rifiutato dai fratelli, ma viene esaltato e benedetto da Dio, opera anche come strumento di salvezza per i suoi fratelli
  • Mosè viene presentato come figura di Cristo, anche  opera prodigi e non viene accettato inizialmente subito come leader dal suo popolo, ma è un riferimento per la rinascita di Israele.
  • Israele ha avuto il privilegio di  ricevere la legge e loro hanno tradito Dio con un idolo
  • Stefano cita Amos 5,25-27 per contestare il tempio come luogo esclusivo della presenza di Dio.
  • Enfatizza gli errori e le infedeltà di Israele durante tutta la sua storia
  • Continuano ad essere infedeli a Dio uccidendo Gesù

Atti 13,16-41

Sermone di Paolo ad Antiochia in Pisìdia nel suo primo viaggio missionario. Il discorso contiene diverse profezie adempiute che testimoniano la verità del messaggio evangelico.

  • Cristo è il compimento della promessa che Dio fece a Davide (2Sam 7-12-16)
  • Giovanni battista precursore di Cristo
  • Citando Sal 2,7 indica che il Messia, re d’Israele sarà figlio di Dio
  • Citando Is 55,3 indica il compimento delle promesse di Dio riguardo un regno stabile.
  • Citando Sal 16,10 indica come Dio non lascerà il Messia negli inferi a lungo

PAOLO DI TARSO – DESCRIZIONE

DESCRIZIONE GENERALE:

 L’Aspetto fisico di Paolo. I suoi avversari dicevano che l’aspetto del suo corpo era debole e la sua parola disadorna (2 Corinzi 10,10). Questo fa supporre che fosse di bassa statura e che i suoi discorsi, come le sue lettere, erano privi della forma e dell’eleganza apprezzate nella retorica del mondo greco. Paolo fa soltanto un certo accenno ad una malattia (Galati 4,13-15) che pare sia stata una forma di oftalmia, molto comune nel Medio Oriente. La “spina nella carne” (dopo il rapimento al terzo cielo: 2 Corinzi 12,7), non era certamente una malattia: qualcuno la interpreta come le persecuzioni dei connazionali ebrei (2 Corinzi 11,26) 


LA PERSONALITÀ DI PAOLO ATTRAVERSO I SUOI SCRITTI

Attraverso gli scritti si Paolo si può conosce non solo la dottrina della fede, ma anche la sua personalità che è stata plasmata nel tempo vivendo pienamente i comandamenti di Cristo. Se pensi che Paolo è partito da essere un violento persecutore dei cristiani, il cambiamento è notevole. Questa è anche una testimonianza di come l’essere cristiani col il tempo il nostro cuore viene plasmato per essere sempre più simili a Gesù. Vediamo alcuni versetti che fanno capire la personalità di Paolo:

Tenace e piaziente

Spesso in viaggio, in pericolo sui fiumi, in pericolo per i briganti, in pericolo da parte dei miei connazionali, in pericolo da parte degli stranieri, in pericolo nelle città, in pericolo nei deserti, in pericolo sul mare, in pericolo tra falsi fratelli (2Corinzi 11,26)

Coraggio

E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con quel coraggio con il quale devo parlare. (Efesini 6,19-20)

Umile e Premuroso

E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. (1Tessalonicesi 2,6-8)

Carattere Forte e caritatevole

Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. (2Timoteo 1,7)

PAOLO DI TARSO – BIOGRAFIA

Iniziamo a introdurre uno dei personaggi principali del nuovo testamento, autore delle epistole alle varie chiese da lui fondate. Partiamo dall’inizio:

CHI ERA?

Nato in Tarso nella Cilicia nel 10 d.C., ebreo e cittadino romano dalla nascita, fu educato secondo la setta dei farisei nella città di Gerusalemme alla scuola del famoso maestro Gamaliele, conoscitore del giudaismo della diaspora e della Giudea. Egli non fu testimone dei fatti pasquali e con molta probabilità non conobbe Gesù secondo la carne (cfr. 2 Cor 5,16); mai nei suoi scritti fa intendere che fosse stato un testimone diretto o comunque interessato.

PRIMA DELLA CONVERSIONE

Paolo condivide con i capi dei giudei il disprezzo per il messianismo proposto dai cristiani i quali proclamano come Messia Gesù di Nazareth. Egli non può accogliere la sua resurrezione e la sua esaltazione. Per di più non può tollerare le parole di Stefano che afferma l’inutilità del tempio e della legge mosaica. I cristiani diventano così un gruppo pericoloso da eliminare. Paolo diventa uno dei più attivi persecutori della Chiesa. Stefano sarà lapidato alla presenza di Paolo, approvandone l’operato. Convinto di compiere la volontà di Dio estirpando la nuova dottrina, insegue i cristiani anche in altre città, forte delle lettere del sommo sacerdote, al fine di essere autorizzato a condurre in catene uomini e donne seguaci della dottrina di Cristo che avesse trovati (cfr. At 9,1-2), per bloccarne l’espansione.

LA CONVERSIONE

Siamo nell’anno 36, Damasco era una quelle città dove Paolo si diresse per prendere i cristiani. Qui Paolo racconta 3 resoconti di quello che avvenne ( Atti 9,3-19; 22,6-16; 26,9-23 ). Paolo viaggia verso Damasco deciso a sterminare i cristiani là residenti, quando una luce lo avvolge e lo getta a terra e la voce di Gesù Nazareno lo sfida: “Perché mi perseguiti?” (cfr. At 9,4; 22,7; 26,14). Paolo è trasformato: le sue speranze giudaiche sono sbagliate e Gesù è il vero Messia. Paolo che aveva odiato la fede cristiana ne diventa suo difensore e annunciatore. Ora tutta la sua vita sarà dominata dal Cristo che gli è apparso sulla via di Damasco. La sua conversione avviene attorno all’anno 36. Questo è un caso dove Dio irrompe nella vita delle persone per cambiare radicalmente il cuore dell’uomo peccatore.

L’ARRIVO A DAMASCO

Paolo continua il cammino verso Damasco, accecato dalla luce, dove rimane tre giorni senza mangiare e bere (cfr. At 9,9). Sarà Anania ad essere inviato dal Signore affinché Paolo riacquisti la vista, sia pieno di Spirito Santo e riceva il battesimo. Il Signore rivela che sarà uno strumento eletto per portare il suo nome davanti ai popoli, ai re e ai figli di Israele e quanto dovrà soffrire per il suo nome (cfr. At 9,10-19). È in Damasco che comincia la sua vita cristiana, predicando coraggiosamente il nome di Gesù nelle sinagoghe per 3 anni (cfr. At 9,19b-25). Costretto a fuggire da Damasco a seguito di una violenta persecuzione da parte dei giudei, Paolo passerà undici anni in Cilicia, a Tarso, probabilmente come un cristiano sconosciuto, dove Barnaba andrà a prenderlo (cfr. At 11,25).

LA CHIAMATA COME MISSIONARIO INSIEME A BARNABA

Anno 45/45. Dopo anni di studi  e preparazione spirituale, Paolo insieme a Barnaba vengono scelti dalla chiesa di Antiochia  durante il culto come missionari. Affidati alla grazia del Signore e scelti dallo Spirito Santo (cfr. At 14,26; 15,40) mediante l’imposizione delle mani, i due prescelti vengono inviati in missione: È il primo viaggio missionario di Paolo. Con l’imposizione delle mani si invoca la grazia di Dio sui due missionari e contemporaneamente si conferma  la  presenza dello Spirito in questa missione.

IL PRIMO VIAGGIO

Essi si dirigono a Cipro, luogo di origine di Barnaba e qui cominciano la loro evangelizzazione nelle sinagoghe dei giudei. Secondo Luca, egli incomincia a portare il nome greco Paolo a preferenza di quello ebreo Saulo. Si spostarono in Panfilia ad Antiochia di Pisidia dove fecero un discorso nella sinagoga trovano molti giudei interessati. Predicarono il sabato seguente in presenza anche di molti pagani, in questo caso i giudei presi dall’invidia cercarono di contrastare i missionari. Da qui che Paolo inizia a predicare ai pagani. I giudei scatenarono un violenta persecuzione contro i missionari che furono costretti a scappare. 

IL RITORNO AD ANTIOCHIA

Al loro rientro ad Antiochia di Siria, non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. Ma a motivo dell’esperienza ad Antiochia di Pisidia, Paolo maturò l’idea che anche i pagani potessero entrare nelle Chiesa senza prima giudaizzarsi, quindi senza circoncisione e legge di Mosè. Proprio questa convinzione troverà ad Antiochia difficoltà da parte dei giudei provenienti dalla Giudea, sostenitori della necessità che anche i pagani si debbano sottomettere alla legge mosaica.

IL CONCILIO DI GERUSALEMME

La discussione fortemente animata portò alla decisione di andare a Gerusalemme nell’anno 49 per discuterne la questione dagli apostoli e dagli anziani. Così nacque il primo concilio della Chiesa, il concilio di Gerusalemme che ebbe una importanza capi tale (cfr. At 15,2-6). La soluzione confermò l’operato di Paolo e di Barnaba mediante le parole di Pietro e di Giacomo (cfr. At 15,7-35). Il concilio di Gerusalemme segna una tappa importante nella vita della prima Chiesa: la salvezza è per la grazia di Gesù e Dio ha reso testimonianza in favore dei pagani concedendo a loro lo Spirito Santo come ai giudeo-cristiani purificandone i cuori con la fede; Dio non ha fatto nessuna discriminazione tra i giudei e i pagani.

IL SECONDO E IL TERZO VIAGGIO

Intraprende altri 2 viaggi missionari negli anni 49-52 e 53-58 tra Asia minore e Grecia, evangelizzando e fondando numerose nuove comunità cristiane a Corinto, Efeso, Filippi, Tessalonica, in Macedonia, in Galizia.. Subendo anche molte persecuzioni sia dai pagani che dai giudei e difendendosi anche dai giudaizzanti che pur reputandosi cristiani, contestano la sua autorità di apostolo. Aiuta ad organizzare anche una colletta per aiutare la chiesa di Gerusalemme.

L’ARRESTO A GERUSALEMME

Nell’anno 58 Paolo si trova a Gerusalemme per partecipare a una festività, quando scoppia una violenta disputa con i giudei. Come da prassi viene arrestato dai romani per flagellarlo e capire che cosa hanno contro di loro. Ma Paolo ha la cittadinanza romana e non possono ricorrere a questo metodo. Viene preso in custodia. I giudei pensano a un piano per farlo fuori: Chiedere ai romani di riportarlo per fargli ulteriori domande, ma cogliere l’occasione per ucciderlo. I romani scoprono il piano e lo scortano a Cesarea Marittima.

LA CUSTODIA A CESAREA MARITTIMA

Viene tenuto prigioniero, anche se con una certa libertà a Cesarea, i giudei vengono spesso per accusarlo e sperare di poterlo condannare. Ma secondo il diritto romano non ci sono basi giuridiche solide per poterlo fare. Alla fine Paolo si appella a Cesare e viene inviato a Roma.

IL RITORNO ALLA CASA DEL PADRE

Intraprende un lungo viaggio sotto scorta, viene coinvolto in un tempesta nel mediterraneo e finisce a Malta, dove anche lì trova l’occasione per testimoniare e predire il vangelo. Arriva a Roma nel 61 e rimane 2 anni. Viene assolta e rilasciato. Da qui il libro degli atti non da più informazioni sulla sua vita. Si ipotizza un’altro viaggio in Spagna. Viene nuovamente arrestato a  riportato a Roma dove questa volta viene condannato e martirizzato nel 67.

Negli articoli successivi approfondiremo i viaggi di Paolo, il suo pensiero e le sue epistole.

ATTIVITÀ APOSTOLICA DI PIETRO

La figura di Pietro negli Atti è tracciata tra due assemblee: quella che elesse Mattia e il concilio di Gerusalemme.

  1. Nell’elezione di Mattia, Pietro è colui che prende l’iniziativa: deve essere completato il numero dei 12 apostoli secondo l’istituzione di Gesù in sostituzione di Giuda. L’apostolo, secondo Pietro, deve essere testimone e compagno degli altri apostoli e di Gesù dal suo battesimo fino all’ascensione
  2. Nel concilio di Gerusalemme Pietro occupa un posto importante: interviene sottolineando come per la grazia del Signore siamo salvati e non nell’osservanza della legge (cfr. At 15,7-12) ricordando la sua esperienza con Cornelio. In seguito al suo intervento prende la parola Giacomo, fratello del Signore, confermando le parole di Pietro e dettando alcune regole pratiche (cfr. At 15,13-21).

IL CONCILIO DI GERUSALEMME

Pietro presiede il concilio di Gerusalemme, insieme agli altri apostoli, Paolo e Barnaba e il resto della Chiesa. Bisogna prendere una decisione molto importante che si stabilirà quale sia il rapporto con i nuovi credenti pagani e la legge di Mosè. Per i credenti provenienti dagli ambienti farisaici sostengono che tutti, compresi a pagani devono obbedire anche alla legge di Mosè. Paolo e Barnaba sono su il lato liberale: La legge di Mosè è superata, ora c’è la legge dello Spirito che per grazia mediante la fede siamo salvati. Pietro, come capo della Chiesa deve svolgere un ruolo decisivo sulle questioni dottrinali e sta dalla parte del lato liberale, ai pagani non va imposta la legge, in quanto né noi e né i nostri padri non sono stati in grado di seguirla e sarebbe solo un peso inutile. Giacomo interviene, senza contraddire Pietro ma indicano che tra tutte leggi sulla purità, Giacomo ha voluto mantenere solo quelle il cui valore religioso sembrava universale: mangiare carni offerte agli idoli, animali soffocati e sangue, contrarre unioni illegali (cfr. At 15,19-21). Giacomo presiedeva la Chiesa di Gerusalemme formata da giudeo-cristiani e quindi era sensibile a queste problematiche (cfr. At 21,17-25).

ORIGINE DELLA MISSIONE

La prima predicazione ai giudei si svolge il giorno di Pentecoste: È Pietro con gli undici che invita alla conversione, al battesimo e alla ricezione del dono dello Spirito (cfr. At 2,14-40). È sempre Pietro che ufficialmente inaugura la predicazione ai pagani con il battesimo di Cornelio (cfr. At 10,1-11,17), anche se già Filippo del gruppo dei Sette battezza il funzionario etiope (cfr. At 8,26-40). Tra queste due inaugurazioni Pietro e Giovanni vanno in Samaria per confermare l’evangelizzazione di Filippo mediante il dono dello Spirito. Qui si nota come il ministero degli apostoli fosse caratterizzato dal confermare mediante il dono dello Spirito con l’imposizione delle mani (cfr. At 8,14-17). Pietro ha autorità nella comunità e mantiene un ruolo decisivo primaziale (cfr. At 1,15; 2,14; 3,3-8.12; 4,8; 5,1-3.15.29; 8,20; 9,32.38; 10,5.46-47; 11,4.17-18; 12,5; 15,6-7; Gal 1,18-19; 2,7-9.14).

PIETRO FIGURA DI CRISTO

Negli Atti non si narra molto di Pietro e specialmente non si narra della sua fine. Luca invece sottolinea un episodio al capitolo 12: il suo arresto e la sua liberazione miracolosa. Pietro viene arrestato dal re Erode e messo in carcere custodito dai soldati come i soldati messi a guardia del sepolcro di Gesù (cfr. Gv 18,12; Mt 27,66). Come nella resurrezione appare un angelo (cfr. Mt 28,2) e Pietro viene liberato dal carcere passando inosservato fino oltre la porta della città. Riconosciuto da Rode, mentre tutti pregavano riuniti nella casa di Maria, madre di Giovanni Marco, non gli verrà aperta subito la porta. Infatti per la gioia di sentire la voce di Pietro, Rode corre ad annunciarlo ai presenti nella casa, senza averlo visto. Essi dubiteranno della veridicità della testimonianza così come gli apostoli non credettero alla testimonianza delle donne circa la resurrezione di Gesù (cfr. Mt 28,7-8; Mc 16,10-11; Lc 24,11). Quando finalmente Pietro stette davanti a loro, rimasero stupefatti così come gli apostoli di fronte a Gesù (cfr. Lc 24,37; Mt 28,17). Pietro rimane in mezzo a loro come Gesù e, sempre come Gesù, li invierà ad annunciare l’accaduto a Giacomo e ai fratelli prima di andarsene in un altro luogo (cfr. Mc 16,7; Gv 13,36). Luca mette in parallelo la figura di Gesù con quella di Pietro: Pietro rivive in forma simbolica la morte e la resurrezione di Gesù.

LA CHIESA E LA MISSIONE FUORI DAI CONFINI GIUDAICI

COMPIMENTO DELLE SCRITTURE

Il martirio di Stefano diede inizio alla persecuzione e provocò la dispersione della comunità che favorì la diffusione del vangelo fuori dai contini regionali e dai confini religiosi: Non solo agli ebrei, ma anche ai timorati di Dio e ai pagani, qualcosa di impensabile fino a qualche tempo prima. I giudei avevano un forte giudizio negativo nei confronti dei pagani. Il cuore di Dio è diverso dal quello umano, il Signore vuole che tutti abbiano la possibilità di salvarsi mediante il vangelo. In romani 10,18-21 Paolo fa un breve studio su come fin dell’antico testamento Dio volesse che la sua parola si diffondesse ovunque e raggiungesse i confini del mondo, in contrapposizione con i sentimenti di disprezzo verso i pagani. Vediamo questi versetti:

Per tutta la terra è corsa la loro voce,

e fino agli estremi confini del mondo le loro parole. (Salmo 19,5)

E dico ancora: forse Israele non ha compreso? Per primo Mosè dice:

Io vi renderò gelosi di una nazione che nazione non è;

susciterò il vostro sdegno contro una nazione senza intelligenza. (Deuteronomio 32,21)

Isaia poi arriva fino a dire:

Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano,

mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me,

mentre d’Israele dice:

Tutto il giorno ho steso le mani

verso un popolo disobbediente e ribelle! (Isaia 65.1-2)

L’UNIVERSALIZZAZIONE DEL MESSAGGIO DI GESÚ

Era secondo il piano di Dio che il messaggio e la predicazione di Gesù si doveva estendere su tutto il mondo e su tutti i popoli della terra, senza discriminazioni o preferenze:

“Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,18-20)

“avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (Atti 1,8)

È lo Spirito il vero protagonista della missione, colui che guida la Chiesa verso la verità intera: “…lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14,26)

“quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Giovanni 16,13-14)

 Qui sotto un riassunto schematico della prima diffusione del vangelo come spiegato nei capitoli dal 8 al 12 del libro degli atti:

 EVANGELIZZAZIONE DELLA SAMARIA

• La persecuzione disperde la comunità (At 8,1-3);

 • Filippo predica ai Samaritani (At 8,4-8);

 • La comunità di Gerusalemme accoglie i Samaritani (At 8,14-17).

 I TIMORATI DI DIO RICEVONO LA PAROLA

  • Il funzionario etiope (cfr. At 8,26-40)

 Notiamo come lo Spirito conduce Filippo, uno dei Sette, verso un uomo che non era giudeo, né  samaritano, ma di altra etnia. Era un timorato di Dio. Così si chiamavano coloro che appartenevano ad altri popoli e aderivano alla fede nell’unico Dio dei Giudei, senza giungere all’integrazione totale. Erano solamente dei simpatizzanti, leggevano la Bibbia, partecipavano alle feste giudaiche, ma non avevano la circoncisione.  Filippo vide che l’etiope stava leggendo un passo di Isaia 53,7-8 e Filippo si propone di spiegare questo passo. La scrittura narra di un uomo condotto come una pecora al macello, umile e inerme davanti a ai suoi tosatori. Partendo da qui, Filippo parla di Gesù e il suo sacrificio sulla Croce. Il funzionario etiope si converte e riceve il battesimo.

  • Il centurione Cornelio e la sua famiglia (cfr. At 10,1-11,18)

 Il caso di Cornelio riveste una speciale importanza per la presa di coscienza e l’apertura ufficiale della Chiesa ai non giudei. Cornelio non era giudeo, né era circonciso, era un centurione romano. Ad un giudeo non era lecito frequentare persone di altri popoli e fedi e mangiare con loro (cfr. At 10,28; 11,1-3). Lo Spirito prepara questa svolta mediante una visone profetica a Pietro. Egli rapito in estasi vide una tovaglia piena di uccelli rettili e l’invito di Dio a uccidere e mangiare. Ma Pietro si rifiuta essendo impuri secondo la legge di Mosè. Dio rispose che non deve considerare impuro ciò che Dio ha purificato. (cfr. At 10,9-16). Questa visione aiuta a far comprende a Pietro che gli altri popoli che per tutta la vita ha sempre considerato impuri ora posso far parte anche loro della Chiesa, il popolo di Dio. Qui sotto il riassunto sistematico del brano:

 • Dio chiama Cornelio (At 10,1-8)

 • La visione di Pietro (At 10,9-16)

 • Incontro tra Pietro e Cornelio (At 10,17-33)

 • Significato della visione (At 10,34-35)

 • Annuncio del kerygma (At 10,36-43)

 • L’effusione dello Spirito su Cornelio e la sua famiglia (At 10,44-48)

 • Reazione degli apostoli e dei fratelli della Giudea (At 11,1-18)

La reazione dei cristiani di Gerusalemme ci fa comprendere la rivoluzione che comportò il battesimo di Cornelio. Questi credenti di Gerusalemme hanno difficoltà nel superare i loro pregiudizi, ma accolgono la spiegazione di Pietro (cfr. At 11,1-18). La manifestazione dello Spirito fu la prova convincente che aprì le porte della Chiesa anche ai pagani.

I PAGANI DI ANTIOCHIA RICEVONO LA PAROLA

Antiochia era la terza città dell’impero romano dopo Roma ed Alessandria. Era la capitale della provincia romana della Siria, a 500 km a nord di Gerusalemme, un paese pagano, di lingua greca nella quale c’era un’importante comunità giudaica. La fondazione della Chiesa di Antiochia è diretta conseguenza del martirio di Stefano (cfr. At 11,19-20). Inizialmente il messaggio evangelico era diretto solo a giudei.- Alcuni ellenisti cominciarono a predicare il vangelo anche ai pagani, i greci (cfr. At 11,20-21); nome che stava ad indicare i non circoncisi in generale contrapposto ai giudei. Essi predicarono la buona novella del Signore Gesù. Infatti invece del titolo “Cristo”, più rispondente all’attesa giudaica, nella predicazione ai pagani si usa per Gesù il titolo di “Signore”. Gesù è Signore, divenuto, con l’esaltazione alla destra di Dio, il sovrano del regno (cfr. At 2,21.36; 7,55-56; 10,36). Per la prima volta nella comunità entrarono a far parte credenti di origine pagana senza aver prima aderito alla fede giudaica.- La Chiesa di Gerusalemme accetta i pagani (cfr. At 11,22-24) La Chiesa di Gerusalemme vigilava sulle altre chiese. L’entrata dei pagani nella Chiesa poneva il problema se essi dovessero sottostare o meno alla legge mosaica e se era permesso ai giudei convivere con i pagani. Un problema che verrà risolto nel primo concilio di Gerusalemme (cfr. At 15; Gal 2,1-10) non senza vive discussioni e scontri che si ripercuoteranno anche più tardi (cfr. At 21,17-26; Gal 2,11-14). La Chiesa di Gerusalemme invia Barnaba, un levita originario di Cipro che, vista la grazia di Dio, incoraggiò tutti a perseverare in questa nuova esperienza. Come aiutante scelse Paolo con il quale rimase ad Antiochia un anno intero. È qui che per la prima volta i discepoli vengono chiamati cristiani (cfr. At 11,22-26). Inizia così ufficialmente l’universalizzazione del messaggio evangelico e il superamento definitivo della legge mosaica.

 LO ZELO MISSIONARIO DELLA CHIESA DI ANTIOCHIA

Barnaba invita Paolo a partecipare alla missione antiochena (cfr. At 11,25-26). Barnaba aveva intuito la grandezza di Paolo di Tarso, neoconvertito. Insieme otterranno grandi risultati, soprattutto daranno forza e voce alle nuove istanze pagane in un modo tale che la Chiesa di Gerusalemme affiderà loro l’evangelizzazione dei pagani. Il nuovo gruppo ora si distingue dagli altri tanto da ricevere un nuovo nome che sarà definitivo: cristiani.- La comunità antiochena soccorre i giudeo-cristiani di Gerusalemme colpiti dalla carestia (cfr. At 11,27-30). Un segno della fraternità che legava le varie chiese e nello stesso tempo il riconoscimento della maternità di Gerusalemme. La Chiesa di Antiochia diventa essa stessa missionaria (cfr. At 13,1-4). Invia Barnaba e Paolo in missione. Dapprima evangelizzeranno i giudei, ma di fronte al loro rifiuto, espressamente si dirigeranno ai pagani (cfr. At 13,44-49). È sempre lo Spirito che prende l’iniziativa e spinge la comunità ad aprirsi nell’annuncio del vangelo attraverso le difficoltà e i doni carismatici (cfr. At 13,2). È chiara nella comunità di Antiochia la presenza di profeti e di dottori, cioè dei doni carismatici. Essi stavano celebrando il “culto” mentre giunse la parola profetica: l’uso di questo termine equipara le preghiere comuni dei cristiani al culto sacrificale dell’antica legge, segno questo del progressivo superamento e distacco dal costume cultuale giudaico.

SANTO STEFANO

Stefano ha un ruolo provvidenziale nel processo di apertura della fede cristiana verso il mondo. Stefano era uno dei 7 scelti dagli apostoli per prendersi cura degli ebrei ellenici della comunità di Gerusalemme. Stefano si distinse per la sua predicazione di cui Luca ci dona una sintesi dei temi principali (cfr. At 7). Mentre gli apostoli rimangono fedeli alla pratica giudaica, Stefano attacca duramente il tempio e i sacrifici. Egli comprende che la nuova fede dove liberarsi dalla visione cultuale giudaica ed universalizzarsi. Confondendo patria con religione, i suoi avversari lo accusano di voler sovvertire la religione e i costumi. Nella prospettiva di Luca il discorso di Stefano rappresenta il vero spirito del vangelo senza rinnegare le profonde radici ebraiche, anzi portando a compimento le promesse. Grazie alla sua predicazione i legami con il giudaismo ufficiale vengono fortemente compromessi: Stefano viene lapidato e la Chiesa perseguitata. La persecuzione sembra colpire direttamente gli ellenisti. I giudei persecutori vogliono soffocare la diffusione del vangelo, ma ottengono in realtà l’esatto opposto. I nuovi credenti ellenisti si disperdono cominciando così il processo missionario nelle vicine regioni (cfr. At 8,1-4), favorendo così la nascita dei primi missionari della Chiesa.

LA MORTE DI STEFANO E GESÚ A CONFRONTO

 Stefano diventa il primo martire della Chiesa, cioè testimone (dal greco martys [leggi martus], che significa “testimone”). Paolo (Saulo) era fra coloro che approvavano la sua uccisione (cfr. At 8,1) custodendo presso di sé i mantelli degli uccisori (cfr. At 7,58b; 22,20). Osservano il modo in cui è stato martirizzato sarà per lui una testimonianza che contribuirà alla sua conversione.

In seguito i punti in comune tra la morte di Stefano e Gesù Cristo:

  • Vengono trascinati in processo illegale
  • Vengono incolpati da falsi testimoni che li accusano di lesa maestà nel confronti del tempio e della legge.
  • Perdonano i propri assassini
  • Entrambi dicono a Dio di accogliere il loro spirito.

IL PROCESSO DI STEFANO

Stefano, timorato di Dio e ripieno di Spirito Santo non poteva passare inosservato dalle stesse persone che hanno fatto crocifiggere Cristo e non solo. Anche i Giudei di Gerusalemme provenienti dalla diaspora lo tenevano sotto osservazione e iniziarono ad avere delle discussioni con Stefano. Egli essedo ricco di sapienza si sapeva destreggiare bene nelle discussioni e i suoi avversari non riuscivano a coglierlo in fallo. Così come avvenne con Gesù venne arrestato con false accuse, il vangelo specifica quali:

  • Diffamare il tempio e la legge di Mosè
  • Dichiarare che Gesù distruggerà il tempio e sovvertirà la legge di Mosè

Si ritrova quindi davanti al sommo sacerdote e a quelli del sinedrio; Fissando gli occhi su di lui videro il suo volto come quello di un angelo. (Atti 7,15).

IL DISCORSO DI STEFANO

Il sommo sacerdote chiede conto a Stefano riguardo le sue accuse, Ma lui invece di rispondere parte con un lungo discorso. Partendo da Abramo, fino a Davide troviamo il racconto di questo lasso di tempo in maniera molto sintetica cercando di soffermarsi su due tipi di dettagli:

  • Interpretazione del AT alla luce di Cristo
  • Evidenziare i peccati dei loro padri e le ribellioni dei piani di Dio per concludere come anche loro fanno lo stesso.

Il discorso si può dividere in 3 parti:

  1. Nella prima parte, dopo un introduzione sui patriarchi, Stefano si sofferma alla figura di Giuseppe, il più giovane dei figli di Giacobbe e il più amato. I suoi fratelli pieni di invidia nei suoi confronti lo vendettero a degli ismaeliti diretti in Egitto. I suoi fratelli dissero a loro padre che il suo amato figlio era morto. Molti anni dopo Giuseppe divenne l’amministratore d’Egitto e quando ci fu la carestia i suoi fratelli andarono in Egitto per chiedere aiuto, incontrando Giuseppe ottennero una grande benedizione e salvezza dalla carestia. Così Giuseppe venduto dai fratelli per invidia divenne un prezioso strumento nella mani di Dio per la loro stessa sopravvivenza. Stefano fa quindi un parallelismo con i giudei che lo accusano. Hanno fatto uccidere Gesù per invidia, ma Dio lo ha reso uno strumento di salvezza per tutta l’umanità.
  2. Nella seconda parte si concentra su Mosè. Viene prima di tutto evidenziato come il popolo israelita rifiutò la sua leadership nonostante avesse dimostrato di volerli difende dagli abusi. Dio però lo scelse come strumento di liberazione per portarli nella terra promessa e i segni miracolosi confermarono questo. Ma nonostante tutti gli israeliti durante l’attraversata nel deserto compirono numerose gravi infedeltà. Questa cecità e durezza di cuore del popolo eletto si perpetrò anche nel tempo dei grandi profeti, dimostrando ciò con citazioni di versetti ben scelti. Anche qua troviamo un parallelismo per indicare che come i loro padri hanno rifiutato e mormorato contro i profeti, loro hanno continuato a fare lo stesso, anzi anche peggio. Perché Mosè aveva profetizzato la venuta del Messia (DT 18,15.18) che loro hanno fatto uccidere.
  3. Nella terza parte del discorso tocca un argomento molto delicato: Quello del luogo santo per eccellenza, il tempio di Gerusalemme. Dando rilievo alla tende della testimonianza, prima della costruzione del tempio e segno di un dio che cammina con il suo popolo, Stefano contesta la visione del tempio come luogo esclusivo della presenza di Do. Del resto, gli stessi profeti evidenziarono la relatività del tempio, puntando sull’interiorità della adesione interiore a Dio. Stefano non a caso cita Is 66,1-2 ove il Signore afferma la sua presenza universale al di là di ogni “spazio sacro”.

Al termine di questo lungo discorso da un ultima strigliata finale contro gli accusatori con tono deciso che mostra una santa ira dovuta al suo zelo per Cristo:

Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata”. (Atti 7,51-53)

Questo fece accende di ira i presenti lo lapidarono e iniziarono a perseguitare la Chiesa. Ma anche in quel momento Dio era con lui che fu accolto in cielo dal padre celeste come primo martire.

LE PROVENIENZE CULTURALI DEI PRIMI CRISTIANI

Nelle prime comunità cristiane c’erano varie tipologie di persone che componevano la rete di chiese. Le tipologie sono in base alla provenienza culturale e religiosa, troviamo dunque 3 tipologie:

CRISTIANI GIUDEI:

Di questa tipologia ha origine i primi cristiani, i 12 apostoli e Paolo. I cristiani giudei vivono in Palestina e parlano aramaico. Nella liturgia leggono in ebraico i testi biblici. Essendo nati in un ambiente culturale totalmente giudaico avranno molte difficoltà ad accogliere che altri cristiani non seguano le consuetudini giudaiche. In Atti 3 vediamo che Pietro si rivolge a questo tipo di gruppo. Di questo gruppo si possono aggiungere anche i samaritani, anche loro infatti ricevono la predicazione apostolica e l’accolgono con entusiasmo unendosi alla chiesa di Gerusalemme insieme agli altri giudei, che un tempo c’era odio reciproco, ma ora ritrovano una comunione uniti in Cristo.

CRISTIANI GIUDEI DELLA DISPORA:

I cristiani giudei che vivono nella diaspora (in Antiochia, Alessandria, Roma, ecc.) e parlano greco, leggono la Scrittura in greco e dispongono di proprie sinagoghe. Questi hanno una cultura distinta dai giudei palestinesi. Questo è il gruppo ellenista. Grazie ai loro contatti e alla loro cultura più universale, erano più aperti al mondo esterno che gli ebrei. Saranno proprio questi che daranno origine all’attività missionaria normalmente intesa. Gli ellenisti costituivano un gruppo distinto con i propri responsabili. Questa tipologia comprendevano anche questi sottogruppi:

  • Proseliti

Sono dei pagani che si sono convertiti al giudaismo e hanno accettato la circoncisione e così sono divenuti membri del popolo eletto. Ad esempio il discorso di Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia è diretto a giudei e a proseliti della dia spora (cfr. At 13,14-43)

  • Timorati di Dio

Sono coloro che simpatizzano per il giudaismo,  frequentano le sinagoghe, ma non giungono alla circoncisione e alla pratica rituale della legge. Il centurione Cornelio figura tra i timorati di Dio (cfr. At 10).

CRISTIANI PROVENIENTI DAL PAGANESIMO:

Erano presenti anche persone che non avevano mai avuto contatti con correnti religiose ebraiche, ma appartenevano a religioni pagani; quindi prima della conversione adoravano il pantheon degli dèi romani, greci, egizi, ecc.. Nel libri degli atti, Paola prova a predicare ai pagani all’Areopago di Atene (cfr. At 17,16-34). Questo tipo di cristiani hanno avuto difficoltà nel farsi accettare da quelli di provenienza ebraica in quanto non abituati a seguire le consuetudini giudaiche. Un esempio di cristiani di questa provenienze è Dionigi (cfr. At 17,34).

LA CHIESA A GERUSALEMME:

La comunità di Gerusalemme era la principale e la più importante, dove tutto aveva avuto inizio gestita da Giacomo. Fratello del Signore, autore dell’omonima lettera. Era composta sia da cristiani giudei palestinesi, sia da cristiano giudei della diaspora. Pur nella descrizione dell’armonia della prima comunità cristiana, al capitolo 6 notiamo il sorgere dei primi problemi interni. Nella comunità di Gerusalemme erano presenti gli ellenisti che si lamentavano nei confronti dei giudei perché le loro vedove venivano trascurate nella distribuzione quotidiana. Apparentemente sembra trattarsi solamente di un conflitto marginale, In realtà, nell’ottica di Luca, gli ellenisti pongono una problematica ben più seria: I due gruppi di credenti, pur vivendo nell’armonia di Cristo avevano mentalità e visione del mondo diverse. Gli ebrei di lingua greca erano molto più aperti al mondo, interagivano con le nuove tendenze in una rilettura delle tradizioni antiche, accogliendo le nuove sfide provenienti dal mondo circostante. I giudei palestinesi erano molto più legati al giudaismo e poco inclini a diffondere il messaggio cristiano al mondo, nonostante lo stesso Gesù abbia invitato gli apostoli a farlo. Bisognava stabilire quindi quale direzione far andare la comunità senza procurare scismi o deviatore rispetto ai discepoli. La Chiesa è semplicemente una setta giudea dei nazareni accanto alle altre, o se è una comunità aperta all’universalità, senza disconoscerne le radici giudaiche. Si tratta di una crisi sorta nel cuore stesso della prima comunità cristiana. Per risolvere questo problema, gli apostoli elessero e benedirono 7 responsabili noti per la loro devozione e sapienza, tutti di lingua greca, tra cui un proselito di nome Nicola e un ex pagano, con lo scopo di sopperire alle necessità deli componenti di lingue greca. Infatti ogni servizio, anche quello materiale, è ecclesiale, cioè è strettamente relazionato alla vita comunitaria e quindi riveste anche un ruolo spirituale. Inoltre, gli apostoli imponendo le mani sui 7 riconoscono la loro funzione e introducono una innovazione che porterà un nuovo impulso alla Chiesa, quello missionario e l’apertura a tutte le genti. Il numero “7” indicano i popoli pagani che abitavano nella terra di Canaan (cfr. At 13,19). In tal modo il gruppo ellenistico dei cristiani riceve un’organizzazione a parte rispetto al gruppo ebraico.

RAPPORTI FRA LA PRIMA CHIESA E IL GIUDAISMO

Il libro degli Atti degli apostoli racconta i primi anni di vita della Chiesa (dal 33 al 61 d.C.). Dai primi capitoli degli Atti si nota come i primi discepoli di Gesù fossero tutti giudei: gli Apostoli, Maria, madre di Gesù (cfr. At 1,12-14; 2,1-4). Così i primi che aderirono al primo gruppo dei discepoli erano tutti giudei o per nascita o per adesione alla religione giudaica accettandone la circoncisione e quindi divenendo membri del popolo eletto (cfr. At 2,14-15). Era perciò naturale continuare a praticare la religione giudaica (cfr. At 2,46; 3,1). Questo però portò a forti contrasti tra il cristianesimo nascente e il giudaismo tradizionale circa il riconoscimento di Gesù come Messia: se Gesù non era stato accolto, non potevano essere accolti i suoi seguaci. Luca ci racconta il processo di questo conflitto.

IL CRISTIANESIMO: SETTA GIUDAICA

Nel giudaismo vi erano gruppi diversi, chiamati “sette”. Accanto ai farisei e ai sadducei che rappresentavano la fede tradizionale e ufficiale, pur con delle differenze tra di loro (cfr. At 23,6-9), vi erano gli esseni, una specie di gruppo ascetico-monastico, che vivevano in Qumran, sulle rive del Mar Morto, una vita ritirata, dediti alla preghiera e allo studio della Scrittura. Essi rifiutavano il calendario liturgico ufficiale e non frequentavano il tempio, in polemica con i sacerdoti mettendo il dubbio la loro legittimità. Aspettavano la venuta di un Messia e con essa l’era escatologica. Vi era pure un gran numero di movimenti battisti che si caratterizzavano per l’importanza che davano al battesimo e alla conversione morale in un clima di attesa escatologica.

I discepoli cristiani apparirono in primo tempo come una delle tante sette, la setta dei nazareni (cfr. At 24,5; 24,14; 28,22). Questa setta appare come aberrante: venera un certo Gesù, considerato il Messia promesso, condannato a morte dai capi giudei e che dichiara essere risorto e sedere alla destra del Padre; predica e agisce nel suo nome; continua a frequentare il tempio e a praticare la legge giudaica. Essa rispetta le autorità religiose, ma è pronta anche a confrontarsi con esse, ha per capi gente popolana, senza istruzione e non nella linea sacerdotale. È facile comprendere la perplessità delle autorità religiose (cfr. At 4,13-17; 5,34-39).

Bisogna riconoscere che se pur il gruppo dei nazareni vive nel seno del giudaismo, alcune sue posizioni appaiono in contraddizione. Per questo, Paolo perseguiterà la nuova setta rendendosi conto di tutto ciò che di rivoluzionario essa contiene.

I seguito la successione degli eventi descritti nel libro degli atti dove i religiosi del giudaismo si scontrano contro gli edepti della nuova fede:

• La prima persecuzione:

Pietro e Giovanni e la guarigione dello storpio (At 3,1-11);

Discorso di Pietro al tempio (At 3,12-26);

Pietro e Giovanni davanti al Sinedrio (At 4,1-22);

La preghiera degli apostoli (At 4,23-31).

• La seconda persecuzione:

Arresto e liberazione degli apostoli (At 5,17-21);

Gli apostoli davanti al Sinedrio (At 5,26-33.40).

• La terza persecuzione:

Arresto di Stefano (At 6,8-14);

Discorso e martirio di Stefano (At 7);

Persecuzione contro la Chiesa (At 8,1-3).

• La quarta persecuzione

 Da parte del re Erode: Martirio di Giacomo (At 12,1-2);

Arresto e liberazione di Pietro (At 12,3-19).

LA VITA DELLA PRIMA CHIESA:

UNA COMUNITÀ FRATERNA

  1. Fratelli

Una caratteristica della comunità cristiana degli Atti è la presenza della parola “fratelli”. Ciò ha due significati:

  • In primo luogo si usa secondo la consuetudine ebraica di parentela (cfr. At 1,4);
  • In secondo luogo si usa il termine fratello per indicare una relazione nata dalla fede (cfr. At 1,15-16; 15,13; 21,17)

Questo secondo uso riecheggia le parole di Gesù: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). La fede nella resurrezione, la preghiera in comune, la condivisione fanno scoprire ai primi discepoli una relazione di fraternità, tipica dei discepoli di Gesù. E questo è sigillato dalla venuta dello Spirito. Pietro dirà ai suoi ascoltatori: “Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente…” (At 2,29) e questi, compunti, rispondono agli apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2,37).

2. Condizioni di appartenenza alla comunità

  • La fede nella resurrezione di Gesù

L’essenza, infatti, del messaggio apostolico è che Cristo è risorto e di ciò si è testimoni. La predicazione fondamentale degli apostoli è il kerygma, cioè l’annuncio forte e gioioso che Dio ha risuscitato Gesù, colui che fu crocifisso. Questo è il punto centrale della fede. Degni di nota sono i discorsi kerygmatici, 5 di Pietro (cfr. At 2,14-39; 3,12-26; 4,8-20; 5,29-32; 10,34-43) e 2 di Paolo (cfr. At 13,16-41 e 1 Cor 15,3-9 – questo testo è il testo più antico che narra la morte e la resurrezione di Gesù) a cui si aggiunge ciò che Gesù risorto dice di se stesso ai discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35). Essi sono la sintesi della predicazione primitiva: Gesù morto per noi (cfr. 1 Cor 15,3), risorto per la benedizione (cfr. At 3,26), glorificato per la conversione e il perdono (cfr. At 5,31), noi ne siamo testimoni (cfr. At 2,32). “Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4,24-25) è il riassunto del messaggio che Paolo annuncerà.

  • Fede-conversione

Il battesimo e l’accoglienza del dono dello Spirito sono ciò che gli apostoli chiedono in risposta al loro annuncio. Gesù aveva inviato i suoi a proclamare nel suo nome a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati (cfr. Lc 24,47). Coloro che si convertono saranno battezzati (cfr. Mt 28,19). Così nel giorno di Pentecoste alla domanda circa cosa dovevano fare coloro che erano stati toccati dal messaggio, Pietro risponde: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (cfr. At 2,37-38). Così in At 16 il carceriere della città di Filippi si rivolge a Paolo e Sila con le stesse parole: “Cosa devo fare per essere salvato?”; “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia.”

  • Vita interna della comunità

Nel libro degli Atti, specialmente all’inizio troviamo delle sintesi della vita della comunità dei discepoli: 2,42-47; 4,32-35; 5,12-16. Nell’esposizione Luca usa un ordine:

• insegnamento degli apostoli;

• unione fraterna e condivisione;

• frazione del pane;

• preghiera comune;

il tutto in un clima di intensa comunitaria e unita. È la descrizione di una comunità perfetta. Ma ciò non deve trarre in inganno perché subito troviamo difficoltà interne come ad esempio in At 5,1-11; 6,1-2; 11,2-3; 15,1-6; 15,36-39; Gal 2,11-14; 1 Cor 11,17-22; per citare solo alcuni esempi.


Luca scrive per le necessità delle comunità e propone un ideale a cui costantemente ci si possa riferire. Questo non toglie la storicità della descrizione, ma deve essere letta nell’ottica dell’autore: scrivere una storia teologica. Troviamo inoltre alcune caratteristiche tipiche:

• La presenza sensibile della gioia (cfr. At 2,13.46; 5,41; 11,23; 15,31);

• La fede nello Spirito Santo: avevano una relazione esperienziale con lo Spirito Santo che li guidava (cfr. At 8,39; 10,19; 13,2; 16,10; 20,22; 23,11; 1 Tm 1,18; 1 Tm 4,14);

• La direzione dello Spirito era ciò che caratterizzava l’azione pastorale della comunità, il suo sapersi aprire ai doni carismatici nella sottomissione comune alla sua azione.

• Il coraggio nel dare testimonianza, anche di fronte alle opposizioni (cfr. At 4,13.29.31; 28,31).

 Il libro degli Atti termina con una sintesi perfetta dello stile della prima comunità cristiana: “…annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento” (At 28,31). Il potere di Dio diventa realtà solo quando gli uomini sanno assieme sottomettersi docilmente alla guida e all’azione dello Spirito di Gesù e imparano a vivere nel suo nome

IL PROTAGONISTA DEL LIBRO DEGLI ATTI

Il libro degli Atti è tutto segnato da allusioni dell’azione dello Spirito Santo sia all’inizio, quando Gesù lo annuncia ai suoi discepoli (cfr. At 1,5) che alla fine, quando Paolo denuncia la chiusura ostinata al messaggio evangelico dei giudei di Roma (cfr. At 28,25). La parola “Spirito” (nel senso di Spirito Santo) viene usata 54 volte: 36 volte indica una presenza o azione senza implicazioni di manifestazioni straordinarie, mentre 18 volte indica manifestazioni straordinarie (11 volte in forma di allusione, 7 volte per riferire alcuni fatti). Quest’analisi ci permette di vedere l’azione globale dello Spirito nella Chiesa primitiva e come era vissuta. Come punto di partenza troviamo la Pentecoste (cfr. At 2,1-13) e quella che possiamo chiamare la seconda Pentecoste (cfr. At 4,23-31). Da questi due racconti possiamo vedere come lo Spirito anima la Chiesa concedendole di predicare con forza e franchezza la Parola, ma senza che questo garantisca di per se stesso un successo trionfalistico. La presenza dello Spirito non evita le persecuzioni e la morte dei discepoli, ma dona la forza di perseverare nell’annuncio del vangelo. L’azione dello Spirito più che mai richiede fede. Anche Paolo sperimenterà oltre ai miracoli anche insuccessi, opposizioni pur essendo stato inviato dallo Spirito (cfr. At 13,4) e decidendo tutto nello Spirito (cfr. At 19,21). Anzi è lo stesso Spirito che gli annuncia che in ogni città avrà tribolazioni e prigionie (cfr. At 20,22-23). Negli Atti lo Spirito è soprattutto oggetto di esperienza. Si parla di lui con conoscenza di causa. La cosa pare evidente quando si parla delle manifestazioni esteriori. È Pietro che sa interpretare la prima manifestazione nel giorno di Pentecoste: Non siamo ubriachi, ma abbiamo ricevuto il dono dello Spirito (cfr. At 2,14-16). Così lungo tutto il libro degli Atti si vede come i discepoli hanno una piena dimestichezza con l’azione carismatica dello Spirito. Lo Spirito Santo non è un argomento apologetico, ma è azione di Dio per la salvezza: è lui che rende presente e vivo Gesù nella comunità dei suoi discepoli. Lo Spirito è Signore! In seguito i versetti dove lo Spirito Santo si mostra nella sua potenza colui che guida i passi dei credenti e muove i fili affinché la volontà di Dio sia compiuta. Attraverso esso vengono compiuti miracoli di guarigioni, profezie vengono annunciate e compiute. Dietro ogni elemento soprannaturale non c’è più Gesù, ma lo Spirito Santo che compie i miracoli senza più i limiti del tempo e dello spazio. Si vede chiaramente come esse è il vero protagonista degli atti, non Pietro o Paolo in quanto senza la Spirito Santo non avrebbero potuto fare nulla.

  • ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. (1,8)
  • Allora Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: “Capi del popolo e anziani,  visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato,  sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. (4,8-10)
  • Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza. (4,31)
  • Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce.  Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”. (5,30-32)
  • Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni.  Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo;  non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo. (8,14-17)
  • Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. (8,39)
  • La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. (9,31)
  • Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; (10,44-45)
  • Uno di loro, di nome Àgabo, si alzò in piedi e annunciò, per impulso dello Spirito, che sarebbe scoppiata una grande carestia su tutta la terra. Ciò che di fatto avvenne sotto l’impero di Claudio. (11,28)
  • Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: “Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono.
  • Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro (13,2-4)
  • È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie:  astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!”. (15,28-29)
  • Udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare. (19,5-6)
  • Dopo questi fatti, Paolo decise nello Spirito di attraversare la Macedonia e l’Acaia e di recarsi a Gerusalemme, dicendo: “Dopo essere stato là, devo vedere anche Roma”. (19,21)
  • So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. (20,23)
  • Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. (20,28)
  • Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: “Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo al quale appartiene questa cintura, i Giudei a Gerusalemme lo legheranno così e lo consegneranno nelle mani dei pagani”. (21,11)

RIFLESSIONI PERSONALI:

Questo fa sorgere una domanda spontanea: crediamo oggi nello Spirito Santo, abbiamo esperienza della sua presenza e azione, ne parliamo con conoscenza di causa, sappiamo discernere la sua azione carismatica oppure abbiamo relegato tutto questo al tempo degli apostoli?

LA PENTECOSTE

La resurrezione di Cristo è il giorno più importante della storia biblica, ma al secondo posto si colloca il giorno della pentecoste descritta negli atti. Anch’essa è anche molto importante ed è la diretta conseguenza della resurrezione, un giorno stabilito da Dio per la salvezza dell’umanità. In quel giorno i discepoli ricevono lo Spirito Santo e nasce la Chiesa. Per comprendere l’importanza di questo giorno e l’esperienza provata dai discepoli facciamo un passo indietro. I discepoli sono stati affascinati dal carisma e dai miracoli di Cristo, riconoscendo che solo Lui ha parole di vita eterna (). Lasciano tutto e decidono di seguirlo. Assistono a miracoli sconvolgenti, vedono molte persone guarire e tornare i vita e non hanno dubbi che Gesù sia il Messia. Ma loro hanno ancora una visione di un Messia per come gli ebrei si aspettavano, qualcuno che istaurasse un regno senza fine, al centro del mondo. Poi avvenne l’arresto, la crocifissione e morte di Gesù. A quel punto i discepoli rimangono delusi e confusi, non capiscono se lui è il messia come sia potuto succedere, e ora hanno paura di fare la stessa fine. Ma ecco che appare Gesù risorto, contro ogni aspettativa e comprendono che tutto faceva parte del piano di Dio. I discepoli ora sono pieni di gioia, ma hanno ancora paura e non vanno a predicare e annunciare al mondo quello che hanno visto, hanno ancora troppa paura di rimanere arrestati e uccisi. Prima che Gesù fosse crocifisso parlava  del giorno che gli avrebbe lasciati, ma avrebbe provveduto a un “consolatore”. Questa parola in alcune traduzioni compare non viene tradotta e rimane l’originale “Parakletos” riferendosi allo Spirito Santo. Dopo 40 giorni dalla resurrezione abbiamo l’episodio dell’ascensione dove troviamo Gesù esaltato alla gloria di Dio e stabilito come Signore universale. Questo racconto al termine degli eventi pasquali, indica chiaramente che Gesù ha inaugurato un nuovo modo di presenza in mezzo ai suoi. Ora è il tempo della missione animata dal suo stesso Spirito. Così 10 giorno dopo arriva il giorno della pentecoste. I giudei rimanevano tutta la notte sulla tomba di Davide pregando i suoi salmi. È sul finire della giornata, come descrivono gli Atti, che lo Spirito Santo discese sui discepoli riuniti nel cenacolo situato al piano superiore nelle immediate prossimità della tomba di Davide. Questo evento ebbe quindi un forte impatto su tutte le persone che durante la notte avevano pregato sulla tomba di Davide. Così si capisce anche la presenza dei tremila convertiti di quel giorno dopo la predica di Pietro, non solo ci rendiamo conto del numero e delle varie nazionalità, ma anche dell’accoglienza dell’annuncio di Pietro: erano “spiritualmente preparati” non solo gli apostoli, ma anche i destinatari. Ecco il testo del brano della pentecoste, approfondiremo i significati e i simboli ivi contenuti:

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.  Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.  Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

  1. Nell’antico testamento

Veniva festeggiata 50 giorni dopo la pasqua e in origine ora la festa della mietitura: Osserverai la festa della mietitura, cioè dei primi frutti dei tuoi lavori di semina nei campi, e poi, al termine dell’anno, la festa del raccolto, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi (Esodo 23,16). Dopo l’esilio divenne la festa dell’Alleanza, cioè della Legge data sul monte Sinai (Esodo 19,1). Il termine Pentecoste era usato dagli ebrei di lingua greca.

  1. La nuova alleanza

In Ezechiele si profetizzava una nuova alleanza non più basata sulla legge, ma sullo Spirito Santo. Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi (Ezechiele 36,26-27). Questa profezia si adempie con la pentecoste del nuovo testamento. Da questa alleanza nasce la Chiesa.

  1. Il vento e il fuoco

In ebraico RUACH significa sia vento che spirito è quindi significativo che sia presente nell’effusione dello Spirito Santo. Il ”fuoco” indica la purificazione e lo troviamo nelle parole di Giovanni Battista quando parlava del battesimo dello Spirito Santo con il fuoco. egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. (Matteo 3,11). Entrambi gli elementi li troviamo anche nella teofanie dell’antico testamento: nube in esodo 16,10, Ezechiele 10,18. Fuoco in Esodo 24,16-18, Deuteronomio 4,11-12. Inizia una nuova Alleanza e siamo in presenza di un nuovo Sinai per questo popolo riunito, con un solo spirito, come il popolo di Israele alle falde del monte Sinai.

  1. La predicazione con franchezza

I discepoli anche dopo la resurrezione di Cristo non avevano ancora iniziato a predicare, ma dal giorno della pentecoste, ricevuto lo Spirito Santo innescò in loro un profondo cambiamento: Iniziarono a predicare il Kerygma senza paura di persecuzioni e con franchezza, questo è l’effetto di chi riceve lo Spirito. Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza. (Atti 4,31)

  1. Il miracolo delle lingue

Il miracolo avvenuto nel giorno della pentecoste è il miracolo delle lingue, ognuno sentiva predicare nella propria lingua. Per Pietro è la realizzazione di una profezia: io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito (Gioele 3,1-2). 

Nel calendario giudeo questo indicava la festa che si celebrava cinquanta giorni dopo la Pasqua. Dopo l’esilio divenne la festa non più dell’offerta delle primizie del raccolto, ma la festa dell’Alleanza, cioè della Legge data sul monte Sinai. Luca colloca in questo giorno l’evento annunciato dai profeti e da Gesù stesso: la venuta dello Spirito Santo, la nuova legge. Pentecoste era la festa del rinnovamento dell’Alleanza.

Questi eventi visibili richiamano tutta la storia veterotestamentaria e le stesse promesse di Gesù. “Tutti furono pieni di Spirito Santo”: questo è il centro del racconto. Lo Spirito si appropria dei discepoli e dona la vita stabilendo un’Alleanza nuova. Lo Spirito era la presenza che si attendeva: “…non allontanarsi da Gerusalemme, ma attendere che si adempisse la promessa del Padre… voi sarete battezzati in Spirito Santo… avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni…” (cfr. At 1,4-8). Questi segni annunciano la venuta dello Spirito che certifica la sua venuta con effetti visibili: parlare in altre lingue. Si discute molto se questo sia il fenomeno della glossolalia o della xenolalia, o se sia un miracolo di dizione o di audizione. Il fatto è che esso indica la venuta dello Spirito in accordo con la profezia di Gioele (cfr. Gl 3,1-2). È la presenza dello Spirito di profezia che caratterizza l’azione di Dio tra il suo popolo, un suo intervento diretto di salvezza. – 6 – Anche qui l’allusione è alla nascita di un popolo nuovo, unito ad opera di Dio: non più la confusione di Babele (cfr. Gn 11), ma la capacità di poter annunciare il messaggio di salvezza a tutti, senza frontiere: “li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa… e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,8.11). Altri li deridono considerandoli ubriachi (cfr. At 2,13): le lingue nuove non sono la prova matematica della presenza dello Spirito, ma una presenza che si accoglie e si comprende nella fede. Così l’annuncio con forza del messaggio evangelico richiede fede sia da parte di chi annuncia che di colui che ascolta. In questo contesto, Luca sottolinea la figura di Pietro che a nome dei discepoli annuncia con coraggio il kerygma, l’annuncio della morte, resurrezione e glorificazione di Gesù. Il suo annuncio è basato sulla testimonianza e sulla verificabilità di ciò che proclama: “Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire” (At 2,32-33). Pietro vede gli eventi alla luce delle parole profetiche dell’Antico Testamento di cui dichiara la realizzazione. Le tremila persone che si uniranno (cfr. At 2,41) diventano poi segno della ricapitolazione finale e della vittoria finale escatologica di Gesù.

L’ASCENSIONE DI CRISTO

Il racconto dell’ascesione di Cristo è raccontato come inizio del libro degli atti degli apostoli, scritto da Luca, lo stesso che scritto anche il vangelo che porta il suo nome. Infatti, da come dice l’autore stesso, gli atti sono la continuazione del suo vangelo con un collocazione cronologica a 40 giorni dalla resurrezione di Cristo e questa è l’ultima apparizione di Cristo agli apostoli. Gesù torna al Padre, la sua presenza non è più necessaria, 10 giorni dopo ci sarà la pentecoste, l’effusione dello Spirito Santo di cui Gesù aveva parlato prima della sua morte quando parlava del “paraclito”, lo Spirito Santo:

Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. (Giovanni 16,7)

L’ascensione di Cristo è necessaria perchè possa intervenire lo Spirito Santo. Con l’Ascensione Gesù è stato esaltato alla gloria di Dio e stabilito come Signore universale. Questo racconto al termine degli eventi pasquali, indica chiaramente che Gesù ha inaugurato un nuovo modo di presenza in mezzo ai suoi. Ora è il tempo della missione animata dal suo stesso Spirito. Questo è certamente da collegare con alcune preoccupazioni dei giudeo-cristiani che aspettavano la restaurazione del regno di Israele. Lo si deduce dalla stessa domanda dei discepoli prima dell’Ascensione (At 1,6) e dai tentativi di imposizione della legge giudaica ai convertiti provenienti dai pagani (At 11,2-3; 15,1-5). Gesù risponde ponendo l’attenzione sulla missione senza confini sotto l’azione dello Spirito Santo.  Qui sotto troverete il testo completo dell’ascensione di Cristo, approfondiremo alcuni elementi chiave per  la comprensione del testo. Le parole sottolineate richiamato un firma divina al racconto.

Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. (ATTI 2,3)

Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?”.  Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”.
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi.  Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.
Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato
(ATTI 2,7-12)

  1. I 40 giorni dopo la resurrezione

Simbolizzano il tempo necessario per portare a termine la preparazione per una missione speciale. Per i discepoli predicare il vangelo in tutto il mondo. Analogamente Gesù ha digiunato 40 giorni per preparare la sua missione

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. (Luca 4,1)

  • Il Monte degli Ulivi

In Ezechiele 10,18-22, la Gloria di Dio abbandona Gerusalemme e sosta per un momento su questo monte situato vicino alla città santa: La gloria del Signore uscì dalla soglia del tempio e si fermò sui cherubini. I cherubini spiegarono le ali e si sollevarono da terra sotto i miei occhi; anche le ruote si alzarono con loro e si fermarono all’ingresso della porta orientale del tempio del Signore, mentre la gloria del Dio d’Israele era in alto su di loro. Nell’antico testamento il monte simboleggia il luogo dove Dio si allontana dagli israeliti a causa del loro peccato. Nel nuovo testamento nello stesso luogo Gesù torna al padre vittorioso, riscattando il peccato degli uomini.

In Zaccaria 14,1-5 una profeziaescatologica cita il monte degli ulivi dove il luogo dove Dio poserà i suoi piedi per difendere Gerusalemme dai suoi nemici. In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente. Gesù è asceso al monte degli ulivi e ritornerà gloriosamente al medesimo luogo.

  • La nube:

Nella Bibbia è sempre una teofania, un segno della presenza di Dio, vediamo alcuni esempi:

  • Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte. La gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube. La gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna. Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti. (Esodo 24,15-18)
  • Nei racconti evangelici della trasfigurazione:  Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. (Marco 9,7)  La stessa cosa viene riportata anche in Luca 9,34  e in Matteo 17,5 si precisa che era una nube luminosa.
  • Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. (Daniele 7,13) Questo versetto viene citato in maniera analoga in Marco: E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo”. (Marco 14,62)
  • Gli angeli:

Sono ministri di Dio che portano agli uomini messaggi soprannaturali. Vengono spesso descritti “in bianche vesti”. Nel racconto della Ascensione annunciano che Gesù ritornerà un giorno: la storia è escatologica.

  • Fissare al cielo:

Gli apostoli fissavano il cielo mentre Gesù se ne andava

un’allusione al rapimento di Elia quando Eliseo gli chiese due terzi del suo spirito

Domanda che cosa io debba fare per te, prima che sia portato via da te”. Eliseo rispose: “Due terzi del tuo spirito siano in me”. (2Re 2,9). Eliseo chiede ad Elia la sua eredità spirituale. Elia risponde: “Tu pretendi una cosa difficile! Sia per te così, se mi vedrai quando sarò portato via da te; altrimenti non avverrà” (10). Allo stesso modo gli apostoli, proprio perché hanno visto andare Gesù al cielo, riceveranno lo Spirito di Gesù e continueranno la sua missione.