APOCALISSE 1/8

LE SETTE CHIESE

Le comunità a cui scrive sono le chiese dell’Asia Minore (cfr. Ap 1-3), chiese fiorenti fondate da Paolo e ora guidate da Giovanni. Nei primi tre capitoli infatti Giovanni cita espressa mente sette chiese a cui invia esortazioni profetiche per rinsaldare la loro fede e correggerne gli errori. Erano comunità che avevano perduto il primitivo fervore e in cui già erano presenti elementi delle prime eresie, come quella dei Nicolaiti, dottrina gnostica che professava un sincretismo con i culti pagani, già condannata da Paolo, specialmente nella lettera ai Colossesi. Se Paolo aveva elogiato quelle comunità per il loro fervore, ora Giovanni usava parole di fuoco per bollare la freddezza e l’indifferenza presente nelle chiese (cfr. Ap 2,3.6.13.15.45; 3,16). Erano comunità che avevano ormai raggiunto una stabile organizzazione gerarchica e i cristiani già celebrano il primo giorno della settimana chiamandolo “dies Dominica” cioè giorno del Signore (cfr. Ap 1,10). Questo sembra sia avvenuto dopo il 70, cioè dopo la distruzione del Tempio e della città di Gerusalemme ad opera dei Romani e quindi segnò un distacco definitivo dal giudaismo ufficiale che celebrava il sabato come festa. Per comprendere il libro dell’Apocalisse bisogna tener conto anche delle circostanze storiche che contribuirono alla sua nascita. Le sette lettere alle sette chiese dei primi tre capitoli danno il quadro della seconda generazione dei cristiani. Avevano perso il loro entusiasmo iniziale, come abbiamo già accennato, e la lettera alla chiesa di Efeso, di Sardi e di Laodicea ne sono un esempio (cfr. Ap 2,1-7; 3,1-6; 3,14-22). Gesù aveva insistito che “colui che persevererà sino alla fine sarà salvato” (cfr. Mt 10,22) e ora Giovanni esorta a questa perseveranza nell’amore iniziale: “Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire…” (cfr. Ap 2,5; 3,2). In questo ambiente di tiepidezza (cfr. Ap 3,15-16) nascevano errori propagati, poi, da falsi profeti (cfr. Ap 2,2.6.15.20). Sono sette messaggi indirizzati a sette chiese della provincia di Asia, elencate forse per ordine di importanza. Dal numero sono escluse altre chiese del posto, ma questo può essere spiegato con l’uso del numero 7 che indica la completezza e la totalità delle chiese. Questa chiesa è nelle mani di Gesù Re e Sacerdote.

LO SCHEMA PER OGNI LETTERA:

Ogni lettera ha lo stesso schema:

  1. un invito divino a scrivere.
  2. un’autopresentazione di Gesù con gli stessi attributi del prologo.
  3. un giudizio positivo/negativo sulla chiesa in questione.
  4. un invito all’ascolto e alla conversione e una promessa escatologica.

Per ogni messaggio alle diverse chiese vedremo l’autopresentazione di Gesù di cui si possono trarre degli insegnamenti teologici su Cristo, il giudizio spesso in parte sia positivo che negativo, ma talvolta anche puramente positivo o negativo. Se positivo un invito a perseverare, se negativo un invito alla conversione . Vedremo anche una promesse escatologica.

CARTINA:

Qui sotto nella cartina la posizione delle sette chiese e l’isola di Patmos dove Giovanni riceve la parola da Dio

PRESENTAZIONE:

Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro.

Questo è il modo in cui Giovanni vede Gesù nel prologo, ricorda anche il personaggio in Daniele 7,13 e 10,16.

GIUDIZIO: POSITIVO / NEGATIVO

POSITIVO: Riconoscimento di molte qualità come la perseveranza, ostilità verso l’ingiustizia, buon discernimento per distinguere i falsi apostoli, resistenza alle persecuzioni, opposizione ai nicolaidi (dottrina contaminata da elementi pagani)

NEGATIVO: Aver perso il primo amore, ovvero mancare di carità verso Dio e il prossimo, probabilmente a causa della ricchezza che vi circola: ha dunque bisogno di una rinascita spirituale per ottenere la Vita Eterna.. Invio a convertirsi e compiere le opere di prima

PROMESSA:

Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio”. Promessa di vita eterna


PRESENTAZIONE:

Così parla il Primo e l’Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita. Riferimento alla resurrezione di Cristo

GIUDIZIO: POSITIVO

Smirne è una comunità povera e sottoposta a molte tribolazioni, ma è ricca dello Spirito del Signore. Vicina ad essa c’è una comunità giudaica assai ostile che l’autore definisce: Sinagoga di satana. Si preannunciano ulteriori persecuzioni su alcuni componenti della comunità per 10 giorni.

PROMESSA:

Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita. Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte”.

La seconda morte è la separazione tra Dio e l’anima per l’eternità che porta all’inferno.


PRESENTAZIONE:

Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli. Riferimento alla Spada dello spirito che è la parola di Dio

GIUDIZIO: POSITIVO / NEGATIVO

POSITIVO: La comunità è situata in una importante città del mondo religioso greco, è presente il tempio di Zeus che l’autore definisce il trono di satana, per questo è spesso oggetto di persecuzioni, citando un personaggio Antipa, martirizzato per essersi rifiutato di sacrificare agli dei. Nonostante le persecuzioni la comunità rimane salda nella fede

NEGATIVO: Viene rimproverato che all’interno della comunità sono tollerate delle correnti eretiche, quali i seguaci della dottrina da Baalam, dove incitava all’immoralità e i Nicolaidi, contenenti dottrine di origine pagana.

PROMESSA:

Convèrtiti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca.

Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve”. Una credenza largamente diffusa nel giudaismo dell’epoca riteneva che durante l’era messianica, gli eletti avrebbero mangiato la manna. Un sassolino bianco veniva usato in diverse situazioni, ma in ogni caso era un simbolo positivo e il colore bianco indica gioia ed allegria, in questo caso la positività deriva dalla consapevolezza di partecipare al regno di Dio.


PRESENTAZIONE:

Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili a bronzo splendente.

Caratteristiche che richiamano la visione nel prologo. Viene enfatizzata la gloria di Cristo.

GIUDIZIO: POSITIVO / NEGATIVO

POSITIVO: Si riconosce in questa comunità la carità, la fede e lo spirito di servizio fatto con costanza e dedizione e una costante crescita di questi valori nel tempo.

NEGATIVO: Viene rimproverato che all’interno della comunità viva una donna di nome Gezabele, falsa profetessa che insegna e istiga all’immoralità. Non è il suo vero nome ma uno pseudonimo che richiama un la regina che istigò il popolo di Israele di allontanarsi del culto. Dio non l’ha punita subito per darle tempo di pentirsi, ma ora annuncia il castigo su di lei e su che la segue. Ma chi non la segue non avrà ulteriori castighi.

PROMESSA:

Al vincitore che custodisce sino alla fine le mie opere darò autorità sopra le nazioni: le governerà con scettro di ferro, come vasi di argilla si frantumeranno, con la stessa autorità che ho ricevuto dal Padre mio; e a lui darò la stella del mattino.

 Viene rievocata una promessa contenuta nel Salmo 2,8-9 dove i salvati, dopo il ritorno di Cristo, governeranno la terra.


PRESENTAZIONE:

Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle. Richiama la signoria assoluta e piena sull’universo e sulla Chiesa universale sparsa su tutta la Terra (solita simbologia del numero sette).

GIUDIZIO: NEGATIVO/ POSITIVO

NEGATIVO: Il giudizio è il più severo di tutti. La comunità sembrerebbe ricoprire un fama positiva, ma per Dio si tratta di ipocrisia, le loro opere non sono perfette. L’autore esorta la comunità a rinvigorire ed a essere vigilanti perché Dio verrà come un ladro.

POSITIVO: Nonostante il giudizio nettamente negativo, è presente un gruppetto di persone che conpiono vere opere buone, queste commineranno con lui in veste bianche.

PROMESSA:

Il vincitore sarà vestito di bianche vesti; non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli.

Le vesti bianche indicano sono simbolo di purezza, buone opere e vittoria. Il libro della vita nell’AT indica la partecipazione ai beni messianici (Es 32,32-33; Sal 69,29; Is 4,3). Per il riconoscimento di Cristo, vedi Mt 10,32; Lc 12,8.


PRESENTAZIONE:

“Così parla il Santo, il Veritiero, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre.

La chiave di Davide è Cristo, che ha potere supremo sulla Gerusalemme celeste; per il simbolo della chiave, vedi Is 22,22 e alle “chiavi del Regno dei Cieli” consegnate da Gesù a Pietro (Matteo 16,19).

GIUDIZIO: POSITIVO

Viene riconosciuto che in questa comunità pur essendo povera è ricca di Spirito, custode e fedele della parola. Annuncia che ci sarà una “porta aperta”, non specificando nel dettaglio. Potrebbe essere un attività missionaria o la conversione di popoli pagani attraverso loro. Annuncia anche l’arrivo in comunità di alcuni soggetti provenienti dalla “sinagoga di satana”. Giudei ostili e fintamente amiche per ingannarli, sarà l’occasione per vedere quanto Dio li ha amati per provocarli a gelosia.

PROMESSA:

Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, dal mio Dio, insieme al mio nome nuovo.

la colonna nel tempio del mio Dio è un simbolo di stabilità perenne e quindi di beatitudine che nessuno potrà togliergli mai più.  Il nome nuovo è un nome di Cristo, forse il Verbo di Dio di  Ap 19,13.


PRESENTAZIONE:

Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio.

Caratteristiche che sottolineano la divinità di Cristo.

GIUDIZIO: NEGATIVO

Questa comunità si trova in una città molto ricca economicamente e finanziariamente, ma hanno ceduto alla tentazione di confidare nelle ricchezze anziché  a Dio pur non rinnegandolo ma perdendo lo zelo e preferendo un atteggiamento ambiguo e gnosticizzante, per questo l’autore li definisce né caldi né freddi. Dio li ama e per questo li rimprovera utilizzando delle metafore che simboleggiano i prodotti economici che facevano prosperare la città: Centro di commerci e di ricchezze, Laodicea deve abbandonare il vile oro materiale per scoprire il vero oro che salva; centro tessile assai rinomato, dovrà vestirsi con vesti bianche, che rimandano alla purificazione del Battesimo; sede di una famosa scuola di oftalmologia, dovrà purificarsi la vista non con il collirio medico ma con un collirio spirituale, che le permetterà di vedere lo stato di desolazione in cui versa.

PROMESSA:

Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono.

Cristo si presenta come colui che cerca una relazione con i suoi figli, bussa alla porta, si fa sentire la sua presenza, e gioisce chi riconosce la sua voce, apre la porta del suo cuore e lo accoglie per avere comunione insieme.

INNI CRISTOLOGICI

In questo articolo metteremo a confronto gli anni cristologici contenuti nella brevi lettere in colossesi, filippesi ed efesini. Andremo ad approfondire questi inni presenti nella Chiesa primitiva, che per quanto brevi sono ricchi di contenuti e spunti di riflessione, mostrano una serie di attributi rivolti a Gesù Cristo che hanno contribuito ad evidenziare la divinità di Cristo, già molto chiara anche ai primi cristiani.

INNO IN COLOSSESI

È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,

per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.

Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione,

perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra,

quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze.

Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.

Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.

Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio,

primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.

È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza

e che per mezzo di lui e in vista di lui  siano riconciliate tutte le cose,

avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra,

sia quelle che stanno nei cieli.

NOTE CARATTERISTICHE:

  •  Volontà di salvezza del Padre attraverso la redenzione per opera del Figlio
  • Cristo preesistente: immagine del Dio invisibile
  • Cristo capo del corpo che è la Chiesa
  • Signoria cosmica: primato su tutte le cose,  il primogenito della creazione, ogni cosa è stata fatta per mezzo di Lui.
  • Cristo: luogo della pienezza e unico Mediatore tra Dio e il mondo

INNO IN FILIPPESI

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:

egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio

l’essere come Dio, ma svuotò se stesso

assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.

Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.

Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome,

perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra,

e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre.

NOTE CARATTERISTICHE:

  • Natura divina di Gesù
  • “svuotamento” di se stesso per assumere condizione umana
  • Gesù obbediente al Padre fino alla croce
  • Esaltazione e signoria universale

INNO IN EFESINI

Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo

per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,

predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo,

secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia,

di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui, mediante il suo sangue,

abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia.

Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza,

facendoci conoscere il mistero della sua volontà,

secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi:

ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra.

In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui

che tutto opera secondo la sua volontà a essere lode della sua gloria,

noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi,

dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza,

e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso,

il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione

di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

NOTE CARATTERISTICHE:

  • Benedizione di Cristo e del Padre, fonte di ogni benedizione
  • Cristo ci ha scelti e predestinati per essere suoi figli
  • Redenzione per mezzo della croce
  • Figliolanza divina, Gesù è il modello
  • Dio rivela ai suoi figli la sua volontà
  • I pagani e giudei sono uniti in Cristo in un unico popolo che condivide una eredità
  • Esaltazione di Cristo signoria cosmica capo della Chiesa – suo corpo
  • Chi crede riceve la Spirito Santo caparra della nostra eredità

LETTERA AGLI EBREI

AUTORE:

La tradizione attribuiva lo scritto a Paolo, forse grazie al testo Eb 13,23 dove si danno notizie di Timoteo, stretto collaboratore di Paolo. Si è pensato che solo Paolo poteva parlare in questi termini, così come i saluti in 13,24. Manca però l’intestazione dove Paolo si presentava apponendo il proprio nome. Questo fa pensare che la lettera, pur avendo un’influenza paolina non andrebbe attribuito solo a lui.  Il nome di Apollo è quello che trova più consensi tra gli studiosi circa l’attribuzione della lettera. Negli Atti 18,24-28, Apollo è descritto come un giudeo cristiano di Alessandria, missionario ad Efeso, esperto nelle Scritture, uomo colto ed oratore efficace. Era molto stimato da essere messo sullo stesso piano di Paolo e Cefa, (cfr. 1Cor 1,12; 3,5-9). anche se poco conosciuto per la mancanza di sue lettere nel canone biblico. Il suo legame con Paolo potrebbe spiegare l’influenza dei concetti paolini. Chiunque fosse, per lo stile raffinato usato nella lettera, l’autore era un uomo di cultura, conoscitore della cultura ellenica e delle sacre scritture.

LUOGO E DATA DI COMPOSIONE:

Lo scritto, secondo Eb 13,24, dovrebbe essere stato scritto a Roma e questo concorderebbe con 2 Tm 4,9.12 e Eb 13,23 che indicano Timoteo a Roma. Questa conclusione sarebbe problematica se l’autore fosse Apollo in quanto sembra improbabile una sua presenza in Italia. Ma anche su questa interpretazione non vi è chiarezza. Circa la data, si può mettere un limite: l’anno 95 in quanto lo scritto fu usato da Clemente Romano proprio in quella data. È comune pensare che la lettera fu composta prima del 70, anno che segna la distruzione del tempio di Gerusalemme. Infatti l’autore sembra riferirsi nello scritto alla liturgia ancora in atto nel tempio che confronta con il sacrificio e il sacerdozio di Cristo. Lo scritto esorta i cristiani a perseverare anche nei momenti duri che verranno (cfr. Eb 10,35-39) e anche se il culto giudaico dovesse terminare, ormai vi è il culto cristiano che lo ha sostituito. Ora vi è Gesù, Sommo Sacerdote che officia nel tempio celeste (cfr. Eb 8,1-2; 9,11-12; 10,19-23).

SCOPO DELLA LETTERA:

Esso vuole essere una parola di esortazione alla perseveranza nella fede in Gesù rivolta ai giudei convertiti, che soffrono e che l’oratore ben conosce. In primo luogo si vuole sostenere i cristiani sotto prova e tentati di scoraggiamento (cfr. Eb 12,12) dopo che hanno rinunciato alla religione giudea. Questi giudei hanno perso l’appoggio dei loro connazionali e si trovano a volte abbandonati (cfr. Eb 10,25) con una insicurezza crescente con per di più la prospettiva del martirio (cfr. Eb 12,4). Per questo possono soffrire di scoraggiamento tale da diventare duri nel capire (cfr. Eb 5,11). Per questo l’autore li incoraggia con parole di esortazione (cfr. Eb 13,22). Per far rinascere l’entusiasmo a questi credenti, l’autore pone davanti ai loro occhi la persona e l’opera di Gesù, unirsi alla Chiesa di Cristo, partecipare ai suoi riti e per aggregarsi alla comunità cristiana che confessa Gesù come Messia e Signore, nuovo ed eterno Sommo Sacerdote.  L’efficacia della sua mediazione che ci rassicura circa le realtà che non vediamo, bisognosi di recuperare la pienezza e il fervore della fede.  Si pensa che i destinatari fossero giudei non solo per il nome con il quale l’autore si rivolge chiamandoli “fratelli”, ma specialmente perché lo scritto contiene un continuo richiamo di testi e di riti appartenenti all’Antico Testamento e alla religiosità giudaica. Solo dei cristiani provenienti dal giudaismo potevano capire questi riferimenti.

CONTENUTO:

  1. Esordio (cfr. Eb 1,1-2,16)

Inizia con una sintesi cristologica: Gesù è la parola ultima e definitiva di Dio, superiore agli angeli e a Mosè, fratello degli uomini con l’incarnazione e la sofferenza. Quindi passa ad esortare all’ascolto della parola giunta a noi attraverso Gesù e confermata da segni e dai doni dello Spirito

  • Presentazione del sacerdozio di Cristo

Vengono descritte le qualifiche sacerdotali di Gesù, Sommo Sacerdote: misericordia e fedeltà in forza della sua incarnazione e della sua obbedienza. Segue poi un’esortazione a non cadere nell’incredulità come gli immaturi, ma a rafforzare la speranza nella mediazione di Gesù e quindi la perseveranza nella fede

  • Novità del sacerdozio di Cristo

Gesù è Sommo Sacerdote non alla maniera di Aronne, ma alla maniera di Melchisedek. La figliolanza divina è fondamento dei questa novità e quindi viene abrogato l’antico sacerdozio levitico per uno perfetto ed eterno. È la nuova alleanza che Gesù esercita essendo seduto alla destra del Padre come ministro del santuario celeste. Il sacrificio di Cristo diventa il vero sacrificio fatto una volta per sempre per la sua volontaria offerta di sè, offerta senza peccato rendendo perfetti per sempre quelli che vengono santificati. L’antico culto diventa quindi ombra di quello vero inaugurato da Gesù. Segue quindi l’esortazione alla fiducia ad accostarci con cuore sincero al trono di Dio e alla perseveranza. È un invito al coraggio a perseverare nelle prove ricordando i primi giorni del cammino cristiano in cui hanno sostenuto una grande e penosa lotta accolta con gioia.

  • Esempio di fede dei padri e l’imitazione di Gesù

Viene descritto un esempio molto suggestivo di esempio di fede dei padri che, grazie alla loro fede, vinsero ogni difficoltà. Quindi noi siamo in una situazione migliore perché abbiamo creduto in Cristo, mentre loro aspettavano i beni promessi senza conseguirli. Per questo perseveriamo nel cammino di fede. Nella strada stretta e difficile segnata dal Cristo serve resistenza e coraggio. Infine l’autore indica alcuni orientamenti di comportamento pratico: cercare la pace con tutti, la santificazione personale, la vigilanza, la cura degli altri e dare il buon esempio a tutti.

  • Conclusione

Sembra essere un biglietto di accompagnamento della trascrizione dell’omelia. Raccomanda di perseverare nell’amore fraterno, di ricordarsi dei capi e di imitarne la condotta, di imitare Cristo nella sofferenza, di essere generosi, sottomessi volentieri ai responsabili della comunità e di pregare per l’autore dello scritto. Termina con l’esortazione ad accogliere questa parola di esortazione, con la notizia della liberazione di Timoteo, con i saluti dell’anonimo autore ai capi, ai santi e con i saluti di tutti i fratelli dell’Italia.

CARATTERISTICHE DI GESÚ ELLA LETTERA AGLI EBREI:

  • Superiore agli angeli (1,5,14)
  • Venuto sulla terra poco inferiore agli angeli, coronato di gloria per la sua morte e resurrezione per la salvezza dell’uomo (2,9)
  • Gesù, nostro fratello per la partecipazione di Cristo alla natura umana (2,11-14)
  • Mediatore tra Dio e l’uomo affinché l’uomo sia riconciliato con Dio (2,17-18)
  • Superiore a Mosè (3,2-6)
  • La fede in Cristo offre riposo (4,1-11)
  • Gesù vero sommo sacerdote compassionevole sotto l’ordine di Melkisedek (5,5-10)
  • Sacerdozio di Cristo superiore a quello levitico, perenne e perfetto. (7,11-28)
  • Cristo realizza la promessa della nuova alleanza descritta in (Ger 31,31-34). (8,8-13)
  • Cristo entra nel santuario celeste e offra a Dio il suo sangue (8,1-7)
  • Sacrificio di Cristo efficace e perenne; superiore ai sacrifici animali (10,1,18)

LETTERE PASTORALI

Paolo scrisse 3 lettere dette ”pastorali” in quanto non destinate alle Chiese, ma recapitate ai suoi discepoli più vicini e affezionati, scelti di Paolo come responsabili di alcune comunità dal lui fondate. Vediamo dunque di conosce questi 2 discepoli:

TIMOTEO

Timoteo era originario di Listra di Licaonia nel sud dell’Asia Minore, figlio di padre pagano (cfr. At 16,1) e madre giudeo-cristiana (cfr. 2 Tm 1,5). Paolo lo conobbe a Listra durante il suo secondo viaggio missionario come un cristiano stimato dai fratelli e, pur essendo di giovane età, lo prese con sé come collaboratore. Lo fece quindi circoncidere a causa dei giudei (cfr. At 16,1-3). Da allora Timoteo accompagnerà Paolo nella maggior parte dei suoi viaggi al quale affiderà missioni importanti (cfr. At 19,22; 1Cor 1,17; 1Tm 1,3) a cui rispose con successo. Timoteo era responsabile della comunità di Efeso. È al suo fianco quando questi scrive alcune lettere (cfr. 1Ts 1,1; 2 Ts 1,1; Rm 16,21; 2 Cor 1,1; Fil 1,1; Col 1,1; Fm 1). Paolo proverà per Timoteo un sincero affetto come lui stesso scrive in 2 Tm 1,3-4 della nostalgia che prova per la sua assenza.

TITO

Tito non è mai nominato negli Atti, il suo nome ricorre 13 volte negli scritti paolini. Pagano di nascita, abbracciò la fede cristiana senza doversi circoncidere (cfr. Gal 2,1-5). Durante le difficoltà con la comunità di Corinto realizzò un difficile lavoro di riconciliazione (cfr. 2 Cor 7,6-16). Incaricato della colletta per i cristiani di Gerusalemme (cfr. 2 Cor 8,6), si mostrò degno della fiducia di Paolo (cfr. 2 Cor 17-18). Secondo Tt 1,5 fu inviato da Paolo a Creta per organizzare la chiesa nascente in quell’isola.

PRIMA LETTERA A TIMOTEO

Il luogo preciso da cui Paolo scrive è difficile determinarlo; sappiamo solo che egli ha lasciato da poco Efeso e ha pregato Timoteo di restarvi per il governo ordinario di quella comunità. È arrivato in Macedonia per visitare quelle comunità e forse da qui egli scrive la lettera (cfr. 1Tm 1,3). Il tempo può essere collocato tra il 65 e il 66, quando l’apostolo, dopo la liberazione dalla prima prigionia romana (61-63), ha potuto riprendere i suoi viaggi per visitare le chiese dell’oriente a lui tanto care. In questa lettera Paolo incoraggia Timoteo a lottare contro i giudaizzanti e lo esorta a organizzare il culto e a consacrare vescovi-presbiteri e diaconi.

NOTE CARATTERISTICHE

  • Monito di Paolo a Timoteo di impedire vani e insensati insegnamenti di stampo giudaico.
  • La legge è giusta e serve come monito per i peccatori. Chi ha un cuore puro non ne ha bisogno.
  • Paolo, un tempo terribile peccatore è ora un esempio per tutti della grazia e misericordia di Dio.
  • Monito di Paolo di conservare la fede e la conoscenza a differenza di altri che si sono allontanati.
  • Pregare anche per i re e i governanti affinché mantengano la pace .
  • Dio vuole che tutti giungano alla conoscenza della verità.
  • Uno solo è Dio e Gesù Cristo unico mediatore poiché ha data se stesso in riscatto per tutti.
  • Che ci sia pace nella comunità, senza collere, rancori e polemiche. Si prega con mani pure.
  • Le donne curino la loro purezza spirituale e santità, anche con buone opere  piuttosto dell’esteriorità.
  • La maternità è la vocazione fondamentale per la donna, insieme alla fede, carità e saggezza.
  • I vescovi siano: Sobri, monogami con figli disciplinati, prudenti, dignitosi, ospitali, buoni insegnanti, non violenti, ma benevoli, stimati da tutti, non attaccati al denaro e non convertiti da poco.
  • I diaconi siano: Sobri, degni, sinceri, non avidi, fedeli con pura coscienza e sottoposti a prova.
  • La Chiesa è la casa di Dio, garanzia che si vivi e predichi il vangelo di Gesù Cristo in spirito di fraternità.
  • Inno cristologico: Cristo viene in forma umana, asceso in cielo, riconosciuto dalla Spirito, adornato dagli angeli e annunciato al mondo.
  • Paolo mette in guardia dai falsi dottori che insegnano dottrine diaboliche.
  • Esortazione a Timoteo a insegnare e vivere una vita santa ed esemplare in fede, purezza, carità.
  • Trattamento caritatevole con tutti: esortare gli anziani/e come padri/madri e i giovani come fratelli.
  • I figli devono prendersi cura dei genitori, cosa gradita a Dio.
  • Le vedove senza figli si consacrino al Signore in orazione, preghiera e servizio comunitario
  • Le vedove anziane siano stimate per le buone opere: Ospitalità, soccorso ecc..
  • Le vedove giovani non abbiano un servizio comunitario come le anziane, ma siano libere di risposarsi.
  • Se una donna ha con se delle vedove, possa la donna provvedere per lei.
  • I presbiteri sono impegnati nella predicazione e nella catechesi. Hanno diritto a un loro salario.
  • Non accettare un’accusa di un presbitero se non ci sono due o tre testimoni.
  • La scelta nei ministri deve esse oculata, per non essere responsabile di un eventuale pessima opera.
  • Le opere buone e no, possono manifestarsi pubblicamente sia in vita che dopo.
  • Gli schiavi rispettano e stimino i loro padroni, soprattutto se sono padroni credenti.
  • No a chi non insegna la sana dottrina e si approfitta del suo ruolo solo per trarre guadagnare denaro.
  • Bisogna sapersi accontentare di quello che si ha e non desiderare di diventare ricchi.
  • L’avidità è un’idolatria perché è una passione alla quale come un dio, si sacrifica tutto.
  • Esortazione alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, pazienza e mitezza.
  • Essere di buona testimonianza davanti a tutti.
  • Inno a Dio: Unico onnipotente e immortale, manifesterà Gesù a tutti.
  • I ricchi non siano orgogliosi, pongano la fede in Dio e non verso le ricchezze. Siano generosi e pronti a condividere le ricchezze come capitale di investire nel bene.

SECONDA LETTERA A TIMOTEO

La Seconda lettera a Timoteo sembra essere l’ultima lettera di Paolo, scritta a Roma durante l’ultima prigionia senza speranza di essere liberato (cfr. 2 Tm 4,6). Quest’ultima prigionia è molto stretta e vergognosa (cfr. 2 Tm 2,9) ormai prossimo alla condanna a morte, tanto che due volte prega Timoteo di non vergognarsi delle sue catene (cfr. 2 Tm 1,8.12).   È una lettera di addio al suo più caro amico e collaboratore, Timoteo. Paolo si sente solo e abbandonato da tutti. Siamo forse attorno al 67, pochi mesi prima del suo martirio. È una lettera ricca di patos e affetto, ma contiene anche direttive precise e sicure che impartisce a Timoteo. Si può dire che la lettera è il testamento spirituale e pastorale di Paolo. Oltre a descrivere la sua situazione e il suo dolore, Paolo raccomanda a Timoteo di rima nere irreprensibile e attaccato alla sana dottrina. È l’invito ad annunciare il vangelo in ogni occasione ricordandogli che la Parola di Dio è libera ed efficace. Conclude con l’invito a raggiungerlo presto perché è rimasto da solo, pronto ormai a versare il suo sangue per il vangelo, dopo aver combattuto la buona battaglia, avendo terminato la corsa e conservato la fede (cfr. 2 Tm 4,7).

NOTE CARATTERISTICHE

  • No a spirito di timidezza, sì a forza, carità e prudenza.
  • Non vergognarsi di testimoniare, ma avere uno spirito di sacrificio per il vangelo.
  • Dio dà una vocazione santa in base alla sua grazia e al suo piano, non in base alle opere.
  • Cristo ha vinto la morte facendo risplendere vita e incorruttività.
  • L’apostolato di Paolo gli provoca molte sofferenze di cui ne va fiero.
  • Qualcuno ha abbandonato Paolo, altri gli sono stati vicini nelle difficoltà.
  • Paolo chiede a Timoteo di scegliere persone integre che insegnino la sana dottrina.
  • I capi delle comunità devono essere queste 3 figure allegoriche: Il soldato, avere la comunità come priorità assoluta. L’atleta, non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole. Il contadino per il duro lavoro.
  • Confessione di fede: Cristo risorto, discendente di Davide, annuncio il vangelo per lui anche in catene.
  • Inno liturgico: Chi muore per Cristo, vivrà. Chi preserva con lui, regnerà. Chi lo rinnega sarà rinnegato.
  • Anche se sei infedele a lui, lui rimane federe perché non può rinnegare se stesso.
  • Evitare nella comunità discussioni inutili e dannose.
  • Sforzarsi di essere davanti a Dio degno di lui, coerente e senza la coscienza sporca.
  • Cit. Nn16,5; Is 26,13. Dio conosce i suoi e sia puro di cuore chi lo invoca.
  • Essere per Dio come dei vasi nobili d’argento utili al padrone e per compiere opere buone.
  • Stare lontani dalle empi passioni giovanili, cercare piuttosto la giustizia ,la fede, la carità e la pace.
  • Discutere con tono mite, paziente e dolce nel rimproverare.
  • Negli ultimi tempi gli uomini (anche credenti) avranno raggiunto un alto livello di iniquità.
  • Timoteo è stato vicino a Paolo nelle virtù e nelle persecuzioni.
  • Chi vuole vivere rettamente in Cristo saranno perseguitati.
  • Tutta la scrittura ispirata è utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia.
  • Esortazione a: annunciare la parola, insistere, ammonire, rimproverare con magnanimità.
  • Verrà il giorno in cui la gente non sopporterà la sana dottrina e andrà dietro a favole.
  • Paolo sta per morire, ma è felice di avere combattuto fino alla fine per Cristo e riceverà il premio.
  • Paolo chiede a Timoteo di venire anche con Marco. Tutti tranne Luca lo hanno abbandonato.
  • Ci ha fatto del male a Paolo e al suo ministero, Dio renderà secondo le sue opere.
  • Paolo è rimasto da solo a difendersi in Tribunale, mail Signore era lì, lo ha liberato.

LETTERA A TITO

Sembra che la lettera sia stata inviata dalla Grecia o dalla Macedonia in quanto Paolo esprime l’intenzione di passare l’inverno nella città portuale di Nicopoli, nell’attuale Grecia, a nord di Corinto. Il tempo di composizione potrebbe essere vicino a quello della Prima lettera a Timoteo, anche perché le due lettere contengono argomenti molto simili. Si pensa quindi tra il 65 e il 66 durante una pausa del suo viaggio apostolico dopo la prima prigionia romana. La lettera contiene consigli e raccomandazioni a Tito come pastore della chiesa dell’isola di Creta. Oltre a raccomandazioni personali a Tito, Paolo esorta all’organizzazione della chiesa consacrando presbiteri (cfr. Tt 1,5-9); raccomanda la difesa della vera dottrina specialmente dai falsi dottori giudaizzanti ed esorta i cristiani ai loro doveri secondo la loro condizione di vita e nei confronti dello stato.

NOTE CARATTERISTICHE

  • Paolo, servo  di Dio, chiamato a un apostolato che porta a un rapporto figliare con Dio.
  • Requisiti per i presbiteri: Irreprensibile, monogamo, figli credenti e disciplinati.
  • I vescovi devono essere: Irreprensibile, ospitale, amante del bene assennato, giusto, santo, padrone di sé, fedele alla Parola, degna di fede, in grado di esortare e confutare gli oppositori.
  • I vescovi non devono essere: arroganti, collerici, violenti, avidi, dediti al vino.
  • Da contrastare i membri ex giudei, sono indisciplinati e  creano scompiglio dottrinale.
  • La purezza e l’impurità è data dai cuori e non dagli oggetti di questo mondo.
  • Gli anziani siano: sobri, dignitosi, saggi, saldi nella fede, nella carità e pazienza.
  • Le donne anziane siano: non pettegole, non dedite al vino. Ma abbaino un comportamento santo.
  • Insegnino alle giovani: l’amore per il marito e dei figli. Prudenti e caste.
  • Che Timoteo sia un esempio per i giovani per la opere buone, sana dottrina, dignità, linguaggio sano.
  • La comunità abbia un comportamento impeccabile per la buona testimonianza verso il mondo.
  • Gli schiavi siano umili e sottomessi ai padroni senza contraddirli o compiere furti contro di loro.
  •  La grazia di Dio  rinnega l’empietà, carnalità, e accogliere sobrietà, giustizia e pietà e buone opere.
  • Essere sottomessi ai governi, non maldicenti, mansueti, miti, sempre pronti al bene verso tutti.
  • La potenza della bontà di Dio trasforma i cuori malvagi in cuori puri.
  • Salvati non da opere compiute, ma dalla sua misericordia.
  • L’acqua del battesimo simboleggia la nuova vita infusa nello Spirito Santo.
  • La vita nello Spirito ci rende giustificati, conformi al progetto di Dio di rendere gli uomini sui figli ed eredi, partecipi della sua vita e felicità eterna.
  • Invito a Tito di concentrare l’insegnamento sulle cose importanti e tralasciare le leggende giudaiche ritenuti unitili e sciocche.
  • Paolo chiede a Tito di provvedere a Zena ed Apollo, dei noti missionari di passaggio.

LETTERA AI EFESINI

LA CITTÀ DI EFESO

Efeso era la capitale amministrativa della provincia romana di Asia. Era anche la città principale dell’Asia Minore sia per la sua popolazione (200 000 abitanti) ma soprattutto per la sua situazione geografica e politica. Efeso era il punto di incontro delle rotte che collega vano l’impero con il resto del mondo orientale. Da qui la sua importanza anche economica e culturale. Situata sulla foce del fiume Caistro, aveva un porto commerciale. La sua fondazione risale agli Ioni nel secondo millenio e i romani la occuparono nel 133 a.C. adornandola con numerosi monumenti. Possedeva un tempio famoso dove era conservata la statua della dea Artemide (Diana) degli Efesini molto venerata in tutta l’Asia.

L’EVANGELIZZAZIONE DI EFESO

Il primo missionario ad arrivare fu Apollo, conosciuto anche da Paolo e nominato nei suoi scritti. Arrivarono anche i coniugi Aquila e Priscilla, suoi amici e collaboratori già a Corinto. Loro iniziarono a piantare i primi semi della fede. Quando Paolo arrivò nel suo terzo viaggio missionario (53-58) trovò una piccola comunità di 12 persone battezzati solo con il battesimo di Giovanni (cfr. At 19,1-7) sui quali invocò il dono dello Spirito Santo rinnovando per loro l’esperienza di Pentecoste. Per tre mesi Paolo predicò nella sinagoga, ma a causa dell’opposizione dei giudei tra sferì l’iniziale comunità nella scuola di un certo Tiranno dove continuò ad annunciare il vangelo con successo crescente per più di due anni (cfr. At 19,8-20). Questa attività evangelizzatrice mise in crisi il culto alla dea Artemide e fece allarmare i fabbricanti delle statuine d’argento della dea. Ne nacque un gran tumulto e Paolo si convinse che era giunto il tempo di lasciare la città. Quindi partì per la Macedonia e la Grecia. Paolo rimase molto legato a questa comunità anche per le sofferenze e i sacrifici dovuti alla sua fondazione (cfr. 2 Cor 1,8-11). Nel viaggio di ritorno per Gerusalemme, a Mileto manda a chiamare gli anziani della chiesa a cui apre il cuore tra le lacrime e li saluta per l’ultima volta (cfr. At 20,17-38).

SCOPO E CONTENUTO

La comunità di Efeso è dottrinalmente sana, non ha ceduto ai giudaizzanti e non sono sorte eresie o atteggiamenti immorali. Lo scopo della lettera non è correttiva, ma è per rinsaldare il fondamento della fede. Paolo scrisse la lettera durante la prigionia a Roma. La lettera inizia con un significativo inno cristologico dove si illustra il disegno salvifico di Dio che inizia con la creazione del mondo e si compie con la riunione di tutti gli uomini, giudei e pagani, nell’unica Chiesa, verso la piena maturità in Cristo. Dopo la parte dogmatica in cui Cristo è presentato come salvatore e fonte di ogni cosa e a cui tutto deve essere ricapitolato, Paolo deduce le conseguenze pratiche. Se uno è membro del corpo di Cristo, uomo nuovo e figlio-erede di Dio, deve comportarsi di conseguenza in modo degno rispetto alla consapevolezza che ha come membro della Chiesa in tutti gli ambiti della vita:

  • LA VITA COMUNITARIA

Deve essere autore di unità e pace (cfr. Ef 4,3). I doni sono per l’unità, concessi per la crescita del corpo (cfr. Ef 4,7-16).

  • LA MORALE

i cristiani non devono partecipare alle opere infruttuose delle tenebre (cfr. Ef 5,11), ma essere pieni dello Spirito (cfr. Ef 5,19).

  • LA VITA FAMILIARE

I cristiani devono essere guidati dall’esempio di Cristo con la Chiesa (cfr. Ef 5,21-6,4) e nella vita sociale come servi di Cristo (cfr. Ef 6,5-9).

NOTE CARATTERISTICHE

  • Dio ci ha predestinati figli santi mediante il sangue di Cristo.
  • La grazia ottenuta mediante Cristo ci dona sapienza e intelletto per conoscere la sua volontà.
  • Cristo a capo dei cieli e della terra e i credenti eredi e lode della sua gloria.
  • Lo spirito santo è la caparra della nostra eredità.
  • Preghiera di benedizione alla comunità.
  • La superiorità di Cristo su ogni entità celeste per questo la Chiesa è sicura di fronte a qualunque potenza.
  • L’uomo carnale che si avvicina a Cristo viene salvato mediante la fede per compiere buone opere.
  • In Cristo pagani e giudei vengono riconciliati per essere un solo uomo nuovo per mezzo della croce.
  • Cristo rivela il mistero della salvezza in questo tempo. Paolo ne è testimone per rivelarlo al mondo.
  • Preghiera di Paolo affinché ricevano forza interiore mediante lo Spirito, comprensione di Cristo e benedizioni.
  • Invito all’unità e a comportarsi in maniera degna di un credente con umiltà, dolcezza, magnanimità e amore.
  • Dio dona agli uomini la grazia secondo la sua missione sulla terra per essere evangelisti, maestri, apostoli e profeti.
  • La grazia e la conoscenza di Cristo vi consente di essere perfetti e non essere ingannabili da nessuno.
  • Esortazione per una conversione da un nuova vita in Cristo, senza passioni ingannevoli, ma rinnovati nella giustizia e nella santità.
  • Norme pratiche di ogni credente: Dire la verità, adiratevi senza peccare, non rubare, lavorare onestamente e condividere con i bisognosi.
  • Usare la parola non per proferire il male, ma per parole buone che edificano a giovano chi le ascolta.
  • Lontani da: Asprezza, sdegno, ira, grida, maldicenze. Vicini a: Misericordia e perdono.
  • I cristiani devono camminare nella luce di Cristo, in bontà, giustizia e verità.
  • Attenzione a non commettere atti di fornicazione, cupidigia. Condannarli apertamente.
  • Non ubriacarsi di vino, ma piuttosto essere ricolmi di Spirito, cantando inni, salmi, canti ispirati.
  • I mariti amino le mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stessa a lei. Le mogli siano devote ai mariti.
  • I figli devono sottomettersi ai genitori. Essi li facciano crescere nella disciplina e nei giusti insegnamenti.
  • Gli schiavi siano sottomessi ai padroni  li servano come per il Signore. Essi rispettino gli schiavi. Dio non fa preferenze sociali.
  • Il combattimento cristiano non è contro le entità demoniache e non le persone fisiche.
  • L’armatura del cristiano: La cintura della verità, la corazza della giustizia, l’elmo della salvezza, i calzari per diffondere il vangelo della pace, lo scudo della fede e la spada dello Spirito che è  parola di Dio.

STRUTTURA

1- Parte dogmatica:

           • inno di ringraziamento e di supplica: 1,3-23

           •  la nuova creazione realizzata in Cristo: 2,1-22

           • missione di Paolo, annunziatore di Dio: 3,1-13

           • preghiera per la comunità: 3,14-21

 2- Parte esortativa con conseguenze pratiche:

           • principio della vita cristiana: 4,1-24

            • applicazioni particolari: 4,25-6,17

 Conclusione: 6,18-24

LETTERA A FILEMONE

DESTINATARIO, DATA E LUOGO COMPOSIZIONE

La Lettera a Filemone è l’unica lettera autografa di Paolo, scritta di suo pugno, mentre solitamente dettava tutte le altre. È la più breve, solo 25 versetti. È indirizzata a Filemone, residente in Colossi, convertito da Paolo (cfr. Fm 19) e suo collaboratore a Efeso e a Colossi. Padre di Archippo, il quale probabilmente svolgeva un ministero presbiterale in Colossi e che Paolo esorta a compiere bene il ministero (cfr. Col 4,17), ospitava con la moglie Appia nella sua casa la comunità cristiana (cfr. Fm 2). Viene scritta contemporaneamente con la Lettera ai Colossesi e fatta recapitare da One simo. Paolo è in prigione e spera in una sua liberazione imminente (cfr. Fm 1.9.10.13.23). La tradizione fa risalire la lettera alla prigionia di Roma attorno al 61-63, quando Paolo si sente ormai vecchio e stanco (cfr. Fm 9).

SCOPO E CONTENUTO

È uno scritto di accompagnamento e di raccomandazione per Onesimo, lo schiavo di Filemone, che era fuggito di casa con l’aggravante di un furto di denaro (cfr. Fm 11-18). Questo comportava la pena di morte ed il padrone aveva diritto alla decisione; e la fuga di uno schiavo risultava difficile in quanto i segni che lo contraddistinguevano sul corpo rendevano la cattura facile impresa. Venuto a Roma, incontra Paolo che lo converte e lo tiene al suo servizio per un periodo di tempo f ino a quando lo rimanda dal suo padrone, non più come schiavo, ma come fratello in Cristo. Onesimo quindi ritornerà a Colossi accompagnato da Tichico, latore della Lettera ai Colossesi. Qui scopriamo un Paolo molto delicato, amico dello schiavo e del suo padrone, animato da sentimenti di fraternità per entrambi. Onesimo è il “cuore di Paolo” e lo rimanda fiducioso a Filemone perché trovi in lui un fratello e un collaboratore che merita accoglienza come se venisse accolto Paolo stesso. Paolo si accolla ogni offesa e debito di Onesimo, ma ricorda a Filemone che anche lui stesso gli è debitore della sua stessa conversione. Paolo invia la sua lettera fiducioso nell’amicizia che lo lega a Filemone e ora anche a Onesimo.

STRUTTURA

• saluti: 1-3

 • gratitudine ed elogio di Filemone: 4-7

 • intercessione per Onesimo: 8-21  • incarichi e saluti finali: 22-25

LA LETTERA AI COLOSSESI

LA CITTÀ DI COLOSSI

Colossi era una città della Frigia, attuale Turchia, vicino a Laodicea a circa duecento chilo metri a est di Efeso nella valle del Licos. Fondata nel V secolo a.C. dalle popolazioni frigie, nel III secolo a.C. decadde a piccolo borgo agricolo e a partire dall’anno 129 a.C. divenne parte della provincia romana di Asia. Al tempo di Paolo era una modesta cittadina distrutta più volte dai terremoti.

L’EVANGELIZZAZIONE DI COLOSSI

Colossi era stata evangelizzata da Epafra (cfr. Col 1,7), uno dei discepoli di Paolo mentre l’apostolo era a Efeso nel suo terzo viaggio missionario (53-58 d.C.). La comunità era composta in prevalenza da pagani convertiti con una minoranza di cristiani provenienti dal giudaismo.

L’ERESIA DI COLOSSI

Epafra visita Paolo durante la sua prigionia a Roma e lo informa della situazione della chiesa in Colossi. Assieme alle notizie positive (cfr. Col 1,4-8), Paolo viene a conoscenza di alcune problematiche o meglio la diffusione di una falsa dottrina che noi possiamo chiamare l’eresia di Colossi. Era una combinazione di pratiche pagane e giudaiche: una specie di sincretismo religioso di origine giudeo e pagano.

  • Elementi giudaici:

I giudei volevano introdurre la celebrazione delle feste tradizionali ebraiche, la pratica della circoncisione e la distinzione tra cibi puri e impuri,

  • Elementi pagani

I pagani avevano riesumato pratiche gnostiche con il riconoscimento e la venerazione di esseri intermedi tra Dio e il mondo a cui si attribuiva un ruolo esagerato provocando superstizione

Questo mix di elementi fece sviluppare una dottrina che gli distanziava dalle altre chiese: Si era quindi creato un gruppo di fedeli elitari che si consideravano superiori sostenendo che per la salvezza non bastava la fede in Gesù, ma era necessaria la mediazione di esseri intermedi raggiunti mediante una conoscenza segreto-mistica. Questa conoscenza era acquisibile solamente attraverso pratiche rituali concernenti l’astenersi da cibi, la circoncisione e l’osservanza di particolari feste. La preoccupazione dei Colossesi non era di natura legalista come lo era per i Galati, ma ascetica. Essi volevano infatti vivere radical mente il messaggio cristiano.

LA LETTERA DI PAOLO

Paolo, venuto a conoscenza di questa eresia si vede costretto a scrivere una lettera per rimettere quella comunità in linea con la sana dottrina. Paolo risponde alla problematica non mediante argomentazioni legge-grazia, ma confermando la fede in Cristo e non negli elementi del mondo. Vediamo in punti più importanti:

  • L’importanza di una chiesa unita dal punto di vista dottrinale e comunitaria
  • La distinzione tra Gesù-capo e fedeli-membra del corpo
  • Viene esposta la signoria cosmica di Gesù.
  • Paolo attacca la falsa dottrina mostrando che Cristo può colmare tutte le necessità dei credenti. Infatti in Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (cfr. Col 2,9).
  • La vera meta del cristiano è quella di giungere ad essere come Cristo (cfr. Col 3,12-17)
  • La fede cristiana deve radicarsi nella vita pratica: nella famiglia (cfr. Col 3,18-21), nel lavoro (cfr. Col 3,22-4,1), nella chiesa (cfr. Col 4,2-4) e nelle relazioni (cfr. Col 4,5-6)
  • Evitare la tendenza adottare una spiritualità che porta ad avere solamente uno stile di vita  di sterile gnosticismo privo di buone opere e amore per il prossimo.

Gesù non è quindi una delle tante manifestazioni divine al pari di altri esseri intermedi. Al posto delle pratiche, i Colossesi sono invitati a non seguire gli elementi del mondo confermando che sono precetti umani ricoperti di sapienza, ma che in realtà servono solo per soddisfare la carne (cfr. Col 2,20-23). È l’invito a cercare le cose di lassù in quanto morti alle cose del mondo e risorti in Cristo (cfr. Col 3,1-4).

STRUTTURA

• saluto, rendimento di grazie, preghiera: 1,1-14

     • inno cristologico – Cristo il principio di tutto: 1,15-2,3

     • avvertimenti contro le false dottrine: 2,4-23

     • applicazioni pratiche – vivere da uomini nuovi: 3,1-4,6

     • conclusione

LA LETTERA AI ROMANI

La lettera è destinata ai cristiani residenti in Roma, l’allora capitale dell’impero romano. Scritta verso la fine del 57 oppure nel 58 mentre. Paolo si trova a Corinto e si propone di andare a Gerusalemme a portare il frutto della colletta. La lettera fu scritta sotto dettatura da Terzo (cfr. Rm 16,22) e forse fatta recapitare a Roma da Febe, diaconessa della chiesa di Cencre (cfr. Rm 16,1). Rispetto a tutte le altre lettere la lettera ai romani presenta delle peculiarità specifiche. Vediamo quali:

  • È la lettera più lunga che Paolo scrisse
  • È indirizzata a una comunità non fondata da Paolo e neppure dai suoi collaboratori
  • Contiene una sintesi di tutto il pensiero paolino e dalla dottrina cristiana
  • Non sono presenti note polemiche, ma la speranza di poterla conoscere di persona

LA COMUNITÀ DI ROMA

Roma, la capitale dell’impero in quel tempo contava più di un milione di abitanti. La comunità di Roma, nonostante non fosse fondata da Paolo godeva già di grande importanza e di una struttura ben delineata ino ad essere considerata era la comunità più importante, dopo quella di Gerusalemme. Non si sa con esattezza come nacque la comunità di Roma, ma sappiamo che, che vide la presenza di Pietro a cui dovette la sua espansione.  Nel 49 l’imperatore Claudio espulse tutti i giudei da Roma e gli Atti ci informano che tra questi vi erano dei cristiani (cfr. At 18,2). Quindi la piccola comunità rimase formata solo da cristiani provenienti dal paganesimo. Più tardi, caduto in disuso tale decreto imperiale, i giudei fecero ritorno nella capitale e incontrarono una comunità cresciuta. Paolo, cosciente della presenza di due gruppi di cristiani, scriverà tale lettera cercando di prevenire ciò che successe nelle chiese dell’Asia, cioè il rischio di imporre la legge mosaica ai nuovi cristiani. Era una comunità varia formata da giudei, greci, latini, schiavi, liberti e uomini liberi tra cui gente patrizia, incluso alcuni della casa imperiale. Questo lo si deduce dai nomi citati nei saluti finali della lettera.

OCCASIONE DELLA LETTERA AI ROMANI

Essendo una comunità non fondata da lui, a differenza dalle altra non ha uno scopo pastorale, ma prova comunque una profonda stima e rispetto per questa comunità che spera di visitarla prima possibile. Chiede anche alla comunità un aiuto di coronale il sogno di evangelizzare in Spagna non trovando in Asia più nessun campo di azione. Non sappiamo se alla fine ci andrà in Spagna, il libro degli atti finisce con l’arrivo a Roma. Nella lettera ai romani troviamo la sintesi di tutta la sua dottrina specialmente problematica del rapporto legge e fede. Nelle comunità da lui fondate arrivarono i giudaizzanti a mettere confusione le comunità spingendole nell’obbligo di adottare le pratiche giudaiche. Paolo non sa se sono già arrivati i giudaizzanti, ma cerca di mettere le mani avanti e anticipare la sua dottrina in modo da evitare di essere ingannati.

CONTENUTO

Paolo esprime il cuore del vangelo: la salvezza è per opera di Gesù grazie alla fede. Il mondo è immerso nel peccato e le pratiche della religione/legge sono inutili e non cambiano il cuore dell’uomo. È necessaria una liberazione che l’uomo stesso da solo non può compiere. Questo avviene attraverso la fede, cioè una adesione totale alla persona di Gesù. Solamente questa fede nella morte e nella resurrezione di Gesù è capace di salvare tanto i pagani come i giudei. I cristiani hanno per questo ricevuto un nuovo Spirito, lo spirito di Cristo che ci rende figli e non più schiavi, ma liberi. In questa lettera troviamo il vangelo così come Paolo lo comprendeva: un vangelo che non dipende dall’osservanza di norme e regole, ma dalla fede in Gesù. Il vangelo diventa così forza di Dio per la salvezza, una fede che esige sottomissione a Gesù come Signore e un’apertura allo Spirito. Questo era difficile sia per i pagani sia per i giudei in quanto esigeva una conversione radicale: accogliere la gratuità della salvezza ad opera di Dio e non per le nostre opere.

STRUTTURA

Introduzione: 1,1-17

 a) Sezione dottrinale:

       1- L’umanità senza Gesù: 1,18-3,20

             • il mondo pagano sotto il dominio del peccato: 1,18-32

             • i giudei malgrado la legge e la circoncisione: 2,1-3,20

       2- La salvezza per la fede in Gesù: 3,21-5,21

            • la salvezza per tutti ad opera di Gesù: 3,21-31

            • l’esempio di Abramo: cap. 4

            • la salvezza per l’obbedienza e la morte di Gesù: cap. 5

            • Cristo ci libera dalla morte e dal peccato: cap. 6

            • Cristo ci libera dalla legge: cap. 7

            • vita nuova nello Spirito: cap. 8

       3- La salvezza di Israele: cap. 9-11

 b) Sezione esortativa – la vita cristiana: 12,1-15,13

           • La vita fraterna come risposta al dono della salvezza: cap. 12-13

           • Comprensione per i deboli: 14,1-15,13

 Conclusione:

           • Epilogo: 15,14-32

           • Raccomandazioni e saluti: 16,1-24

           • Dossologia finale: 16,25-27

NOTE CARATTERISTICHE

  • Le colpe dei pagani: Non avere riconosciuto Dio nella creazione, l’idolatria e la condotta morale perversa
  • Le colpe dei giudei: La presunzione e giudicare i pagani commettendo gli stessi peccati
  • Tutti hanno peccato, ma la salvezza è data per grazia mediante la legge della fede in Cristo
  • La legge viene confermata perché la grazia realizza pienamente la finalità della legge
  • Già in Abramo troviamo le basi per la giustificazione mediante la fede
  • La fede di Abramo è un modello per il discepolo di Cristo
  • La nuova vita in Cristo porta pace, nelle tribolazioni pazienza e speranza
  • Adamo ha inquinato l’umanità di peccato. Gesù il nuovo Adamo, porta la salvezza
  • Il credente aderisce nel battesimo alla sua morte e resurrezione e cammina in una nuova vita
  • La grazia non dà la scusa di peccare, ma dà la forza per camminare nella giustizia
  • Cristo libera dalla schiavitù della legge mediante lo spirito che da dominio sulla carnalità
  • Lo spirito rende il credente figlio di Dio, eredi delle sue sofferenze e dalla sua gloria
  • La natura attenda la gloria dei figli di Dio
  • Lo spirito ci viene in aiuto alla nostre debolezze, lui sa cosa chiedere a Dio
  • Dio Padre ci ha conosciuto e amato da sempre e ci vuole conformi al Figlio
  • Non c’è nulla che può separarci dall’amore di Dio
  • Gli Israeliti, nonostante fossero eredi della promessa non hanno accolto il Messia
  • In Osea si parla di un “resto” (i pagani) come eredi delle promesse di Dio
  • I pagani hanno raggiunto la giustizia con la fede mentre gli ebrei non l’hanno trovata con la legge.
  • Con il cuore si crede per avere giustizia, con la bocca si fa professione di fede per la salvezza
  • Dio suscita la gelosia di Israele con la conversione dei pagani che ereditano le promesse
  • Dio non ripudia il suo popolo, un ”resto” di Israeliti ha accolto Cristo
  • L’incredulità d’Israele ha favorito i pagani, ma loro non si devono insuperbire davanti ai giudei
  • Quando verrà la pienezza dei gentili anche Israele verrà salvato
  • Lasciarsi trasformare da Dio per discernere il bene, il male e la sua volontà
  • Umiltà, disponibilità nelle buone opere secondo i propri doni, carità verso tutti.
  • Rispettare le leggi e le gli autorità civili perché essi sono volute da Dio
  • La carità come compimento della legge, rimanere puri, vigilanti e lontani dal peccato
  • Libertà di coscienza, rispettando tutti, senza giudizi che portano a liti o scandalo
  • La carità di Cristo verso Dio e l’uomo sia un esempio per tutti
  • Progetti: Andare a Gerusalemme per consegnare i soldi della colletta; Andare in Spagna passando da Roma

LA LETTERA AI GALATI

LA REGIONE DELLA GALAZIA

La lettera è indirizzata alle chiese della Galazia, cioè alle comunità presenti nell’Asia Minore, l’attuale nord-ovest della Turchia. Gli abitanti erano discendenti di immigrati giunti dalla Gallia verso il III secolo a.C. La regione era al tempo di Paolo sotto l’autorità romana. La popolazione era distribuita in piccoli centri dediti specialmente all’agricoltura e alla pastorizia e solo in minima parte al commercio ad esso connesso; di conseguenza la popolazione era di bassa cultura.

PAOLO EVANGELIZZA LA GALAZIA

La Galazia venne evangelizzata da Paolo durante il suo secondo viaggio verso l’anno 50: colpito da una malattia venne curato da quella gente (cfr. Gal 4,13-15). Paolo rimarrà grato alle premure che gli mostrarono.

L’ARRIVO DEI GIUDAIZZANTI

Dopo la partenza di Paolo l’arrivo di cristiani giudaizzanti nemici dell’apostolo, da loro considerato eretico perché contrario all’obbligo della circoncisione, trassero dalla loro parte la comunità mettendola contro lo stesso Paolo. Essi turbarono la vita della comunità usando una presunta autorità in quanto provenienti dalla terra di Gesù e come discepoli della prima ora. Paolo quindi venne accusato di aver ingannato i Galati e che la sua predicazione non corrispondeva a quella di Gesù essendo quest’ultimo un ebreo praticante. Per di più Paolo non faceva parte dei dodici e non era stato un discepolo della prima ora. Non aveva quindi autorità e garanzia necessarie per l’ortodossia della dottrina. Paolo ai loro occhi era un ambizioso che si era ingiustamente appropriato dell’autorità di apostolo indebitamente. Non restava altro che rifiutare Paolo e la sua dottrina. La comunità, composta da gente semplice, si lasciò ingannare facilmente da queste nuove voci con conseguenti divisioni e disorientamenti.

 OCCASIONE DELLA LETTERA AI GALATI

Paolo addolorato dall’allontanamento dei Galati dalla retta via e forte dalla decisione del concilio di Gerusalemme dove si stabilì la piena autorità di Paolo come apostolo, scrisse la lettera ai Galati con un duplice scopo:

  1. DIFENDERE LA SUA AUTORITÀ COME APOSTOLO:

Per fare questo Paolo rivendica il suo diritto ad essere apostolo in quanto gli altri apostoli affermano che la sua dottrina non è modellata per piacere agli uomini (cfr. Gal 1,10-12). Costretto ad una apologia personale circa la sua missione ricevuta direttamente da Gesù, ricorda come le colonne della chiesa riconobbero in lui un dono autentico di apostolo e la missione specifica per i pagani. Lo scontro con Pietro ad Antiochia, qui ricordato (cfr. Gal 2,11-14), dimostra come Paolo fosse considerato una vera figura autorevole fino ad arrivare a correggere persino Pietro.

  • DIFENDERE LA DOTTRINA DELLA GIUSTIFICAZIONE

Paolo per smontare la tesi dei giudaizzanti ricorre citando Abramo e la promessa a lui fatta:  Abramo ricevette giustificazione per la fede e non grazie alla circoncisione. La legge è un pedagogo, figurata da Agar, in contrapposizione con la nuova alleanza figurata da Sara. Il cristiano è ormai libero e figlio e quindi erede in virtù della promessa; per questo Paolo esorta i cristiani a mantenere la libertà acquistataci da Gesù e a camminare secondo lo Spirito che gli è stato donato. Il centro di questa vita morale è la carità e non i desideri o gli istinti. Gesù ha abolito le pratiche giudaiche, che non hanno più valore, perché all’economia della legge è subentrata una totalmente nuova, quella dello Spirito.

STRUTTURA

Introduzione: 1,1-10

 Struttura

 1- Origine divina della sua autorità: 1,11-2,21

 2- Salvezza mediante la fede e confronto tra legge e fede: 3,1-5,12

 3- Morale cristiana come libertà e amore:

                     • chiamata alla libertà come servizio all’amore: 5,13-15

                     • camminare secondo lo Spirito: 5,16-26

                     • vita comunitaria: 6,1-6

                     • invito alla perseveranza e alla responsabilità: 6,7-10

 Conclusione: 6,11-18

NOTE CARATTERISTICHE

  • Paolo sgrida i galati per essere passato a un altro vangelo. Esiste un solo vero Vangelo
  • Paolo racconta come è diventato apostolo per vocazione di Dio partendo dal giudaismo
  • Paolo apostolo degli incirconcisi in accordo con la chiesa di Gerusalemme
  • La salvezza per mezzo della fede, seguendo l’esempio di Abramo. Le opere della legge non ti rende  giusto davanti a Dio.
  • Dio fece grazia ad Abramo e alla sua discendenza (Cristo) mediante la promessa
  • La legge è stata data per dare consapevolezza di peccato affinché si cercasse la grazia mediate la fede in Gesù Cristo
  • La fede in Cristo annulla ogni tipo di discriminazione, sociale, etnica e sessuale
  • Cristo è venuto per riscattarci dalla legge di cui eravamo schiavi, ora siamo figli suoi
  • Lettura allegorica dei figli di Abramo, uno da Agar (carne/legge) e un da Sara (promessa\libertà)
  • Il cristiano non è schiavo della legge, ma è libero secondo la guida dello spirito
  • Le opere della carne si oppongono alle opere dello spirito
  • La fede in Gesù cristo mette in opera la carità
  • Raccomandazioni per una corretta vita comunitaria

LA LETTERA AI FILIPPESI

LA CITTÀ DI FILIPPI

Filippi era una città composta da latini e da rappresentanti del popolo originario greco macedone. Probabilmente la comunità giudea era poco numerosa dato che non possedeva una sinagoga e celebrava le proprie funzioni religiose in una casa di preghiera vicino al fiume Gagites a due chilometri dalla città. Filippi continuava ad essere una città importante, anche se in decadenza, grazie alla sua posizione geografica di collegamento tra il mar Egeo e l’Adriatico lungo la via Egnatia.

L’ARRIVO DI PAOLO

Paolo si trova a Listria, in Cilicia, vorrebbe muoversi verso la Bitinia, ma lo Spirito glielo impediva. Fu guidato da Esso, mediante un sogno notturno a dirigersi verso la Macedonia. Filippi fa parte delle prime città visitate in quella regione. Ma proprio lì,  il libro degli atti 16 racconta un episodio particolare. A Filippi c’era un numero esiguo di giudei, non sufficienti per fondare una sinagoga, ma i pochi che c’erano si riunivano vicino al fiume per pregare. Paolo si recò lì e conosce una donna ebrea che accettò la predicazione di Paolo e si convertì. Lei si propone di ospitare Paolo a casa sua, ma in quella città era presente un chiava che aveva uno spirito di divinazione. Si tratta di una capacità di origine demoniaca di prevedere il futuro e veniva usata dai sui padroni per ottenere dei guadagni. Lei iniziò ad infastidire Paolo, che spazientito fece  di fatto un esorcismo e liberò la schiava dallo spirito di divinazione. Subito sorsero delle difficoltà e Paolo fu accusato di introdurre costumi non romani. I giudici, impressionati dalla rivolta popolare, arrestarono Paolo e i suoi compagni, li fustigarono e poi li misero in carcere. In carcere Paolo e i sui compagni con le ferite e le catene ai piedi cantarono inni al Signore. Avvenne un terremoto talmente forte da fare cadere le catene ed aprire le porte. Il carceriere sapendo che se fosse fuggito anche solo un prigioniero rischiava la morte e stava già per suicidarsi, ma Paolo assicurò che nessuno era fuggito. Il carceriere fu colpito da questa testimonianza e si convertì. Ospitò Paolo in casa sua, si prese cura di lui e tutta la sua famiglia  si convertì. Il giorno dopo  i giudici vennero a conoscenza che Paolo  e i suoi erano cittadini romani, si spaventarono perché avendoli fustigati e messi in carcere senza regolare processo rischiavano una pesante sanzione. li rimisero in libertà con tanto di scuse e la richiesta di lasciare la città.

LA COMUNITÀ CRISTIANA A FILIPPI

Fu la prima comunità cristiana fondata in Europa. Lidia sarà la prima discepola, una ricca commerciante di porpora, credente in Dio, che metterà a disposizione di Paolo la sua casa tale da diventare la chiesa domestica della città (cfr. At 16,12-15). La presenza degli evangelizzatori in Filippi non sembra essere stata di lunga durata Quindi Paolo e Sila si trasferirono a Tessalonica. Più tardi Paolo passò due volte per Filippi durante il terzo viaggio missionario (cfr. At 20,1.3).

OCCASIONE DELLA LETTERA

Nonostante la brevità della permanenza in Filippi, Paolo ebbe per i cristiani di questa città un grande affetto. Nella sua lettera si rivolge a loro con particolare affetto (cfr. Fil 1,7-8; 4,1; 4,10). La lettera ai Filippesi è la più affettuosa di tutte quelle che Paolo scrisse. Dopo la lettera a Filemone, è la più personale. L’occasione è data per ringraziare i Filippesi del loro donativo, un aiuto economico indirizzato a Paolo mentre è in carcere mediante Epafrodito.

CONTENUTO

È una lettera in cui Paolo esprime la sua gratitudine e nello stesso tempo informa la comunità sulla sua situazione ed esorta i cristiani a perseverare nell’unità e nell’impegno. Nella lettera è contenuto un antichissimo inno cristologico cantato nelle chiese di Asia (cfr. Fil 2,6-11). L’inno canta la preesistenza di Cristo come Dio, il suo spogliamento totale dall’incarnazione alla morte umiliante in croce, la sua glorificazione e la signoria universale seguita alla resurrezione.

STRUTTURA

• indirizzo, ringraziamento e preghiera: 1,1-11

• situazione di Paolo in prigione: 1,12-26

• esortazione a vivere in unità e umiltà: 1,27-2,18

• progetti apostolici: 2,19-30

• avvertimenti contro i giudaizzanti ed esempio di Paolo: 3,1-4,1

• esortazione alla concordia: 4,2-9

• ringraziamento per il dono ricevuto: 4,10-20

• saluto finale: 4,21-23

NOTE CARATTERISTICHE

  • Cristo dona anche la grazia per soffrire per lui per mantenere salda la fede
  • La prigionia di Paolo hanno portato anche a un progresso nel vangelo
  • L’umiltà e la carità di Cristo come modello del cristiano
  • Risplendere come luci nel mondo tenebroso
  • Paolo vuole inviare a loro Timoteo ed Epafrodìto
  • La vera via della salvezza è la fede in Cristo e non nell’osservanza della legge
  • Avere l’ambizione di raggiungere un livello sempre più alto di santità
  • La cittadinanza del cristiano è nei cieli
  • Paolo esorta la pace tra tutti i membri della comunità
  • Ringraziamento dei doni ricevuti

LE LETTERE AI CORINZI

Queste due lettere indirizzate ai cristiani di Corinto furono scritte da Paolo mentre soggiorna a Efeso durante il suo terzo viaggio missionario. Un problema occupa la sua mente: cosa vuol dire essere salvati da Gesù? Egli approfondisce quindi il ruolo di Cristo nella storia della salvezza e la necessità della fede per la salvezza. Temi che ricorreranno anche nelle altre lettere scritte sempre da Efeso: ai Galati, ai Filippesi e nelle lettera scritta da Corinto ai Romani, sempre nello stesso periodo che va probabilmente dal 57 al 58.

LA CITTÀ DI CORINTO

Corinto era la capitale della provincia romana dell’Acaia. Situata su un incrocio commerciale, era diventata ben presto un ricco porto commerciale. Fondata attorno all’anno 800 a.C. dal popolo dei Dori, conobbe nell’età classica un grande splendore. Distrutta dai Romani, venne ricostruita nel 44 a.C. per ordine di Cesare. La sua posizione a cavallo dei due mari, Egeo e Ionio, la fece rifiorire avendo due porti. Città cosmopolita, era considerata come città dotta e gaudente. Vi era infatti presente il tempio dedicato alla dea Afrodite, Venere per i Romani, a cui ruotava attorno il commercio della prostituzione sacra con migliaia di prostitute sacre consacrate alla dea. “Corintenare” era diventato sinonimo di lassismo morale. Da questo si può capire il tono e la presenza di certi temi nelle lettere di Paolo indirizzate ai Corinzi. Era una città altamente popolata: si calcola una presenza di 600 000 abitanti di cui 400 000 schiavi. Una città super affollata in cui dilagava la corruzione e l’indifferenza. Questa era la situazione di Corinto prima che arrivasse Paolo, un città pagana che viveva nel peccato, nell’idolatria e nell’immoralità.

L’ARRIVO DI PAOLO

Siano nell’anno 50 quando Paolo giunge a Corinto dopo la delusione di Atene. Scoraggiato, una visione lo incoraggia a continuare nell’opera di evangelizzazione (cfr. At 18,9-10) e predica nella sinagoga accolto da Aquila e Priscilla che erano dello stesso mestiere: tessitori di tende (cfr. At 18,3). Un lavoro che permise a Paolo di mantenersi e vi rimane per un anno e mezzo (cfr. 1Cor 4,12; 9,3-18). Rifiutato dai giudei, si ritira presso un certo Tizio Giusto e fonda una comunità numerosa e vivace, ricca di carismi (cfr. At 18,6-11). Essa era composta per lo più da cristiani provenienti soprattutto dal paganesimo, di umili origini con qualche intellettuale greco.

STORIA DELLE LETTERE SCHEMATIZZATA

Quelle che noi conosciamo come la prima e la seconda lettera ai Corinzi non sono in realtà le uniche lettere, sappiamo attraverso gli scritti di Paolo e dagli atti che ci sono in realtà altre due lettere che sono andate perse, vediamo quindi la successione degli eventi in maniera schematizzata per comprendere meglio la successione degli eventi e collocare meglio le lettere che abbiamo nel giusto contesto.

Note caratteristiche prima lettera ai corinzi:

  • Contiene risposte per i casi di immoralità avvenute nella comunità di Corinto
  • Paolo insegna di risolvere le controversie all’interno delle comunità e non nei tribunali
  • Regole per celibato e matrimonio: i coniugi si dedicato reciprocamente senza divorziare

Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito  e il marito non ripudi la moglie. (1Cor 7,10-11)

  • Divieto di mangiare nel banchetti dei templi pagani. Si a quelle carni vendute al mercato purché non scandalizza nessuno.
  • Paolo esorta a non cedere nel peccato come fecero gli ebrei che caddero nell’idolatria

Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere. (1Cor 10,13)

  • Comportamento nelle assemblee: Velo per le donne e condotta caritatevole nei pasti comunitari.
  • Paolo parla dei doni carismatici che provengono tutti dallo Spirito Santo
  • Inno alla Carità: È magnanima e buona, non si vanta, non invidia, non tiene rancore, non manca di rispetto. La via più sublime
  • Risposta a chi non crede alla resurrezione dei morti. Il messaggio del kerygma è parte del discorso.

Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. (1Cor 15,42-44)

Note caratteristiche seconda lettera ai corinzi:

  • Le tensioni tra Paolo e alcuni membri della comunità
  • Invito al perdono di un membro punito dalla comunità
  • Paolo difende la sua autorità di apostolo contro i suoi avversari
  • Vivere nella fede in una prospettiva di gloria futura. Dio dona lo Spirito Santo con garanzia
  • Cristo è morto affinché in tutti i credenti muoiano il loro l’egoismo, rinascendo come nuova creatura
  • La condizione dei ministri di Dio, apparentemente deboli, ma realmente forti nello spirito.
  • Tenersi lontani dalle pratiche pagani inconciliabili con la fede in Cristo

Non lasciatevi legare al giogo estraneo dei non credenti. Quale rapporto infatti può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra luce e tenebre? (2Cor 6,14)

  • La tristezza secondo Dio porta al pentimento. Quella secondo il mondo porta alla morte
  • La colletta per Gerusalemme. Dimostrazione di generosità ed uguaglianza
  • Chi dona in modo spontaneo e gioioso apre la porte all’esperienza dall’amore di Dio

E come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest’opera generosa. (2Cor 8,7)

  • L’evangelizzazione è come una battaglia dove le armi spirituali sono dati da Dio
  • L’autorità apostolica è data per edificare la comunità con dolcezza e mitezza. I richiami e i rimproveri per scritto.
  • La potenza e la grazia di Dio si manifestano pianamente nella debolezza umana

Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. (2Cor 12,9)

  • Paolo sa pazientare come un padre, ma anche intervenire con fermezza quando è necessario

LE LETTERE AI TESSALONICESI

Le due lettere ai Tessalonicesi, oltre ad essere le prime lettere scritte da Paolo, sono pure i primi scritti del Nuovo Testamento. Di conseguenza il loro valore è molto grande in quanto raccontano i primi passi e le prime preoccupazioni della chiesa nascente in un ambiente pagano.

LA CITTÀ DI TESSALONICA

Tessalonica, oppure Salonicco, è stata fondata dal re Cassandro, uno dei successori di Alessandro Magno nel 315 a.C. (alcune fonti indicano il 319 a.C.). Conquistata nel 168 a.C. dai Romani, ricevette la sua autonomia come città libera nel 42. Il suo nome risale al nome della moglie del suo fondatore, Tessaloniké. Era governata da un consiglio di capi (cfr. At 17,5-8) eletti dall’assemblea del popolo. Era costruita su rilievi montuosi come un teatro greco lungo la via Egnatia, che congiungeva Roma con l’oriente passando per il Bosforo, nella Macedonia, al nord dell’attuale Grecia. Data la sua importanza geografica si sviluppò come un grande centro commerciale e culturale tale da diventare una città cosmopolita. Gli Atti ci segnalano la presenza di una fiorente comunità giudaica con la propria sinagoga e una vita religiosa pagana fiorente (cfr. At 17,1; 1Ts 2,14-16). Infatti ai Macedoni originari si erano aggregati Greci, Giudei, Romani e orientali. Al cosmopolitismo della città corrispondeva la molteplicità delle religioni. Le divinità greche-romane convivevano senza problemi con quelle locali indigene. È da notare che il culto di Bacco proveniva proprio dalla Macedonia. Questa era la situazione della città prima dell’arrivo di Paolo.

L’ARRIVO DI PAOLO

Paolo giunse a Tessalonica durante il suo secondo viaggio missionario (49-52) assieme a Sila. Obbligato a fuggire da Filippi (cfr. 1Ts 2,2; At 16,39-40), giunge a Tessalonica nel 50. Secondo la sua consuetudine si rivolge principalmente ai giudei nella sinagoga (cfr. At 17,1) ottenendo un buon successo (cfr. At 17,4). I giudei ingelositi insorgono traendo dalla loro parte il popolo costringendo Paolo e Sila a fuggire dalla città (cfr. At 17,5-10). Secondo gli Atti Paolo poté predicare nella sinagoga solo tre sabati (At 17,2). Però dalle lettere sembra che forse la sua presenza nella città sia stata più lunga. Tra coloro che aderirono al messaggio di Paolo figurano Giudei, alcuni Greci credenti in Dio, alcune donne della nobiltà e un certo Giasone, uomo conosciuto, di cui i capi della città accolgono una cauzione per la liberazione sua e dei fratelli presi dai giudei ingelositi e contrari al messaggio cristiano (cfr. At 17,9). In Tessalonica Paolo si dedicò al lavoro per il proprio mantenimento (cfr. 1Ts 2,9) e alla forma zione della comunità abbastanza numerosa formata in gran parte da pagani convertiti (cfr. 1Ts 1,9-10). La preoccupazione della perseveranza nella prova dei nuovi fratelli sarà uno dei motivi che spingerà Paolo a scrivere le due lettere che possediamo. È in Tessalonica che Paolo è accusato di perturbare l’ordine del mondo e dalle lettere possiamo intravedere le varie difficoltà e incomprensioni che i cristiani di Tessalonica dovettero affrontare.

PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI

Occasione della lettera:

Lasciando Tessalonica, Paolo si dirige a Berea e poi ad Atene. Inquieto a causa del persistere delle persecuzioni contro i cristiani di Tessalonica (cfr. 1Ts 2,14-15; 3,3-4), Paolo invia Timoteo per avere loro notizie e animarli nella fede (cfr. 1Ts 3,2-5). È in Corinto quando Timoteo ritorna dalla sua missione e informa Paolo della situazione in Tessalonica. È allora che Paolo decide di scrivere ai cristiani di Tessalonica. In Atti 18,12 si fa menzione di Gallione come proconsole durante la permanenza di Paolo in Corinto; questo ci permette di datare la prima lettera: attorno all’anno 51.

Contenuto:

 La lettera in questione rivela la reazione di Paolo alla relazione di Timoteo circa la situazione della giovane comunità cristiana di Tessalonica. Dai dati ricavati dallo scritto di Paolo, la relazione di Timoteo contiene due serie di dati. In primo luogo dati positivi riguardanti la vita dei cristiani di Tessalonica come la fede, la speranza e l’amore che prosegue e accresce anche di fronte alle prove e alle difficoltà (cfr. 1Ts 1,3; 3,6-8). Sono cristiani modello per tutti i credenti delle vicine regioni (cfr. 1Ts 1,7-8). Tuttavia la comunità si domanda circa il momento della parusia di Cristo (cfr. 1Ts 5,1) e della sorte riservata ai fratelli morti prima del giorno della seconda venuta (cfr. 1Ts 4,13). Anche alcune dottrine erronee sono causa di deviazioni morali ed alcuni membri sono dominati dalla tristezza, da inquietudine ed oziosità (cfr. 1Ts 4,3.11-12; 5,14).

Scopo:

La lettera ha una doppia finalità. È prima di tutto espressione di gratitudine e di incoraggiamento che occupa i primi tre capitoli in cui Paolo si congratula per la fecondità dell’o pera di evangelizzazione compiuta a Tessalonica e incoraggia i fedeli a rafforzarsi nella fede in mezzo alle persecuzioni. Poi corregge le deviazioni presenti nella comunità, risponde alle inquietudini occorse per la morte di alcuni fratelli e per la ardente attesa della parusia (cfr. 1Ts 4,13-5,10) ed esorta la comunità ad una revisione di vita circa il lassismo morale (cfr. 1Ts 4,1-8), l’amore fra terno (cfr. 1Ts 4,9-10) e l’ozio (cfr. 1Ts 4,11-12).

Struttura:

 Introduzione: 1,1-2

 1- Azione di grazie: cap. 1-3

 • per l’esperienza dei Tessalonicesi: 1,3-10; 2,13-16

 • per l’esperienza degli apostoli: 2,1-12; 2,17-3,8

    Preghiera: 3,11-13

 2- Esortazione circa la vita cristiana: cap. 4-5

 • santità e amore fraterno: 4,1-12

 • speranza circa i defunti: 4,13-18

 • vigilanza: 5,1-11

 • esigenza della vita comunitaria: 5,12-22

 Conclusione: 5,23-28

LA SECONDA LETTERA AI TESSALONICESI

Occasione della lettera:

I Tessalonicesi ben presto si lasciarono intorpidire circa lo zelo per la vita cristiana speculando su ciò che Paolo aveva scritto nella sua precedente lettera circa la sorte dei cristiani morti e l’attesa della seconda venuta di Gesù. Paolo dovette scrivere una seconda lettera per porre f ine alle speculazioni dei Tessalonicesi. Le due lettere sono somiglianti circa il contenuto e ciò fa pensare che non fosse passato molto tempo dalla prima lettera, forse solo pochi mesi. Si è ancora nell’anno 51 dove Paolo scrive da Corinto.

Contenuto:

Nella prima lettera Paolo aveva affermato che la venuta della parusia sarebbe stata improvvisa, senza preavviso (cfr. 1Ts 5,1-3), mentre nella seconda fornisce molti segni premonitori (cfr. 2 Ts 2,3-12). Sono due posizioni che si completano a vicenda e suggeriscono l’idea della necessità da parte di Paolo di chiarire il suo pensiero circa la parusia ai cristiani ossessionati da tale tema. Infatti era presente una psicosi della parusia imminente tale da costringere alcuni fratelli a non più lavorare. Tale credenza era poi favorita da una lettera di Paolo fatta circolare nella comunità come autentica. Paolo, pur continuando ad elogiare i Tessalonicesi, li invita a riprendere tranquillamente il lavoro e le occupazioni con slancio e perseveranza.

Scopo:

In questa lettera si riprendono essenzialmente i fini della precedente, ma con una accen tuazione maggiore circa il tema della parusia. Paolo risponde alle domande di alcuni cri stiani preoccupati del tardare della venuta del Signore che essi pensavano imminente e di altri, che, convinti dell’imminenza, vivevano oziosamente creando disordini nella comunità

Struttura:

• saluti e rendimento di grazie: 1,1-4

 • i cristiani e gli oppositori: 1,5-12

 • i cristiani e il futuro: 2,1-3,5

 • i cristiani e il lavoro presente: 3,6-15

 • conclusione: 3,16-18

NOTE CARATTERISTICHE DI ENTRAMBE LE LETTERE

  • Paolo scrive le due lettere per assicurarsi che questa comunità sia perseverante nella prova.

Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Cristo Gesù che sono in Giudea, perché anche voi avete sofferto le stesse cose da parte dei vostri connazionali, come loro da parte dei Giudei. Costoro hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, hanno perseguitato noi, non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini. (1Tess 2,14-15)

Così noi possiamo gloriarci di voi nelle Chiese di Dio, per la vostra perseveranza e la vostra fede in tutte le vostre persecuzioni e tribolazioni che sopportate. (2Tess 1,4)

  • Paolo ribadisce la sua gratitudine e la stima nei loro confronti.

Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere 3e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. (1Tess 1,2)

Dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli, come è giusto, perché la vostra fede fa grandi progressi e l’amore di ciascuno di voi verso gli altri va crescendo. (2Tess 1,3)

  • Contengono esortazioni e insegnamenti che un buon cristiano si deve attenere.

Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, 4che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio (1Tess 4,4-5)

  • Affronta la tematica della parusia anche per correggere dottrine erronee.

Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. (2Tess 2,3-4)

  • Indicazioni sulla condotta della vita comunitaria.

Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti. (1Tess 5,14)

IL PENSIERO DI PAOLO

LA PREDICAZIONE DI PAOLO

Paolo proclama il mistero che Dio gli ha rivelato: l’avvento del suo Regno personificato in Gesù crocifisso, morto e risorto. Secondo gli Atti, il Regno è anche il tema essenziale della predicazione dei primi evangelizzatori. Paolo, all’inizio, parla di entrare nel Regno di Dio (cfr. At 14,22). A Efeso parla con grande sicurezza a proposito del Regno di Dio (cfr. At 19,8). Sviluppando il suo messaggio sulla morte e la risurrezione di Cristo, sull’azione dello Spirito nel cuore dei credenti, è proprio il Regno di Dio che egli annuncia, il suo intervento potente nella storia dell’umanità per condurla al suo compimento attraverso Gesù immagine del Dio invisibile, per mezzo del quale tutto è stato fatto e abbiamo ottenuto la riconciliazione (cfr. Col 1,3-22). La sua predicazione è anzitutto il “kerygma” apostolico (cfr. At 2,22), proclamazione di Cristo crocifisso e risorto secondo le Scritture (cfr. 1Cor 2,2; 15,3-4; Gal 3,1). Paolo è solidale con le tradizioni apostoliche (cfr. 1Cor 11,23-25; 15,3-7), alle quali deve certamente molto, ma la predicazione assume un’apertura universalistica basandosi sulla salvezza del Cristo ottenuta per la fede (cfr. Ef 2,14-18). 

L’AREA DOVE PREDICA

Paolo proclama il vangelo nelle piccole comunità, non copre una vasta area geografica, ignora l’immensità del continente asiatico anche se all’epoca, era ben conosciuto. Non si occupa dell’Africa, così importante in quel tempo per l’Impero romano. Si dirige solo verso l’Occidente e non abbandona il centro dell’Impero.

I PAGANI ENTRANO NEL REGNO

Gli Atti lo descrivono mostrando semplicemente l’accoglienza del vangelo da parte delle popolazioni non-giudaiche. Il piano di Dio affidato a Israele, è ora rivolto a tutte le nazioni. È un grande sconvolgimento nella storia della salvezza di cui Paolo è il testimone e l’agente. La speranza portata da Cristo è per tutti, senza discriminazione. Fino a quel periodo storico nel mondo ebraico era inconcepibile, perché erano solo loro il popolo eletto e solo loro dovevano avere il privilegio del regno. È in questa ottica che Paolo agisce moltiplicando le comunità dei credenti i quali vivono la nuova vita del Regno. Tutto ciò testimonia che anche i pagani sono salvati per mezzo della fede in Gesù. Essi non sono piccoli gruppi dispersi, ma la loro vitalità testimonia che Dio sta compiendo la sua opera, che la parola della fede è aperta a tutti, che la salvezza non è riservata solo a una categoria (cfr. At 14,27).

LE SUE COMPETENZE LINGUISTICHE E CULTURALI

 Paolo pur essendo semita ha anche una buona cultura greca, ricevuta forse fin dall’infanzia a Tarso, arricchita dai ripetuti contatti con il mondo greco-romano, e questo influsso si riflette nel suo modo di pensare come nella lingua e nello stile. All’occorrenza cita autori classici (cfr. 1Cor 15,33; Tt 1,12; At 17,28) e conosce sicuramente la filosofia popolare a base di stoicismo, dalla quale attinge alcune nozioni o alcune formule (cfr. Rm 11,36; 1Cor 8,6; Ef 4,6). Maneggia correttamente il greco come una seconda lingua materna (cfr. At 21,40) e con pochi semitismi. È il greco del suo tempo, “koinè”. Salvo rare eccezioni (cfr. Fm 19), egli detta secondo l’usanza abituale degli antichi, limitandosi a scrivere il saluto finale (cfr. 2 Ts 3,17; Gal 6,11; 1Cor 16,21; Col 4,18); e, se più di un brano sembra frutto di una redazione lungamente meditata (per esempio Col 1,15-20), molti altri danno l’impressione di un primo getto spontaneo e senza ritocchi.

L’ORGANIZZAZIONE DELLE COMUNITÀ PAOLINE

PAOLO COME CAPO DELLE COMUNITÀ CHE HA FONDATO

Dopo aver fondato ciascuna comunità Paolo non l’abbandonava a se stessa, ma si teneva in costante contatto, preoccupato che la comunità continuasse il suo cammino cristiano. Manteneva rapporti con le comunità tramite visite personali o di suoi collaboratori come Timoteo e Tito (a Corinto e Tessalonica) e aveva cura pastorale delle comunità attraverso le lettere. Egli manteneva la guida spirituale delle comunità che non mancavano di informarlo sulla situazione e di chiedergli soluzioni e consigli per i loro problemi. Alcune frasi nelle epistole di S. Paolo fanno capire che nelle comunità paoline esisteva un “ordinamento” atto a regolarne e assicurarne la vita religiosa organizzato su fondamento soprannaturale, sul quale la Chiesa stessa sa di essere fondata, sul suo Signore che la dirige per mezzo del suo Spirito:

“È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,11-13).

MEMBRI CON COMPITI SPECIALI

Ad alcuni membri della comunità vengono assegnati compiti speciali perché chiamati dallo Spirito Santo, di cui sono gli strumenti assunti al servizio del loro Signore per assolvere il loro compito nella comunità, come sta scritto:

Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,4-7).

I VESCOVI O GLI ANZIANI

“Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto” (At 14,23).

ai quali vengono assegnati determinati compiti, come per esempio quello di curare l’assistenza dei poveri o di dirigere il culto; spetta loro il diritto di dare disposizioni alle quali altri membri della comunità, per espressa dichiarazione di Paolo, debbono sottomettersi:

“Vi preghiamo poi, fratelli, di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro” (1Ts 5,12-13a).

 La stessa vocazione può presumersi per gli anziani della comunità di Efeso, dei quali Paolo dice che lo Spirito Santo li ha costituiti vescovi per reggere la Chiesa di Dio come pastori per il loro gregge:

“Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue” (At 20,28).

I DIACONI

Nel preambolo dell’epistola ai Filippesi, accanto ai vescovi sono nominati i diaconi come investiti di particolari servizi nella comunità:

“Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Fil 1,1-2).

Tutte le funzioni erano legate alle locali comunità. Infatti anziani, diaconi, non passano come Paolo e i suoi più stretti collaboratori di città in città, di provincia in provincia, ma assolvono i loro compiti nel quadro di una determinata comunità, da dove possono svolgere un’ulteriore attività missionaria nelle vicinanze. Vi erano poi i doni carismatici, specialmente la profezia e la glossolalia, conferiti direttamente dallo Spirito Santo, che ad ognuno li distribuisce come vuole; non legati necessariamente ad una determinata persona. Intervengono alle adunanze cultuali ma non sono né custodi né garanti dell’ordinamento.

PAOLO L’EVANGELIZZATORE

Paolo è destinatario di una potente rivelazione che lo trasforma da persecutore ad annunciatore del vangelo. Non per sua scelta ha ricevuto quella rivelazione, ma è stato un dono di Dio e la missione di proclamare il vangelo ai pagani.  Lui afferma infatti, di essere “apostolo per volontà di Dio” (cfr. 2 Cor 1,1), e “chiamato ad essere apostolo per vocazione” (cfr. Rm 1,1; 1Cor 1,1). Quindi tutto quanto dice o fa non viene dalla propria iniziativa e tanto meno dal proprio arbitrio, bensì da una precisa volontà e disposizione di Dio. Egli è apostolo perché a Damasco fu conquistato, illuminato e inviato, mentre credeva di avere ben altro “incarico” divino. Nell’annuncio privato e pubblico che va facendo, predica il Cristo e il vangelo che prima perseguitava (cfr. At 9,4.5; 22,4.7.8; 26,14.15), e va fondando Chiese di città in città mentre, precedentemente, cercava di devastare quelle della terra d’Israele con tutte le forze che aveva (cfr. Gal 1,13). Paolo dunque è chiamato a comunicare un messaggio non suo, a gente che non avrebbe mai scelto come suo uditorio, e lo è però ormai in modo definitivo e invincibile (cfr. Rm 8,35.37-39). Comunicatore per vocazione, si può dire che lui si identificò con il messaggio che portava (cfr. Gal 2,20). Il compito della sua vita, infatti, lo ha visto nella proclamazione del vangelo, termine che ricorre spesso nelle sue lettere. Infatti, dichiara che è stato inviato da Cristo non a battezzare, ma a proclamare il vangelo (cfr. 1Cor 1,17). Il suo compito primario al quale si sentiva chiamato era la predicazione. Paolo sapeva di essere “prescelto per annunciare il vangelo di Dio” (cfr. Rm 1,1). In tale modo, nel proclamare la buona novella, viene messo in risalto l’ufficio che gli è toccato, il ministero che segna la sua vita (cfr. Fil 1,12-26). Guardando la vita di Paolo e leggendo le sue lettere siamo portati a riconoscere l’esistenza di un dono speciale dello Spirito, un carisma per l’evangelizzazione. È evidente che Paolo ha ricevuto un dono che lo rende capace di portare il vangelo con dinamismo al di là dei confini del giudaismo.

I CONTESTI IN CUI PREDICAVA:

  1.  La Sinagoga

Uno dei luoghi principali della predicazione e dell’insegnamento di Paolo era senza dubbio la sinagoga. Per ben 8 volte possiamo leggere negli Atti che Paolo parlava nella sinagoga (cfr. At 13,5.14; 14,1; 17,10.17;18,4.19; 19,8) e il capitolo 17 ci rivela chiaramente che questo “era sua consuetudine” (cfr. At 17,2). Al di là del fatto che Paolo andava in sinagoga per predicare ai suoi consanguinei, la sinagoga era per lui un luogo famigliare, luogo dell’insegna mento e della rivelazione del Dio d’Israele, essendo stato “fariseo quanto alla legge” (cfr. Fil 3,5), cresciuto e formato alla scuola di Gamaliele (cfr. At 22,3). Sempre da Luca sappiamo che Paolo affittava o prestava per due anni la sala della Scuola di un certo Tiranno a Efeso (cfr. At 19,9).

  • In contesto lavorativo o in casa con gli amici

Altri luoghi usati da Paolo erano sicuramente il suo luogo di lavoro e case di amici o persone che essendo stati toccati dal messaggio del vangelo prestavano ospitalità (cfr. At 17,5; At 20,20; 1Cor 16,19-20; Fm 2; Rm 6,5.33). Il radunarsi nelle case non aveva soltanto lo scopo di evitare scontri con oppositori nei luoghi pubblici, ma soprattutto per favorire la comunione tra i membri della comunità e così la crescita della Chiesa. In questo senso la casa privata non è soltanto luogo della missione di Paolo, ma diventa anche strumento di essa. Oltre la casa privata anche i viaggi di Paolo sono uno strumento fondamentale della sua missione.

  • In strada

Nella piazza del mercato, perché tali forme di predicazione erano conosciute in quanto molto diffuse nel mondo greco-romano. Non solo molti dei primi cristiani oltre a Paolo, ma anche predicatori itineranti dell’Ellenismo e fedeli della sinagoga giudaica si servivano di questo tipo di propaganda o diffusione. Anche se Paolo approfittava di ogni occasione per predicare il vangelo (cfr. 2 Tm 4,2), si pensa che l’apostolo solo raramente abbia usato le piazze per tale scopo.

CARATTERISTICHE DELLA SUA PREDICAZIONE

Qui sotto alcune caratteristiche del suo stile di predicazione co un esempio e un commento.

La predicazione semplice e centrata sulla persona di Gesù 

Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. (1Corinzi 2,1-5)

Questo atteggiamento dimostra come la fede non si sia diffusa a causa di un linguaggio persuasivo o manipolatorio, ma parlando semplicemente ed umilmente di Gesù Cristo, del suo sacrifico sulla croce, la manifestazione della potenza dello Spirito Santo attraverso miracoli e prodigi, che è stata una conferma che quello che predicava Paolo corrispondeva a verità.

Il valore della predicazione

Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. (Romani 10,17)

Paolo ritiene la predicazione un elemento importante perché permette di tramettere la fede, in senso di fiducia in Gesù e nel suo messaggio.

• la centralità della fede

Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. (Romani 5,1)

Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? (Galati 3,2)

In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto (Efesini 1,7-9)

Per essere dei veri credenti, per essere santi, per ottenere salvezza e giustificazione, la fede è assolutamente il punto centrale. Paolo dice questo in contrasto con la predicazione di giudaizzanti che sostengono che per ottenere salvezza bisogna anche rispettare le norme rituali dell’antico testamento. Questa visione viene bocciata dalla chiesa sostenendo la linea di Paolo.

• l’amore ardente per il vangelo e l’evangelizzato 

Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io (1corinzi 9,19-23).

Paolo spiega come sia importante per lui diffondere il vangelo e per poterlo fare si abbassa, si rende umile per adattarsi alla mentalità del suo interlocutore perché possa accendere un empatia tale da favorire l’ascolto del vangelo. Senza questa empatia la predicazione non è efficacie, sono solo parole buttate al vento.

• Il lavoro per l’unità della Chiesa

Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. (1corinzi 12,13)

Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. (1corinzi 12,26-27)

In una società dove i popoli e gli status sociali erano ben distinti e diffidenti tra di loro, Paolo non vuole che si creino tante piccole chiese raggruppate in base ai diversi popoli o status sociali, ma nonostante la provenienza degli individui, si sviluppi una Chiesa unita, in quanto questo è quello che fa lo Spirito Santo, tutti uniti senza discriminazioni o diffidenze. Questa unità non è però uniformità, al contrario come in ogni corpo sano ci sono molte membra e molte funzioni molto diverse tra loro, ma tutte ugualmente necessarie al corpo. Paolo coerentemente con il suo pensiero e in linea con la Chiesa integra le sue comunità in comunione con le altre comunità fondate dagli apostoli e dagli altri missionari itineranti.

PAOLO E I GIUDAIZZANTI

La più grande difficoltà di Paolo saranno i suoi connazionali, cioè i giudei. Nella Lettera ai Romani chiarisce bene il primo punto, nei capitoli 9-11. In questi capitoli Paolo affronta il tema della vocazione del popolo ebraico fatta da Dio e pertanto irrevocabile:

“Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le pro messe, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne…” (Rm 9,4-5).

Tutti questi titoli di gloria, però, contrastano con una realtà drammatica, costantemente presente a Paolo: il popolo eletto ha rifiutato il Messia e la sua giustizia, cercando di stabilire una propria giustizia basata sulle opere della legge.

Paolo ha avuto anche molti problemi persone che si dichiaravano convertite al cristianesimo, ma continuavano ad avere uno stile religioso simile ai farisei. ovvero la persistenza di quella corrente religiosa che afferma la necessità della circoncisione e dell’osservanza della legge mosaica per potersi salvare. Quando nasce la Chiesa, il primo gruppo continua fedelmente l’osservanza della legge e a frequentare il tempio. Continuano a fare ciò che Gesù faceva: essere dei buoni giudei. Ancora non avevano compreso che in Gesù la legge era stata superata. Infatti essi predicavano Gesù risorto come adempimento delle promesse, ma non avevano colto il decadimento della legge. La salvezza è opera della grazia di Cristo mediante la fede e non viene dall’osservanza della legge. Il problema si pone quando il vangelo viene predicato fuori dall’ambiente giudaico. I pagani che si convertono alla fede cristiana devono sottostare anche alla legge mosaica, in particolare accettare la circoncisione? Possiamo riassumere tre posizioni:

  1. I GIUDAIZZANTI ULTRA CONSERVATORI

Erano coloro per i quali la circoncisione e l’osservanza della legge di Mosè è una condizione necessaria per la salvezza dell’uomo sia pagano o giudeo. È la tendenza dei farisei-cristiani ricordata in At 15,5. Paolo arriva a chiamarli “falsi fratelli”.

  • I GIUDAIZZANTI MODERATI

Erano coloro che conservano un profondo rispetto per la legge di Mosè e considerano la circoncisione come normale per coloro che provengono dall’ambiente giudaico. Però sono disposti ad ammettere che tale rito non è da imporre ai pagani. Questo implica la non necessità della circoncisione per la salvezza. Questa era la posizione di Giacomo, il fratello del Signore (cfr. At 15 e 21,21-26).

  • I LIBERALI

Rappresentati da Paolo, sono coloro che, pur essendo essenzialmente d’accordo con Giacomo, considerano il problema della circoncisione superato perché in Cristo non c’è né giudeo né greco (cfr. Gal 3,28). La legge mosaica appartiene al passato, in quanto era solo figura della pienezza che doveva venire con Gesù. Pertanto i nuovi convertiti non devono più sottostare alla circoncisione e a tutte le altre pratiche religiose giudaiche.

Ora la predicazione di Paolo, basata sulla fede in Gesù che ci giustifica non in base alle nostre opere ma per la grazia di Dio, rendeva incompatibili la grazia e la legge mosaica come vie di salvezza; una doveva necessariamente escludere l’altra. È con il primo concilio di Gerusalemme che la Chiesa definitivamente si riconoscerà come la Chiesa per tutto il mondo. Ciò che le compete ora è quello di porre in pratica questa nuova convinzione: portare il messaggio evangelico fino agli estremi confini del mondo. Capire l’esistenza di queste tre correnti nella mondo cristiano del iniziale è importante per comprendere il contesto storico nel quale le epistole di Paolo furono scritte. Paolo ha purtroppo a che fare spesso con i giudaizzanti più radicali che si aggirano nelle chiese del mondo greco da lui fondate per diffondere l’idea che per salvarsi bisogna anche rispettare la legge di Mosè, inoltre cercano di sminuire la figura di Paolo per mettersi loro come voce più autorevole. Paolo, nelle sue epistole elabora dei lunghi trattati teologici per poter dimostrare che la legge di Mosè è superata e la salvezza è data per grazie mediante la fede.

SERMONI NEL LIBRO DEGLI ATTI

In questo articolo faremo un confronto con i 3 importanti sermoni dl libro degli atti per capire meglio come quale erano strutturati questi sermoni spiegati dai primi discepoli, coloro che hanno dato vita alla prima evangelizzazione. Analizzerò i discorsi presenti in: At 3,12-26; 7,1-53; 13,16-41.

Cercherò di  far emergere i punti comuni e le divergenze più salienti, ma vediamo prima quali sono i elementi comuni.

Elementi comuni:

  • Ripercorre una parziale storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
  • Cita profezie dell’antico testamento che si riferiscono a Cristo
  • Annuncio del Kerygma
  • Colpevolizza i capi ebrei per la morte di Cristo in croce

Atti 3,12

Il primo discorso Pietro che con coraggio e franchezza annuncia che cristo è risorto dopo aver compito un miracolo nel suo nome. Il discorso viene interrotto dall’arrivo dei sacerdoti e le relative guardie per arrestarlo. Il discorso non risulta vano perché si uniscono alla Chiesa molte altre persone

  • Il discorso inizia a seguito di una guarigione miracolosa
  • Dopo aver annunciato il Kerygma dichiara che è stata la fede in Cristo a compiere il miracolo
  • Cita la profezia di Dt 18,15-19 inserendo anche Lv 23,29 in chiave cristologica.
  • Cita una profezia ripetuta più volte ( Gen 12,3; 22,18; 26,4.) per indicare che l’annuncio di Cristo sarà diretto prima di tutto agli ebrei per la benedizione per chi crederà.

      Atti 7,1-53

Lungo discorso di Stefano, trascinato in tribunale con false accuse si difende annunciando che Gesù è il Messia e accusando i giudei di durezza di cuore come i loro padri.

  • Discorso di Stefano che viene arrestato e accusato ingiustamente
  • Stefano ripercorre tutta la storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
  • Giuseppe viene presentato come figura di Cristo, anche lui rifiutato dai fratelli, ma viene esaltato e benedetto da Dio, opera anche come strumento di salvezza per i suoi fratelli
  • Mosè viene presentato come figura di Cristo, anche  opera prodigi e non viene accettato inizialmente subito come leader dal suo popolo, ma è un riferimento per la rinascita di Israele.
  • Israele ha avuto il privilegio di  ricevere la legge e loro hanno tradito Dio con un idolo
  • Stefano cita Amos 5,25-27 per contestare il tempio come luogo esclusivo della presenza di Dio.
  • Enfatizza gli errori e le infedeltà di Israele durante tutta la sua storia
  • Continuano ad essere infedeli a Dio uccidendo Gesù

Atti 13,16-41

Sermone di Paolo ad Antiochia in Pisìdia nel suo primo viaggio missionario. Il discorso contiene diverse profezie adempiute che testimoniano la verità del messaggio evangelico.

  • Cristo è il compimento della promessa che Dio fece a Davide (2Sam 7-12-16)
  • Giovanni battista precursore di Cristo
  • Citando Sal 2,7 indica che il Messia, re d’Israele sarà figlio di Dio
  • Citando Is 55,3 indica il compimento delle promesse di Dio riguardo un regno stabile.
  • Citando Sal 16,10 indica come Dio non lascerà il Messia negli inferi a lungo

PAOLO DI TARSO – BIOGRAFIA

Iniziamo a introdurre uno dei personaggi principali del nuovo testamento, autore delle epistole alle varie chiese da lui fondate. Partiamo dall’inizio:

CHI ERA?

Nato in Tarso nella Cilicia nel 10 d.C., ebreo e cittadino romano dalla nascita, fu educato secondo la setta dei farisei nella città di Gerusalemme alla scuola del famoso maestro Gamaliele, conoscitore del giudaismo della diaspora e della Giudea. Egli non fu testimone dei fatti pasquali e con molta probabilità non conobbe Gesù secondo la carne (cfr. 2 Cor 5,16); mai nei suoi scritti fa intendere che fosse stato un testimone diretto o comunque interessato.

PRIMA DELLA CONVERSIONE

Paolo condivide con i capi dei giudei il disprezzo per il messianismo proposto dai cristiani i quali proclamano come Messia Gesù di Nazareth. Egli non può accogliere la sua resurrezione e la sua esaltazione. Per di più non può tollerare le parole di Stefano che afferma l’inutilità del tempio e della legge mosaica. I cristiani diventano così un gruppo pericoloso da eliminare. Paolo diventa uno dei più attivi persecutori della Chiesa. Stefano sarà lapidato alla presenza di Paolo, approvandone l’operato. Convinto di compiere la volontà di Dio estirpando la nuova dottrina, insegue i cristiani anche in altre città, forte delle lettere del sommo sacerdote, al fine di essere autorizzato a condurre in catene uomini e donne seguaci della dottrina di Cristo che avesse trovati (cfr. At 9,1-2), per bloccarne l’espansione.

LA CONVERSIONE

Siamo nell’anno 36, Damasco era una quelle città dove Paolo si diresse per prendere i cristiani. Qui Paolo racconta 3 resoconti di quello che avvenne ( Atti 9,3-19; 22,6-16; 26,9-23 ). Paolo viaggia verso Damasco deciso a sterminare i cristiani là residenti, quando una luce lo avvolge e lo getta a terra e la voce di Gesù Nazareno lo sfida: “Perché mi perseguiti?” (cfr. At 9,4; 22,7; 26,14). Paolo è trasformato: le sue speranze giudaiche sono sbagliate e Gesù è il vero Messia. Paolo che aveva odiato la fede cristiana ne diventa suo difensore e annunciatore. Ora tutta la sua vita sarà dominata dal Cristo che gli è apparso sulla via di Damasco. La sua conversione avviene attorno all’anno 36. Questo è un caso dove Dio irrompe nella vita delle persone per cambiare radicalmente il cuore dell’uomo peccatore.

L’ARRIVO A DAMASCO

Paolo continua il cammino verso Damasco, accecato dalla luce, dove rimane tre giorni senza mangiare e bere (cfr. At 9,9). Sarà Anania ad essere inviato dal Signore affinché Paolo riacquisti la vista, sia pieno di Spirito Santo e riceva il battesimo. Il Signore rivela che sarà uno strumento eletto per portare il suo nome davanti ai popoli, ai re e ai figli di Israele e quanto dovrà soffrire per il suo nome (cfr. At 9,10-19). È in Damasco che comincia la sua vita cristiana, predicando coraggiosamente il nome di Gesù nelle sinagoghe per 3 anni (cfr. At 9,19b-25). Costretto a fuggire da Damasco a seguito di una violenta persecuzione da parte dei giudei, Paolo passerà undici anni in Cilicia, a Tarso, probabilmente come un cristiano sconosciuto, dove Barnaba andrà a prenderlo (cfr. At 11,25).

LA CHIAMATA COME MISSIONARIO INSIEME A BARNABA

Anno 45/45. Dopo anni di studi  e preparazione spirituale, Paolo insieme a Barnaba vengono scelti dalla chiesa di Antiochia  durante il culto come missionari. Affidati alla grazia del Signore e scelti dallo Spirito Santo (cfr. At 14,26; 15,40) mediante l’imposizione delle mani, i due prescelti vengono inviati in missione: È il primo viaggio missionario di Paolo. Con l’imposizione delle mani si invoca la grazia di Dio sui due missionari e contemporaneamente si conferma  la  presenza dello Spirito in questa missione.

IL PRIMO VIAGGIO

Essi si dirigono a Cipro, luogo di origine di Barnaba e qui cominciano la loro evangelizzazione nelle sinagoghe dei giudei. Secondo Luca, egli incomincia a portare il nome greco Paolo a preferenza di quello ebreo Saulo. Si spostarono in Panfilia ad Antiochia di Pisidia dove fecero un discorso nella sinagoga trovano molti giudei interessati. Predicarono il sabato seguente in presenza anche di molti pagani, in questo caso i giudei presi dall’invidia cercarono di contrastare i missionari. Da qui che Paolo inizia a predicare ai pagani. I giudei scatenarono un violenta persecuzione contro i missionari che furono costretti a scappare. 

IL RITORNO AD ANTIOCHIA

Al loro rientro ad Antiochia di Siria, non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. Ma a motivo dell’esperienza ad Antiochia di Pisidia, Paolo maturò l’idea che anche i pagani potessero entrare nelle Chiesa senza prima giudaizzarsi, quindi senza circoncisione e legge di Mosè. Proprio questa convinzione troverà ad Antiochia difficoltà da parte dei giudei provenienti dalla Giudea, sostenitori della necessità che anche i pagani si debbano sottomettere alla legge mosaica.

IL CONCILIO DI GERUSALEMME

La discussione fortemente animata portò alla decisione di andare a Gerusalemme nell’anno 49 per discuterne la questione dagli apostoli e dagli anziani. Così nacque il primo concilio della Chiesa, il concilio di Gerusalemme che ebbe una importanza capi tale (cfr. At 15,2-6). La soluzione confermò l’operato di Paolo e di Barnaba mediante le parole di Pietro e di Giacomo (cfr. At 15,7-35). Il concilio di Gerusalemme segna una tappa importante nella vita della prima Chiesa: la salvezza è per la grazia di Gesù e Dio ha reso testimonianza in favore dei pagani concedendo a loro lo Spirito Santo come ai giudeo-cristiani purificandone i cuori con la fede; Dio non ha fatto nessuna discriminazione tra i giudei e i pagani.

IL SECONDO E IL TERZO VIAGGIO

Intraprende altri 2 viaggi missionari negli anni 49-52 e 53-58 tra Asia minore e Grecia, evangelizzando e fondando numerose nuove comunità cristiane a Corinto, Efeso, Filippi, Tessalonica, in Macedonia, in Galizia.. Subendo anche molte persecuzioni sia dai pagani che dai giudei e difendendosi anche dai giudaizzanti che pur reputandosi cristiani, contestano la sua autorità di apostolo. Aiuta ad organizzare anche una colletta per aiutare la chiesa di Gerusalemme.

L’ARRESTO A GERUSALEMME

Nell’anno 58 Paolo si trova a Gerusalemme per partecipare a una festività, quando scoppia una violenta disputa con i giudei. Come da prassi viene arrestato dai romani per flagellarlo e capire che cosa hanno contro di loro. Ma Paolo ha la cittadinanza romana e non possono ricorrere a questo metodo. Viene preso in custodia. I giudei pensano a un piano per farlo fuori: Chiedere ai romani di riportarlo per fargli ulteriori domande, ma cogliere l’occasione per ucciderlo. I romani scoprono il piano e lo scortano a Cesarea Marittima.

LA CUSTODIA A CESAREA MARITTIMA

Viene tenuto prigioniero, anche se con una certa libertà a Cesarea, i giudei vengono spesso per accusarlo e sperare di poterlo condannare. Ma secondo il diritto romano non ci sono basi giuridiche solide per poterlo fare. Alla fine Paolo si appella a Cesare e viene inviato a Roma.

IL RITORNO ALLA CASA DEL PADRE

Intraprende un lungo viaggio sotto scorta, viene coinvolto in un tempesta nel mediterraneo e finisce a Malta, dove anche lì trova l’occasione per testimoniare e predire il vangelo. Arriva a Roma nel 61 e rimane 2 anni. Viene assolta e rilasciato. Da qui il libro degli atti non da più informazioni sulla sua vita. Si ipotizza un’altro viaggio in Spagna. Viene nuovamente arrestato a  riportato a Roma dove questa volta viene condannato e martirizzato nel 67.

Negli articoli successivi approfondiremo i viaggi di Paolo, il suo pensiero e le sue epistole.

ATTIVITÀ APOSTOLICA DI PIETRO

La figura di Pietro negli Atti è tracciata tra due assemblee: quella che elesse Mattia e il concilio di Gerusalemme.

  1. Nell’elezione di Mattia, Pietro è colui che prende l’iniziativa: deve essere completato il numero dei 12 apostoli secondo l’istituzione di Gesù in sostituzione di Giuda. L’apostolo, secondo Pietro, deve essere testimone e compagno degli altri apostoli e di Gesù dal suo battesimo fino all’ascensione
  2. Nel concilio di Gerusalemme Pietro occupa un posto importante: interviene sottolineando come per la grazia del Signore siamo salvati e non nell’osservanza della legge (cfr. At 15,7-12) ricordando la sua esperienza con Cornelio. In seguito al suo intervento prende la parola Giacomo, fratello del Signore, confermando le parole di Pietro e dettando alcune regole pratiche (cfr. At 15,13-21).

IL CONCILIO DI GERUSALEMME

Pietro presiede il concilio di Gerusalemme, insieme agli altri apostoli, Paolo e Barnaba e il resto della Chiesa. Bisogna prendere una decisione molto importante che si stabilirà quale sia il rapporto con i nuovi credenti pagani e la legge di Mosè. Per i credenti provenienti dagli ambienti farisaici sostengono che tutti, compresi a pagani devono obbedire anche alla legge di Mosè. Paolo e Barnaba sono su il lato liberale: La legge di Mosè è superata, ora c’è la legge dello Spirito che per grazia mediante la fede siamo salvati. Pietro, come capo della Chiesa deve svolgere un ruolo decisivo sulle questioni dottrinali e sta dalla parte del lato liberale, ai pagani non va imposta la legge, in quanto né noi e né i nostri padri non sono stati in grado di seguirla e sarebbe solo un peso inutile. Giacomo interviene, senza contraddire Pietro ma indicano che tra tutte leggi sulla purità, Giacomo ha voluto mantenere solo quelle il cui valore religioso sembrava universale: mangiare carni offerte agli idoli, animali soffocati e sangue, contrarre unioni illegali (cfr. At 15,19-21). Giacomo presiedeva la Chiesa di Gerusalemme formata da giudeo-cristiani e quindi era sensibile a queste problematiche (cfr. At 21,17-25).

ORIGINE DELLA MISSIONE

La prima predicazione ai giudei si svolge il giorno di Pentecoste: È Pietro con gli undici che invita alla conversione, al battesimo e alla ricezione del dono dello Spirito (cfr. At 2,14-40). È sempre Pietro che ufficialmente inaugura la predicazione ai pagani con il battesimo di Cornelio (cfr. At 10,1-11,17), anche se già Filippo del gruppo dei Sette battezza il funzionario etiope (cfr. At 8,26-40). Tra queste due inaugurazioni Pietro e Giovanni vanno in Samaria per confermare l’evangelizzazione di Filippo mediante il dono dello Spirito. Qui si nota come il ministero degli apostoli fosse caratterizzato dal confermare mediante il dono dello Spirito con l’imposizione delle mani (cfr. At 8,14-17). Pietro ha autorità nella comunità e mantiene un ruolo decisivo primaziale (cfr. At 1,15; 2,14; 3,3-8.12; 4,8; 5,1-3.15.29; 8,20; 9,32.38; 10,5.46-47; 11,4.17-18; 12,5; 15,6-7; Gal 1,18-19; 2,7-9.14).

PIETRO FIGURA DI CRISTO

Negli Atti non si narra molto di Pietro e specialmente non si narra della sua fine. Luca invece sottolinea un episodio al capitolo 12: il suo arresto e la sua liberazione miracolosa. Pietro viene arrestato dal re Erode e messo in carcere custodito dai soldati come i soldati messi a guardia del sepolcro di Gesù (cfr. Gv 18,12; Mt 27,66). Come nella resurrezione appare un angelo (cfr. Mt 28,2) e Pietro viene liberato dal carcere passando inosservato fino oltre la porta della città. Riconosciuto da Rode, mentre tutti pregavano riuniti nella casa di Maria, madre di Giovanni Marco, non gli verrà aperta subito la porta. Infatti per la gioia di sentire la voce di Pietro, Rode corre ad annunciarlo ai presenti nella casa, senza averlo visto. Essi dubiteranno della veridicità della testimonianza così come gli apostoli non credettero alla testimonianza delle donne circa la resurrezione di Gesù (cfr. Mt 28,7-8; Mc 16,10-11; Lc 24,11). Quando finalmente Pietro stette davanti a loro, rimasero stupefatti così come gli apostoli di fronte a Gesù (cfr. Lc 24,37; Mt 28,17). Pietro rimane in mezzo a loro come Gesù e, sempre come Gesù, li invierà ad annunciare l’accaduto a Giacomo e ai fratelli prima di andarsene in un altro luogo (cfr. Mc 16,7; Gv 13,36). Luca mette in parallelo la figura di Gesù con quella di Pietro: Pietro rivive in forma simbolica la morte e la resurrezione di Gesù.

LA CHIESA E LA MISSIONE FUORI DAI CONFINI GIUDAICI

COMPIMENTO DELLE SCRITTURE

Il martirio di Stefano diede inizio alla persecuzione e provocò la dispersione della comunità che favorì la diffusione del vangelo fuori dai contini regionali e dai confini religiosi: Non solo agli ebrei, ma anche ai timorati di Dio e ai pagani, qualcosa di impensabile fino a qualche tempo prima. I giudei avevano un forte giudizio negativo nei confronti dei pagani. Il cuore di Dio è diverso dal quello umano, il Signore vuole che tutti abbiano la possibilità di salvarsi mediante il vangelo. In romani 10,18-21 Paolo fa un breve studio su come fin dell’antico testamento Dio volesse che la sua parola si diffondesse ovunque e raggiungesse i confini del mondo, in contrapposizione con i sentimenti di disprezzo verso i pagani. Vediamo questi versetti:

Per tutta la terra è corsa la loro voce,

e fino agli estremi confini del mondo le loro parole. (Salmo 19,5)

E dico ancora: forse Israele non ha compreso? Per primo Mosè dice:

Io vi renderò gelosi di una nazione che nazione non è;

susciterò il vostro sdegno contro una nazione senza intelligenza. (Deuteronomio 32,21)

Isaia poi arriva fino a dire:

Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano,

mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me,

mentre d’Israele dice:

Tutto il giorno ho steso le mani

verso un popolo disobbediente e ribelle! (Isaia 65.1-2)

L’UNIVERSALIZZAZIONE DEL MESSAGGIO DI GESÚ

Era secondo il piano di Dio che il messaggio e la predicazione di Gesù si doveva estendere su tutto il mondo e su tutti i popoli della terra, senza discriminazioni o preferenze:

“Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,18-20)

“avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (Atti 1,8)

È lo Spirito il vero protagonista della missione, colui che guida la Chiesa verso la verità intera: “…lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14,26)

“quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Giovanni 16,13-14)

 Qui sotto un riassunto schematico della prima diffusione del vangelo come spiegato nei capitoli dal 8 al 12 del libro degli atti:

 EVANGELIZZAZIONE DELLA SAMARIA

• La persecuzione disperde la comunità (At 8,1-3);

 • Filippo predica ai Samaritani (At 8,4-8);

 • La comunità di Gerusalemme accoglie i Samaritani (At 8,14-17).

 I TIMORATI DI DIO RICEVONO LA PAROLA

  • Il funzionario etiope (cfr. At 8,26-40)

 Notiamo come lo Spirito conduce Filippo, uno dei Sette, verso un uomo che non era giudeo, né  samaritano, ma di altra etnia. Era un timorato di Dio. Così si chiamavano coloro che appartenevano ad altri popoli e aderivano alla fede nell’unico Dio dei Giudei, senza giungere all’integrazione totale. Erano solamente dei simpatizzanti, leggevano la Bibbia, partecipavano alle feste giudaiche, ma non avevano la circoncisione.  Filippo vide che l’etiope stava leggendo un passo di Isaia 53,7-8 e Filippo si propone di spiegare questo passo. La scrittura narra di un uomo condotto come una pecora al macello, umile e inerme davanti a ai suoi tosatori. Partendo da qui, Filippo parla di Gesù e il suo sacrificio sulla Croce. Il funzionario etiope si converte e riceve il battesimo.

  • Il centurione Cornelio e la sua famiglia (cfr. At 10,1-11,18)

 Il caso di Cornelio riveste una speciale importanza per la presa di coscienza e l’apertura ufficiale della Chiesa ai non giudei. Cornelio non era giudeo, né era circonciso, era un centurione romano. Ad un giudeo non era lecito frequentare persone di altri popoli e fedi e mangiare con loro (cfr. At 10,28; 11,1-3). Lo Spirito prepara questa svolta mediante una visone profetica a Pietro. Egli rapito in estasi vide una tovaglia piena di uccelli rettili e l’invito di Dio a uccidere e mangiare. Ma Pietro si rifiuta essendo impuri secondo la legge di Mosè. Dio rispose che non deve considerare impuro ciò che Dio ha purificato. (cfr. At 10,9-16). Questa visione aiuta a far comprende a Pietro che gli altri popoli che per tutta la vita ha sempre considerato impuri ora posso far parte anche loro della Chiesa, il popolo di Dio. Qui sotto il riassunto sistematico del brano:

 • Dio chiama Cornelio (At 10,1-8)

 • La visione di Pietro (At 10,9-16)

 • Incontro tra Pietro e Cornelio (At 10,17-33)

 • Significato della visione (At 10,34-35)

 • Annuncio del kerygma (At 10,36-43)

 • L’effusione dello Spirito su Cornelio e la sua famiglia (At 10,44-48)

 • Reazione degli apostoli e dei fratelli della Giudea (At 11,1-18)

La reazione dei cristiani di Gerusalemme ci fa comprendere la rivoluzione che comportò il battesimo di Cornelio. Questi credenti di Gerusalemme hanno difficoltà nel superare i loro pregiudizi, ma accolgono la spiegazione di Pietro (cfr. At 11,1-18). La manifestazione dello Spirito fu la prova convincente che aprì le porte della Chiesa anche ai pagani.

I PAGANI DI ANTIOCHIA RICEVONO LA PAROLA

Antiochia era la terza città dell’impero romano dopo Roma ed Alessandria. Era la capitale della provincia romana della Siria, a 500 km a nord di Gerusalemme, un paese pagano, di lingua greca nella quale c’era un’importante comunità giudaica. La fondazione della Chiesa di Antiochia è diretta conseguenza del martirio di Stefano (cfr. At 11,19-20). Inizialmente il messaggio evangelico era diretto solo a giudei.- Alcuni ellenisti cominciarono a predicare il vangelo anche ai pagani, i greci (cfr. At 11,20-21); nome che stava ad indicare i non circoncisi in generale contrapposto ai giudei. Essi predicarono la buona novella del Signore Gesù. Infatti invece del titolo “Cristo”, più rispondente all’attesa giudaica, nella predicazione ai pagani si usa per Gesù il titolo di “Signore”. Gesù è Signore, divenuto, con l’esaltazione alla destra di Dio, il sovrano del regno (cfr. At 2,21.36; 7,55-56; 10,36). Per la prima volta nella comunità entrarono a far parte credenti di origine pagana senza aver prima aderito alla fede giudaica.- La Chiesa di Gerusalemme accetta i pagani (cfr. At 11,22-24) La Chiesa di Gerusalemme vigilava sulle altre chiese. L’entrata dei pagani nella Chiesa poneva il problema se essi dovessero sottostare o meno alla legge mosaica e se era permesso ai giudei convivere con i pagani. Un problema che verrà risolto nel primo concilio di Gerusalemme (cfr. At 15; Gal 2,1-10) non senza vive discussioni e scontri che si ripercuoteranno anche più tardi (cfr. At 21,17-26; Gal 2,11-14). La Chiesa di Gerusalemme invia Barnaba, un levita originario di Cipro che, vista la grazia di Dio, incoraggiò tutti a perseverare in questa nuova esperienza. Come aiutante scelse Paolo con il quale rimase ad Antiochia un anno intero. È qui che per la prima volta i discepoli vengono chiamati cristiani (cfr. At 11,22-26). Inizia così ufficialmente l’universalizzazione del messaggio evangelico e il superamento definitivo della legge mosaica.

 LO ZELO MISSIONARIO DELLA CHIESA DI ANTIOCHIA

Barnaba invita Paolo a partecipare alla missione antiochena (cfr. At 11,25-26). Barnaba aveva intuito la grandezza di Paolo di Tarso, neoconvertito. Insieme otterranno grandi risultati, soprattutto daranno forza e voce alle nuove istanze pagane in un modo tale che la Chiesa di Gerusalemme affiderà loro l’evangelizzazione dei pagani. Il nuovo gruppo ora si distingue dagli altri tanto da ricevere un nuovo nome che sarà definitivo: cristiani.- La comunità antiochena soccorre i giudeo-cristiani di Gerusalemme colpiti dalla carestia (cfr. At 11,27-30). Un segno della fraternità che legava le varie chiese e nello stesso tempo il riconoscimento della maternità di Gerusalemme. La Chiesa di Antiochia diventa essa stessa missionaria (cfr. At 13,1-4). Invia Barnaba e Paolo in missione. Dapprima evangelizzeranno i giudei, ma di fronte al loro rifiuto, espressamente si dirigeranno ai pagani (cfr. At 13,44-49). È sempre lo Spirito che prende l’iniziativa e spinge la comunità ad aprirsi nell’annuncio del vangelo attraverso le difficoltà e i doni carismatici (cfr. At 13,2). È chiara nella comunità di Antiochia la presenza di profeti e di dottori, cioè dei doni carismatici. Essi stavano celebrando il “culto” mentre giunse la parola profetica: l’uso di questo termine equipara le preghiere comuni dei cristiani al culto sacrificale dell’antica legge, segno questo del progressivo superamento e distacco dal costume cultuale giudaico.

SANTO STEFANO

Stefano ha un ruolo provvidenziale nel processo di apertura della fede cristiana verso il mondo. Stefano era uno dei 7 scelti dagli apostoli per prendersi cura degli ebrei ellenici della comunità di Gerusalemme. Stefano si distinse per la sua predicazione di cui Luca ci dona una sintesi dei temi principali (cfr. At 7). Mentre gli apostoli rimangono fedeli alla pratica giudaica, Stefano attacca duramente il tempio e i sacrifici. Egli comprende che la nuova fede dove liberarsi dalla visione cultuale giudaica ed universalizzarsi. Confondendo patria con religione, i suoi avversari lo accusano di voler sovvertire la religione e i costumi. Nella prospettiva di Luca il discorso di Stefano rappresenta il vero spirito del vangelo senza rinnegare le profonde radici ebraiche, anzi portando a compimento le promesse. Grazie alla sua predicazione i legami con il giudaismo ufficiale vengono fortemente compromessi: Stefano viene lapidato e la Chiesa perseguitata. La persecuzione sembra colpire direttamente gli ellenisti. I giudei persecutori vogliono soffocare la diffusione del vangelo, ma ottengono in realtà l’esatto opposto. I nuovi credenti ellenisti si disperdono cominciando così il processo missionario nelle vicine regioni (cfr. At 8,1-4), favorendo così la nascita dei primi missionari della Chiesa.

LA MORTE DI STEFANO E GESÚ A CONFRONTO

 Stefano diventa il primo martire della Chiesa, cioè testimone (dal greco martys [leggi martus], che significa “testimone”). Paolo (Saulo) era fra coloro che approvavano la sua uccisione (cfr. At 8,1) custodendo presso di sé i mantelli degli uccisori (cfr. At 7,58b; 22,20). Osservano il modo in cui è stato martirizzato sarà per lui una testimonianza che contribuirà alla sua conversione.

In seguito i punti in comune tra la morte di Stefano e Gesù Cristo:

  • Vengono trascinati in processo illegale
  • Vengono incolpati da falsi testimoni che li accusano di lesa maestà nel confronti del tempio e della legge.
  • Perdonano i propri assassini
  • Entrambi dicono a Dio di accogliere il loro spirito.

IL PROCESSO DI STEFANO

Stefano, timorato di Dio e ripieno di Spirito Santo non poteva passare inosservato dalle stesse persone che hanno fatto crocifiggere Cristo e non solo. Anche i Giudei di Gerusalemme provenienti dalla diaspora lo tenevano sotto osservazione e iniziarono ad avere delle discussioni con Stefano. Egli essedo ricco di sapienza si sapeva destreggiare bene nelle discussioni e i suoi avversari non riuscivano a coglierlo in fallo. Così come avvenne con Gesù venne arrestato con false accuse, il vangelo specifica quali:

  • Diffamare il tempio e la legge di Mosè
  • Dichiarare che Gesù distruggerà il tempio e sovvertirà la legge di Mosè

Si ritrova quindi davanti al sommo sacerdote e a quelli del sinedrio; Fissando gli occhi su di lui videro il suo volto come quello di un angelo. (Atti 7,15).

IL DISCORSO DI STEFANO

Il sommo sacerdote chiede conto a Stefano riguardo le sue accuse, Ma lui invece di rispondere parte con un lungo discorso. Partendo da Abramo, fino a Davide troviamo il racconto di questo lasso di tempo in maniera molto sintetica cercando di soffermarsi su due tipi di dettagli:

  • Interpretazione del AT alla luce di Cristo
  • Evidenziare i peccati dei loro padri e le ribellioni dei piani di Dio per concludere come anche loro fanno lo stesso.

Il discorso si può dividere in 3 parti:

  1. Nella prima parte, dopo un introduzione sui patriarchi, Stefano si sofferma alla figura di Giuseppe, il più giovane dei figli di Giacobbe e il più amato. I suoi fratelli pieni di invidia nei suoi confronti lo vendettero a degli ismaeliti diretti in Egitto. I suoi fratelli dissero a loro padre che il suo amato figlio era morto. Molti anni dopo Giuseppe divenne l’amministratore d’Egitto e quando ci fu la carestia i suoi fratelli andarono in Egitto per chiedere aiuto, incontrando Giuseppe ottennero una grande benedizione e salvezza dalla carestia. Così Giuseppe venduto dai fratelli per invidia divenne un prezioso strumento nella mani di Dio per la loro stessa sopravvivenza. Stefano fa quindi un parallelismo con i giudei che lo accusano. Hanno fatto uccidere Gesù per invidia, ma Dio lo ha reso uno strumento di salvezza per tutta l’umanità.
  2. Nella seconda parte si concentra su Mosè. Viene prima di tutto evidenziato come il popolo israelita rifiutò la sua leadership nonostante avesse dimostrato di volerli difende dagli abusi. Dio però lo scelse come strumento di liberazione per portarli nella terra promessa e i segni miracolosi confermarono questo. Ma nonostante tutti gli israeliti durante l’attraversata nel deserto compirono numerose gravi infedeltà. Questa cecità e durezza di cuore del popolo eletto si perpetrò anche nel tempo dei grandi profeti, dimostrando ciò con citazioni di versetti ben scelti. Anche qua troviamo un parallelismo per indicare che come i loro padri hanno rifiutato e mormorato contro i profeti, loro hanno continuato a fare lo stesso, anzi anche peggio. Perché Mosè aveva profetizzato la venuta del Messia (DT 18,15.18) che loro hanno fatto uccidere.
  3. Nella terza parte del discorso tocca un argomento molto delicato: Quello del luogo santo per eccellenza, il tempio di Gerusalemme. Dando rilievo alla tende della testimonianza, prima della costruzione del tempio e segno di un dio che cammina con il suo popolo, Stefano contesta la visione del tempio come luogo esclusivo della presenza di Do. Del resto, gli stessi profeti evidenziarono la relatività del tempio, puntando sull’interiorità della adesione interiore a Dio. Stefano non a caso cita Is 66,1-2 ove il Signore afferma la sua presenza universale al di là di ogni “spazio sacro”.

Al termine di questo lungo discorso da un ultima strigliata finale contro gli accusatori con tono deciso che mostra una santa ira dovuta al suo zelo per Cristo:

Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata”. (Atti 7,51-53)

Questo fece accende di ira i presenti lo lapidarono e iniziarono a perseguitare la Chiesa. Ma anche in quel momento Dio era con lui che fu accolto in cielo dal padre celeste come primo martire.

LE PROVENIENZE CULTURALI DEI PRIMI CRISTIANI

Nelle prime comunità cristiane c’erano varie tipologie di persone che componevano la rete di chiese. Le tipologie sono in base alla provenienza culturale e religiosa, troviamo dunque 3 tipologie:

CRISTIANI GIUDEI:

Di questa tipologia ha origine i primi cristiani, i 12 apostoli e Paolo. I cristiani giudei vivono in Palestina e parlano aramaico. Nella liturgia leggono in ebraico i testi biblici. Essendo nati in un ambiente culturale totalmente giudaico avranno molte difficoltà ad accogliere che altri cristiani non seguano le consuetudini giudaiche. In Atti 3 vediamo che Pietro si rivolge a questo tipo di gruppo. Di questo gruppo si possono aggiungere anche i samaritani, anche loro infatti ricevono la predicazione apostolica e l’accolgono con entusiasmo unendosi alla chiesa di Gerusalemme insieme agli altri giudei, che un tempo c’era odio reciproco, ma ora ritrovano una comunione uniti in Cristo.

CRISTIANI GIUDEI DELLA DISPORA:

I cristiani giudei che vivono nella diaspora (in Antiochia, Alessandria, Roma, ecc.) e parlano greco, leggono la Scrittura in greco e dispongono di proprie sinagoghe. Questi hanno una cultura distinta dai giudei palestinesi. Questo è il gruppo ellenista. Grazie ai loro contatti e alla loro cultura più universale, erano più aperti al mondo esterno che gli ebrei. Saranno proprio questi che daranno origine all’attività missionaria normalmente intesa. Gli ellenisti costituivano un gruppo distinto con i propri responsabili. Questa tipologia comprendevano anche questi sottogruppi:

  • Proseliti

Sono dei pagani che si sono convertiti al giudaismo e hanno accettato la circoncisione e così sono divenuti membri del popolo eletto. Ad esempio il discorso di Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia è diretto a giudei e a proseliti della dia spora (cfr. At 13,14-43)

  • Timorati di Dio

Sono coloro che simpatizzano per il giudaismo,  frequentano le sinagoghe, ma non giungono alla circoncisione e alla pratica rituale della legge. Il centurione Cornelio figura tra i timorati di Dio (cfr. At 10).

CRISTIANI PROVENIENTI DAL PAGANESIMO:

Erano presenti anche persone che non avevano mai avuto contatti con correnti religiose ebraiche, ma appartenevano a religioni pagani; quindi prima della conversione adoravano il pantheon degli dèi romani, greci, egizi, ecc.. Nel libri degli atti, Paola prova a predicare ai pagani all’Areopago di Atene (cfr. At 17,16-34). Questo tipo di cristiani hanno avuto difficoltà nel farsi accettare da quelli di provenienza ebraica in quanto non abituati a seguire le consuetudini giudaiche. Un esempio di cristiani di questa provenienze è Dionigi (cfr. At 17,34).

LA CHIESA A GERUSALEMME:

La comunità di Gerusalemme era la principale e la più importante, dove tutto aveva avuto inizio gestita da Giacomo. Fratello del Signore, autore dell’omonima lettera. Era composta sia da cristiani giudei palestinesi, sia da cristiano giudei della diaspora. Pur nella descrizione dell’armonia della prima comunità cristiana, al capitolo 6 notiamo il sorgere dei primi problemi interni. Nella comunità di Gerusalemme erano presenti gli ellenisti che si lamentavano nei confronti dei giudei perché le loro vedove venivano trascurate nella distribuzione quotidiana. Apparentemente sembra trattarsi solamente di un conflitto marginale, In realtà, nell’ottica di Luca, gli ellenisti pongono una problematica ben più seria: I due gruppi di credenti, pur vivendo nell’armonia di Cristo avevano mentalità e visione del mondo diverse. Gli ebrei di lingua greca erano molto più aperti al mondo, interagivano con le nuove tendenze in una rilettura delle tradizioni antiche, accogliendo le nuove sfide provenienti dal mondo circostante. I giudei palestinesi erano molto più legati al giudaismo e poco inclini a diffondere il messaggio cristiano al mondo, nonostante lo stesso Gesù abbia invitato gli apostoli a farlo. Bisognava stabilire quindi quale direzione far andare la comunità senza procurare scismi o deviatore rispetto ai discepoli. La Chiesa è semplicemente una setta giudea dei nazareni accanto alle altre, o se è una comunità aperta all’universalità, senza disconoscerne le radici giudaiche. Si tratta di una crisi sorta nel cuore stesso della prima comunità cristiana. Per risolvere questo problema, gli apostoli elessero e benedirono 7 responsabili noti per la loro devozione e sapienza, tutti di lingua greca, tra cui un proselito di nome Nicola e un ex pagano, con lo scopo di sopperire alle necessità deli componenti di lingue greca. Infatti ogni servizio, anche quello materiale, è ecclesiale, cioè è strettamente relazionato alla vita comunitaria e quindi riveste anche un ruolo spirituale. Inoltre, gli apostoli imponendo le mani sui 7 riconoscono la loro funzione e introducono una innovazione che porterà un nuovo impulso alla Chiesa, quello missionario e l’apertura a tutte le genti. Il numero “7” indicano i popoli pagani che abitavano nella terra di Canaan (cfr. At 13,19). In tal modo il gruppo ellenistico dei cristiani riceve un’organizzazione a parte rispetto al gruppo ebraico.

RAPPORTI FRA LA PRIMA CHIESA E IL GIUDAISMO

Il libro degli Atti degli apostoli racconta i primi anni di vita della Chiesa (dal 33 al 61 d.C.). Dai primi capitoli degli Atti si nota come i primi discepoli di Gesù fossero tutti giudei: gli Apostoli, Maria, madre di Gesù (cfr. At 1,12-14; 2,1-4). Così i primi che aderirono al primo gruppo dei discepoli erano tutti giudei o per nascita o per adesione alla religione giudaica accettandone la circoncisione e quindi divenendo membri del popolo eletto (cfr. At 2,14-15). Era perciò naturale continuare a praticare la religione giudaica (cfr. At 2,46; 3,1). Questo però portò a forti contrasti tra il cristianesimo nascente e il giudaismo tradizionale circa il riconoscimento di Gesù come Messia: se Gesù non era stato accolto, non potevano essere accolti i suoi seguaci. Luca ci racconta il processo di questo conflitto.

IL CRISTIANESIMO: SETTA GIUDAICA

Nel giudaismo vi erano gruppi diversi, chiamati “sette”. Accanto ai farisei e ai sadducei che rappresentavano la fede tradizionale e ufficiale, pur con delle differenze tra di loro (cfr. At 23,6-9), vi erano gli esseni, una specie di gruppo ascetico-monastico, che vivevano in Qumran, sulle rive del Mar Morto, una vita ritirata, dediti alla preghiera e allo studio della Scrittura. Essi rifiutavano il calendario liturgico ufficiale e non frequentavano il tempio, in polemica con i sacerdoti mettendo il dubbio la loro legittimità. Aspettavano la venuta di un Messia e con essa l’era escatologica. Vi era pure un gran numero di movimenti battisti che si caratterizzavano per l’importanza che davano al battesimo e alla conversione morale in un clima di attesa escatologica.

I discepoli cristiani apparirono in primo tempo come una delle tante sette, la setta dei nazareni (cfr. At 24,5; 24,14; 28,22). Questa setta appare come aberrante: venera un certo Gesù, considerato il Messia promesso, condannato a morte dai capi giudei e che dichiara essere risorto e sedere alla destra del Padre; predica e agisce nel suo nome; continua a frequentare il tempio e a praticare la legge giudaica. Essa rispetta le autorità religiose, ma è pronta anche a confrontarsi con esse, ha per capi gente popolana, senza istruzione e non nella linea sacerdotale. È facile comprendere la perplessità delle autorità religiose (cfr. At 4,13-17; 5,34-39).

Bisogna riconoscere che se pur il gruppo dei nazareni vive nel seno del giudaismo, alcune sue posizioni appaiono in contraddizione. Per questo, Paolo perseguiterà la nuova setta rendendosi conto di tutto ciò che di rivoluzionario essa contiene.

I seguito la successione degli eventi descritti nel libro degli atti dove i religiosi del giudaismo si scontrano contro gli edepti della nuova fede:

• La prima persecuzione:

Pietro e Giovanni e la guarigione dello storpio (At 3,1-11);

Discorso di Pietro al tempio (At 3,12-26);

Pietro e Giovanni davanti al Sinedrio (At 4,1-22);

La preghiera degli apostoli (At 4,23-31).

• La seconda persecuzione:

Arresto e liberazione degli apostoli (At 5,17-21);

Gli apostoli davanti al Sinedrio (At 5,26-33.40).

• La terza persecuzione:

Arresto di Stefano (At 6,8-14);

Discorso e martirio di Stefano (At 7);

Persecuzione contro la Chiesa (At 8,1-3).

• La quarta persecuzione

 Da parte del re Erode: Martirio di Giacomo (At 12,1-2);

Arresto e liberazione di Pietro (At 12,3-19).

LA VITA DELLA PRIMA CHIESA:

UNA COMUNITÀ FRATERNA

  1. Fratelli

Una caratteristica della comunità cristiana degli Atti è la presenza della parola “fratelli”. Ciò ha due significati:

  • In primo luogo si usa secondo la consuetudine ebraica di parentela (cfr. At 1,4);
  • In secondo luogo si usa il termine fratello per indicare una relazione nata dalla fede (cfr. At 1,15-16; 15,13; 21,17)

Questo secondo uso riecheggia le parole di Gesù: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). La fede nella resurrezione, la preghiera in comune, la condivisione fanno scoprire ai primi discepoli una relazione di fraternità, tipica dei discepoli di Gesù. E questo è sigillato dalla venuta dello Spirito. Pietro dirà ai suoi ascoltatori: “Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente…” (At 2,29) e questi, compunti, rispondono agli apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2,37).

2. Condizioni di appartenenza alla comunità

  • La fede nella resurrezione di Gesù

L’essenza, infatti, del messaggio apostolico è che Cristo è risorto e di ciò si è testimoni. La predicazione fondamentale degli apostoli è il kerygma, cioè l’annuncio forte e gioioso che Dio ha risuscitato Gesù, colui che fu crocifisso. Questo è il punto centrale della fede. Degni di nota sono i discorsi kerygmatici, 5 di Pietro (cfr. At 2,14-39; 3,12-26; 4,8-20; 5,29-32; 10,34-43) e 2 di Paolo (cfr. At 13,16-41 e 1 Cor 15,3-9 – questo testo è il testo più antico che narra la morte e la resurrezione di Gesù) a cui si aggiunge ciò che Gesù risorto dice di se stesso ai discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35). Essi sono la sintesi della predicazione primitiva: Gesù morto per noi (cfr. 1 Cor 15,3), risorto per la benedizione (cfr. At 3,26), glorificato per la conversione e il perdono (cfr. At 5,31), noi ne siamo testimoni (cfr. At 2,32). “Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4,24-25) è il riassunto del messaggio che Paolo annuncerà.

  • Fede-conversione

Il battesimo e l’accoglienza del dono dello Spirito sono ciò che gli apostoli chiedono in risposta al loro annuncio. Gesù aveva inviato i suoi a proclamare nel suo nome a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati (cfr. Lc 24,47). Coloro che si convertono saranno battezzati (cfr. Mt 28,19). Così nel giorno di Pentecoste alla domanda circa cosa dovevano fare coloro che erano stati toccati dal messaggio, Pietro risponde: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (cfr. At 2,37-38). Così in At 16 il carceriere della città di Filippi si rivolge a Paolo e Sila con le stesse parole: “Cosa devo fare per essere salvato?”; “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia.”

  • Vita interna della comunità

Nel libro degli Atti, specialmente all’inizio troviamo delle sintesi della vita della comunità dei discepoli: 2,42-47; 4,32-35; 5,12-16. Nell’esposizione Luca usa un ordine:

• insegnamento degli apostoli;

• unione fraterna e condivisione;

• frazione del pane;

• preghiera comune;

il tutto in un clima di intensa comunitaria e unita. È la descrizione di una comunità perfetta. Ma ciò non deve trarre in inganno perché subito troviamo difficoltà interne come ad esempio in At 5,1-11; 6,1-2; 11,2-3; 15,1-6; 15,36-39; Gal 2,11-14; 1 Cor 11,17-22; per citare solo alcuni esempi.


Luca scrive per le necessità delle comunità e propone un ideale a cui costantemente ci si possa riferire. Questo non toglie la storicità della descrizione, ma deve essere letta nell’ottica dell’autore: scrivere una storia teologica. Troviamo inoltre alcune caratteristiche tipiche:

• La presenza sensibile della gioia (cfr. At 2,13.46; 5,41; 11,23; 15,31);

• La fede nello Spirito Santo: avevano una relazione esperienziale con lo Spirito Santo che li guidava (cfr. At 8,39; 10,19; 13,2; 16,10; 20,22; 23,11; 1 Tm 1,18; 1 Tm 4,14);

• La direzione dello Spirito era ciò che caratterizzava l’azione pastorale della comunità, il suo sapersi aprire ai doni carismatici nella sottomissione comune alla sua azione.

• Il coraggio nel dare testimonianza, anche di fronte alle opposizioni (cfr. At 4,13.29.31; 28,31).

 Il libro degli Atti termina con una sintesi perfetta dello stile della prima comunità cristiana: “…annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento” (At 28,31). Il potere di Dio diventa realtà solo quando gli uomini sanno assieme sottomettersi docilmente alla guida e all’azione dello Spirito di Gesù e imparano a vivere nel suo nome

IL PROTAGONISTA DEL LIBRO DEGLI ATTI

Il libro degli Atti è tutto segnato da allusioni dell’azione dello Spirito Santo sia all’inizio, quando Gesù lo annuncia ai suoi discepoli (cfr. At 1,5) che alla fine, quando Paolo denuncia la chiusura ostinata al messaggio evangelico dei giudei di Roma (cfr. At 28,25). La parola “Spirito” (nel senso di Spirito Santo) viene usata 54 volte: 36 volte indica una presenza o azione senza implicazioni di manifestazioni straordinarie, mentre 18 volte indica manifestazioni straordinarie (11 volte in forma di allusione, 7 volte per riferire alcuni fatti). Quest’analisi ci permette di vedere l’azione globale dello Spirito nella Chiesa primitiva e come era vissuta. Come punto di partenza troviamo la Pentecoste (cfr. At 2,1-13) e quella che possiamo chiamare la seconda Pentecoste (cfr. At 4,23-31). Da questi due racconti possiamo vedere come lo Spirito anima la Chiesa concedendole di predicare con forza e franchezza la Parola, ma senza che questo garantisca di per se stesso un successo trionfalistico. La presenza dello Spirito non evita le persecuzioni e la morte dei discepoli, ma dona la forza di perseverare nell’annuncio del vangelo. L’azione dello Spirito più che mai richiede fede. Anche Paolo sperimenterà oltre ai miracoli anche insuccessi, opposizioni pur essendo stato inviato dallo Spirito (cfr. At 13,4) e decidendo tutto nello Spirito (cfr. At 19,21). Anzi è lo stesso Spirito che gli annuncia che in ogni città avrà tribolazioni e prigionie (cfr. At 20,22-23). Negli Atti lo Spirito è soprattutto oggetto di esperienza. Si parla di lui con conoscenza di causa. La cosa pare evidente quando si parla delle manifestazioni esteriori. È Pietro che sa interpretare la prima manifestazione nel giorno di Pentecoste: Non siamo ubriachi, ma abbiamo ricevuto il dono dello Spirito (cfr. At 2,14-16). Così lungo tutto il libro degli Atti si vede come i discepoli hanno una piena dimestichezza con l’azione carismatica dello Spirito. Lo Spirito Santo non è un argomento apologetico, ma è azione di Dio per la salvezza: è lui che rende presente e vivo Gesù nella comunità dei suoi discepoli. Lo Spirito è Signore! In seguito i versetti dove lo Spirito Santo si mostra nella sua potenza colui che guida i passi dei credenti e muove i fili affinché la volontà di Dio sia compiuta. Attraverso esso vengono compiuti miracoli di guarigioni, profezie vengono annunciate e compiute. Dietro ogni elemento soprannaturale non c’è più Gesù, ma lo Spirito Santo che compie i miracoli senza più i limiti del tempo e dello spazio. Si vede chiaramente come esse è il vero protagonista degli atti, non Pietro o Paolo in quanto senza la Spirito Santo non avrebbero potuto fare nulla.

  • ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. (1,8)
  • Allora Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: “Capi del popolo e anziani,  visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato,  sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. (4,8-10)
  • Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza. (4,31)
  • Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce.  Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”. (5,30-32)
  • Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni.  Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo;  non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo. (8,14-17)
  • Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. (8,39)
  • La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. (9,31)
  • Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; (10,44-45)
  • Uno di loro, di nome Àgabo, si alzò in piedi e annunciò, per impulso dello Spirito, che sarebbe scoppiata una grande carestia su tutta la terra. Ciò che di fatto avvenne sotto l’impero di Claudio. (11,28)
  • Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: “Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono.
  • Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro (13,2-4)
  • È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie:  astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!”. (15,28-29)
  • Udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare. (19,5-6)
  • Dopo questi fatti, Paolo decise nello Spirito di attraversare la Macedonia e l’Acaia e di recarsi a Gerusalemme, dicendo: “Dopo essere stato là, devo vedere anche Roma”. (19,21)
  • So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. (20,23)
  • Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. (20,28)
  • Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: “Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo al quale appartiene questa cintura, i Giudei a Gerusalemme lo legheranno così e lo consegneranno nelle mani dei pagani”. (21,11)

RIFLESSIONI PERSONALI:

Questo fa sorgere una domanda spontanea: crediamo oggi nello Spirito Santo, abbiamo esperienza della sua presenza e azione, ne parliamo con conoscenza di causa, sappiamo discernere la sua azione carismatica oppure abbiamo relegato tutto questo al tempo degli apostoli?