APOCALISSE 1/8

LE SETTE CHIESE

Le comunità a cui scrive sono le chiese dell’Asia Minore (cfr. Ap 1-3), chiese fiorenti fondate da Paolo e ora guidate da Giovanni. Nei primi tre capitoli infatti Giovanni cita espressa mente sette chiese a cui invia esortazioni profetiche per rinsaldare la loro fede e correggerne gli errori. Erano comunità che avevano perduto il primitivo fervore e in cui già erano presenti elementi delle prime eresie, come quella dei Nicolaiti, dottrina gnostica che professava un sincretismo con i culti pagani, già condannata da Paolo, specialmente nella lettera ai Colossesi. Se Paolo aveva elogiato quelle comunità per il loro fervore, ora Giovanni usava parole di fuoco per bollare la freddezza e l’indifferenza presente nelle chiese (cfr. Ap 2,3.6.13.15.45; 3,16). Erano comunità che avevano ormai raggiunto una stabile organizzazione gerarchica e i cristiani già celebrano il primo giorno della settimana chiamandolo “dies Dominica” cioè giorno del Signore (cfr. Ap 1,10). Questo sembra sia avvenuto dopo il 70, cioè dopo la distruzione del Tempio e della città di Gerusalemme ad opera dei Romani e quindi segnò un distacco definitivo dal giudaismo ufficiale che celebrava il sabato come festa. Per comprendere il libro dell’Apocalisse bisogna tener conto anche delle circostanze storiche che contribuirono alla sua nascita. Le sette lettere alle sette chiese dei primi tre capitoli danno il quadro della seconda generazione dei cristiani. Avevano perso il loro entusiasmo iniziale, come abbiamo già accennato, e la lettera alla chiesa di Efeso, di Sardi e di Laodicea ne sono un esempio (cfr. Ap 2,1-7; 3,1-6; 3,14-22). Gesù aveva insistito che “colui che persevererà sino alla fine sarà salvato” (cfr. Mt 10,22) e ora Giovanni esorta a questa perseveranza nell’amore iniziale: “Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire…” (cfr. Ap 2,5; 3,2). In questo ambiente di tiepidezza (cfr. Ap 3,15-16) nascevano errori propagati, poi, da falsi profeti (cfr. Ap 2,2.6.15.20). Sono sette messaggi indirizzati a sette chiese della provincia di Asia, elencate forse per ordine di importanza. Dal numero sono escluse altre chiese del posto, ma questo può essere spiegato con l’uso del numero 7 che indica la completezza e la totalità delle chiese. Questa chiesa è nelle mani di Gesù Re e Sacerdote.

LO SCHEMA PER OGNI LETTERA:

Ogni lettera ha lo stesso schema:

  1. un invito divino a scrivere.
  2. un’autopresentazione di Gesù con gli stessi attributi del prologo.
  3. un giudizio positivo/negativo sulla chiesa in questione.
  4. un invito all’ascolto e alla conversione e una promessa escatologica.

Per ogni messaggio alle diverse chiese vedremo l’autopresentazione di Gesù di cui si possono trarre degli insegnamenti teologici su Cristo, il giudizio spesso in parte sia positivo che negativo, ma talvolta anche puramente positivo o negativo. Se positivo un invito a perseverare, se negativo un invito alla conversione . Vedremo anche una promesse escatologica.

CARTINA:

Qui sotto nella cartina la posizione delle sette chiese e l’isola di Patmos dove Giovanni riceve la parola da Dio

PRESENTAZIONE:

Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro.

Questo è il modo in cui Giovanni vede Gesù nel prologo, ricorda anche il personaggio in Daniele 7,13 e 10,16.

GIUDIZIO: POSITIVO / NEGATIVO

POSITIVO: Riconoscimento di molte qualità come la perseveranza, ostilità verso l’ingiustizia, buon discernimento per distinguere i falsi apostoli, resistenza alle persecuzioni, opposizione ai nicolaidi (dottrina contaminata da elementi pagani)

NEGATIVO: Aver perso il primo amore, ovvero mancare di carità verso Dio e il prossimo, probabilmente a causa della ricchezza che vi circola: ha dunque bisogno di una rinascita spirituale per ottenere la Vita Eterna.. Invio a convertirsi e compiere le opere di prima

PROMESSA:

Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio”. Promessa di vita eterna


PRESENTAZIONE:

Così parla il Primo e l’Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita. Riferimento alla resurrezione di Cristo

GIUDIZIO: POSITIVO

Smirne è una comunità povera e sottoposta a molte tribolazioni, ma è ricca dello Spirito del Signore. Vicina ad essa c’è una comunità giudaica assai ostile che l’autore definisce: Sinagoga di satana. Si preannunciano ulteriori persecuzioni su alcuni componenti della comunità per 10 giorni.

PROMESSA:

Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita. Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte”.

La seconda morte è la separazione tra Dio e l’anima per l’eternità che porta all’inferno.


PRESENTAZIONE:

Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli. Riferimento alla Spada dello spirito che è la parola di Dio

GIUDIZIO: POSITIVO / NEGATIVO

POSITIVO: La comunità è situata in una importante città del mondo religioso greco, è presente il tempio di Zeus che l’autore definisce il trono di satana, per questo è spesso oggetto di persecuzioni, citando un personaggio Antipa, martirizzato per essersi rifiutato di sacrificare agli dei. Nonostante le persecuzioni la comunità rimane salda nella fede

NEGATIVO: Viene rimproverato che all’interno della comunità sono tollerate delle correnti eretiche, quali i seguaci della dottrina da Baalam, dove incitava all’immoralità e i Nicolaidi, contenenti dottrine di origine pagana.

PROMESSA:

Convèrtiti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca.

Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve”. Una credenza largamente diffusa nel giudaismo dell’epoca riteneva che durante l’era messianica, gli eletti avrebbero mangiato la manna. Un sassolino bianco veniva usato in diverse situazioni, ma in ogni caso era un simbolo positivo e il colore bianco indica gioia ed allegria, in questo caso la positività deriva dalla consapevolezza di partecipare al regno di Dio.


PRESENTAZIONE:

Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili a bronzo splendente.

Caratteristiche che richiamano la visione nel prologo. Viene enfatizzata la gloria di Cristo.

GIUDIZIO: POSITIVO / NEGATIVO

POSITIVO: Si riconosce in questa comunità la carità, la fede e lo spirito di servizio fatto con costanza e dedizione e una costante crescita di questi valori nel tempo.

NEGATIVO: Viene rimproverato che all’interno della comunità viva una donna di nome Gezabele, falsa profetessa che insegna e istiga all’immoralità. Non è il suo vero nome ma uno pseudonimo che richiama un la regina che istigò il popolo di Israele di allontanarsi del culto. Dio non l’ha punita subito per darle tempo di pentirsi, ma ora annuncia il castigo su di lei e su che la segue. Ma chi non la segue non avrà ulteriori castighi.

PROMESSA:

Al vincitore che custodisce sino alla fine le mie opere darò autorità sopra le nazioni: le governerà con scettro di ferro, come vasi di argilla si frantumeranno, con la stessa autorità che ho ricevuto dal Padre mio; e a lui darò la stella del mattino.

 Viene rievocata una promessa contenuta nel Salmo 2,8-9 dove i salvati, dopo il ritorno di Cristo, governeranno la terra.


PRESENTAZIONE:

Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle. Richiama la signoria assoluta e piena sull’universo e sulla Chiesa universale sparsa su tutta la Terra (solita simbologia del numero sette).

GIUDIZIO: NEGATIVO/ POSITIVO

NEGATIVO: Il giudizio è il più severo di tutti. La comunità sembrerebbe ricoprire un fama positiva, ma per Dio si tratta di ipocrisia, le loro opere non sono perfette. L’autore esorta la comunità a rinvigorire ed a essere vigilanti perché Dio verrà come un ladro.

POSITIVO: Nonostante il giudizio nettamente negativo, è presente un gruppetto di persone che conpiono vere opere buone, queste commineranno con lui in veste bianche.

PROMESSA:

Il vincitore sarà vestito di bianche vesti; non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli.

Le vesti bianche indicano sono simbolo di purezza, buone opere e vittoria. Il libro della vita nell’AT indica la partecipazione ai beni messianici (Es 32,32-33; Sal 69,29; Is 4,3). Per il riconoscimento di Cristo, vedi Mt 10,32; Lc 12,8.


PRESENTAZIONE:

“Così parla il Santo, il Veritiero, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre.

La chiave di Davide è Cristo, che ha potere supremo sulla Gerusalemme celeste; per il simbolo della chiave, vedi Is 22,22 e alle “chiavi del Regno dei Cieli” consegnate da Gesù a Pietro (Matteo 16,19).

GIUDIZIO: POSITIVO

Viene riconosciuto che in questa comunità pur essendo povera è ricca di Spirito, custode e fedele della parola. Annuncia che ci sarà una “porta aperta”, non specificando nel dettaglio. Potrebbe essere un attività missionaria o la conversione di popoli pagani attraverso loro. Annuncia anche l’arrivo in comunità di alcuni soggetti provenienti dalla “sinagoga di satana”. Giudei ostili e fintamente amiche per ingannarli, sarà l’occasione per vedere quanto Dio li ha amati per provocarli a gelosia.

PROMESSA:

Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, dal mio Dio, insieme al mio nome nuovo.

la colonna nel tempio del mio Dio è un simbolo di stabilità perenne e quindi di beatitudine che nessuno potrà togliergli mai più.  Il nome nuovo è un nome di Cristo, forse il Verbo di Dio di  Ap 19,13.


PRESENTAZIONE:

Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio.

Caratteristiche che sottolineano la divinità di Cristo.

GIUDIZIO: NEGATIVO

Questa comunità si trova in una città molto ricca economicamente e finanziariamente, ma hanno ceduto alla tentazione di confidare nelle ricchezze anziché  a Dio pur non rinnegandolo ma perdendo lo zelo e preferendo un atteggiamento ambiguo e gnosticizzante, per questo l’autore li definisce né caldi né freddi. Dio li ama e per questo li rimprovera utilizzando delle metafore che simboleggiano i prodotti economici che facevano prosperare la città: Centro di commerci e di ricchezze, Laodicea deve abbandonare il vile oro materiale per scoprire il vero oro che salva; centro tessile assai rinomato, dovrà vestirsi con vesti bianche, che rimandano alla purificazione del Battesimo; sede di una famosa scuola di oftalmologia, dovrà purificarsi la vista non con il collirio medico ma con un collirio spirituale, che le permetterà di vedere lo stato di desolazione in cui versa.

PROMESSA:

Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono.

Cristo si presenta come colui che cerca una relazione con i suoi figli, bussa alla porta, si fa sentire la sua presenza, e gioisce chi riconosce la sua voce, apre la porta del suo cuore e lo accoglie per avere comunione insieme.

APOCALISSE 2/8

LA VISIONE DEL TRONO

Giovanni prosegue il suo scritto nel raccontare il momento più mistico mai vissuto, l’anima sale in cielo e vede la scena celeste nel trono di Dio. La visione è molto simile a quella vissuta da altri profeti dell’antico testamento come Ezechiele (Ez 1) e Isaia (Is 6) secoli prima. Ogni elemento è carico di mistero, non è facile descrivere con parole umane, una dimensione molto diversa dalla nostra, ma proveremo ad analizzare ogni elemento:

  • IL TRONO:

La visione ha al centro un trono, un simbolo caro a Giovanni, che evidentemente voleva contrapporre al trono imperiale di Domiziano, tanto arrogante da pretendere onori divini, quello Celeste dell’Unico Vero Dio degno di lode. Dio non compare in qualche forma ma è pura luce invisibile nel Suo splendore, raffigurato mediante il brillare delle pietre preziose, attraverso l’arcobaleno, simbolo dell’alleanza perpetua tra Dio e gli uomini (vedi il racconto dell’Alleanza Noachica in Genesi 9,13), e con una profusione di lampi e tuoni, nuovo rimando all’Alleanza di Mosè sul Sinai, oltre che classici immagini per sottolineare la “Shekinah”, cioè la Presenza di Dio, ed il “Kavod”, cioè la Sua Gloria invincibile. Davanti al trono c’è un pavimento trasparente simile a quello descritto di Ezechiele.

  • I SETTE SPIRITI

Davanti al trono ci sono 7 fiaccole accese che sono i sette spiriti di Dio. In Isaia 11,2 si parla di questi spiriti che sono i doni dello Spirito Santo. Essi sono: sapienza, di intelletto, di consiglio, di fortezza, di conoscenza, di timore e di pietà di Dio. Secondo Isaia Il messia avrà pienamente tutti questi doni. Il numero sette nella Bibbia è sinonimo di perfezione e completezza e in questo caso indica lo Spirito Santo che partecipa insieme al Padre al Figlio ai piani divini.

  • I 24 ANZIANI:

Il numero 24 indica le 24 classi sacerdotali che prestavano servizio nel tempio di Gerusalemme, simbolo del nuovo popolo di Dio che celebra con riflessi cosmici. Un’altra chiave di lettura vede rappresentati i 12 apostoli con le 12 tribù d’Israele, da ribadire l’inscindibilità tra vecchia e nuova alleanza. Il testo li descrive vestiti con bianche vesti (il simbolo della gloria celeste) e corone d’oro (regalità celeste). Queste figure simboliche partecipano dunque della potestà e della santità divine.

  • I 4 ESSERI VIVENTI:

Descritti anche da Ezechiele attorno al trono, sono descritti come esseri con occhi davanti e dietro e 6 ali ciascuno. Uno simile a un leone, l’altro a un vitello, il terzo come un uomo, il quarto come un aquila.  Questi esseri che tramite Ezechiele sappiamo che sono i cherubini, rappresentano le forze che vegliano sulla creazione di Dio, gli occhi indicano la onniveggenza, la vigilanza e la provvidenza di Dio. Ireneo da Lione del secondo secolo considerò i quattro animali come simboli degli evangelisti, influenzando la tradizione successiva.

  • IL LIBRO DEI SETTE SIGILLI

Colui che siede sul trono ha un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. L’apertura di questo libro indica che da quel momento il mondo passa sotto la completa autorità di Dio e il dominio delle tenebre sparisce del tutto. Per far questo serve qualcuno che sia degno di aprire il libro. Non lo può fare un angelo di Dio perché deve essere qualcuno vissuto sulla terra senza avere compiuto peccati e aver compiuto la perfetta volontà di Dio realizzando le profezie dell’antico testamento. Dal momento che nessuno uomo sia mai riuscito a fare ciò sembrerebbe che nessuno sia degno di aprire il libro. A questo punto Giovanni cade in un pianto disperato. Ma ecco uno degli anziani annuncia che in realtà c’è uno solo che è degno di aprire il libro e togliere i sigilli, lo chiama con due titoli messianici: Il Leone della tribù di Giuda (Genesi 49,9) e il Germoglio di Davide (Isaia 11,1. Tra l’altro Nazareth dove è vissuto Gesù significa per l’appunto “germoglio”). Solo Gesù Cristo è degno di aprire il libro, Dio fatto uomo venuto sulla terra per compiere le profezie.

  • L’AGNELLO

Giovanni vede arrivare un agnello come immolato, simbolo di docilità e rimanda al suo offrirsi senza ribellarsi ai sacrifici rituali, in particolare a quello pasquale, ma è anche il simbolo che rappresenta il sacrificio eucaristico celebrato nella liturgia domenicale. L’agnello secondo l’autore ha 7 corna simbolo di onnipotenza e 7 occhi simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra, e quindi dello Spirito Santo. Poi Giovanni vede i 24 anziani prostrarsi in adorazione con in mano le cetre e delle coppe d’oro in mano colme di profumi. Che sono le preghiere dei santi. Quando recitiamo il padre nostro diciamo: Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo e così in terra. Ecco è arrivato il momento che le preghiere siano finalmente esaudite e che sulla terra sia dichiarata a tutti gli effetti l’autorità del regno di Dio.

  • I CANTI NUOVI

Vediamo che verso all’agnello vengono proclamati 3 inni di lode:

Tu sei degno di prendere il libro

e di aprirne i sigilli,

perché sei stato immolato

e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue,

uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione,

e hai fatto di loro, per il nostro Dio,

un regno e sacerdoti,

e regneranno sopra la terra”.

Viene definito “canto nuovo” perché è nuovo il tempo della salvezza. Questo canto, come quello che segue, celebra l’amore di Gesù-Agnello che si è immolato sulla croce per la redenzione degli uomini per questo è degno di aprire il libro per rivendicare il regno di Dio sulla terra, compiendo il piano di Dio sull’umanità, liberare i credenti dalla schiavitù del mondo e investirli nella stessa missione sacerdotale di Cristo di cui condividono la regalità.

“L’Agnello, che è stato immolato,

è degno di ricevere potenza e ricchezza,

sapienza e forza,

onore, gloria e benedizione”.

Questo è da parte di un numero immenso, ma non precisato di Angeli. L’incalcolabile numero degli angeli esprime la presenza di Dio nel mondo e la continua benedizione che la attraversa. Essa è tale da annullare ogni pretesa superiorità della forze del male.

“A Colui che siede sul trono e all’Agnello

lode, onore, gloria e potenza,

nei secoli dei secoli”.

Questo è da parte di tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano. L’intera creazione ribadisce la regalità dell’agnello di Dio sulla terra.

APOCALISSE 3/8

I SETTE SIGILLI

Arriva il momento in cui l’agnello sta per aprire il libri rompendo i 7 sigilli. Questa è un ottima notizia per i credenti sulla terra, finalmente si concretizza realmente il regno e Cristo viene a regnare, ma per molti altri non è una bella notizia. Come sta scritto nella parabola del talenti nel vangelo di Luca: Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. (Luca 19,14). Gesù non è amato da tutti, molti lo sbeffeggiano, lo ignorano, perseguitano i suoi credenti, Dio ha concesso un lungo periodo di grazia dove il vangelo del regno si è diffuso in tutto il mondo, ma è arrivano il momento che il tempo di grazia finisce e inizia l’ira di Dio, perché Egli è grazia e giustizia allo stesso tempo e per chi non è pronto sarà un periodo di tribolazione, ma anche in questo periodo di transizione chiunque può ancora convertirsi e salvarsi.

1)SIGILLO

    E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora.

    Il cavallo bianco rappresenta Gesù Cristo vincitore.

    2)SIGILLO

      Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada.

      Rappresenta un guerra mondiale o molti fronti di guerre spasi per il mondo

      3)SIGILLO

      ecco, un cavallo nero. Colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. 6E udii come una voce in mezzo ai quattro esseri viventi, che diceva: “Una misura di grano per un denaro, e tre misure d’orzo per un denaro! Olio e vino non siano toccati”.

      Rappresenta la carestia che avviene in tutto il mondo in conseguenza delle guerre.

      4)SIGILLO

      ecco, un cavallo verde. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano. Fu dato loro potere sopra un quarto della terra, per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.

      Anche in questo caso si tratta delle conseguenze dei precedenti cavalieri. La morte a causa della guerra, della carestia che di conseguenza provoca epidemie. L’uomo muore per le conseguenze della sua condotta.

      5)SIGILLO

        vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso.

        Sono i credenti martirizzati che chiedono giustizia a Dio. Egli darà giustizia nel momento più opportuno.

        Allora venne data a ciascuno di loro una veste candida… La veste bianca è simbolo di purezza e comunione con Dio.

        6)SIGILLO

        e vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò tutta simile a sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra…

        Allora i re della terra e i grandi, i comandanti, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti;  e dicevano ai monti e alle rupi: “Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il grande giorno della loro ira, e chi può resistervi?”.

        I cataclismi sono tipici del genere apocalittico, qui vediamo come gli uomini non credenti sopravvissuti raggiungono la consapevolezza di essere sotto l’ira di Dio, si vergognano e si spaventano similmente a come fecero Adamo ed Eva quando si resero conto di avere peccato.

        IL POPOLO DI DIO

        A  questo punto abbiamo una pausa sull’apertura dei sigilli, la terra è stata devastata da guerre, carestie, pestilenze e calamità naturali, ma il peggio deve ancora arrivare per coloro che ancora si ostinano a non convertirsi. Sulla terra ci sarà ancora il popolo di rappresentato con il numero di 144000. Non è un numero da prendere alla lettera, ma è simbolico:

        12 (Tribù di Israele) X 12 (Numero apostoli) X 1000 ( simbolo di una quantità immisurabile)

        Sarebbero rappresentanti di 12000 per ogni tribù, qualcuno vede il riconoscimento degli ebrei di Gesù come Messia. Loro saranno ancora vivi sulla terra ma verranno protetti da ogni calamità.

        Troviamo subito dopo un’altra visione:

        una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.

        Questi sono l’intero popolo di Dio in paradiso proveniente da ogni popolazione, salvati per la fede in Cristo senza discriminazione alcuna. Il rami di palma rappresentano il segno della vittoria. Solo il bene può vincere il male. Richiama anche l’episodio della domenica delle palme dove Cristo entra a Gerusalemme trionfante (Giovanni 12,13). La veste bianca attesta la piena configurazione in Cristo risorto.

        … Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello …

        Questa moltitudine immensa non è solamente costituita da martiri, ma anche da coloro che hanno dimostrato la propria fedeltà a Cristo nelle piccole scelte do ogni giorno e nel quotidiano martirio che la coerenza della vita esige. In tal senso essi, essi hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’agnello, sperimentando su di sé in prima persona , il prezzo della fedeltà al Signore crocifisso e risorto. Hanno quindi portato la propria croce per seguire Gesù, abbandonando vanità ed egoismo. Le eventuali sofferenze derivate dalla fedeltà a Cristo, ora in paradiso sono grandemente ripagate citando 2 versetti provenienti da Isaia (49,10 e 25,8):

        Non avranno più fame né avranno più sete,

        non li colpirà il sole né arsura alcuna,

        perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore

        e li guiderà alle fonti delle acque della vita.

        E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”.

        7)SIGILLO

          Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora.

          Con la rottura dell’ultimo sigillo non succedere apparentemente nulla, me è la breve pausa di silenzio annunzia la presenza e l’intervento del giudice divino. Nella tradizione biblica il silenzio è segno inequivocabile della Shekinah, della Presenza di Dio, come accadde a Elia che riconobbe il Signore non nel vento, non nel fuoco, non nel terremoto, ma « nella voce di un silenzio leggero » (1 Re 19,12).

          Si chiude così il settenario dei sigilli per avviare il settenario successivo, quello delle trombe.

          APOCALISSE 4/8

          LE SETTE TROMBE

          VISIONE PREPARATORIA

          Arriviamo alla fase successiva del giudizio di Dio sul mondo impenitente e il segnale della raccolta escatologica in vista del giudizio finale e del ritorno di Gesù, ma prima Giovanni descrive una scena: I 7 angeli che stavano davanti a Dio, gli furono date 7 trombe. Ogni angelo suonerà la sua tromba uno dietro l’altro che corrisponderà a una calamità sulla terra. Ogni calamità colpirà un terzo degli abitanti della terra. In Israele il suono della tromba accompagnava la chiamata alla guerra, alle grandi feste, le cerimonie culturali e le teofanie. In questo caso annuncia eventi del giorno escatologico come anche in Sofonia 1,16. Poi arriva un altro angelo con un incensiere d’oro che emane profumi verso il trono, Poi l’angelo prende l’incensiere, lo riempie del fuoco dell’altare e lo getta a terra provocando tuoni, voci, fulmini e terremoti. Anche qui vi è un richiamo liturgico: l’incenso offerto nel tempio di Gerusalemme segno delle preghiere dei santi mentre i carboni indicano la decisione di Dio di togliere il male dal mondo. Il primo angelo si prepara a suonare la prima tromba. I flagelli evocano liberamente le “piaghe” d’Egitto (Es 7-11) e raffigurano la collera di Dio sul mondo a lui ostile.

          1) TROMBA

                Il primo suonò la tromba: grandine e fuoco, mescolati a sangue, scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra andò bruciato, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde andò bruciata.

                Nell’antico testamento il “fuoco del cielo” indicato i fulmini. Qui si usa un linguaggio apocalittico per descrivere una grande carestia mondiale.

                2)TROMBA

                Il secondo angelo suonò la tromba: qualcosa come una grande montagna, tutta infuocata, fu scagliato nel mare. Un terzo del mare divenne sangue, un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto.

                Qualcuno vede in questa parte la descrizione di una gigantesca cometa che cade nell’oceano.

                3)TROMBA

                Il terzo angelo suonò la tromba: cadde dal cielo una grande stella, ardente come una fiaccola, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono a causa di quelle acque, che erano divenute amare.

                Anche in questo punto sembrerebbe qualcosa di analogo al precedente, In ogni caso sembrerebbe che abbia l’effetto di contaminare una parte delle fonti idriche rendendole inutilizzabili.

                4)TROMBA

                Il quarto angelo suonò la tromba: un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e così si oscurò un terzo degli astri; il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente.

                Questo potrebbe essere la conseguenza della seconda tromba. Una parta della massa della cometa dopo l’impatto si disperde in atmosfera creando un filtro che riduce sensibilmente i la vista del cielo.

                IL SEGNO DELL’AQUILA

                E vidi e udii un’aquila, che volava nell’alto del cielo e che gridava a gran voce: “Guai, guai, guai agli abitanti della terra, al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!

                Un messaggero celeste, incarnato in un’aquila (che guarda caso è il simbolo assegnato all’evangelista Giovanni), annunzia con voce minacciosa e con un triplice “Guai!” che il prosieguo del terribile concerto di tromba sarà anche peggiore di quanto già ha provocato. Come si è detto, sia il settenario dei sigilli che quello delle trombe sono divisi in due sezioni (quattro più tre), e questo terribile avvertimento dell’uccello umanizzato segna la cesura tra la prima e la seconda parte dei terribili flagelli annunciati dalle trombe angeliche.

                5)TROMBA

                  Il quinto angelo suonò la tromba: vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; egli aprì il pozzo dell’Abisso e dal pozzo salì un fumo come il fumo di una grande fornace, e oscurò il sole e l’atmosfera.

                  Nel linguaggio dell’antico testamento la caduta “dell’astro” richiama la caduta di lucifero e lo troviamo anche citato in Luca 10,18. Quindi si tratta di un linguaggio figurato per dire che il demonio in questo momento avrà un certo potere e gli sarà concesso aprire il lucchetto che chiude la porta degli Inferi, Nel mondo ribelle a Dio, le forze del male potranno per un breve periodo di portare la malvagità quasi al massimo, per questo l’immagine del sole che si oscura e del fumo. Il “pozzo dell’Abisso” richiama il termine ebraico bor, “fossa”, certamente ben noto all’ebreo Giovanni ed ai suoi più immediati discepoli, che nelle Apocalissi giudaiche indicava gli inferi, pensati come un pozzo profondo e ricolmo di fuoco ribollente (così lo vedrà anche Lucia Dos Santos durante le visioni di Fatima del 1917).

                  Dal fumo uscirono cavallette, che si sparsero sulla terra, e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. E fu detto loro di non danneggiare l’erba della terra, né gli arbusti né gli alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. E fu concesso loro non di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il loro tormento è come il tormento provocato dallo scorpione quando punge un uomo. In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro.

                  Queste cavallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini. Avevano capelli come capelli di donne e i loro denti erano come quelli dei leoni. Avevano il torace simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali era come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all’assalto. Avevano code come gli scorpioni e aculei.

                  Quello che provocano le forze del male sono queste “cavallette”, così vengono chiamate, ma si tratta chiaramente di un linguaggio figurato tipico della letteratura apocalittica. La troviamo anche in Gioele 1-2. Il testo da come si può vedere dalle parole sottolineate è ricco di immagini, vediamo di decodificarne il contenuto:

                  • TESTE UMANE:  Intelligenza
                  • CAVALLI: Guerre
                  • CORONE: Regimi dittatoriali
                  • CAPELLI DI DONNE: Seduzione, frode
                  • DENTI DA LEONE: Forza, crudeltà, voracità e l’insaziabilità
                  • CORAZZE DI FERRO: Fortezza e all’indistruttibilità
                  • LE ALI: Velocità e capacità di raggiungere ogni luogo
                  • SCORPIONE: Capacità di tormentare chiunque
                  • CINQUE MESI: Breve durata

                  Quello che si potrebbe concludere riassumendo tutti i punti: Le forze del male ispireranno un regime totalitario molto crudele e potente, sarà globale e affascinerà molti, ma chi si opporrà verrà perseguitato. Tuttavia non durerà a lungo.

                  6)TROMBA

                    Il sesto angelo suonò la tromba: udii una voce dai lati dell’altare d’oro che si trova dinanzi a Dio. Diceva al sesto angelo, che aveva la tromba: “Libera i quattro angeli incatenati sul grande fiume Eufrate”. Furono liberati i quattro angeli, pronti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno, al fine di sterminare un terzo dell’umanità. Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero.

                    Il fiume Eufrate era è confine più a est dell’impero romano, e da lì che potevano avvenire le invasioni più devastanti. Qui sta parlando di un invasione di un gigantesco esercito. Alcuni pensano che si possa trattare di Cina o India, solo loro possono mobilitare un numero di soldati così grande.

                    E così vidi nella visione i cavalli e i loro cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo; le teste dei cavalli erano come teste di leoni e dalla loro bocca uscivano fuoco, fumo e zolfo. Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che uscivano dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità. La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code, perché le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse fanno del male.

                    Qua troviamo una descrizione allegorica dei cavalieri di questo enorme esercito. Alcuni pensano che si tratti di una confusa descrizione di un tipo di carro armato futuristico per l’epoca che Giovanni descrive come meglio può.

                    SITUAZIONE DELL’UMANITÀ

                    Il resto dell’umanità, che non fu uccisa a causa di questi flagelli, non si convertì dalle opere delle sue mani; non cessò di prestare culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; e non si convertì dagli omicidi, né dalle stregonerie, né dalla prostituzione, né dalle ruberie.

                    Nonostante i castighi divini quelli che sono sopravvissuti alle calamità non pensano proprio di pentirsi, anzi persistono nei loro peccati, anche se la grazia di Dio è ancora pronta per accoglierli, ma scelgono deliberamente il male.

                    IL PICCOLO LIBRO

                    Si sospende temporaneamente la successione delle trombe per una breve scena dove è lo stesso Giovanni il protagonista: Vida un grande e possente angelo:

                    E vidi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo e il suo volto era come il sole e le sue gambe come colonne di fuoco, Nella mano teneva un piccolo libro aperto.

                    L’angelo delle più importanti rivelazioni è forse Gabriele (Dn 8,16-26; 9,21-27; Lc 1,26-33). Egli annunzia solennemente il definitivo compimento dell’opera di salvezza.

                    Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e suonerà la tromba, allora si compirà il mistero di Dio, come egli aveva annunciato ai suoi servi, i profeti”.

                    Il mistero di Dio è il mistero della salvezza, rivelato definitivamente da Cristo e dai suoi apostoli. Esso sta per giungere all’ultima fase.

                    Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: “Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta in piedi sul mare e sulla terra”. Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza.

                    L’angelo invita Giovanni a mangiare il piccolo libro che ha tra le mani. I gusti che si provano è simbolo della missione profetica di Giovanni, e vale per chiunque altro missionario o credente che vive profondamente la parola.  La dolcezza del libro rappresenta la salvezza promessa da Dio, la pace spirituale di ogni credente e la bellezza di essere portavoce di Dio nel mondo. l’amarezza è vedere l’ostinazione nel male dei cattivi, quello che si prova nell’essere rifiutati e le persecuzioni di chi odia Dio.

                    I DUE TESTIMONI

                    Giovanni riceve l’incarico di misurare il Tempio: è un gesto chiaramente simbolico, presente anche nei capitoli 40-48 del Libro di Ezechiele che sembra aver ispirato tutti questi capitoli giovannei, per indicare che la Chiesa, nuovo Tempio di Dio, si trova sotto la diretta protezione divina come l’antico Santo dei Santi. L’atrio del tempio è escluso in quanto occupato dai pagani per 42 mesi. Quindi la profezia dice che la città santa verrà occupata per 1260 giorni (42 mesi, gli stessi giorni della persecuzione di Antioco IV Epifane), in questo tempo Dio manderà “i due testimoni”. Non dice chi siano, ma abbiamo una corrente che sostiene siano Pietro e Paolo e un’altra Mosè ed Elia. Essi svolgeranno la loro missione profetica per testimoniare che nonostante le calamità e l’ira di Dio, per i sopravvissuti c’è ancora tempo di salvarsi. In questo tempo saranno protetti da Dio, cercheranno di ucciderli, ma non riusciranno, anche il pensare di farli del male, non rimarrà impunito. I due testimoni saranno potenti profeti, potranno fare prodigi sulla natura, come chiudere il cielo per non far piovere e trasformare l’acqua in sangue. Questi tipi di prodigi sono tipici di Mosè ed Elia. Al termine dei 1260 giorni, avranno compiuto la loro missione. La “bestia che viene dall’abisso farà guerra a loro, li vincerà e li uccideranno. I loro corpi verranno esposi pubblicamente come segno di vittoria e ogni popolo la potrà vedere. Gli abitanti della terra, lontani da Dio saranno felici della loro morte e sarà occasione di festa. Ma ecco al terzo giorno, proprio come avvenne a Gesù , Dio li face resuscitare sotto agli occhi di tutti e videro che furono assunti in cielo. Ci sarà un terremoto, come segno di giudizio da fa crollare un decimo della città e morire 7 mila persone, ma i superstiti presi da terrore si convertiranno e daranno gloria a Dio. Quindi la loro missione non sarà vana, nonostante tutto riusciranno a recuperare anima a Dio. Le “7 persone”, essendo 7000 = 7 x 10 x 10 x 10, cioè il risultato della combinazione di tutti i numeri perfetti, significano pienezza ed esaustività della punizione.

                    7)TROMBA

                      Il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo echeggiarono voci potenti che dicevano:

                      “Il regno del mondo

                      appartiene al Signore nostro e al suo Cristo:

                      egli regnerà nei secoli dei secoli”.

                      Nell’ultima tromba si dichiara definitivamente che la terra passa pienamente sotto l’autorità di Dio. Fino adesso le calamità avevano lo scopo di portare gli uomini al pentimento, ma ora tutti quelli che potevano pentirsi l’avranno già fatto e per gli altri presto arriverà la definitiva ira di Dio. Affinché i santi posano vivere in pace sulla terra è necessario che tutte le persone non degne dovranno sparire dalla terra.

                      APOCALISSE 5/8

                      LE FORZE DEL MALE IN AZIONE

                      LA VISIONE DELLA DONNA E IL DRAGO

                      LA DONNA:

                      Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.

                      La donna è la personificazione del popolo di Dio e rappresenta il popolo della Chiesa con le 12 stelle che sarebbero gli apostoli. Le sofferenze del parto sono le difficoltà dell’annuncio del vangelo al mondo sotto terribili persecuzioni. Il Bambino rappresenta Gesù che viene predicato dalla Chiesa. la tradizione più tardi  ha visto nella donna dell’apocalisse Maria, la Madre di Cristo, che partorisce Gesù. Da allora viene tradizionalmente raffigurata nell’arte con la corona di dodici stelle, la luna sotto i piedi e l’abito risplendente.

                      IL DRAGO:

                      Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi;

                      L’immagine del drago si rifà nella visione di Daniele 7,7, la bestia che tutto distrugge. Il drago rappresenta colui che sta perseguitando la Chiesa, nel caso del contesto storico è l’imperatore romano Domiziano (81-94) e il precedente Nerone (54-68). La regia di comando è satana che controlla il mondo ed è ribella al piano di Dio della salvezza. L’immagine del drago con le sue strane caratteristiche indica la potenza di Roma. Esso infatti è rosso, come gli stendardi di Roma con la scritta SPQR; ha sette teste, così come sette sono i colli su cui sorge la Città Eterna; ogni testa ha un diadema, a confermare la potestà regale terrena, e sulle teste si contano dieci corna, segni di violenza.

                      IL COMBATTIMENTO TRA IL DRAGO E LA DONNA:

                      la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.

                      la lotta del drago contro la donna segno della lotta del diavolo contro la chiesa nel tentativo di distruggerla o neutralizzarla. La vittoria di Cristo su satana predispone la sua inevitabile sconfitta. La donna che fugge nel deserto simboleggia la chiesa che è costretta a nascondersi per evitare di essere annientata, Cristo si prenderà cura della Chiesa in attesa che le persecuzioni finiscano, qui il simbolismo dei 1260 giorni. Si tratta di un messaggio di speranza che gli sforzi non sono vani.

                      Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. Ma la terra venne in soccorso alla donna: aprì la sua bocca e inghiottì il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca.

                      Questa allegoria indica come tutti i tentativi di satana di fermare la predicazione della Chiesa falliscono perché il Signore protegge i sui figli.

                      IL COMBATTIMENTO IN CIELO

                      Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli.

                      Vediamo che Satana viene associato al ”serpente” chiaro riferimento a Genesi 3, nella scena nel giardino dell’Eden. Il nome “satana” deriva dall’ebraico e significa “avversario”, invece “diavolo” deriva dal greco e significa ”colui che divide”, che mette gli uomini l’uno contro l’altro; è il Seduttore, colui che sobilla gli uomini al Male dopo essersi presentato loro con la pelle dell’agnello indosso, infatti l’Anticristo non si presenta come  il Male, ma il Male travestito da Bene. Compare un ultimo titolo: L’accusatore, che ci mostra il diavolo nella sua veste di Pubblico Ministero nel processo intentato contro l’anima umana dopo la sua morte; è in questa veste che ce lo presenta il Libro di Giobbe, nell’atto di accusare quest’ultimo davanti a Dio di essere pio solo perché il Signore gli ha concesso molti beni. Si noti che in 12,4 si diceva che « la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra »: sulla scia di Giuda 6 e di 2 Pietro 2,4 si tratta di una probabile allusione alla caduta degli angeli ribelli, precipitati da Michele nell’Abisso Il diavolo quindi viene cacciato dal cielo e la sua violenza, che continua soltanto nei confronti della terra e della chiesa che rendono testimonianza fino al martirio. Tutto ciò  è comunque transitorio perché la salvezza si è ormai compiuta.

                      LE DUE BESTIE:

                      Vediamo ora comparire due personaggi descritti in maniera allegorica come due bestie, sempre in linea come lo stile letterario dell’apocalisse. Entrambi sono un segni degli assalti provenienti dal mare e dalla terra contro la chiesa. Vediamo la descrizione della prima bestia:

                      E vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita. Allora la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia, e adorarono la bestia dicendo: “Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?”

                      La descrizione di questa bestia è ispirata da Daniele 7,2-8, ogni animale citato richiama a una caratterista: il leone è simbolo di prepotenza regale, l’orso di altera ferocia, la pantera di rapidità e infallibilità nel cacciare la preda.  La bestia che viene dal mare simboleggia Roma che ha invaso l’Asia con i suoi 10 imperatori e i suoi 7 colli dove è costruita. Questa riceve forza dal diavolo che agisce negli oppressori e appare umanamente invincibile nonostante sembri ferita a morte. Spesso gli imperatori, in particolare Domiziano che governava al tempo in cui fu scritta l’apocalissi pretendeva dai suoi sudditi di essere considerato una sorta di divinità e assumere titoli divini. La simbologia del “mare” come provenienza della bestia richiama il male, del disordine, della morte e in generale di tutte le forze che si oppongono al Piano di Dio sulla Creazione. Il Drago, ovvero satana stesso dà potere a questa bestia e quini sotto il suo controllo. Questa parta dell’apocalisse non riguarda solo il contesto storico dell’epoca, ma si può proiettarla anche nel futuro, rappresenta ogni potere politico, regime che perseguita i credenti e si erge da divinità.

                      Le fu concesso di fare guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni tribù, popolo, lingua e nazione. La adoreranno tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita dell’Agnello, immolato fin dalla fondazione del mondo.

                      Questa parte fa pensare che la bestia rappresenti qualcosa che non è mai accaduto, l’impero romano non ha conquistato il mondo e ogni popolo e lingua, quindi molti vedono in questo un futuro governo mondiale, profondamente ostile al cristianesimo, ma amato da tutti coloro che non sono credenti o non lo sono in maniera pura. Ci sarà una grande persecuzione, qualcuno sarà martirizzato e qualcuno andrà in carcere.

                      Vediamo la descrizione della seconda bestia:

                      Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita. Opera grandi prodigi, fino a far scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini. Per mezzo di questi prodigi, che le fu concesso di compiere in presenza della bestia, seduce gli abitanti della terra, dicendo loro di erigere una statua alla bestia, che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta.

                      L’altra bestia che sale dalla terra assomiglia a un agnello, ma parla come un drago: la sua prima caratteristica è di essere una figura subdola e ingannevole, dalle apparenze menzognere. Una sua seconda caratteristica è l’intolleranza. Ma la caratteristica più importante, che la individua, è di essere totalmente a servizio della prima bestia. Si può pensare ai falsi profeti che si pongono a servizio dell’idolatria, sforzandosi di renderla credibile, o alla religione imperiale, a servizio di uno stato idolatra. Secondo il contesto storico questa bestia indica il potere locale delle province romane, un potere docile alle direttive del potere centrale, a suo completo servizio. Questa bestia, conosciuto come un “falso profeta” avrà il ruolo che è essenziale in tutte le dittature: La gestione della propaganda, con lo scopo di convincere tutti ad adorare la bestia, per far questo inscenerà dei falsi miracoli e molti crederanno, ma i veri credenti non saranno ingannati.

                      E le fu anche concesso di animare la statua della bestia, in modo che quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non avessero adorato la statua della bestia.

                      Molti vedono in questo breve passaggio qualcosa che in passato non sarebbe stato possibile costruire, una statua parlante, o in termini moderni un robot. Costruito a scopo di propaganda e per scovare i credenti che mai, si inginocchierebbero davanti a un idolo. Anche qui si può interpretare in chiave futuristica.

                      Essa fa sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, ricevano un marchio sulla mano destra o sulla fronte, e che nessuno possa comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: è infatti un numero di uomo, e il suo numero è seicentosessantasei.

                      Se il numero 7 è il numero della completezza, il 6 ha una connotazione negativa, ripetuto tre volte enfatizza e moltiplica la negatività. Il numero, da come dice il testo è codificato in una persona, secondo gli studiosi si tratta dell’imperatore romano Nerone, fu lui che iniziò la terribile persecuzione contro i cristiani e lui stesso si autoproclamava dio. Nell’alfabeto ebraico ogni lettera ha anche un valore numerico e se scriviamo NERO CAESAR (Nerone Cesare) con i caratteri ebraici, considerando solo le consonanti della parola e convertendoli nel valore dei numeri corrispondenti e li sommiamo; ecco viene fuori il numero seicentosessantasei

                      Secondo le chiese evangeliche, che leggono questo versetti in senso futuristico vedono un governo mondiale, il cui capo è l’anticristo che imporrà a tutti un microchip sottocutaneo, codificato il numero della bestia e sarà l’unico metodo di pagamento accettato, verrà dato a tutti coloro che accetteranno di adorare l’anticristo come dio. I credenti saranno tagliati fuori del sistema economico.

                      LA MIETITUDINE E LA VENDEMMIA

                      Se sulla terra gli uomini adora la bestia e sono sotto l’ira di Dio, nel cielo abbiamo la scena opposta. La moltitudine dei salvati d’avanti all’agnello in piedi sul monte Sion che cantano e adorano il Signore. Un angelo annuncia caduta di Babilonia:

                      “È caduta, è caduta Babilonia la grande,

                      quella che ha fatto bere a tutte le nazioni

                      il vino della sua sfrenata prostituzione”.

                      Babilonia la grande: per i profeti dell’AT Babilonia era il simbolo del paganesimo (Isaia 13-14); qui secondo gli studiosi, nel contesto dell’epoca dell’apocalisse indica Roma pagana (1Pietro 5,13). Ma in una proiezione futuristica può indicare anche il governo mondiale presieduto dalla bestia. Subito dopo ribadisce che chi ha adorato la bestie, la sua statua e preso il suo marchio, affronterà l’ira di Dio.

                      Arriva il momento di premiare chi è degno per la sua fede e punire chi è stato ribelle, da qui il testo troviamo l’immagine gli angeli annunciano la raccolta escatologica presentata simbolicamente attraverso la mietitura e la vendemmia.

                      APOCALISSE 6/8

                      LE SETTE COPPE

                      LA PREPARAZIONE

                      Arriviamo alla fase finale dell’ira di Dio, sulla terra regna l’anticristo e il sistema del marchio della bestia, in cielo invece Giovanni vede una moltitudine di persone che sulla terra sono state martirizzate o portate in cielo da Dio e hanno rifiutato di adorare la bestia e prendere il suo marchio. Tutti insieme cantano il cantico di Mosè composto da una sintesi di varie citazioni bibliche: Sal 111,2; 139,14; Am 3,13; 4,13(LXX); Dt 32,4; Sal 145,17; Ger 10,7; Sal 86,9.

                      Grandi e mirabili sono le tue opere,

                      Signore Dio onnipotente;

                      giuste e vere le tue vie,

                      Re delle genti!

                      O Signore, chi non temerà

                      e non darà gloria al tuo nome?

                      Poiché tu solo sei santo,

                      e tutte le genti verranno

                      e si prostreranno davanti a te

                      perché i tuoi giudizi furono manifestati”.

                      Questo cantico segna la fase finale dove si compie definitamente la sconfitta del male, iniziata dalla resurrezione di Cristo. La sconfitta prevede un mondo composto unicamente da persone salvate che adorano il nome di Dio in perfetta santità.

                      Compare in visione il tempio che contiene la tenda della Testimonianza: Nella descrizione del santuario celeste sono fusi insieme la tenda di Mosè (vedi Es 25,22) e il tempio di Salomone. Dal tempio escono 7 angeli che ricevono le 7 coppe colme dell’ira di Dio da versare sulla terra. Il calice (la coppa) indica un duplice significato: positivo in quanto simboleggia la festa della salvezza, negativo perché simboleggia il castigo di Dio. La venuta finale di Dio ha questi due aspetti: gioia per i salvati e castigo per i dannati. Il settenario delle coppe ripete il settenario delle trombe descrivendo ancora gli eventi che preparano la fine, ma con una più accentuata descrizione positiva circa il mondo nuovo che Dio creerà.

                      1. COPPA

                      Partì il primo angelo e versò la sua coppa sopra la terra; e si formò una piaga cattiva e maligna sugli uomini che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua.

                      Dio colpisce con una piaga tutti coloro che hanno deciso di adorare la bestia mettendo il suo marchio, ma anche coloro che per paura di persecuzioni e per avere una vita più comoda sono entrati a far parte di quel sistema.

                      • COPPA

                      Il secondo angelo versò la sua coppa nel mare; e si formò del sangue come quello di un morto e morì ogni essere vivente che si trovava nel mare.

                      • COPPA

                      Il terzo angelo versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque, e diventarono sangue. Allora udii l’angelo delle acque che diceva:

                      “Sei giusto, tu che sei e che eri,

                      tu, il Santo, perché così hai giudicato.

                      Essi hanno versato il sangue di santi e di profeti;

                      tu hai dato loro sangue da bere: ne sono degni!”.

                      Questi ultimi due flagelli è un richiamo alle piaghe d’Egitto nel libro dell’Esodo. Le acque, fonte di vita,  diventa un risorsa inutilizzabile. Qui viene applicata la legge del contrappasso. La punizione è perfettamente calibrata in base al peccato commesso. Hai voluto il sangue dei martire? Adesso ti bevi il sangue!

                      • COPPA

                      l quarto angelo versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco. E gli uomini bruciarono per il terribile calore e bestemmiarono il nome di Dio che ha in suo potere tali flagelli, invece di pentirsi per rendergli gloria.

                      Nonostante i flagelli, l’orgoglio umano impedisce a loro ogni forma di pentimento e riconoscimento del loro peccato

                      • COPPA

                      Il quinto angelo versò la sua coppa sul trono della bestia; e il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore e bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei loro dolori e delle loro piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni.

                      Questa piaga è poco chiara, ma si sa che va a colpire più che altra il vertice di potere del governo della bestia.

                      • COPPA

                      Il sesto angelo versò la sua coppa sopra il grande fiume Eufrate e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell’oriente.

                      La battaglia degli empi sovrani del mondo si svolge sull’Eufrate, come  vennero nel primo secolo i terribili Sciti e Parti, così ci sarà una grande guerra tra il governo mondiale della bestia e alcune potenze asiatiche, così è come alcuni commentatori vedono questo versetto.

                      Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti impuri, simili a rane: sono infatti spiriti di demòni che operano prodigi e vanno a radunare i re di tutta la terra per la guerra del grande giorno di Dio, l’Onnipotente.

                      Il drago, la bestia e il falso profeta: sono la triade satanica. Satana cerca di imitare Dio e lo fa in maniera grottesca. Da sempre ha voluto in qualche modo sostituirsi a Dio, farsi adorare dagli uomini, senza esserne degna e lo fa e lo ha fatto tramite gli idoli pagani, i rituali esoterici, sciamanici e il satanismo. Nel momento in cui la bestia prende il potere sulla terra e crea un regime per farsi adorare arriva al culmine della sua ambizione, ma sarà di brevissima durata e la punizione terribile.

                      E i tre spiriti radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn.

                      la “montagna di Meghiddo” dove il re Giosia subì una disastrosa sconfitta (2Re 23,29-30); indica simbolicamente lo sterminio dei nemici di Dio.

                      • COPPA

                      Il settimo angelo versò la sua coppa nell’aria; e dal tempio, dalla parte del trono, uscì una voce potente che diceva: “È cosa fatta!”. Ne seguirono folgori, voci e tuoni e un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l’uguale da quando gli uomini vivono sulla terra. La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente. Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. Enormi chicchi di grandine, pesanti come talenti, caddero dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché davvero era un grande flagello.

                      La settima coppa introduce l’evento finale della definitiva battaglia e della vittoria di Dio già annunciata nelle coppe precedenti: è la coppa del compimento. Questo intervento definitivo è accompagnato da sconvolgimenti cosmici, il crollo di  “Babilonia” la capitale del regno dell’anticristo, la scomparsa delle isole e dei monti come segno del nuovo mondo che sta per venire.

                      LA CADUTA DI BABILONIA

                      Arriva l’annuncio che tutti i credenti, nel cielo e sulla terra aspettavano da tempo: Babilonia è caduta! l’annuncio dell’angelo, l’invito al popolo ad uscire dalla città, il lamento dei re, dei mercanti, dei naviganti, la gioia dei santi e la grande macina di pietra gettata nel mare segno della fine di ogni scandalo. Questa gioia viene ripresa e sviluppata  dove la chiesa della terra e del cielo si uniscono nel canto e così tutta la creazione: sono le nozze della chiesa con l’Agnello, la loro unione definitiva. Giovanni richiama il nome dell’antica Babilonia per indicare la città del peccato, non si riferisce a una città nell’attuale Iraq, ma alla simbologia. Babilonia fu la città dove sorgeva un impero pagano che ha conquistato e distrutto Israele e lo ha deportato fino a Ciro il grande. Molti commentatori hanno concluso che nel contesto dell’apocalisse, l’impero pagano che stava perseguitando cristiani era l’impero romano, quindi Babilonia sarebbe in modo per definire Roma. Lo dimostra il fatto che viene citato espressamente, la città dei 7 colli e i 10 re che hanno perseguitato i cristiani. Giovanni probabilmente vedendo la visione pensava proprio a Roma, ma c’è un problema. Ora l’impero non c’è più, Roma non è stata distrutta e Cristo non è ancora tornato. La bestia dunque rappresenta quel sistema sociale che perseguita la Chiesa. Dopo la fine dell’impero romano, infatti, quella Bestia politica continuerà ad esprimersi attraverso altri imperi ed altre superpotenze, fino al termine della storia. Vediamo alcune caratteristiche peculiari di quel impero che alla fine dei tempi governerà la terra:

                      • Sarà un impero globale, la prima potenza mondiale in termini militari ed economici.
                      • Sarà il luogo dove regnerà l’anticristo che si proclamerà Dio e vorrà che tutta l’umanità lo adori come dio
                      • Sarà, come tutti gli imperi, un compratore di ultima istanza. Importerà molto dagli stati satelliti, per questo che quando verrà distrutta, sarà un tragedia anche per gli stati collegati con essa economicamente.
                      • Sarà un impero che promuoverà ogni tipo di peccato, a partire dall’idolatria, fino ai vizi morali, per questo viene definita “la prostituta”.
                      • Questo impero sarà talmente carismatico che tutte le persone del mondo in ci i nomi non sono scritti nel cielo saranno affascinati da essa
                      • Promulgherà un massiccia campagna di persecuzione dei cristiani.

                      APOCALISSE 7/8

                      L’AVVENTO DEL REGNO DI DIO

                      Arriviamo negli ultimi capitoli dell’apocalisse. Il capitolo 19 apre con una seria di canti trionfali, dove si glorifica il Signore per la distruzione di Babilonia, il centro del poter del male e viene dichiarata la terra, ora possesso di fatto del Signore Nostro Dio, anche se non ancora concretizzata completamente. La Chiesa paragonata all’immagine della sposa che è in procinto di incontrare finalmente lo sposo, Cristo che darà inizia al regno messianico. L’immagine della sposa e lo sposo per indicare la Chiesa e Cristo è in continuità con l’antico testamento, (le fonti sono Isaia 54,5-6, Osea 2,16-18 e il Cantico dei Cantici) anche se in questi casi abbiamo il paragone Dio e Israele. Con questo sposalizio abbiamo la conseguente immagine, le nozze dell’agnello: Queste nozze rappresentano l’instaurarsi definitivo del Regno di Dio, che subentra ai governi umani e il compimento ultimo e definitivo dell’Alleanza tra Dio e l’Umanità. Il lino splendente della sposa rappresenta opere giuste compiute dai Santi.

                      Questo è l’inno più significativo:

                      “Alleluia!

                      Ha preso possesso del suo regno il Signore,

                      il nostro Dio, l’Onnipotente.

                      Rallegriamoci ed esultiamo,

                      rendiamo a lui gloria,

                      perché sono giunte le nozze dell’Agnello;

                      la sua sposa è pronta:

                      le fu data una veste

                      di lino puro e splendente”.

                      La veste di lino sono le opere giuste dei santi.

                      Ritroviamo in questi inni 2 parole ripetute più volte come inno alla gioia e al ringraziamento a Dio a noi ben conosciute attraverso i canti ecclesiali:

                      ALLELUIA: deriva dal verbo ebraico halal, “lodare”, e da Jah, abbreviazione del nome divino JHWH, e significa “lodate JHWH”: si tratta di un’acclamazione di gioia e di lode molto frequente nei Salmi.

                      AMEN: deriva dalla radice ebraica “aman”, che indica la certezza, la solidità, l’immutabilità: non è un caso se da essa derivano anche i termini emuna, “fede”, ed emet, “fedeltà”. Per questo Cristo nell’Apocalisse viene chiamato “l’Amen” (3,14) e “il fedele” (19,11).

                      LA SCONFITTA DEL MALE NEL MONDO

                      ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Veritiero: egli giudica e combatte con giustizia. I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è: il Verbo di Dio. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. Dalla bocca gli esce una spada affilata, per colpire con essa le nazioni.

                      Quello che appare nella visione è un cavaliere che cavalca un cavallo bianco, dalle parole sottolineate abbiamo tutti gli elementi per capire di chi tratta: Ritroviamo una sintesi di molti dei simboli già incontrati nell’Apocalisse; i suoi occhi sono come fiamma di fuoco (potenza divina), veste di bianco (purezza) e dalla bocca gli esce una spada affilata, (verità e saggezza di Dio) i diademi  (titolo di Re dei Re), il mantello insanguinato (simboli della Passione), Il nome che nessuno conosce (l’impronunciabile nome di Dio), ma quello più esplicito è il Verbo di Dio. Tutti elementi che chiaramente portano a Gesù Cristo.

                      Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa di Dio, l’Onnipotente. Sul mantello e sul femore porta scritto un nome: Re dei re e Signore dei signori.

                      Egli è l’artefice del Giudizio di Dio, raffigurato come una vendemmia, così come era già stato fatto in 14,19-, ed appare a noi circondato dal corteo dei Suoi angeli e dei Suoi santi:

                      Dopo la distruzione di Babilonia, sede del centro maligno del mondo, l’anticristo è ancora vivo e le altre nazioni minori sono ancora al suo servizio. Arriva il momento della parusia, il ritorno glorioso di Gesù, non più come un agnello, come la prima volta. Stavolta viene come un leone per prendere possesso della terra e la governerà con chi ne sarà degno. La bestia e il falso profeta verranno gettati nello stagno di fuoco, insieme a tutti coloro che avranno adorato la bestia e preso il suo marchio. Il tempo della grazia è finito, tutti quelli che avevano anche solo una piccola possibilità si convertirsi, si sono già convertiti durante i flagelli, ora rimangono quelli che sono arrivati al culmine della loro malvagità, non hanno più scusanti, hanno scelto deliberamente il male. Come e facile capire, questa simbolica descrizione non indica più un giudizio di Dio che sopravviene durante il corso della storia, bensì IL supremo giudizio di Dio al termine della storia stessa: lo «stagno di fuoco e di zolfo » indica infatti la dannazione eterna dell’Inferno, e da questo stagno non si torna mai più alla ribalta della vita e della storia.

                      E vidi un angelo che scendeva dal cielo con in mano la chiave dell’Abisso e una grande catena. Afferrò il drago, il serpente antico, che è diavolo e il Satana, e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’Abisso, lo rinchiuse e pose il sigillo sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni, dopo i quali deve essere lasciato libero per un po’ di tempo.

                      Se sulla terra il male viene sconfitto, nel mondo spirituale avviene lo stesso. Satana avendo già perso ogni legittimità dalla resurrezione di Cristo, perde di fatto ogni potere sulla terra e viene confinato affinché ogni suo potere sulla terra cessi temporaneamente.  Questo tempo non è da intendersi 1000 anni letterali, ma si tratta di un lungo tempo indefinito.

                      Poi vidi alcuni troni – a quelli che vi sedettero fu dato il potere di giudicare – e le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni; gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni.

                      I “troni” sono un tipo di schiere angeliche, in questo caso hanno il compito di giudicare i martiri che non hanno adorato la bestia e non hanno preso il marchio. Torneranno in vita per governare con Cristo sulla terra. Questa è la prima resurrezione, ma abbiamo un ulteriore interpretazione per il tempo presente: La prima resurrezione può essere intesa con il battesimo ovvero come la vita nuova ricevuta da Cristo, che comporta il vivere e il regnare con Lui. Su questa vita ha potere la “prima morte”, cioè quella corporale, ma non la “seconda morte”, quella spirituale, vale a dire la condanna eterna e la privazione della gioia della comunione con Dio.

                      LA SECONDA LOTTA ESCATOLOGICA

                      Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni che stanno ai quattro angoli della terra, Gog e Magòg, e radunarle per la guerra: il loro numero è come la sabbia del mare. Salirono fino alla superficie della terra e assediarono l’accampamento dei santi e la città amata. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli.

                      Questa parte indica la fine del tempo storico della Chiesa, e l’inizio del racconto degli Ultimi Tempi con lo scontro finale tra Bene e Male. Satana sarà di nuovo libro per un tempo limitato, Dio lo permette per mettere alla prova l’umanità un ultima volta. Solo in questo modo si può stabilire chi è veramente degno di essere un figlio di Dio. Satana riuscirà a sedurre molte persone, tanto da generare regimi che obbediscono a lui. Qui vengono citati Gog e Magog, Essi compaiono anche nel libro di Ezechiele in cui si parla di una coalizione immensa di popoli che muoverà guerra all’indifeso popolo d’Israele. molti hanno cercato di capire chi siano e il loro luogo geografico nativo, gli studiosi tendono a collocarli nella zona del Caucaso. Secondo Ezechiele questi popoli sono considerati feroci, mostruosi ed assetati di sangue e di bottino, insieme a loro ci sono anche persiani, etiopi e popoli del Corno d’Africa. Muoveranno guerra contro il popolo di Dio. Ma avverrà che “un fuoco scese dal cielo e li divorò” (citazione presa da 2Re 1,10.12), l’esercito sedotto da satana sarà sconfitto e satana gettato nello stagno di fuoco, segnando la definitiva sconfitta del demonio.

                      IL GIUDIZIO UNIVERSALE

                      E vidi un grande trono bianco e Colui che vi sedeva. Scomparvero dalla sua presenza la terra e il cielo senza lasciare traccia di sé. E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. E i libri furono aperti. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati secondo le loro opere, in base a ciò che era scritto in quei libri. Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la Morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco.

                      Il giudizio è ripreso secondo la tipologia tradizionale: trono su cui siede Dio, il mondo che è scomparso, gli uomini risorti, il libro della vita. Tutti gli uomini sono giudicati secondo le loro opere e poi viene distrutta la morte, come troviamo anche in 1Corinzi 15,2-26:

                      « Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la Morte »

                       Per coloro che non sono scritti nel libro della vita vi è la seconda morte, la perdita della vita eterna. Avranno tutti un corpo nuovo, per i salvati un corpo adatto per il regno dei cieli, per i non salvati per l’inferno.

                      APOCALISSE 8/8

                      LA GERUSALEMME MESSIANICA

                      Siamo all’ultima scena piena di pace e di serenità. Essa è l’ultima scena in cui si descrive lo stato di felicità dei credenti nel regno eterno di Dio dopo la tormentata storia umana. La città dei santi è la nuova Gerusalemme, la città santa dei giudei dove nacque la chiesa.

                      E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.

                      Vi è descritto il nuovo mondo come “nuovo cielo e nuova terra”. Non esiste più il mare, segno del male tempestoso e ingovernabile, e di più Giovanni vede la nuovo Gerusalemme che in seguito descriverà in maniera dettagliata scendere dal cielo, è stato Dio ad averla fatta, non è opera imperfetta dell’uomo. Viene allegoricamente paragonata a una sposa: L’immagine risale al profeta Osea: per dare l’idea dell’amore di Dio verso il popolo ebraico egli vede in Dio lo sposo fedele e nel suo popolo la sposa adultera, ma la comunità degli eletti nel Cielo, libera ormai dai peccati, sarà sposa fedele, degna del suo Sposo, come Giovanni ci ha già detto nel capitolo 19, parlando delle nozze della Chiesa con l’Agnello. E cosi la città di Gerusalemme, capitale terrena della nazione ebraica e dimora di Dio, che con la Sua presenza nel Tempio si rendeva presente tra il Suo popolo, si trasfigura automaticamente nella città ultraterrena dei Santi.

                      GLI INNI

                      Giovanni sente la voce di Dio dal trono, la prima volta nel libro dell’apocalisse che pronuncia degli inni composti da varie citazioni dell’antico testamento come compimento delle profezie finali di Dio sull’umanità,  una relazione di comunione santa senza peccato e senza sofferenze:

                      “Ecco la tenda di Dio con gli uomini! (citazione Ezechiele 37,27)

                      Egli abiterà con loro

                      ed essi saranno suoi popoli

                      ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.

                      E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi (citazione Isaia 25,8)

                      e non vi sarà più la morte (citazione Isaia 65,19)

                      né lutto né lamento né affanno,

                      perché le cose di prima sono passate”.

                      “Ecco, sono compiute!

                      Io sono l’Alfa e l’Omèga,

                      il Principio e la Fine.

                      A colui che ha sete

                      io darò gratuitamente da bere

                      alla fonte dell’acqua della vita. (L’acqua simboleggia il dono della salvezza già nell’AT. Lo si vede anche in Giovanni 4,10 nell’episodio di Gesù con la donna samaritana)

                      Chi sarà vincitore erediterà questi beni; (Citazione di 2Samuele 7,14.)

                      io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio.

                      Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte”.

                      La città santa è riservata ai giusti, a chi non è degno ci sarà la seconda morte, la separazione tra Dio in eterno all’inferno.

                      LA NUOVA GERUSALEMME

                      Uno degli angeli che aveva una delle sette coppe si rivolge a Giovanni, che rapito in Spirito gli mostra la Gerusalemme celeste, non fatta da mani d’uomo ed eterna nei cieli. La nuova Gerusalemme è descritta come una nuova società di uomini salvati in cui regna la felicità. Essa discende dal cielo perché creata direttamente da Dio e non costruita dagli uomini; è senza dolore e morte, piena di felicità e di vita.  Vedremo la sua descrizione dettagliata con i suoi significati:

                      Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

                      Questi dettagli simbolici vogliono significare la sicurezza, la stabilità e l’ingresso aperto a chiunque voglia in questa che è la meta finale cui idealmente convergono la Storia Sacra e l’intera storia dell’umanità. L’architettura della città di Dio crea l’impressione della completezza e dell’armonia. Così il numero dodici, simbolo di pienezza, con un doppio riferimento sia all’antico testamento con le dodici tribù di Israele, che il nuovo testamento, con i dodici apostoli, cioè le rocche su cui furono fondate le prime Chiese Cristiane (Pietro e Paolo fondarono la Chiesa di Roma, Andrea la Chiesa di Costantinopoli, Giovanni le Chiese d’Asia, Bartolomeo la Chiesa d’Armenia, Tommaso nell’impero dei parti e successivamente in India e così via).

                      A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

                      Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo.

                      La città ha una forma quadrata, simbolo della perfezione con una dimensione per lato che preso alla lettera sarebbe grande come la interna Europa (2400km), ma anche questo è un numero simbolico: Nel numero 12 mila c’è 12 x 1000, la perfezione moltiplicato con 1000 simbolo di qualcosa di enorme e non definito, in questo contesto quasi infinito. Anche l’altezza delle mura vediamo una simbologia, 144 cubiti (72m) corrispondono a 12 x 12, cioè la perfezione del popolo d’Israele moltiplicata per la perfezione della Santa Chiesa, ad indicare la totalità dei credenti.

                      I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

                      I basamenti delle mura sono formata da 12 strati di pietre preziose di cui vengono citati tutti per nome. Queste pietre preziose compaiono in Esodo 28,15-21 dove c’è una descrizione delle 12 pietre incastonate nel pettorale del Sommo Sacerdote ebraico. Se guardiamo anche al materiale delle porte e del resto, si vede che i materiali di costruzione sono preziosissimi anche per le cose di poco conto che in una città umana sarebbero state di pietra e legno, perché nella città santa di Dio per i suoi eletti nulla vi può essere paragonato.

                      In essa non vidi alcun tempio:

                      il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello  sono il suo tempio.

                      La città non ha bisogno della luce del sole,

                      né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

                      Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore.

                      Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte.

                      E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.

                      Non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette orrori o falsità,

                      ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello.

                      Nella città celeste non c’è alcun tempio, perché la comunione con Dio è diretta, senza più mediazioni, è Dio stesso e Cristo, l’Agnello immolato, sono il tempio vivente. Le sue porte sono sempre aperte in quanto è la meta di tutti gli uomini. La gloria di Dio è Dio stesso che è amore e luce. Troviamo un analogia gloria – luce in Esodo 34,29-30 dove il viso di Mosè rimane raggiante per diverso tempo dopo essere stato in contatto con la gloria di Dio, e nel nuovo testamento Gesù sul monte della trasfigurazione il suo corpo diventa luminoso per aver manifestato la gloria di Dio su di lui.

                      E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

                      Un grande fiume la attraversa segno della vita e dello Spirito di Dio e nella città vi è l’albero della vita simbolo dell’immortalità come nel paradiso terrestre; la vita dentro la città è vita felice senza turbamento, dedita all’adorazione di Dio che ora si contempla faccia a faccia. Per questo i suoi abitanti portano il nome di Dio sulla fronte perché appartengono a lui per sempre.

                      Giovanni si serve di queste suggestive immagini per descrivere con un linguaggio umano, quindi limitato, la misteriosa realtà del nuovo mondo che Dio ha preparato per i suoi.

                      EPILOGO

                      Arriviamo dunque alla conclusione dell’apocalisse e della intera Bibbia, la parola di Dio.  Giovanni si rivolge ai lettori di questo libro, rivelato nelle visione mistiche: Il messaggio di vittoria contenuto nell’Apocalisse deve essere conosciuto, qualunque sia la condotta degli uomini. La parola di Dio avrà sicuro effetto. C’è anche una maledizione per chi toglie o aggiunge qualcosa da questo libro, poiché deve assolutamente arrivare integro, così come è stato rivelato. Si apre con una promessa: Sì, verrò presto! Che non intende subito o tra pochi anni, ma prima che sia troppo tardi. La Chiesa risponde con la classica invocazione: Amen. Vieni, Signore Gesù. È il grido della chiesa pellegrina nel mondo, spesso perseguitata e sempre in lotta con il male. È a questa chiesa che l’autore conclude con l’augurio liturgico: La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!

                      LETTERE DI GIOVANNI 2\2

                      LA SECONDA LETTERA DI GIOVANNI

                      Tra la seconda e la prima lettera c’è una forte somiglianza (l’86% delle parole significative della seconda lettera si trovano nella prima). È lo stesso autore che riformula i concetti a poca distanza di tempo dalla composizione della prima lettera. Anche qui, come nella prima lettera, si parla di camminare nella verità (cfr. 2 Gv 4), del comandamento dell’amore come un comandamento ricevuto fin da principio (cfr. 2 Gv 4-6), l’amore che consiste nell’osservanza dei comandamenti (cfr. 2 Gv 6), contro i seduttori che non riconoscono Gesù venuto nella carne (cfr. 2 Gv 7) e che colui che si attiene alla dottrina di Cristo possiede il Padre e il Figlio (cfr. 2 Gv 9). La seconda lettera è veramente una lettera con tutti gli elementi del genere epistolare. C’è il mittente, il presbitero, il destinatario, una comunità chiamata metaforicamente “signora eletta”, l’augurio iniziale che costituiscono l’introduzione (cfr. 2 Gv 1-3), un corpo epistolare (cfr. 2 Gv 4-11) in cui si ripetono gli stessi concetti di 1Gv con lo stesso stile e gli stessi accenni, e, infine, una conclusione tipicamente epistolare (cfr. 2 Gv 12-13) che giustifica la brevità dello scritto e in cui trasmette i saluti della comunità da cui scrive.

                      AUTORE, DESTINATARI, SCOPO:

                      Come abbiamo già visto, l’autore della seconda lettera è lo stesso della prima e così il luogo da cui scrive, Efeso. Essa è posteriore alla prima lettera, sicuramente non di molto. Essa è indirizzata a una delle chiese dell’Asia Minore su cui l’apostolo aveva giurisdizione. Essa prepara una imminente visita dell’apostolo alla chiesa in questione (cfr. 2 Gv 12). Solo mette in guardia dai falsi profeti descritti nella prima lettera, chiamati anticristi o seduttori. La lettera è indirizzata alla “Signora eletta e ai suoi figli” (cfr. 2 Gv 1): modo metaforico per designare una comunità cristiana. – 3 Proprio per la sua destinazione ad una chiesa non determinata, la lettera fu classificata tra le cattoliche, cioè universali. Forse l’apostolo intendeva rivolgersi a più chiese con una specie di “lettera circolare”. L’autore si presenta come il “presbitero”, cioè un anziano autorevole. Tale presbitero, facilmente riconoscibile dalla comunità alla quale scrive, a cui non servono altre indicazioni per la sua identificazione, è una personalità autorevole, portatore di una dottrina sicura, responsabile delle comunità del luogo che intende visitare. Questo titolo può anche far pensare ad un modo affettuoso e rispettoso di chiamare l’apostolo Giovanni ormai molto vecchio.

                      NOTE CARATTERISTICHE:

                      • L’autore elogia il comportamento di alcuni soggetti della comunità in quanto camminano nella verità.
                      • Rispettare il comandamento dell’amore reciproco.
                      • Attenzione agli eretici che non riconoscono Cristo venuta nella carne.
                      • Esorta ad isolare gli eretici, fio a non ospitarli in casa e non salutarli.
                      • Speranza di venire a farli visita di persona

                      LA TERZA LETTERA DI GIOVANNI

                      La terza lettera di Giovanni è lo scritto con meno parole del Nuovo Testamento e possiede tutte le caratteristiche di una lettera: indirizzo, un corpo contenente notizie e consigli e una conclusione. Questa è indirizzata ad una persona privata, un certo Gaio. Dal tenore e dal contenuto della lettera possiamo dedurre che Gaio fosse un responsabile di una comunità di credenti o comunque uno degli esponenti di maggior spicco della comunità cristiana e capo di una corrente. La lettera contiene consigli che per sua natura sono estensibili a tutte le comunità e per questo si può considerare “universale”. Per la sua brevità non possiamo conoscere molto, ma sicuramente i destinatari erano al corrente della problematica trattata e dell’organizzazione ecclesiale che lo scritto presuppone. Dal punto di vista linguistico notiamo similitudini con le altre lettere: il 70% delle parole di questa lettera si trovano in 1Gv e pure la presenza di frasi simili come “rendere testimonianza” (cfr. 3 Gv 3.6.12), “essere da Dio” (cfr. 3 Gv 11), “la verità” (cfr. 3 Gv 12). Uguali con 2 Gv sono anche le frasi di apertura “Io il presbitero” (cfr. 3 Gv 1) e di chiusura “molte cose avrei da scriverti” (cfr. 3 Gv 13). Questo fa pensare non solo allo stesso autore, ma che siano state composte a breve distanza di tempo l’una dall’altra. Tenendo presente la divisione presente nelle comunità provocata dai falsi maestri e denunciata nelle prime due lettere, possiamo pensare che Diotrefe, citato nella nostra lettera, sia uno di questi capi dei dissociati che rifiutava di accogliere gli inviati mandati da Giovanni. In questo modo si spiegherebbe anche la successione delle lettere così come sono presentate nella Bibbia. I destinatari rimangono sempre gli stessi e così il luogo da dove l’apostolo scrive la sua terza lettera.

                      I TRE PERSONAGGI:

                      Riassumiamo l’identità dei tre personaggi: Gaio, Diotrefe e Demetrio.

                      1. GAIO

                      Responsabile della comunità viene elogiato da Giovanni per aver accolto i missionari inviati, per la sua carità e la sua fedeltà alla verità.

                      • DIOTREFE

                      Anch’esso un responsabile, ma si tratta di quei falsi maestri che Giovanni parla nelle lettere precedenti. Ostile nei confronti di Giovanni per divergenze dottrinali, disaccordo circa l’organizzazione della Chiesa e il rifiuto dell’autorità per motivi di ambizione  Non ha accolto i missionari e spinge gli altri responsabili a fare lo stesso. Quando Giovanni andrà a far visita alla comunità lo sgriderà.

                      • DEMETRIO

                      Demetrio è un membro importante della comunità o più probabilmente uno dei missionari o il latore stesso della lettera.

                      IL PROBLEMA NELLA COMUNITÀ:

                      Da come si evince nelle precedenti lettere di Giovanni, nelle sue comunità pur con la presenza di veri credenti pieni di Spirito, sono sorti anche dei falsi maestri e spingono altri a seguire le loro dottrine distorte rispetto al messaggio evangelico degli apostoli. Con la terza lettera sembra che il problema si è ancora aggravato. Questi elementi negativi ricadono sui rapporti fraterni e può avere conseguenza anche nelle attività missionaria. Questo succede quando ci sono delle mele marcie che remano contro all’obbiettivi dell’interesse comune.

                      LETTERE DI GIOVANNI 1\2

                      Nel gruppo delle lettere cattoliche (universali) ci sono tre che si attribuiscono a Giovanni l’evangelista, lo stesso autore del quarto vangelo. La tradizione è stata quasi unanime circa questo punto. La somiglianza di stile, di vocabolario e di concetti con il quarto vangelo sono tali che ben si può affermare che l’autore delle tre lettere e del quarto vangelo è lo stesso. Circa l’identificazione dell’autore non tutti sono d’accordo nell’identificarlo nell’apostolo Giovanni. Generalmente si ammette che, anche se l’ispiratore sia stato Giovanni l’apostolo, tuttavia lo scrittore potrebbe essere stato un suo segretario-discepolo o più. Proprio per la stessa corrente dottrinale di stile presente nei quattro scritti, sopra citati, si può parlare di “scuola giovannea”, localizzabile ad Efeso o comunque nella provincia di Asia. La prima lettera è molto più estesa delle altre e non si presenta come una vera e propria lettera. Mancano infatti l’intestazione e la conclusione tipici del genere letterario epistolare. Le altre due invece sono vere e proprie lettere o, per la loro brevità, biglietti di circostanza con un destinatario ben preciso. La prima lettera ha molte similitudini con il quarto vangelo, mentre le altre due, la seconda e la terza, sono tra loro “gemelle” nello stile, nel vocabolario, nell’intestazione e nella conclusione anche se trattano argomenti diversi. Tra loro le tre lettere hanno molte somiglianze ed è per questo che si pensa ad una stessa corrente di pensiero, o scuola, anche se forse l’autore possa essere diverso. Certamente fa meno difficoltà attribuire le tre lettere allo stesso autore, l’apostolo Giovanni, per le numerose somiglianze di vocabolario. Lo stesso contenuto, anche se di lunghezza diversa, è presente nella prima e nella seconda lettera. La terza lettera parla della mancata accoglienza di missionari in una comunità, una problematica ristretta. Quindi, un falsario è difficile da ipotizzare sia per le prime due lettere che per la terza che ha un valore contenutistico relativo. La cosa certa è quindi che appartengono ad uno stesso gruppo omogeneo per stile letterario e per dottrina: la scuola giovannea. A differenza della prima lettera che fu accolta come canonica senza problemi e presto, le due restanti furono accolte solo nel IV secolo. Questo ritardo lo si può spiegare a causa della loro brevità e del scarso contenuto dottrinale e per questo conosciute tardi da tutte le chiese. La loro canonicità è stata resa possibile grazie alla loro sicura origine apostolica indipendentemente dalla scarsa importanza.

                      LA PRIMA LETTERA DI GIOVANNI

                      È difficile classificare questo scritto come una lettera, ma è più probabile che si tratti di un trattato diretto a certe comunità dell’Asia Minore che stavano attraversando un periodo di crisi provocata da un gruppo di falsi profeti (cfr. 1Gv 4,1). Dalla lettera possiamo concludere che si tratta di gnostici che negavano l’incarnazione reale di Gesù, ovvero pensavano a un Gesù non venuto fisicamente, ma solo spiritualmente (cfr. 1Gv 4,2-3) e si considerano senza peccato in forza del dono dello Spirito Santo (cfr. 1Gv 1,8). L’autore li classifica come mentitori (cfr. 1Gv 2,22) e anticristi (cfr. 1Gv 2,18-19).

                      GIOVANNI L’AUTORE

                      L’ autore non si presenta come solitamente si fa nelle lettere. Egli si nasconde dietro un “io” e un “noi” collettivo e si rivolge a un “voi” anonimo. Questo farebbe pensare che l’autore è conosciuto e gode di autorità (cfr. 1Gv 1,1-5). Egli è inoltre un testimone oculare di Gesù che ha visto, udito e toccato (cfr. 1Gv 1,1-4). Per questo può parlare di Gesù come manifestazione personale e reale dell’amore di Dio per noi (cfr. 1Gv 4,9). Grazie alla sua esperienza concreta può affermare contro gli eretici che Gesù è venuto nella carne (cfr. 1Gv 4,2), apparso per togliere i peccati (cfr. 1Gv 3,5) e per distruggere le opere del diavolo (cfr. 1Gv 3,8). L’uso del “noi” poi permette all’autore di coinvolgere gli stessi destinatari della lettera con i quali condivide la stessa esperienza di fede (cfr. 1Gv 1,6-10; 2,1-2; 3,1-2; 4,6-7; 5,2.4). Nonostante la mancanza del nome Giovanni in maniera esplicita la tradizione antica senza ombra di dubbio attribuisce lo scritto a Giovanni apostolo, figlio di Zebedeo.  Le similitudini presenti con il quarto vangelo sono molte, tali da poter affermare che sono i due scritti più simili del Nuovo Testamento, più di Luca e gli Atti. Entrambi hanno un prologo originale e nella conclusione richiamano il motivo del loro scritto.

                      SCOPO DELLO SCRITTO

                      Scrive con un duplice scopo: Un richiamo contro i falsi maestri, sorti nelle comunità giovannee che insegnavano dottrine gnostiche ed errate interpretazioni del suo vangelo precedentemente diffuso. Sono chiamati dall’autore “anticristi” (cfr. 1Gv 2,18) per il fatto che negano alcune verità cristologiche come che Gesù è venuto nella carne e quindi sia vero uomo (cfr. 1Gv 4,1-3) e che Gesù è vero Figlio di Dio, il Cristo (cfr. 1Gv 2,22-23; 3,23; 5,1.5.10-12). Dal punto di vista morale affermano di essere senza peccato e in comunione con Dio mentre non osservano i suoi comandamenti (cfr. 1Gv 1,8.10; 2,4.6; 3,3-10). Ribadisce quindi con forza che l’amore per i fratelli è criterio di discernimento per stabilire se amiamo Dio (cfr. 1Gv 3,11-15.18; 4,8). Si vuole anche  richiamare un insegnamento (cfr. 1Gv 2,21) e per rispondere a problemi effettivi (cfr. 1Gv 2,1; 2,7-8; 2,14; 2,26; 5,13) Ma lo scopo principale rimane sempre quello positivo dell’istruzione, formazione e comunione: ricordare alcune verità fondamentali a persone che già credono, ma hanno bisogno di essere confermate nella tradizione genuina della fede insidiata da false dottrine.

                      STILE DI SCRITTURA

                      L’autore si esprime in un greco, ma con una mentalità semitica. Per questo lo scritto è esposto mediante intuizioni e associazioni di idee più che per ragionamenti serrati tipici di un pensiero greco. Vi è poi la presenza di un forte dualismo concettuale (luce-tenebre; figli di Dio-figli del diavolo; discepoli-mondo; vita-morte; verità-menzogna) e le stesse idee matrici giovannee come Logos che si è fatto carne, Unigenito, nuova nascita, comandamento nuovo dell’amore, conoscenza di Dio, rimanere in Dio, comunione con Dio e obbedienza ai suoi comandamenti. Vi sono anche delle differenze e la presenza di vocaboli diversi come gloria, legge, glorificare, ecc. nel vangelo; e unzione, anticristo, parusia, propiazione, ecc. nella lettera. Questo si spiega probabilmente al diverso genere letterario, al diverso contenuto e alle diverse problematiche delle comunità alle quali gli scritti sono indirizzati. Comunque questo si può spiegare pensando che la lettera sia stata composta da un discepolo che ha raccolto esortazioni e ammonimenti ascoltati dall’apostolo. Forse anche per questo manca il mittente e viene usata la prima persona plurale.

                      DATA E LUOGO DI COMPOSIZIONE

                      Si può datare la lettera verso l’anno 100, cioè dopo la stesura del vangelo di Giovanni. L’autore scrive da Efeso, luogo dove la tradizione colloca gli ultimi anni della vita dell’apostolo Giovanni dopo il suo ritorno dall’esilio nell’isola di Patmos.

                      DESTINATARI

                      Attorno alla dottrina cristologica del quarto vangelo è avvenuta una separazione di un gruppo di cristiani dalla comunità giovannea. L’autore infatti accenna a questi tali che se ne sono allontanati dalla comunità (cfr. 1Gv 2,18-19). Questo fa pensare che siano membri di chiese elencate nell’Apocalisse delle quali Giovanni si sentiva responsabile (cfr. Ap 2,1-3,22) in cui si nota pure la presenza di falsi maestri-profeti. Quindi possiamo dedurre che la lettera è indirizzata alle chiese della provincia di Asia dislocate attorno alla chiesa madre di Efeso.

                      NOTE CARATTERISTICHE:

                      • Giovanni testimonia Gesù venuto al mondo come uomo pur essendo Verbo incarnato.
                      • La parola che dà vita è presente nella testimonianza e nella predicazione degli apostoli.
                      • Se Dio è luce, tutti i credenti devono camminare nella luce, altrimenti si è bugiardi.
                      • Chi dice di essere senza peccato inganna se stesso e la verità non è in lui.
                      • Se confessiamo in nostri peccati, Dio il giusto e federe ci perdona.
                      • Gesù è il nostro consolatore, vittima di espiazione dei nostri peccati.
                      • Un credente per essere tale deve contribuire all’amore fraterno.
                      • L’amore del mondo, inteso come bramosia, avidità e superbia è contro Dio.
                      • Falsi maestri sono fuoriusciti dalle comunità e negano il Figlio (Gesù) chi lo fa nega anche il padre.
                      • Chi riceve lo Spirito ha la vera conoscenza e non cade nell’errore
                      • L’amore di Dio è origine e fondamento della figliolanza dei credenti.
                      • Ai discepoli è riservata la sorte del maestro, non essere compresi nel mondo.
                      • La trasformazione del credente è attuale e l’ultima venuta di Cristo ne avrà piena manifestazione.
                      • Chiunque rimane in Cristo non pecca, chiunque pecca non l’ha conosciuto.
                      • Chi non pratica la giustizia e non ama il proprio fratello non è da Dio.
                      • L’amore fraterno è fondamentale per definirsi veri credenti.
                      •  l’odio verso il fratello equivale all’omicidio.
                      • Il credente non deve meravigliarsi se il mondo lo odia.
                      • Come Cristo ha dato la vita per noi, anche non dobbiamo dare la vita per i fratelli.
                      • Aiutare il fratello nella necessità se si ha le possibilità è amore messo in pratica.
                      • Chi ha fede e osserva i comandamenti riceverà da Dio ciò che desidera.
                      • Amare il prossimo e credere nel nome di Cristo Gesù, per questo sarete credenti.
                      • Ogni spirito che riconosce Gesù venuto nella carne è da Dio.
                      • Colui che è in voi. È più grande di colui che è nel mondo.
                      • Chi non ama il prossimo non ha conosciuto Dio, perché egli è amore.
                      • Dio ci ha amato per primi mandato sua figlio Gesù sulla croce per la nostra salvezza.
                      • Se ci amiamo l’unì e gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.
                      • Riceve lo Spirito chiunque vuole rimanere in Dio.
                      • Chiunque confessa che Gesù è il figlio di Dio e crede nel suo amore rimane in Dio e Dio in lui.
                      • L’amore perfetto in Dio non ha paura del giorno del giudizio.
                      • Se un credente serve Dio per timore del castigo il suo amore per Dio non è perfetto.
                      • Amare Dio perché Lui ci ha amati per primi.
                      • Chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede.
                      • Se amiamo Dio osserviamo i suoi comandamenti che non sono gravosi perché fatti con amore.
                      • Chi è stato generato da Dio vince il mondo, la fede profonda ne è il segno.
                      • Dio testimonia che Gesù è il Cristo suo figlio attraverso l’acqua ( battesimo Mt 3,16) il sangue ( il suo sacrificio sulla croce) e lo Spirito (con miracoli e prodigi).
                      • Se accettiamo la testimonianza degli uomini, quella di Dio è largamente superiore.
                      • Chi non crede alla testimonianza di Dio nei confronti di Gesù Cristo fa di Lui un bugiardo.
                      • Impossibile raggiungere Dio senza passare per il Figlio
                      • Chi crede in Gesù Cristo figlio di Dio e osserva i comandamenti avrà la vita eterna.
                      • Se chiediamo a Dio secondo la usa volontà sappiamo di riceverla.
                      • Chi vede il proprio fratella commettere peccato non mortale preghi per lui. Dio gli darà la vita.
                      • Il peccato che conduce alla morte è di estrema gravità come l’apostasia.
                      • Chi è stato generato da Dio non pecca e il maligno non può toccarlo.
                      • Il mondo sono coloro che sono sotto il potere del maligno in quanto peccatori.
                      • Il figlio di Dio ci ha dato l’intelligenza pe conoscere il vero Dio nel suo figlio Gesù.

                      Anche se la lettera è composta da soli 5 capitoli è ricca di spunti di riflessioni. Tutti si concentrano su chi è il vero credente e come si deve comportare. Vediamo i punti riassuntivi.

                      IL VERO CREDENTE:

                      • RAPPORTO CON DIO:
                      • Deve far parte della Chiesa e non seguire falsi maestri che non seguono ciò che hanno trasmesso gli apostoli
                      • Deve riconoscere Gesù Cristo come figlio di Dio e Messia e porta di accesso per il Padre
                      • Amare Dio perché lui è amore e ci ha amati per primi e non per timore di una punizione
                      • Dio donerà lo Spirito a ogni credente
                      • IL MONDO:
                      • Sono coloro che sono nel peccato e dominati da Satana
                      • Non seguire il mondo
                      • Essere consapevoli e pronti che il mondo non capirà i credenti
                      • Cristo ha vinto il mondo
                      • OSSERVARE I COMANDAMENTI:
                      • Praticare la giustizia
                      • Respingere il peccato
                      • Amare il prossimo concretamente aiutandolo nelle necessità

                      LETTERA DI GIUDA

                      La piccola lettera di Giuda composto da un solo capitolo è stata scritta con lo scopo di mettere in guardia tutte le chiese dai falsi maestri che distorcono il messaggio evangelico in modo gnostico. A differenza dei giudaizzanti che volevano imporre legge di Mosè ai pagani convertiti, i falsi maestri che si riferisce sono agli antipodi: visto che la legge è abolita tutto è lecito, esortando opere immorali e negando la divinità di Cristo. Accolta come canonica già dall’anno 200, presenta al suo interno degli accenni a tradizioni apocrife: questo uso di testi apocrifi allora diffusi è legittimo e non indice a riconoscerli come ispirati. Il luogo di provenienza vi sono più ipotesi: in Israele dove Giuda viveva o in Mesopotamia dove avrebbe svolto la sua attività missionaria.

                      SIMILITUDINE CON LA SECONDA LETTERE DI PIETRO:

                      Solitamente si pone la data di composizione negli ultimi decenni dell’epoca apostolica, probabilmente prima della Seconda lettera di Pietro. Questo si deduce dal fatto che la lettera di Giuda ha molte similitudini con la Seconda lettera di Pietro. Si pensa che Pietro abbia usato la lettera di Giuda epurandola dalle citazioni apocrife dando maggior risalto e sviluppo alla polemica antipnotica. Un altro argomento a favore è la brevità della lettera di Giuda, usata e ampliata e corretta da Pietro.

                      AUTORE:

                      l’autore si presenta come “Giuda, servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo”. Giuda si presenta quindi come un fratello del Signore distinguendosi dal gruppo apostolico (cfr. Gd 17). Così dicendo l’autore presuppone che sia conosciuto dai suoi lettori in quanto fratello di Giacomo. Ugualmente rimane il problema di stabilire che Giacomo sia, o Giacomo fratello del Signore (cfr. Mc 6,3) capo della chiesa di Gerusalemme o Giacomo apostolo figlio di Alfeo (cfr. Mc 3,18). l’autore sembra apparire un responsabile della Chiesa postapostolica.

                      DESTINATARI:

                      Dall’introduzione risulta difficile sapere a chi è indirizzato lo scritto: la prospettiva è uni versale. Il contenuto fa pensare a cristiani convertiti dal giudaismo e dal paganesimo in grado di comprendere sia le citazioni bibliche che le allusioni degli scritti apocrifi giudaici. La comunità è disturbata da falsi maestri che rinnegano il Cristo (cfr. Gd 4) e conducono una vita licenziosa e immorale (cfr. Gd 8.12). Comunque si pensa siano cristiani dell’Asia Minore.

                      ESEMPI DI CORRUZIONE:

                      L’autore per sottolineare la gravità della corruzione cita numerosi esempi a scopo di ammonimento. In questo modo il lettore ha più bene chiara la strada che conducono i falsi insegnamenti. Vengono citati scene provenienti dall’antico testamento e da altri testi apocrifi giudaici. Si presume che i lettori conoscessero questi passi.

                      1. NUMERI 14,20-35

                      Il popolo ebraico è uscì dalla schiavitù d’Egitto, ma nel deserto mormorò contro Mosè, non si fidarono di Dio. Egli li punì non facendoli entrare nella terra promessa.  Allo stesso modo, il popolo cristiano è uscito dalla schiavitù della legge, ma alcuni falsi maestri deviando dagli insegnamenti impedisce a chi li ascolta di raggiungere la santità (terra promessa).

                      • ANGELI CADUTI

                      Nonostante fossero angeli e conoscessero pienamente Dio si sono corrotti e Dio li dovette cacciare dal paradiso, nelle tenebre in attesa del giudizio, quello è quello che la corruzione arriva a fare.

                      • SODOMA E GOMORRA

                      Queste antiche città si abbandonarono alla corruzione e a ogni forma di immoralità e seguirono vizi contro natura. Ora subiscono una severa pena nel fuoco eterno. Così anche i falsi maestri infiltrati nella Chiesa, indotti dalle loro passioni, si danno all’immoralità e la insegnano. Contaminando il loro corso, disprezzano il Signore.

                      • L’ARCANGELO MICHELE

                      Secondo l’autore i falsi maestri arrivano ad insultare persino gli angeli. Insultano ciò che ignorano e operano in maniera carnale invece di spirituale. L’autore fa notare che  nell’apocrifo “l’assunzione di Mosè” l’arcangelo Michele che è in contrasto con il diavolo per il corpo di Mosè, invece di insultare il diavolo gli dice: Ti condanni il Signore! Questo è per sottolineare come Michele, seppur considerando il diavolo come nemico, lo rispetta ugualmente, tanto più anche noi dobbiamo rispettare gli angeli di Dio.

                      • BAALAM

                      Si tratta di un profeta pagano nel libro di numeri. In alcuni testi Baalam viene presentato come il mago corrotto che istigò Israele alla fornicazione (Numeri 31,16; Deuteronomio 23,5; Neemia 13,2). In tale prospettiva è simbolo dei falsi profeti, avidi istigatori di inganno. Il richiamo di Baalam è un paragone del fatto che questi falsi profeti, nei banchetti della comunità, che dovrebbe essere un momento sacro, pensano solo a mangiare senza ritegno pensando solo a nutrire se stessi e senza contribuire a uno spirito di solidarietà.

                      • METAFORE

                      L’autore inizia ad evocare una serie di immagini tratte dall’antico testamento per come metafora dei falsi profeti: Nuvole senza pioggia portate via dai venti, alberi di fine stagione senza frutto, onde selvagge del mare che schiumano la loro sporcizia, astri erranti, ai quali è riservata l’oscurità delle tenebre.

                      ESORTAZIONE DELLA COMUNITÀ

                      L’autore esorta le comunità di stare alla larga dai falsi profeti e stare persino lontani dai loro vestiti, contaminati dal loro corpo. I falsi maestri vivono secondo le loro passioni carnali e senza Spirito, sono orgogliosi, provocano divisioni tra le genti e usano l’adulazione  per ottenere seguaci, ma si tratta solo di una forma di manipolazione a scopo di intesse. Gli apostoli del Signore avevano fin dall’inizio messo in guarda da questo tipo di persone. Si esorta a vivere secondo lo Spirito Santo, nell’amore e nella misericordia soprattutto da quelli indecisi cercano di salvarli dal peccato.

                      LETTERE DI PIETRO

                      La tradizione antica ci ha trasmesso due lettere di Pietro, molto diverse tra loro sia per lingua, stile e contenuto. Quindi fin dall’inizio si è posto il problema della loro origine. La prima lettera fu subito unanimemente accolta come canonica e attribuita all’apostolo Pietro, mentre la seconda lettera fu oggetto di dubbi prima di essere accettata da tutti nel canone delle Scritture.

                      LA PRIMA  LETTERA DI PIETRO:

                      La lettera si presenta come una lettera scritta da “Pietro, apostolo di Gesù Cristo…” (cfr. 1Pt 1,1). In 5,1 l’autore si definisce come corresponsabile dei presbiteri o anziani, i quali esorta, e soprattutto “testimone delle sofferenze di Cristo”, incaricato di pascere il gregge di Gesù (cfr. 1Pt 5,1-4), proprio come risulta dal vangelo di Giovanni 21,15-17. Nei saluti finali, in 5,12-13, l’autore ci informa che scrive per mezzo di un certo Silvano, “fratello fedele” e che a suo lato vi è Marco, chiamato metaforicamente “figlio mio”. Silvano potrebbe essere Sila, originario di Gerusalemme che accompagnò Paolo nel secondo e terzo viaggio missionario. La presenza di Silvano spiegherebbe l’uso del greco classico letterario della lettera: una lingua troppo perfetta per un pescatore di Galilea abituato a parlare aramaico. Egli sarebbe stato non solo un amanuense, ma avrebbe composto lo scritto avendo ricevuto da Pietro le idee da comunicare. Marco, secondo la tradizione, fu un discepolo affezionato a Pietro e anche il suo inter prete. Egli era figlio di Maria, donna ricca di Gerusalemme che aveva messo a disposizione della chiesa la sua casa a cui si diresse Pietro dopo la sua liberazione miracolosa dal carcere (descritta in At 12).

                      LUOGO DI COMPOSIZIONE

                      I saluti finali contengono anche una indicazione circa il luogo di composizione: Babilonia (cfr. 1Pt 5,13). Babilonia fu la città presa come simbolo di esilio e sofferenza e quindi usata per indicare la città che a quel tempo non faceva altro che opprimere il popolo di Israele e i cristiani: Roma. Anche in Apocalisse (cfr. Ap 14,8; 16,19) Roma è chiamata simbolicamente Babilonia e la stessa tradizione antica conferma la presenza di Pietro a Roma con Marco come interprete. La data di composizione quindi si presume precedente il martirio di Pietro, cioè prima del 64-67.

                      DESTINATARI

                      L’intestazione della lettera indica come destinatari “i fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia” (cfr. 1Pt 1,1). Si tratta di cinque regioni dell’Asia Minore che furono il campo di apostolato di Paolo e di Sila (Silvano). Non si sa se queste comunità fossero state visitate da Pietro, ma egli si sente responsabile di tutte le chiese. L’ordine seguito indica forse l’ordine del corriere nella distribuzione della lettera. I cristiani a cui Pietro si rivolge sono in maggior parte convertiti dal paganesimo (cfr. 1Pt 1,4.18), appartenenti a diverse categorie sociali (cfr. 1Pt 2,13-25; il termine “ignoranza” indica una tipica caratteristica del paganesimo secondo l’Antico Testamento).

                      CONTENUTO

                      Secondo la struttura della lettera, essa appare una vera e propria lettera con un indirizzo (cfr. 1Pt 1,1-2), un corpo (cfr. 1Pt 1,3-5,11) e una conclusione con i saluti (cfr. 1Pt 5,12-14). È uno scritto che contiene numerose esortazioni morali a vivere la vita cristiana in modo coerente, accompagnate da riflessioni dottrinali con il compito di illuminarne le motivazioni.

                      NOTE CARATTERISTICHE:

                      • Esortazione a vivere una fede autentica superando ogni afflizione
                      • Vivere una vita santa essendo consapevoli dell’opera che ha compiuto Cristo per noi
                      • I credenti chiamati ad essere un sacerdozio del popolo di Dio mediante una buona testimonianza di vita.
                      • Rispettare civilmente il proprio ruolo nella società
                      • Le mogli dei mariti non credenti sono chiamate alla santità per essere di buona testimonianza davanti ai loro mariti
                      • Chiamati alla santità ( umiltà, misericordia e fratellanza) per ereditare la benedizione
                      • Cristo libera da ogni paura e da ragione a ogni speranza con dolcezza e rispetto
                      • Cristo soffrì una volta e per sempre, giusto per l’ingiusti. Siede alla destra di Dio.
                      • Incoraggia uno stile di vita spirituale, non dedito a seguire passoni carnali.
                      • La carità e il servizio verso il prossimo copre molti peccati.
                      • Ognuno sia pronto a ogni persecuzione sapendo di essere nel giusto e dare gloria a Dio.
                      • Gli anziani siano dei buoni e giusti pastori per l’intera comunità. I giovani siano sottomessi a loro.
                      • Dio ha cura del credente che si umilia a lui, resiste al diavolo e sopporta ogni sofferenza.

                      STRUTTURA:

                      Indirizzo: 1,1-2

                                     • la lettera è indirizzata ai fedeli della diaspora (cioè dispersi tra le nazioni)

                                      • si nomina il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ognuno con il suo proprio ruolo specifico

                       Corpo della lettera: 1,3-5,11

                                      1- Ruolo dei cristiani in questa situazione della diaspora: 1,3-2,10

                                                    • inizia con un inno trinitario-esortativo: 1,3-12

                                                     • distingue due aspetti del sacerdozio comune dei cristiani:

                                                                                  – la comunità che rende a Dio un culto spirituale: 1,13-2,8

                                                                                  – il suo esercizio in mezzo alle nazioni: 2,9-10

                                      2- Duplice esortazione a vivere questo culto: 2,11-5,11

                                                     • il culto in mezzo alle nazioni: 2,11-4,10-

                                                                                  diverse situazioni dei cristiani;

                                                                                   dossologia  finale:4,11

                                                     • il culto all’interno della comunità: 4,12-5,10 –

                                                                                  dossologia finale: 5,11

                       Conclusione e saluti: 5,12-14

                      LA SECONDA  LETTERA DI PIETRO:

                      Nei primi quattro secoli la lettera era ignorata dalle chiese occidentali e orientali. Oggi la sua canonicità non è più messa in dubbio da nessuno, ma vi è dubbio sull’origine petrina dello scritto. Coloro che sostengono l’origine petrina dello scritto si appellano alla presentazione che l’autore fa di se stesso “Simon Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo” (cfr. 2 Pt 1,1) atte stando di essere stato testimone della trasfigurazione (cfr. 2 Pt 1,16-18). Afferma inoltre di scrivere per la seconda volta, alludendo alla prima (cfr. 2 Pt 3,1) e nomina Paolo chiamandolo “fratello amatissimo” (cfr. 2 Pt 3,15). Ciò che colpisce è la vicinanza tematica con la lettera di Giuda che, secondo alcuni, la Seconda lettera di Pietro utilizza e corregge, l’allusione ai padri che già da tempo sono morti (cfr. 2 Pt 3,4) e la negazione della imminente parusia che in 1Pt 4,7 dava come imminente. Queste differenze stilistiche (vocabolario un poco ricercato con stile semitico semplice) e di contenuto con la Prima lettera di Pietro si possono spiegare con il fatto che Pietro probabilmente ha usato un redattore-segretario diverso da Silvano. Egli avrebbe redatto la lettera sotto forma di omelia, somigliante ad un testamento spirituale dell’apostolo prossimo alla morte (cfr. 2 Pt 1,14).

                      DATA E LUOGO DI COMPOSIZIONE:

                      Circa il luogo di provenienza, molti hanno pensato a Roma, da dove è partita la prima lettera (cfr. 1Pt 5,13) dove Pietro visse gli ultimi anni della sua vita e lasciò discepoli depositari del suo insegnamento. Per il tempo si hanno diverse proposte a seconda delle ipotesi circa l’autore. Se Pietro è stato l’autore, servendosi di un segretario-redattore, la data di composizione è compresa tra il 64 e il 67, poco prima del martirio.

                      DESTINATARI:

                      Dai dati che ricaviamo dalla lettera possiamo risalire ai destinatari. Dopo una introduzione generica (cfr. 2 Pt 1,1), in 3,1 si evince che i destinatari siano gli stessi della prima lettera in quanto si afferma che “è la seconda volta che vi scrivo”. Il contenuto della lettera però ci orienta più verso giudei ellenisti e pagani convertiti che conoscono la lettera tura apocalittica giudaica (cfr. 2 Pt 2,4-10) sollecitati da falsi dottori a ritornare al pagane simo (cfr. 2 Pt 2,18-22).

                      CONTENUTO:

                      Pure in questa seconda lettera vi è una serie di esortazioni morali difficili da ordinare secondo uno schema logico. L’autore vuole confermare i cristiani nella fede contro i falsi dottori che insegnano l’immoralità e negano la parusia. Crescere nella conoscenza di Gesù Cristo: questo è il desiderio dell’autore espresso all’inizio e alla fine della lettera (cfr. 2 Pt 1,2; 3,18).

                      NOTE CARATTERISTICHE:

                      • La potenza divina ci fornisce tutto quello che abbiamo bisogna per vivere una vita santa
                      • I doni di Dio: Partendo dalla fede si ottiene virtù, conoscenza, temperanza, pazienza, pietà, amore fraterno e al culmine la carità.
                      • Rendere più salda la vostra chiamata.
                      • La testimonianza di Pietro nell’esperienza evangelica della trasfigurazione
                      • Lo Spirito Santo ha ispirato le profezie che si sono adempiute in Cristo Gesù.
                      • Dio giudicherà i malvagi e i falsi profeti, ma sa liberare dalla prova chi è devoto.
                      • i falsi dottori che insegnano l’immoralità basandosi su un falso concetto di libertà.
                      • Contro quelli che negano la parusia. Ma essa verrà come un ladro e ci saranno nuovi cieli, nuova terra.

                      STRUTTURA:

                      • introduzione e saluti: 1,1-2

                       • esortazione alla crescita nella fede: 1,3-21

                       • precauzioni contro i falsi maestri: 2,1-3,16

                       • epilogo: 3,17-18

                      DIFFERENZE TRA LA PRIMA E LA SECONDA LETTERA DI PIETRO:

                      La prima:

                      • La lettera è molto più lunga e ricca di contenuti
                      • contiene molti insegnamenti comunitari
                      • contiene una esortazione alla santità

                      La seconda:

                      • La seconda lettera contiene una esortazione nel rendere la fede più salda
                      • Solo la seconda parla dei farsi profeti e i castighi di Dio
                      • Solo la seconda si parla della Parusia
                      • Solo la seconda abbiamo il racconto della testimonianza di Pietro della trasfigurazione

                      LETTERA DI GIACOMO

                      La lettera di giacomo fa parte della categoria delle lettere cattoliche, ovvero universali; Non indirizzate unicamente a una sola Chiesa ma un messaggio generalizzato a tutti i cristiani del mondo greco-romano. La lettera anche se breve, solo 4 capitoli è scritta in un linguaggio chiaro ed è ricca di contenuti e spinti di riflessione.

                      AUTORE:

                      L’autore viene identificato comunemente con quel Giacomo, fratello del Signore, capo della chiesa di Gerusalemme (cfr. At 12,17; 15,13-21; 21,18-26; 1Cor 15,7; Gal 1,19; 2,9.12), ucciso per mano dei giudei verso l’anno 62. Egli sarebbe Giacomo il minore, figlio di Maria di Cleofa, fratello di Joses (cfr. Mc 15,40), nativo di Nazaret (cfr. Mc 6,3). Proprio per la sua parentela con Gesù (fratello è da intendersi come parente stretto) godette di grande autorità e prestigio nella chiesa apostolica tanto da dirigerla dopo la partenza di Pietro e da Paolo stesso considerato una colonna della chiesa. È quindi distinto dall’a postolo Giacomo, detto il maggiore, fratello di Giovanni, martirizzato nel 44 per mano di Erode (cfr. At 12,2) e con molta probabilità non è l’apostolo Giacomo di Alfeo.

                      CONTENUTO:

                      Il contenuto rilette bene una conoscenza delle Scritture e i ragionamenti sono tipici del mondo giudaico, una mentalità concreta, preoccupata di inculcare la pratica delle opere per dimostrare la fede. L’autore ha come obbiettivo anche di rafforzare l’unità interne delle chiese, composte da persone di diverso ceto sociale, i poveri e gli schiavi non dovevano essere trattati diversamente dagli altri, perché Dio non giudica come i parametri del mondo. Troviamo quindi diversi insegnamenti di tipo morale spiegati in maniera chiara con relativi esempi. Non mancano anche il rapporto con Dio, l’efficacia della preghiera, la lotto contro le tentazioni. In Giacomo è presente una spiegazione sul rapporto tra fede e opere: la fede non deve essere teorica o astratta, ma deve concretizzarsi in opere evitando la doppiezza della vita religiosa. Si deve decidere, infatti, o per Dio o per il mondo.

                      PAOLO SV GIACOMO:

                      Alcuni vedono la lettera di Giacomo in contraddizione con il pensiero di Paolo. Assolutamente  non sono in contradizione con gli scritti di Paolo, dove insegna la salvezza per fede. Quando Paolo parla di “opere” intende le opere che compivano i giudei nella legge di Mosè, quindi la circoncisione, le abluzioni, i sacrifici animali, i cibi impuri… Questo perché avevano come scopo di contrastare i giudaizzanti che volevano imporre pratiche giudaiche ai nuovi credenti. Paolo ha sempre ribadito che i cristiani devono avere gli stessi sentimenti di Gesù Cristo (filippesi 2,5) e favorire all’interno delle comunità un clima di carità e fraternita che si dimostra in opere. Giacomo invece non sminuisce l’importanza della fede, ma dice solo che una fede puramente intellettuale non serve a nulla, deve essere dimostrata con le opere. Sia Paolo che Giacomo vano dei parallelismo con Abramo, ma sotto punti di vista diversi che uniti tra di loro si completano. Paolo sottolinea come Abramo non è stato giustificato per le opere delle legge di Mosè, che non esisteva ancora,  Ma è stato giustificato per fede: Per aver creduto alla promessa di Dio che avrebbe avuto una vasta discendenza e quindi per essersi fidato di Dio anche senza comprendere pienamente il disegno divino. Giacomo invece sottolinea il lato della opere: Abramo fu giustificato per le sue opere, aver messo in pratica il comando di Dio di sacrificare Isacco anche se viene fermato da Dio. La fede di Abramo agiva insieme alle opere e per le opere la fede divenne perfetta. Quindi in conclusione bisogna avere fiducia in Dio e compiere le opere sue.

                      NOTE CARATTERISTICHE:

                      • Le prove producono pazienza, elemento importante nella crescita spirituale.
                      • Dio dona la sapienza a chi la chiede con fede.
                      • Chi chiede a Dio senza fede, con esitazione e indecisione non riceve nulla da Dio.
                      • Ribaltamento delle posizioni sociali. I poveri si sentano ricchi e i ricchi come poveri.
                      • Dio premia chi resiste alla tentazione.
                      • L’uomo viene tentato dalla sua concupiscenza e non da Dio.
                      • I credenti sono segno anticipato della salvezza di tutta la sua creazione.
                      • Ascoltare la parola e metterla in pratica affinché possa portarti alla salvezza.
                      • Conoscere la parola e non metterla in pratica è inutile.
                      • Mettere in pratica la parola significa anche purificarsi dal peccato e fare buone opere
                      • La legge perfetta è quella della libertà (Spirito Santo).
                      • Non fare discriminazioni tra ricchi e poveri.
                      • I ricchi siano anche disposti a servire ed essere umili.
                      • Chi osserva tutta la legge, ma ne tra gradisce  una parte è colpevole su tutti i punti.
                      • Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non ha avuto misericordia.
                      • Una fede puramente intellettuale e senza opere è totalmente inutile.
                      • In un credente le opere buone sono segno di una buona fede.
                      • Abramo fu giustificato anche per le opere in relazione alla fede.
                      • Raab fu giustificata per le opere, diede ospitalità agli esportatori nel libro di Giosuè.
                      • I maestri avranno un giudizio più severo.
                      • L’importanza di tenere la lingua sotto controllo.
                      • Attenzione ai peccati che vengono dal parlare, da lì si può anche capire lo stato dell’anima.
                      • La sapienza di Dio porta: Pace, mitezza, misericordi, imparzialità, sincerità, opere buone
                      • La Sapienza di Dio ti fa comprendere la necessità di  arrendersi a Dio.
                      • La sapienza puramente umana porta: Gelosia, spirito di contesa e diavolerie
                      • L’origine della discordia deriva dalle passioni edonistiche, la ricerca del proprio benessere…
                      • Prega per chiedere a Dio, ma non per soddisfare il proprio egoismo, Dio non lo concederà.
                      • L’amore per il mondo (materialismo, egoismo, impurità …) è inimicizia verso Dio.
                      • L’umiltà è da Dio, la superbia è dal diavolo.
                      • Per resistere alle tentazioni: Sottomissione a Dio e resistenza al diavolo.
                      • Se ti avvicini a Dio, Lui ti viene in contro.
                      • La purificazione spirituale passa dal pentimento dei nostri peccati.
                      • Non parlare male degli altri e non giudicarli, solo Dio può giudicare.
                      • Le ricchezze non facciano diventare arroganti e materialisti, Dio sempre al primo posto.
                      • Chi può donare e non dona commette peccato.
                      • Dio farà giustizia nei confronti degli sfruttatori e i persecutori dei giusti.
                      • I ricchi devo fare attenzione a riporre la fede sulle ricchezze invece che a Dio
                      • Essere costanti e pazienti come lo fu Giobbe.
                      • Monito a non giurare.
                      • Chi è nel dolore preghi, chi nella gioia canti inni al Signore.
                      • I presbiteri ungano i malati con olio e preghino con fede.
                      • Confessare i peccati e pregare per i malati.
                      • La preghiera forforosa del giusto è molto potente, Elia come esempio.
                      • Chi converte o riconduce un peccatore a Dio, gli saranno coperti molti peccati.

                      STRUTTURA:

                      Corpo epistolare: 1,2-5,20

                                • la sofferenza: 1,2-12

                                • la tentazione: 1,12-18

                                • l’ascolto della Parola di Dio: 1,19-27

                                • la cura dei poveri: 2,1-13

                                • le opere della fede: 2,14-26

                                • forza e limiti della parola dell’uomo: 3,1-12

                                • vera e falsa sapienza: 3,13-4,12

                                • illusione della ricchezza: 4,13-5,6

                                • attesa della venuta del Signore: 5,7-11

                       Conclusione e esortazioni finali: 5,12-20

                      INNI CRISTOLOGICI

                      In questo articolo metteremo a confronto gli anni cristologici contenuti nella brevi lettere in colossesi, filippesi ed efesini. Andremo ad approfondire questi inni presenti nella Chiesa primitiva, che per quanto brevi sono ricchi di contenuti e spunti di riflessione, mostrano una serie di attributi rivolti a Gesù Cristo che hanno contribuito ad evidenziare la divinità di Cristo, già molto chiara anche ai primi cristiani.

                      INNO IN COLOSSESI

                      È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,

                      per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.

                      Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione,

                      perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra,

                      quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze.

                      Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.

                      Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.

                      Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio,

                      primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.

                      È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza

                      e che per mezzo di lui e in vista di lui  siano riconciliate tutte le cose,

                      avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra,

                      sia quelle che stanno nei cieli.

                      NOTE CARATTERISTICHE:

                      •  Volontà di salvezza del Padre attraverso la redenzione per opera del Figlio
                      • Cristo preesistente: immagine del Dio invisibile
                      • Cristo capo del corpo che è la Chiesa
                      • Signoria cosmica: primato su tutte le cose,  il primogenito della creazione, ogni cosa è stata fatta per mezzo di Lui.
                      • Cristo: luogo della pienezza e unico Mediatore tra Dio e il mondo

                      INNO IN FILIPPESI

                      Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:

                      egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio

                      l’essere come Dio, ma svuotò se stesso

                      assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.

                      Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso

                      facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.

                      Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome,

                      perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra,

                      e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre.

                      NOTE CARATTERISTICHE:

                      • Natura divina di Gesù
                      • “svuotamento” di se stesso per assumere condizione umana
                      • Gesù obbediente al Padre fino alla croce
                      • Esaltazione e signoria universale

                      INNO IN EFESINI

                      Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

                      che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.

                      In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo

                      per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,

                      predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo,

                      secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia,

                      di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui, mediante il suo sangue,

                      abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia.

                      Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza,

                      facendoci conoscere il mistero della sua volontà,

                      secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi:

                      ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra.

                      In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui

                      che tutto opera secondo la sua volontà a essere lode della sua gloria,

                      noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi,

                      dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza,

                      e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso,

                      il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione

                      di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

                      NOTE CARATTERISTICHE:

                      • Benedizione di Cristo e del Padre, fonte di ogni benedizione
                      • Cristo ci ha scelti e predestinati per essere suoi figli
                      • Redenzione per mezzo della croce
                      • Figliolanza divina, Gesù è il modello
                      • Dio rivela ai suoi figli la sua volontà
                      • I pagani e giudei sono uniti in Cristo in un unico popolo che condivide una eredità
                      • Esaltazione di Cristo signoria cosmica capo della Chiesa – suo corpo
                      • Chi crede riceve la Spirito Santo caparra della nostra eredità

                      LETTERA AGLI EBREI

                      AUTORE:

                      La tradizione attribuiva lo scritto a Paolo, forse grazie al testo Eb 13,23 dove si danno notizie di Timoteo, stretto collaboratore di Paolo. Si è pensato che solo Paolo poteva parlare in questi termini, così come i saluti in 13,24. Manca però l’intestazione dove Paolo si presentava apponendo il proprio nome. Questo fa pensare che la lettera, pur avendo un’influenza paolina non andrebbe attribuito solo a lui.  Il nome di Apollo è quello che trova più consensi tra gli studiosi circa l’attribuzione della lettera. Negli Atti 18,24-28, Apollo è descritto come un giudeo cristiano di Alessandria, missionario ad Efeso, esperto nelle Scritture, uomo colto ed oratore efficace. Era molto stimato da essere messo sullo stesso piano di Paolo e Cefa, (cfr. 1Cor 1,12; 3,5-9). anche se poco conosciuto per la mancanza di sue lettere nel canone biblico. Il suo legame con Paolo potrebbe spiegare l’influenza dei concetti paolini. Chiunque fosse, per lo stile raffinato usato nella lettera, l’autore era un uomo di cultura, conoscitore della cultura ellenica e delle sacre scritture.

                      LUOGO E DATA DI COMPOSIONE:

                      Lo scritto, secondo Eb 13,24, dovrebbe essere stato scritto a Roma e questo concorderebbe con 2 Tm 4,9.12 e Eb 13,23 che indicano Timoteo a Roma. Questa conclusione sarebbe problematica se l’autore fosse Apollo in quanto sembra improbabile una sua presenza in Italia. Ma anche su questa interpretazione non vi è chiarezza. Circa la data, si può mettere un limite: l’anno 95 in quanto lo scritto fu usato da Clemente Romano proprio in quella data. È comune pensare che la lettera fu composta prima del 70, anno che segna la distruzione del tempio di Gerusalemme. Infatti l’autore sembra riferirsi nello scritto alla liturgia ancora in atto nel tempio che confronta con il sacrificio e il sacerdozio di Cristo. Lo scritto esorta i cristiani a perseverare anche nei momenti duri che verranno (cfr. Eb 10,35-39) e anche se il culto giudaico dovesse terminare, ormai vi è il culto cristiano che lo ha sostituito. Ora vi è Gesù, Sommo Sacerdote che officia nel tempio celeste (cfr. Eb 8,1-2; 9,11-12; 10,19-23).

                      SCOPO DELLA LETTERA:

                      Esso vuole essere una parola di esortazione alla perseveranza nella fede in Gesù rivolta ai giudei convertiti, che soffrono e che l’oratore ben conosce. In primo luogo si vuole sostenere i cristiani sotto prova e tentati di scoraggiamento (cfr. Eb 12,12) dopo che hanno rinunciato alla religione giudea. Questi giudei hanno perso l’appoggio dei loro connazionali e si trovano a volte abbandonati (cfr. Eb 10,25) con una insicurezza crescente con per di più la prospettiva del martirio (cfr. Eb 12,4). Per questo possono soffrire di scoraggiamento tale da diventare duri nel capire (cfr. Eb 5,11). Per questo l’autore li incoraggia con parole di esortazione (cfr. Eb 13,22). Per far rinascere l’entusiasmo a questi credenti, l’autore pone davanti ai loro occhi la persona e l’opera di Gesù, unirsi alla Chiesa di Cristo, partecipare ai suoi riti e per aggregarsi alla comunità cristiana che confessa Gesù come Messia e Signore, nuovo ed eterno Sommo Sacerdote.  L’efficacia della sua mediazione che ci rassicura circa le realtà che non vediamo, bisognosi di recuperare la pienezza e il fervore della fede.  Si pensa che i destinatari fossero giudei non solo per il nome con il quale l’autore si rivolge chiamandoli “fratelli”, ma specialmente perché lo scritto contiene un continuo richiamo di testi e di riti appartenenti all’Antico Testamento e alla religiosità giudaica. Solo dei cristiani provenienti dal giudaismo potevano capire questi riferimenti.

                      CONTENUTO:

                      1. Esordio (cfr. Eb 1,1-2,16)

                      Inizia con una sintesi cristologica: Gesù è la parola ultima e definitiva di Dio, superiore agli angeli e a Mosè, fratello degli uomini con l’incarnazione e la sofferenza. Quindi passa ad esortare all’ascolto della parola giunta a noi attraverso Gesù e confermata da segni e dai doni dello Spirito

                      • Presentazione del sacerdozio di Cristo

                      Vengono descritte le qualifiche sacerdotali di Gesù, Sommo Sacerdote: misericordia e fedeltà in forza della sua incarnazione e della sua obbedienza. Segue poi un’esortazione a non cadere nell’incredulità come gli immaturi, ma a rafforzare la speranza nella mediazione di Gesù e quindi la perseveranza nella fede

                      • Novità del sacerdozio di Cristo

                      Gesù è Sommo Sacerdote non alla maniera di Aronne, ma alla maniera di Melchisedek. La figliolanza divina è fondamento dei questa novità e quindi viene abrogato l’antico sacerdozio levitico per uno perfetto ed eterno. È la nuova alleanza che Gesù esercita essendo seduto alla destra del Padre come ministro del santuario celeste. Il sacrificio di Cristo diventa il vero sacrificio fatto una volta per sempre per la sua volontaria offerta di sè, offerta senza peccato rendendo perfetti per sempre quelli che vengono santificati. L’antico culto diventa quindi ombra di quello vero inaugurato da Gesù. Segue quindi l’esortazione alla fiducia ad accostarci con cuore sincero al trono di Dio e alla perseveranza. È un invito al coraggio a perseverare nelle prove ricordando i primi giorni del cammino cristiano in cui hanno sostenuto una grande e penosa lotta accolta con gioia.

                      • Esempio di fede dei padri e l’imitazione di Gesù

                      Viene descritto un esempio molto suggestivo di esempio di fede dei padri che, grazie alla loro fede, vinsero ogni difficoltà. Quindi noi siamo in una situazione migliore perché abbiamo creduto in Cristo, mentre loro aspettavano i beni promessi senza conseguirli. Per questo perseveriamo nel cammino di fede. Nella strada stretta e difficile segnata dal Cristo serve resistenza e coraggio. Infine l’autore indica alcuni orientamenti di comportamento pratico: cercare la pace con tutti, la santificazione personale, la vigilanza, la cura degli altri e dare il buon esempio a tutti.

                      • Conclusione

                      Sembra essere un biglietto di accompagnamento della trascrizione dell’omelia. Raccomanda di perseverare nell’amore fraterno, di ricordarsi dei capi e di imitarne la condotta, di imitare Cristo nella sofferenza, di essere generosi, sottomessi volentieri ai responsabili della comunità e di pregare per l’autore dello scritto. Termina con l’esortazione ad accogliere questa parola di esortazione, con la notizia della liberazione di Timoteo, con i saluti dell’anonimo autore ai capi, ai santi e con i saluti di tutti i fratelli dell’Italia.

                      CARATTERISTICHE DI GESÚ ELLA LETTERA AGLI EBREI:

                      • Superiore agli angeli (1,5,14)
                      • Venuto sulla terra poco inferiore agli angeli, coronato di gloria per la sua morte e resurrezione per la salvezza dell’uomo (2,9)
                      • Gesù, nostro fratello per la partecipazione di Cristo alla natura umana (2,11-14)
                      • Mediatore tra Dio e l’uomo affinché l’uomo sia riconciliato con Dio (2,17-18)
                      • Superiore a Mosè (3,2-6)
                      • La fede in Cristo offre riposo (4,1-11)
                      • Gesù vero sommo sacerdote compassionevole sotto l’ordine di Melkisedek (5,5-10)
                      • Sacerdozio di Cristo superiore a quello levitico, perenne e perfetto. (7,11-28)
                      • Cristo realizza la promessa della nuova alleanza descritta in (Ger 31,31-34). (8,8-13)
                      • Cristo entra nel santuario celeste e offra a Dio il suo sangue (8,1-7)
                      • Sacrificio di Cristo efficace e perenne; superiore ai sacrifici animali (10,1,18)

                      LETTERE PASTORALI

                      Paolo scrisse 3 lettere dette ”pastorali” in quanto non destinate alle Chiese, ma recapitate ai suoi discepoli più vicini e affezionati, scelti di Paolo come responsabili di alcune comunità dal lui fondate. Vediamo dunque di conosce questi 2 discepoli:

                      TIMOTEO

                      Timoteo era originario di Listra di Licaonia nel sud dell’Asia Minore, figlio di padre pagano (cfr. At 16,1) e madre giudeo-cristiana (cfr. 2 Tm 1,5). Paolo lo conobbe a Listra durante il suo secondo viaggio missionario come un cristiano stimato dai fratelli e, pur essendo di giovane età, lo prese con sé come collaboratore. Lo fece quindi circoncidere a causa dei giudei (cfr. At 16,1-3). Da allora Timoteo accompagnerà Paolo nella maggior parte dei suoi viaggi al quale affiderà missioni importanti (cfr. At 19,22; 1Cor 1,17; 1Tm 1,3) a cui rispose con successo. Timoteo era responsabile della comunità di Efeso. È al suo fianco quando questi scrive alcune lettere (cfr. 1Ts 1,1; 2 Ts 1,1; Rm 16,21; 2 Cor 1,1; Fil 1,1; Col 1,1; Fm 1). Paolo proverà per Timoteo un sincero affetto come lui stesso scrive in 2 Tm 1,3-4 della nostalgia che prova per la sua assenza.

                      TITO

                      Tito non è mai nominato negli Atti, il suo nome ricorre 13 volte negli scritti paolini. Pagano di nascita, abbracciò la fede cristiana senza doversi circoncidere (cfr. Gal 2,1-5). Durante le difficoltà con la comunità di Corinto realizzò un difficile lavoro di riconciliazione (cfr. 2 Cor 7,6-16). Incaricato della colletta per i cristiani di Gerusalemme (cfr. 2 Cor 8,6), si mostrò degno della fiducia di Paolo (cfr. 2 Cor 17-18). Secondo Tt 1,5 fu inviato da Paolo a Creta per organizzare la chiesa nascente in quell’isola.

                      PRIMA LETTERA A TIMOTEO

                      Il luogo preciso da cui Paolo scrive è difficile determinarlo; sappiamo solo che egli ha lasciato da poco Efeso e ha pregato Timoteo di restarvi per il governo ordinario di quella comunità. È arrivato in Macedonia per visitare quelle comunità e forse da qui egli scrive la lettera (cfr. 1Tm 1,3). Il tempo può essere collocato tra il 65 e il 66, quando l’apostolo, dopo la liberazione dalla prima prigionia romana (61-63), ha potuto riprendere i suoi viaggi per visitare le chiese dell’oriente a lui tanto care. In questa lettera Paolo incoraggia Timoteo a lottare contro i giudaizzanti e lo esorta a organizzare il culto e a consacrare vescovi-presbiteri e diaconi.

                      NOTE CARATTERISTICHE

                      • Monito di Paolo a Timoteo di impedire vani e insensati insegnamenti di stampo giudaico.
                      • La legge è giusta e serve come monito per i peccatori. Chi ha un cuore puro non ne ha bisogno.
                      • Paolo, un tempo terribile peccatore è ora un esempio per tutti della grazia e misericordia di Dio.
                      • Monito di Paolo di conservare la fede e la conoscenza a differenza di altri che si sono allontanati.
                      • Pregare anche per i re e i governanti affinché mantengano la pace .
                      • Dio vuole che tutti giungano alla conoscenza della verità.
                      • Uno solo è Dio e Gesù Cristo unico mediatore poiché ha data se stesso in riscatto per tutti.
                      • Che ci sia pace nella comunità, senza collere, rancori e polemiche. Si prega con mani pure.
                      • Le donne curino la loro purezza spirituale e santità, anche con buone opere  piuttosto dell’esteriorità.
                      • La maternità è la vocazione fondamentale per la donna, insieme alla fede, carità e saggezza.
                      • I vescovi siano: Sobri, monogami con figli disciplinati, prudenti, dignitosi, ospitali, buoni insegnanti, non violenti, ma benevoli, stimati da tutti, non attaccati al denaro e non convertiti da poco.
                      • I diaconi siano: Sobri, degni, sinceri, non avidi, fedeli con pura coscienza e sottoposti a prova.
                      • La Chiesa è la casa di Dio, garanzia che si vivi e predichi il vangelo di Gesù Cristo in spirito di fraternità.
                      • Inno cristologico: Cristo viene in forma umana, asceso in cielo, riconosciuto dalla Spirito, adornato dagli angeli e annunciato al mondo.
                      • Paolo mette in guardia dai falsi dottori che insegnano dottrine diaboliche.
                      • Esortazione a Timoteo a insegnare e vivere una vita santa ed esemplare in fede, purezza, carità.
                      • Trattamento caritatevole con tutti: esortare gli anziani/e come padri/madri e i giovani come fratelli.
                      • I figli devono prendersi cura dei genitori, cosa gradita a Dio.
                      • Le vedove senza figli si consacrino al Signore in orazione, preghiera e servizio comunitario
                      • Le vedove anziane siano stimate per le buone opere: Ospitalità, soccorso ecc..
                      • Le vedove giovani non abbiano un servizio comunitario come le anziane, ma siano libere di risposarsi.
                      • Se una donna ha con se delle vedove, possa la donna provvedere per lei.
                      • I presbiteri sono impegnati nella predicazione e nella catechesi. Hanno diritto a un loro salario.
                      • Non accettare un’accusa di un presbitero se non ci sono due o tre testimoni.
                      • La scelta nei ministri deve esse oculata, per non essere responsabile di un eventuale pessima opera.
                      • Le opere buone e no, possono manifestarsi pubblicamente sia in vita che dopo.
                      • Gli schiavi rispettano e stimino i loro padroni, soprattutto se sono padroni credenti.
                      • No a chi non insegna la sana dottrina e si approfitta del suo ruolo solo per trarre guadagnare denaro.
                      • Bisogna sapersi accontentare di quello che si ha e non desiderare di diventare ricchi.
                      • L’avidità è un’idolatria perché è una passione alla quale come un dio, si sacrifica tutto.
                      • Esortazione alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, pazienza e mitezza.
                      • Essere di buona testimonianza davanti a tutti.
                      • Inno a Dio: Unico onnipotente e immortale, manifesterà Gesù a tutti.
                      • I ricchi non siano orgogliosi, pongano la fede in Dio e non verso le ricchezze. Siano generosi e pronti a condividere le ricchezze come capitale di investire nel bene.

                      SECONDA LETTERA A TIMOTEO

                      La Seconda lettera a Timoteo sembra essere l’ultima lettera di Paolo, scritta a Roma durante l’ultima prigionia senza speranza di essere liberato (cfr. 2 Tm 4,6). Quest’ultima prigionia è molto stretta e vergognosa (cfr. 2 Tm 2,9) ormai prossimo alla condanna a morte, tanto che due volte prega Timoteo di non vergognarsi delle sue catene (cfr. 2 Tm 1,8.12).   È una lettera di addio al suo più caro amico e collaboratore, Timoteo. Paolo si sente solo e abbandonato da tutti. Siamo forse attorno al 67, pochi mesi prima del suo martirio. È una lettera ricca di patos e affetto, ma contiene anche direttive precise e sicure che impartisce a Timoteo. Si può dire che la lettera è il testamento spirituale e pastorale di Paolo. Oltre a descrivere la sua situazione e il suo dolore, Paolo raccomanda a Timoteo di rima nere irreprensibile e attaccato alla sana dottrina. È l’invito ad annunciare il vangelo in ogni occasione ricordandogli che la Parola di Dio è libera ed efficace. Conclude con l’invito a raggiungerlo presto perché è rimasto da solo, pronto ormai a versare il suo sangue per il vangelo, dopo aver combattuto la buona battaglia, avendo terminato la corsa e conservato la fede (cfr. 2 Tm 4,7).

                      NOTE CARATTERISTICHE

                      • No a spirito di timidezza, sì a forza, carità e prudenza.
                      • Non vergognarsi di testimoniare, ma avere uno spirito di sacrificio per il vangelo.
                      • Dio dà una vocazione santa in base alla sua grazia e al suo piano, non in base alle opere.
                      • Cristo ha vinto la morte facendo risplendere vita e incorruttività.
                      • L’apostolato di Paolo gli provoca molte sofferenze di cui ne va fiero.
                      • Qualcuno ha abbandonato Paolo, altri gli sono stati vicini nelle difficoltà.
                      • Paolo chiede a Timoteo di scegliere persone integre che insegnino la sana dottrina.
                      • I capi delle comunità devono essere queste 3 figure allegoriche: Il soldato, avere la comunità come priorità assoluta. L’atleta, non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole. Il contadino per il duro lavoro.
                      • Confessione di fede: Cristo risorto, discendente di Davide, annuncio il vangelo per lui anche in catene.
                      • Inno liturgico: Chi muore per Cristo, vivrà. Chi preserva con lui, regnerà. Chi lo rinnega sarà rinnegato.
                      • Anche se sei infedele a lui, lui rimane federe perché non può rinnegare se stesso.
                      • Evitare nella comunità discussioni inutili e dannose.
                      • Sforzarsi di essere davanti a Dio degno di lui, coerente e senza la coscienza sporca.
                      • Cit. Nn16,5; Is 26,13. Dio conosce i suoi e sia puro di cuore chi lo invoca.
                      • Essere per Dio come dei vasi nobili d’argento utili al padrone e per compiere opere buone.
                      • Stare lontani dalle empi passioni giovanili, cercare piuttosto la giustizia ,la fede, la carità e la pace.
                      • Discutere con tono mite, paziente e dolce nel rimproverare.
                      • Negli ultimi tempi gli uomini (anche credenti) avranno raggiunto un alto livello di iniquità.
                      • Timoteo è stato vicino a Paolo nelle virtù e nelle persecuzioni.
                      • Chi vuole vivere rettamente in Cristo saranno perseguitati.
                      • Tutta la scrittura ispirata è utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia.
                      • Esortazione a: annunciare la parola, insistere, ammonire, rimproverare con magnanimità.
                      • Verrà il giorno in cui la gente non sopporterà la sana dottrina e andrà dietro a favole.
                      • Paolo sta per morire, ma è felice di avere combattuto fino alla fine per Cristo e riceverà il premio.
                      • Paolo chiede a Timoteo di venire anche con Marco. Tutti tranne Luca lo hanno abbandonato.
                      • Ci ha fatto del male a Paolo e al suo ministero, Dio renderà secondo le sue opere.
                      • Paolo è rimasto da solo a difendersi in Tribunale, mail Signore era lì, lo ha liberato.

                      LETTERA A TITO

                      Sembra che la lettera sia stata inviata dalla Grecia o dalla Macedonia in quanto Paolo esprime l’intenzione di passare l’inverno nella città portuale di Nicopoli, nell’attuale Grecia, a nord di Corinto. Il tempo di composizione potrebbe essere vicino a quello della Prima lettera a Timoteo, anche perché le due lettere contengono argomenti molto simili. Si pensa quindi tra il 65 e il 66 durante una pausa del suo viaggio apostolico dopo la prima prigionia romana. La lettera contiene consigli e raccomandazioni a Tito come pastore della chiesa dell’isola di Creta. Oltre a raccomandazioni personali a Tito, Paolo esorta all’organizzazione della chiesa consacrando presbiteri (cfr. Tt 1,5-9); raccomanda la difesa della vera dottrina specialmente dai falsi dottori giudaizzanti ed esorta i cristiani ai loro doveri secondo la loro condizione di vita e nei confronti dello stato.

                      NOTE CARATTERISTICHE

                      • Paolo, servo  di Dio, chiamato a un apostolato che porta a un rapporto figliare con Dio.
                      • Requisiti per i presbiteri: Irreprensibile, monogamo, figli credenti e disciplinati.
                      • I vescovi devono essere: Irreprensibile, ospitale, amante del bene assennato, giusto, santo, padrone di sé, fedele alla Parola, degna di fede, in grado di esortare e confutare gli oppositori.
                      • I vescovi non devono essere: arroganti, collerici, violenti, avidi, dediti al vino.
                      • Da contrastare i membri ex giudei, sono indisciplinati e  creano scompiglio dottrinale.
                      • La purezza e l’impurità è data dai cuori e non dagli oggetti di questo mondo.
                      • Gli anziani siano: sobri, dignitosi, saggi, saldi nella fede, nella carità e pazienza.
                      • Le donne anziane siano: non pettegole, non dedite al vino. Ma abbaino un comportamento santo.
                      • Insegnino alle giovani: l’amore per il marito e dei figli. Prudenti e caste.
                      • Che Timoteo sia un esempio per i giovani per la opere buone, sana dottrina, dignità, linguaggio sano.
                      • La comunità abbia un comportamento impeccabile per la buona testimonianza verso il mondo.
                      • Gli schiavi siano umili e sottomessi ai padroni senza contraddirli o compiere furti contro di loro.
                      •  La grazia di Dio  rinnega l’empietà, carnalità, e accogliere sobrietà, giustizia e pietà e buone opere.
                      • Essere sottomessi ai governi, non maldicenti, mansueti, miti, sempre pronti al bene verso tutti.
                      • La potenza della bontà di Dio trasforma i cuori malvagi in cuori puri.
                      • Salvati non da opere compiute, ma dalla sua misericordia.
                      • L’acqua del battesimo simboleggia la nuova vita infusa nello Spirito Santo.
                      • La vita nello Spirito ci rende giustificati, conformi al progetto di Dio di rendere gli uomini sui figli ed eredi, partecipi della sua vita e felicità eterna.
                      • Invito a Tito di concentrare l’insegnamento sulle cose importanti e tralasciare le leggende giudaiche ritenuti unitili e sciocche.
                      • Paolo chiede a Tito di provvedere a Zena ed Apollo, dei noti missionari di passaggio.

                      LETTERA AI EFESINI

                      LA CITTÀ DI EFESO

                      Efeso era la capitale amministrativa della provincia romana di Asia. Era anche la città principale dell’Asia Minore sia per la sua popolazione (200 000 abitanti) ma soprattutto per la sua situazione geografica e politica. Efeso era il punto di incontro delle rotte che collega vano l’impero con il resto del mondo orientale. Da qui la sua importanza anche economica e culturale. Situata sulla foce del fiume Caistro, aveva un porto commerciale. La sua fondazione risale agli Ioni nel secondo millenio e i romani la occuparono nel 133 a.C. adornandola con numerosi monumenti. Possedeva un tempio famoso dove era conservata la statua della dea Artemide (Diana) degli Efesini molto venerata in tutta l’Asia.

                      L’EVANGELIZZAZIONE DI EFESO

                      Il primo missionario ad arrivare fu Apollo, conosciuto anche da Paolo e nominato nei suoi scritti. Arrivarono anche i coniugi Aquila e Priscilla, suoi amici e collaboratori già a Corinto. Loro iniziarono a piantare i primi semi della fede. Quando Paolo arrivò nel suo terzo viaggio missionario (53-58) trovò una piccola comunità di 12 persone battezzati solo con il battesimo di Giovanni (cfr. At 19,1-7) sui quali invocò il dono dello Spirito Santo rinnovando per loro l’esperienza di Pentecoste. Per tre mesi Paolo predicò nella sinagoga, ma a causa dell’opposizione dei giudei tra sferì l’iniziale comunità nella scuola di un certo Tiranno dove continuò ad annunciare il vangelo con successo crescente per più di due anni (cfr. At 19,8-20). Questa attività evangelizzatrice mise in crisi il culto alla dea Artemide e fece allarmare i fabbricanti delle statuine d’argento della dea. Ne nacque un gran tumulto e Paolo si convinse che era giunto il tempo di lasciare la città. Quindi partì per la Macedonia e la Grecia. Paolo rimase molto legato a questa comunità anche per le sofferenze e i sacrifici dovuti alla sua fondazione (cfr. 2 Cor 1,8-11). Nel viaggio di ritorno per Gerusalemme, a Mileto manda a chiamare gli anziani della chiesa a cui apre il cuore tra le lacrime e li saluta per l’ultima volta (cfr. At 20,17-38).

                      SCOPO E CONTENUTO

                      La comunità di Efeso è dottrinalmente sana, non ha ceduto ai giudaizzanti e non sono sorte eresie o atteggiamenti immorali. Lo scopo della lettera non è correttiva, ma è per rinsaldare il fondamento della fede. Paolo scrisse la lettera durante la prigionia a Roma. La lettera inizia con un significativo inno cristologico dove si illustra il disegno salvifico di Dio che inizia con la creazione del mondo e si compie con la riunione di tutti gli uomini, giudei e pagani, nell’unica Chiesa, verso la piena maturità in Cristo. Dopo la parte dogmatica in cui Cristo è presentato come salvatore e fonte di ogni cosa e a cui tutto deve essere ricapitolato, Paolo deduce le conseguenze pratiche. Se uno è membro del corpo di Cristo, uomo nuovo e figlio-erede di Dio, deve comportarsi di conseguenza in modo degno rispetto alla consapevolezza che ha come membro della Chiesa in tutti gli ambiti della vita:

                      • LA VITA COMUNITARIA

                      Deve essere autore di unità e pace (cfr. Ef 4,3). I doni sono per l’unità, concessi per la crescita del corpo (cfr. Ef 4,7-16).

                      • LA MORALE

                      i cristiani non devono partecipare alle opere infruttuose delle tenebre (cfr. Ef 5,11), ma essere pieni dello Spirito (cfr. Ef 5,19).

                      • LA VITA FAMILIARE

                      I cristiani devono essere guidati dall’esempio di Cristo con la Chiesa (cfr. Ef 5,21-6,4) e nella vita sociale come servi di Cristo (cfr. Ef 6,5-9).

                      NOTE CARATTERISTICHE

                      • Dio ci ha predestinati figli santi mediante il sangue di Cristo.
                      • La grazia ottenuta mediante Cristo ci dona sapienza e intelletto per conoscere la sua volontà.
                      • Cristo a capo dei cieli e della terra e i credenti eredi e lode della sua gloria.
                      • Lo spirito santo è la caparra della nostra eredità.
                      • Preghiera di benedizione alla comunità.
                      • La superiorità di Cristo su ogni entità celeste per questo la Chiesa è sicura di fronte a qualunque potenza.
                      • L’uomo carnale che si avvicina a Cristo viene salvato mediante la fede per compiere buone opere.
                      • In Cristo pagani e giudei vengono riconciliati per essere un solo uomo nuovo per mezzo della croce.
                      • Cristo rivela il mistero della salvezza in questo tempo. Paolo ne è testimone per rivelarlo al mondo.
                      • Preghiera di Paolo affinché ricevano forza interiore mediante lo Spirito, comprensione di Cristo e benedizioni.
                      • Invito all’unità e a comportarsi in maniera degna di un credente con umiltà, dolcezza, magnanimità e amore.
                      • Dio dona agli uomini la grazia secondo la sua missione sulla terra per essere evangelisti, maestri, apostoli e profeti.
                      • La grazia e la conoscenza di Cristo vi consente di essere perfetti e non essere ingannabili da nessuno.
                      • Esortazione per una conversione da un nuova vita in Cristo, senza passioni ingannevoli, ma rinnovati nella giustizia e nella santità.
                      • Norme pratiche di ogni credente: Dire la verità, adiratevi senza peccare, non rubare, lavorare onestamente e condividere con i bisognosi.
                      • Usare la parola non per proferire il male, ma per parole buone che edificano a giovano chi le ascolta.
                      • Lontani da: Asprezza, sdegno, ira, grida, maldicenze. Vicini a: Misericordia e perdono.
                      • I cristiani devono camminare nella luce di Cristo, in bontà, giustizia e verità.
                      • Attenzione a non commettere atti di fornicazione, cupidigia. Condannarli apertamente.
                      • Non ubriacarsi di vino, ma piuttosto essere ricolmi di Spirito, cantando inni, salmi, canti ispirati.
                      • I mariti amino le mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stessa a lei. Le mogli siano devote ai mariti.
                      • I figli devono sottomettersi ai genitori. Essi li facciano crescere nella disciplina e nei giusti insegnamenti.
                      • Gli schiavi siano sottomessi ai padroni  li servano come per il Signore. Essi rispettino gli schiavi. Dio non fa preferenze sociali.
                      • Il combattimento cristiano non è contro le entità demoniache e non le persone fisiche.
                      • L’armatura del cristiano: La cintura della verità, la corazza della giustizia, l’elmo della salvezza, i calzari per diffondere il vangelo della pace, lo scudo della fede e la spada dello Spirito che è  parola di Dio.

                      STRUTTURA

                      1- Parte dogmatica:

                                 • inno di ringraziamento e di supplica: 1,3-23

                                 •  la nuova creazione realizzata in Cristo: 2,1-22

                                 • missione di Paolo, annunziatore di Dio: 3,1-13

                                 • preghiera per la comunità: 3,14-21

                       2- Parte esortativa con conseguenze pratiche:

                                 • principio della vita cristiana: 4,1-24

                                  • applicazioni particolari: 4,25-6,17

                       Conclusione: 6,18-24

                      LETTERA A FILEMONE

                      DESTINATARIO, DATA E LUOGO COMPOSIZIONE

                      La Lettera a Filemone è l’unica lettera autografa di Paolo, scritta di suo pugno, mentre solitamente dettava tutte le altre. È la più breve, solo 25 versetti. È indirizzata a Filemone, residente in Colossi, convertito da Paolo (cfr. Fm 19) e suo collaboratore a Efeso e a Colossi. Padre di Archippo, il quale probabilmente svolgeva un ministero presbiterale in Colossi e che Paolo esorta a compiere bene il ministero (cfr. Col 4,17), ospitava con la moglie Appia nella sua casa la comunità cristiana (cfr. Fm 2). Viene scritta contemporaneamente con la Lettera ai Colossesi e fatta recapitare da One simo. Paolo è in prigione e spera in una sua liberazione imminente (cfr. Fm 1.9.10.13.23). La tradizione fa risalire la lettera alla prigionia di Roma attorno al 61-63, quando Paolo si sente ormai vecchio e stanco (cfr. Fm 9).

                      SCOPO E CONTENUTO

                      È uno scritto di accompagnamento e di raccomandazione per Onesimo, lo schiavo di Filemone, che era fuggito di casa con l’aggravante di un furto di denaro (cfr. Fm 11-18). Questo comportava la pena di morte ed il padrone aveva diritto alla decisione; e la fuga di uno schiavo risultava difficile in quanto i segni che lo contraddistinguevano sul corpo rendevano la cattura facile impresa. Venuto a Roma, incontra Paolo che lo converte e lo tiene al suo servizio per un periodo di tempo f ino a quando lo rimanda dal suo padrone, non più come schiavo, ma come fratello in Cristo. Onesimo quindi ritornerà a Colossi accompagnato da Tichico, latore della Lettera ai Colossesi. Qui scopriamo un Paolo molto delicato, amico dello schiavo e del suo padrone, animato da sentimenti di fraternità per entrambi. Onesimo è il “cuore di Paolo” e lo rimanda fiducioso a Filemone perché trovi in lui un fratello e un collaboratore che merita accoglienza come se venisse accolto Paolo stesso. Paolo si accolla ogni offesa e debito di Onesimo, ma ricorda a Filemone che anche lui stesso gli è debitore della sua stessa conversione. Paolo invia la sua lettera fiducioso nell’amicizia che lo lega a Filemone e ora anche a Onesimo.

                      STRUTTURA

                      • saluti: 1-3

                       • gratitudine ed elogio di Filemone: 4-7

                       • intercessione per Onesimo: 8-21  • incarichi e saluti finali: 22-25

                      LA LETTERA AI COLOSSESI

                      LA CITTÀ DI COLOSSI

                      Colossi era una città della Frigia, attuale Turchia, vicino a Laodicea a circa duecento chilo metri a est di Efeso nella valle del Licos. Fondata nel V secolo a.C. dalle popolazioni frigie, nel III secolo a.C. decadde a piccolo borgo agricolo e a partire dall’anno 129 a.C. divenne parte della provincia romana di Asia. Al tempo di Paolo era una modesta cittadina distrutta più volte dai terremoti.

                      L’EVANGELIZZAZIONE DI COLOSSI

                      Colossi era stata evangelizzata da Epafra (cfr. Col 1,7), uno dei discepoli di Paolo mentre l’apostolo era a Efeso nel suo terzo viaggio missionario (53-58 d.C.). La comunità era composta in prevalenza da pagani convertiti con una minoranza di cristiani provenienti dal giudaismo.

                      L’ERESIA DI COLOSSI

                      Epafra visita Paolo durante la sua prigionia a Roma e lo informa della situazione della chiesa in Colossi. Assieme alle notizie positive (cfr. Col 1,4-8), Paolo viene a conoscenza di alcune problematiche o meglio la diffusione di una falsa dottrina che noi possiamo chiamare l’eresia di Colossi. Era una combinazione di pratiche pagane e giudaiche: una specie di sincretismo religioso di origine giudeo e pagano.

                      • Elementi giudaici:

                      I giudei volevano introdurre la celebrazione delle feste tradizionali ebraiche, la pratica della circoncisione e la distinzione tra cibi puri e impuri,

                      • Elementi pagani

                      I pagani avevano riesumato pratiche gnostiche con il riconoscimento e la venerazione di esseri intermedi tra Dio e il mondo a cui si attribuiva un ruolo esagerato provocando superstizione

                      Questo mix di elementi fece sviluppare una dottrina che gli distanziava dalle altre chiese: Si era quindi creato un gruppo di fedeli elitari che si consideravano superiori sostenendo che per la salvezza non bastava la fede in Gesù, ma era necessaria la mediazione di esseri intermedi raggiunti mediante una conoscenza segreto-mistica. Questa conoscenza era acquisibile solamente attraverso pratiche rituali concernenti l’astenersi da cibi, la circoncisione e l’osservanza di particolari feste. La preoccupazione dei Colossesi non era di natura legalista come lo era per i Galati, ma ascetica. Essi volevano infatti vivere radical mente il messaggio cristiano.

                      LA LETTERA DI PAOLO

                      Paolo, venuto a conoscenza di questa eresia si vede costretto a scrivere una lettera per rimettere quella comunità in linea con la sana dottrina. Paolo risponde alla problematica non mediante argomentazioni legge-grazia, ma confermando la fede in Cristo e non negli elementi del mondo. Vediamo in punti più importanti:

                      • L’importanza di una chiesa unita dal punto di vista dottrinale e comunitaria
                      • La distinzione tra Gesù-capo e fedeli-membra del corpo
                      • Viene esposta la signoria cosmica di Gesù.
                      • Paolo attacca la falsa dottrina mostrando che Cristo può colmare tutte le necessità dei credenti. Infatti in Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (cfr. Col 2,9).
                      • La vera meta del cristiano è quella di giungere ad essere come Cristo (cfr. Col 3,12-17)
                      • La fede cristiana deve radicarsi nella vita pratica: nella famiglia (cfr. Col 3,18-21), nel lavoro (cfr. Col 3,22-4,1), nella chiesa (cfr. Col 4,2-4) e nelle relazioni (cfr. Col 4,5-6)
                      • Evitare la tendenza adottare una spiritualità che porta ad avere solamente uno stile di vita  di sterile gnosticismo privo di buone opere e amore per il prossimo.

                      Gesù non è quindi una delle tante manifestazioni divine al pari di altri esseri intermedi. Al posto delle pratiche, i Colossesi sono invitati a non seguire gli elementi del mondo confermando che sono precetti umani ricoperti di sapienza, ma che in realtà servono solo per soddisfare la carne (cfr. Col 2,20-23). È l’invito a cercare le cose di lassù in quanto morti alle cose del mondo e risorti in Cristo (cfr. Col 3,1-4).

                      STRUTTURA

                      • saluto, rendimento di grazie, preghiera: 1,1-14

                           • inno cristologico – Cristo il principio di tutto: 1,15-2,3

                           • avvertimenti contro le false dottrine: 2,4-23

                           • applicazioni pratiche – vivere da uomini nuovi: 3,1-4,6

                           • conclusione

                      LA LETTERA AI ROMANI

                      La lettera è destinata ai cristiani residenti in Roma, l’allora capitale dell’impero romano. Scritta verso la fine del 57 oppure nel 58 mentre. Paolo si trova a Corinto e si propone di andare a Gerusalemme a portare il frutto della colletta. La lettera fu scritta sotto dettatura da Terzo (cfr. Rm 16,22) e forse fatta recapitare a Roma da Febe, diaconessa della chiesa di Cencre (cfr. Rm 16,1). Rispetto a tutte le altre lettere la lettera ai romani presenta delle peculiarità specifiche. Vediamo quali:

                      • È la lettera più lunga che Paolo scrisse
                      • È indirizzata a una comunità non fondata da Paolo e neppure dai suoi collaboratori
                      • Contiene una sintesi di tutto il pensiero paolino e dalla dottrina cristiana
                      • Non sono presenti note polemiche, ma la speranza di poterla conoscere di persona

                      LA COMUNITÀ DI ROMA

                      Roma, la capitale dell’impero in quel tempo contava più di un milione di abitanti. La comunità di Roma, nonostante non fosse fondata da Paolo godeva già di grande importanza e di una struttura ben delineata ino ad essere considerata era la comunità più importante, dopo quella di Gerusalemme. Non si sa con esattezza come nacque la comunità di Roma, ma sappiamo che, che vide la presenza di Pietro a cui dovette la sua espansione.  Nel 49 l’imperatore Claudio espulse tutti i giudei da Roma e gli Atti ci informano che tra questi vi erano dei cristiani (cfr. At 18,2). Quindi la piccola comunità rimase formata solo da cristiani provenienti dal paganesimo. Più tardi, caduto in disuso tale decreto imperiale, i giudei fecero ritorno nella capitale e incontrarono una comunità cresciuta. Paolo, cosciente della presenza di due gruppi di cristiani, scriverà tale lettera cercando di prevenire ciò che successe nelle chiese dell’Asia, cioè il rischio di imporre la legge mosaica ai nuovi cristiani. Era una comunità varia formata da giudei, greci, latini, schiavi, liberti e uomini liberi tra cui gente patrizia, incluso alcuni della casa imperiale. Questo lo si deduce dai nomi citati nei saluti finali della lettera.

                      OCCASIONE DELLA LETTERA AI ROMANI

                      Essendo una comunità non fondata da lui, a differenza dalle altra non ha uno scopo pastorale, ma prova comunque una profonda stima e rispetto per questa comunità che spera di visitarla prima possibile. Chiede anche alla comunità un aiuto di coronale il sogno di evangelizzare in Spagna non trovando in Asia più nessun campo di azione. Non sappiamo se alla fine ci andrà in Spagna, il libro degli atti finisce con l’arrivo a Roma. Nella lettera ai romani troviamo la sintesi di tutta la sua dottrina specialmente problematica del rapporto legge e fede. Nelle comunità da lui fondate arrivarono i giudaizzanti a mettere confusione le comunità spingendole nell’obbligo di adottare le pratiche giudaiche. Paolo non sa se sono già arrivati i giudaizzanti, ma cerca di mettere le mani avanti e anticipare la sua dottrina in modo da evitare di essere ingannati.

                      CONTENUTO

                      Paolo esprime il cuore del vangelo: la salvezza è per opera di Gesù grazie alla fede. Il mondo è immerso nel peccato e le pratiche della religione/legge sono inutili e non cambiano il cuore dell’uomo. È necessaria una liberazione che l’uomo stesso da solo non può compiere. Questo avviene attraverso la fede, cioè una adesione totale alla persona di Gesù. Solamente questa fede nella morte e nella resurrezione di Gesù è capace di salvare tanto i pagani come i giudei. I cristiani hanno per questo ricevuto un nuovo Spirito, lo spirito di Cristo che ci rende figli e non più schiavi, ma liberi. In questa lettera troviamo il vangelo così come Paolo lo comprendeva: un vangelo che non dipende dall’osservanza di norme e regole, ma dalla fede in Gesù. Il vangelo diventa così forza di Dio per la salvezza, una fede che esige sottomissione a Gesù come Signore e un’apertura allo Spirito. Questo era difficile sia per i pagani sia per i giudei in quanto esigeva una conversione radicale: accogliere la gratuità della salvezza ad opera di Dio e non per le nostre opere.

                      STRUTTURA

                      Introduzione: 1,1-17

                       a) Sezione dottrinale:

                             1- L’umanità senza Gesù: 1,18-3,20

                                   • il mondo pagano sotto il dominio del peccato: 1,18-32

                                   • i giudei malgrado la legge e la circoncisione: 2,1-3,20

                             2- La salvezza per la fede in Gesù: 3,21-5,21

                                  • la salvezza per tutti ad opera di Gesù: 3,21-31

                                  • l’esempio di Abramo: cap. 4

                                  • la salvezza per l’obbedienza e la morte di Gesù: cap. 5

                                  • Cristo ci libera dalla morte e dal peccato: cap. 6

                                  • Cristo ci libera dalla legge: cap. 7

                                  • vita nuova nello Spirito: cap. 8

                             3- La salvezza di Israele: cap. 9-11

                       b) Sezione esortativa – la vita cristiana: 12,1-15,13

                                 • La vita fraterna come risposta al dono della salvezza: cap. 12-13

                                 • Comprensione per i deboli: 14,1-15,13

                       Conclusione:

                                 • Epilogo: 15,14-32

                                 • Raccomandazioni e saluti: 16,1-24

                                 • Dossologia finale: 16,25-27

                      NOTE CARATTERISTICHE

                      • Le colpe dei pagani: Non avere riconosciuto Dio nella creazione, l’idolatria e la condotta morale perversa
                      • Le colpe dei giudei: La presunzione e giudicare i pagani commettendo gli stessi peccati
                      • Tutti hanno peccato, ma la salvezza è data per grazia mediante la legge della fede in Cristo
                      • La legge viene confermata perché la grazia realizza pienamente la finalità della legge
                      • Già in Abramo troviamo le basi per la giustificazione mediante la fede
                      • La fede di Abramo è un modello per il discepolo di Cristo
                      • La nuova vita in Cristo porta pace, nelle tribolazioni pazienza e speranza
                      • Adamo ha inquinato l’umanità di peccato. Gesù il nuovo Adamo, porta la salvezza
                      • Il credente aderisce nel battesimo alla sua morte e resurrezione e cammina in una nuova vita
                      • La grazia non dà la scusa di peccare, ma dà la forza per camminare nella giustizia
                      • Cristo libera dalla schiavitù della legge mediante lo spirito che da dominio sulla carnalità
                      • Lo spirito rende il credente figlio di Dio, eredi delle sue sofferenze e dalla sua gloria
                      • La natura attenda la gloria dei figli di Dio
                      • Lo spirito ci viene in aiuto alla nostre debolezze, lui sa cosa chiedere a Dio
                      • Dio Padre ci ha conosciuto e amato da sempre e ci vuole conformi al Figlio
                      • Non c’è nulla che può separarci dall’amore di Dio
                      • Gli Israeliti, nonostante fossero eredi della promessa non hanno accolto il Messia
                      • In Osea si parla di un “resto” (i pagani) come eredi delle promesse di Dio
                      • I pagani hanno raggiunto la giustizia con la fede mentre gli ebrei non l’hanno trovata con la legge.
                      • Con il cuore si crede per avere giustizia, con la bocca si fa professione di fede per la salvezza
                      • Dio suscita la gelosia di Israele con la conversione dei pagani che ereditano le promesse
                      • Dio non ripudia il suo popolo, un ”resto” di Israeliti ha accolto Cristo
                      • L’incredulità d’Israele ha favorito i pagani, ma loro non si devono insuperbire davanti ai giudei
                      • Quando verrà la pienezza dei gentili anche Israele verrà salvato
                      • Lasciarsi trasformare da Dio per discernere il bene, il male e la sua volontà
                      • Umiltà, disponibilità nelle buone opere secondo i propri doni, carità verso tutti.
                      • Rispettare le leggi e le gli autorità civili perché essi sono volute da Dio
                      • La carità come compimento della legge, rimanere puri, vigilanti e lontani dal peccato
                      • Libertà di coscienza, rispettando tutti, senza giudizi che portano a liti o scandalo
                      • La carità di Cristo verso Dio e l’uomo sia un esempio per tutti
                      • Progetti: Andare a Gerusalemme per consegnare i soldi della colletta; Andare in Spagna passando da Roma

                      LA LETTERA AI GALATI

                      LA REGIONE DELLA GALAZIA

                      La lettera è indirizzata alle chiese della Galazia, cioè alle comunità presenti nell’Asia Minore, l’attuale nord-ovest della Turchia. Gli abitanti erano discendenti di immigrati giunti dalla Gallia verso il III secolo a.C. La regione era al tempo di Paolo sotto l’autorità romana. La popolazione era distribuita in piccoli centri dediti specialmente all’agricoltura e alla pastorizia e solo in minima parte al commercio ad esso connesso; di conseguenza la popolazione era di bassa cultura.

                      PAOLO EVANGELIZZA LA GALAZIA

                      La Galazia venne evangelizzata da Paolo durante il suo secondo viaggio verso l’anno 50: colpito da una malattia venne curato da quella gente (cfr. Gal 4,13-15). Paolo rimarrà grato alle premure che gli mostrarono.

                      L’ARRIVO DEI GIUDAIZZANTI

                      Dopo la partenza di Paolo l’arrivo di cristiani giudaizzanti nemici dell’apostolo, da loro considerato eretico perché contrario all’obbligo della circoncisione, trassero dalla loro parte la comunità mettendola contro lo stesso Paolo. Essi turbarono la vita della comunità usando una presunta autorità in quanto provenienti dalla terra di Gesù e come discepoli della prima ora. Paolo quindi venne accusato di aver ingannato i Galati e che la sua predicazione non corrispondeva a quella di Gesù essendo quest’ultimo un ebreo praticante. Per di più Paolo non faceva parte dei dodici e non era stato un discepolo della prima ora. Non aveva quindi autorità e garanzia necessarie per l’ortodossia della dottrina. Paolo ai loro occhi era un ambizioso che si era ingiustamente appropriato dell’autorità di apostolo indebitamente. Non restava altro che rifiutare Paolo e la sua dottrina. La comunità, composta da gente semplice, si lasciò ingannare facilmente da queste nuove voci con conseguenti divisioni e disorientamenti.

                       OCCASIONE DELLA LETTERA AI GALATI

                      Paolo addolorato dall’allontanamento dei Galati dalla retta via e forte dalla decisione del concilio di Gerusalemme dove si stabilì la piena autorità di Paolo come apostolo, scrisse la lettera ai Galati con un duplice scopo:

                      1. DIFENDERE LA SUA AUTORITÀ COME APOSTOLO:

                      Per fare questo Paolo rivendica il suo diritto ad essere apostolo in quanto gli altri apostoli affermano che la sua dottrina non è modellata per piacere agli uomini (cfr. Gal 1,10-12). Costretto ad una apologia personale circa la sua missione ricevuta direttamente da Gesù, ricorda come le colonne della chiesa riconobbero in lui un dono autentico di apostolo e la missione specifica per i pagani. Lo scontro con Pietro ad Antiochia, qui ricordato (cfr. Gal 2,11-14), dimostra come Paolo fosse considerato una vera figura autorevole fino ad arrivare a correggere persino Pietro.

                      • DIFENDERE LA DOTTRINA DELLA GIUSTIFICAZIONE

                      Paolo per smontare la tesi dei giudaizzanti ricorre citando Abramo e la promessa a lui fatta:  Abramo ricevette giustificazione per la fede e non grazie alla circoncisione. La legge è un pedagogo, figurata da Agar, in contrapposizione con la nuova alleanza figurata da Sara. Il cristiano è ormai libero e figlio e quindi erede in virtù della promessa; per questo Paolo esorta i cristiani a mantenere la libertà acquistataci da Gesù e a camminare secondo lo Spirito che gli è stato donato. Il centro di questa vita morale è la carità e non i desideri o gli istinti. Gesù ha abolito le pratiche giudaiche, che non hanno più valore, perché all’economia della legge è subentrata una totalmente nuova, quella dello Spirito.

                      STRUTTURA

                      Introduzione: 1,1-10

                       Struttura

                       1- Origine divina della sua autorità: 1,11-2,21

                       2- Salvezza mediante la fede e confronto tra legge e fede: 3,1-5,12

                       3- Morale cristiana come libertà e amore:

                                           • chiamata alla libertà come servizio all’amore: 5,13-15

                                           • camminare secondo lo Spirito: 5,16-26

                                           • vita comunitaria: 6,1-6

                                           • invito alla perseveranza e alla responsabilità: 6,7-10

                       Conclusione: 6,11-18

                      NOTE CARATTERISTICHE

                      • Paolo sgrida i galati per essere passato a un altro vangelo. Esiste un solo vero Vangelo
                      • Paolo racconta come è diventato apostolo per vocazione di Dio partendo dal giudaismo
                      • Paolo apostolo degli incirconcisi in accordo con la chiesa di Gerusalemme
                      • La salvezza per mezzo della fede, seguendo l’esempio di Abramo. Le opere della legge non ti rende  giusto davanti a Dio.
                      • Dio fece grazia ad Abramo e alla sua discendenza (Cristo) mediante la promessa
                      • La legge è stata data per dare consapevolezza di peccato affinché si cercasse la grazia mediate la fede in Gesù Cristo
                      • La fede in Cristo annulla ogni tipo di discriminazione, sociale, etnica e sessuale
                      • Cristo è venuto per riscattarci dalla legge di cui eravamo schiavi, ora siamo figli suoi
                      • Lettura allegorica dei figli di Abramo, uno da Agar (carne/legge) e un da Sara (promessa\libertà)
                      • Il cristiano non è schiavo della legge, ma è libero secondo la guida dello spirito
                      • Le opere della carne si oppongono alle opere dello spirito
                      • La fede in Gesù cristo mette in opera la carità
                      • Raccomandazioni per una corretta vita comunitaria

                      LA LETTERA AI FILIPPESI

                      LA CITTÀ DI FILIPPI

                      Filippi era una città composta da latini e da rappresentanti del popolo originario greco macedone. Probabilmente la comunità giudea era poco numerosa dato che non possedeva una sinagoga e celebrava le proprie funzioni religiose in una casa di preghiera vicino al fiume Gagites a due chilometri dalla città. Filippi continuava ad essere una città importante, anche se in decadenza, grazie alla sua posizione geografica di collegamento tra il mar Egeo e l’Adriatico lungo la via Egnatia.

                      L’ARRIVO DI PAOLO

                      Paolo si trova a Listria, in Cilicia, vorrebbe muoversi verso la Bitinia, ma lo Spirito glielo impediva. Fu guidato da Esso, mediante un sogno notturno a dirigersi verso la Macedonia. Filippi fa parte delle prime città visitate in quella regione. Ma proprio lì,  il libro degli atti 16 racconta un episodio particolare. A Filippi c’era un numero esiguo di giudei, non sufficienti per fondare una sinagoga, ma i pochi che c’erano si riunivano vicino al fiume per pregare. Paolo si recò lì e conosce una donna ebrea che accettò la predicazione di Paolo e si convertì. Lei si propone di ospitare Paolo a casa sua, ma in quella città era presente un chiava che aveva uno spirito di divinazione. Si tratta di una capacità di origine demoniaca di prevedere il futuro e veniva usata dai sui padroni per ottenere dei guadagni. Lei iniziò ad infastidire Paolo, che spazientito fece  di fatto un esorcismo e liberò la schiava dallo spirito di divinazione. Subito sorsero delle difficoltà e Paolo fu accusato di introdurre costumi non romani. I giudici, impressionati dalla rivolta popolare, arrestarono Paolo e i suoi compagni, li fustigarono e poi li misero in carcere. In carcere Paolo e i sui compagni con le ferite e le catene ai piedi cantarono inni al Signore. Avvenne un terremoto talmente forte da fare cadere le catene ed aprire le porte. Il carceriere sapendo che se fosse fuggito anche solo un prigioniero rischiava la morte e stava già per suicidarsi, ma Paolo assicurò che nessuno era fuggito. Il carceriere fu colpito da questa testimonianza e si convertì. Ospitò Paolo in casa sua, si prese cura di lui e tutta la sua famiglia  si convertì. Il giorno dopo  i giudici vennero a conoscenza che Paolo  e i suoi erano cittadini romani, si spaventarono perché avendoli fustigati e messi in carcere senza regolare processo rischiavano una pesante sanzione. li rimisero in libertà con tanto di scuse e la richiesta di lasciare la città.

                      LA COMUNITÀ CRISTIANA A FILIPPI

                      Fu la prima comunità cristiana fondata in Europa. Lidia sarà la prima discepola, una ricca commerciante di porpora, credente in Dio, che metterà a disposizione di Paolo la sua casa tale da diventare la chiesa domestica della città (cfr. At 16,12-15). La presenza degli evangelizzatori in Filippi non sembra essere stata di lunga durata Quindi Paolo e Sila si trasferirono a Tessalonica. Più tardi Paolo passò due volte per Filippi durante il terzo viaggio missionario (cfr. At 20,1.3).

                      OCCASIONE DELLA LETTERA

                      Nonostante la brevità della permanenza in Filippi, Paolo ebbe per i cristiani di questa città un grande affetto. Nella sua lettera si rivolge a loro con particolare affetto (cfr. Fil 1,7-8; 4,1; 4,10). La lettera ai Filippesi è la più affettuosa di tutte quelle che Paolo scrisse. Dopo la lettera a Filemone, è la più personale. L’occasione è data per ringraziare i Filippesi del loro donativo, un aiuto economico indirizzato a Paolo mentre è in carcere mediante Epafrodito.

                      CONTENUTO

                      È una lettera in cui Paolo esprime la sua gratitudine e nello stesso tempo informa la comunità sulla sua situazione ed esorta i cristiani a perseverare nell’unità e nell’impegno. Nella lettera è contenuto un antichissimo inno cristologico cantato nelle chiese di Asia (cfr. Fil 2,6-11). L’inno canta la preesistenza di Cristo come Dio, il suo spogliamento totale dall’incarnazione alla morte umiliante in croce, la sua glorificazione e la signoria universale seguita alla resurrezione.

                      STRUTTURA

                      • indirizzo, ringraziamento e preghiera: 1,1-11

                      • situazione di Paolo in prigione: 1,12-26

                      • esortazione a vivere in unità e umiltà: 1,27-2,18

                      • progetti apostolici: 2,19-30

                      • avvertimenti contro i giudaizzanti ed esempio di Paolo: 3,1-4,1

                      • esortazione alla concordia: 4,2-9

                      • ringraziamento per il dono ricevuto: 4,10-20

                      • saluto finale: 4,21-23

                      NOTE CARATTERISTICHE

                      • Cristo dona anche la grazia per soffrire per lui per mantenere salda la fede
                      • La prigionia di Paolo hanno portato anche a un progresso nel vangelo
                      • L’umiltà e la carità di Cristo come modello del cristiano
                      • Risplendere come luci nel mondo tenebroso
                      • Paolo vuole inviare a loro Timoteo ed Epafrodìto
                      • La vera via della salvezza è la fede in Cristo e non nell’osservanza della legge
                      • Avere l’ambizione di raggiungere un livello sempre più alto di santità
                      • La cittadinanza del cristiano è nei cieli
                      • Paolo esorta la pace tra tutti i membri della comunità
                      • Ringraziamento dei doni ricevuti

                      LE LETTERE AI CORINZI

                      Queste due lettere indirizzate ai cristiani di Corinto furono scritte da Paolo mentre soggiorna a Efeso durante il suo terzo viaggio missionario. Un problema occupa la sua mente: cosa vuol dire essere salvati da Gesù? Egli approfondisce quindi il ruolo di Cristo nella storia della salvezza e la necessità della fede per la salvezza. Temi che ricorreranno anche nelle altre lettere scritte sempre da Efeso: ai Galati, ai Filippesi e nelle lettera scritta da Corinto ai Romani, sempre nello stesso periodo che va probabilmente dal 57 al 58.

                      LA CITTÀ DI CORINTO

                      Corinto era la capitale della provincia romana dell’Acaia. Situata su un incrocio commerciale, era diventata ben presto un ricco porto commerciale. Fondata attorno all’anno 800 a.C. dal popolo dei Dori, conobbe nell’età classica un grande splendore. Distrutta dai Romani, venne ricostruita nel 44 a.C. per ordine di Cesare. La sua posizione a cavallo dei due mari, Egeo e Ionio, la fece rifiorire avendo due porti. Città cosmopolita, era considerata come città dotta e gaudente. Vi era infatti presente il tempio dedicato alla dea Afrodite, Venere per i Romani, a cui ruotava attorno il commercio della prostituzione sacra con migliaia di prostitute sacre consacrate alla dea. “Corintenare” era diventato sinonimo di lassismo morale. Da questo si può capire il tono e la presenza di certi temi nelle lettere di Paolo indirizzate ai Corinzi. Era una città altamente popolata: si calcola una presenza di 600 000 abitanti di cui 400 000 schiavi. Una città super affollata in cui dilagava la corruzione e l’indifferenza. Questa era la situazione di Corinto prima che arrivasse Paolo, un città pagana che viveva nel peccato, nell’idolatria e nell’immoralità.

                      L’ARRIVO DI PAOLO

                      Siano nell’anno 50 quando Paolo giunge a Corinto dopo la delusione di Atene. Scoraggiato, una visione lo incoraggia a continuare nell’opera di evangelizzazione (cfr. At 18,9-10) e predica nella sinagoga accolto da Aquila e Priscilla che erano dello stesso mestiere: tessitori di tende (cfr. At 18,3). Un lavoro che permise a Paolo di mantenersi e vi rimane per un anno e mezzo (cfr. 1Cor 4,12; 9,3-18). Rifiutato dai giudei, si ritira presso un certo Tizio Giusto e fonda una comunità numerosa e vivace, ricca di carismi (cfr. At 18,6-11). Essa era composta per lo più da cristiani provenienti soprattutto dal paganesimo, di umili origini con qualche intellettuale greco.

                      STORIA DELLE LETTERE SCHEMATIZZATA

                      Quelle che noi conosciamo come la prima e la seconda lettera ai Corinzi non sono in realtà le uniche lettere, sappiamo attraverso gli scritti di Paolo e dagli atti che ci sono in realtà altre due lettere che sono andate perse, vediamo quindi la successione degli eventi in maniera schematizzata per comprendere meglio la successione degli eventi e collocare meglio le lettere che abbiamo nel giusto contesto.

                      Note caratteristiche prima lettera ai corinzi:

                      • Contiene risposte per i casi di immoralità avvenute nella comunità di Corinto
                      • Paolo insegna di risolvere le controversie all’interno delle comunità e non nei tribunali
                      • Regole per celibato e matrimonio: i coniugi si dedicato reciprocamente senza divorziare

                      Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito  e il marito non ripudi la moglie. (1Cor 7,10-11)

                      • Divieto di mangiare nel banchetti dei templi pagani. Si a quelle carni vendute al mercato purché non scandalizza nessuno.
                      • Paolo esorta a non cedere nel peccato come fecero gli ebrei che caddero nell’idolatria

                      Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere. (1Cor 10,13)

                      • Comportamento nelle assemblee: Velo per le donne e condotta caritatevole nei pasti comunitari.
                      • Paolo parla dei doni carismatici che provengono tutti dallo Spirito Santo
                      • Inno alla Carità: È magnanima e buona, non si vanta, non invidia, non tiene rancore, non manca di rispetto. La via più sublime
                      • Risposta a chi non crede alla resurrezione dei morti. Il messaggio del kerygma è parte del discorso.

                      Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. (1Cor 15,42-44)

                      Note caratteristiche seconda lettera ai corinzi:

                      • Le tensioni tra Paolo e alcuni membri della comunità
                      • Invito al perdono di un membro punito dalla comunità
                      • Paolo difende la sua autorità di apostolo contro i suoi avversari
                      • Vivere nella fede in una prospettiva di gloria futura. Dio dona lo Spirito Santo con garanzia
                      • Cristo è morto affinché in tutti i credenti muoiano il loro l’egoismo, rinascendo come nuova creatura
                      • La condizione dei ministri di Dio, apparentemente deboli, ma realmente forti nello spirito.
                      • Tenersi lontani dalle pratiche pagani inconciliabili con la fede in Cristo

                      Non lasciatevi legare al giogo estraneo dei non credenti. Quale rapporto infatti può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra luce e tenebre? (2Cor 6,14)

                      • La tristezza secondo Dio porta al pentimento. Quella secondo il mondo porta alla morte
                      • La colletta per Gerusalemme. Dimostrazione di generosità ed uguaglianza
                      • Chi dona in modo spontaneo e gioioso apre la porte all’esperienza dall’amore di Dio

                      E come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest’opera generosa. (2Cor 8,7)

                      • L’evangelizzazione è come una battaglia dove le armi spirituali sono dati da Dio
                      • L’autorità apostolica è data per edificare la comunità con dolcezza e mitezza. I richiami e i rimproveri per scritto.
                      • La potenza e la grazia di Dio si manifestano pianamente nella debolezza umana

                      Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. (2Cor 12,9)

                      • Paolo sa pazientare come un padre, ma anche intervenire con fermezza quando è necessario

                      LE LETTERE AI TESSALONICESI

                      Le due lettere ai Tessalonicesi, oltre ad essere le prime lettere scritte da Paolo, sono pure i primi scritti del Nuovo Testamento. Di conseguenza il loro valore è molto grande in quanto raccontano i primi passi e le prime preoccupazioni della chiesa nascente in un ambiente pagano.

                      LA CITTÀ DI TESSALONICA

                      Tessalonica, oppure Salonicco, è stata fondata dal re Cassandro, uno dei successori di Alessandro Magno nel 315 a.C. (alcune fonti indicano il 319 a.C.). Conquistata nel 168 a.C. dai Romani, ricevette la sua autonomia come città libera nel 42. Il suo nome risale al nome della moglie del suo fondatore, Tessaloniké. Era governata da un consiglio di capi (cfr. At 17,5-8) eletti dall’assemblea del popolo. Era costruita su rilievi montuosi come un teatro greco lungo la via Egnatia, che congiungeva Roma con l’oriente passando per il Bosforo, nella Macedonia, al nord dell’attuale Grecia. Data la sua importanza geografica si sviluppò come un grande centro commerciale e culturale tale da diventare una città cosmopolita. Gli Atti ci segnalano la presenza di una fiorente comunità giudaica con la propria sinagoga e una vita religiosa pagana fiorente (cfr. At 17,1; 1Ts 2,14-16). Infatti ai Macedoni originari si erano aggregati Greci, Giudei, Romani e orientali. Al cosmopolitismo della città corrispondeva la molteplicità delle religioni. Le divinità greche-romane convivevano senza problemi con quelle locali indigene. È da notare che il culto di Bacco proveniva proprio dalla Macedonia. Questa era la situazione della città prima dell’arrivo di Paolo.

                      L’ARRIVO DI PAOLO

                      Paolo giunse a Tessalonica durante il suo secondo viaggio missionario (49-52) assieme a Sila. Obbligato a fuggire da Filippi (cfr. 1Ts 2,2; At 16,39-40), giunge a Tessalonica nel 50. Secondo la sua consuetudine si rivolge principalmente ai giudei nella sinagoga (cfr. At 17,1) ottenendo un buon successo (cfr. At 17,4). I giudei ingelositi insorgono traendo dalla loro parte il popolo costringendo Paolo e Sila a fuggire dalla città (cfr. At 17,5-10). Secondo gli Atti Paolo poté predicare nella sinagoga solo tre sabati (At 17,2). Però dalle lettere sembra che forse la sua presenza nella città sia stata più lunga. Tra coloro che aderirono al messaggio di Paolo figurano Giudei, alcuni Greci credenti in Dio, alcune donne della nobiltà e un certo Giasone, uomo conosciuto, di cui i capi della città accolgono una cauzione per la liberazione sua e dei fratelli presi dai giudei ingelositi e contrari al messaggio cristiano (cfr. At 17,9). In Tessalonica Paolo si dedicò al lavoro per il proprio mantenimento (cfr. 1Ts 2,9) e alla forma zione della comunità abbastanza numerosa formata in gran parte da pagani convertiti (cfr. 1Ts 1,9-10). La preoccupazione della perseveranza nella prova dei nuovi fratelli sarà uno dei motivi che spingerà Paolo a scrivere le due lettere che possediamo. È in Tessalonica che Paolo è accusato di perturbare l’ordine del mondo e dalle lettere possiamo intravedere le varie difficoltà e incomprensioni che i cristiani di Tessalonica dovettero affrontare.

                      PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI

                      Occasione della lettera:

                      Lasciando Tessalonica, Paolo si dirige a Berea e poi ad Atene. Inquieto a causa del persistere delle persecuzioni contro i cristiani di Tessalonica (cfr. 1Ts 2,14-15; 3,3-4), Paolo invia Timoteo per avere loro notizie e animarli nella fede (cfr. 1Ts 3,2-5). È in Corinto quando Timoteo ritorna dalla sua missione e informa Paolo della situazione in Tessalonica. È allora che Paolo decide di scrivere ai cristiani di Tessalonica. In Atti 18,12 si fa menzione di Gallione come proconsole durante la permanenza di Paolo in Corinto; questo ci permette di datare la prima lettera: attorno all’anno 51.

                      Contenuto:

                       La lettera in questione rivela la reazione di Paolo alla relazione di Timoteo circa la situazione della giovane comunità cristiana di Tessalonica. Dai dati ricavati dallo scritto di Paolo, la relazione di Timoteo contiene due serie di dati. In primo luogo dati positivi riguardanti la vita dei cristiani di Tessalonica come la fede, la speranza e l’amore che prosegue e accresce anche di fronte alle prove e alle difficoltà (cfr. 1Ts 1,3; 3,6-8). Sono cristiani modello per tutti i credenti delle vicine regioni (cfr. 1Ts 1,7-8). Tuttavia la comunità si domanda circa il momento della parusia di Cristo (cfr. 1Ts 5,1) e della sorte riservata ai fratelli morti prima del giorno della seconda venuta (cfr. 1Ts 4,13). Anche alcune dottrine erronee sono causa di deviazioni morali ed alcuni membri sono dominati dalla tristezza, da inquietudine ed oziosità (cfr. 1Ts 4,3.11-12; 5,14).

                      Scopo:

                      La lettera ha una doppia finalità. È prima di tutto espressione di gratitudine e di incoraggiamento che occupa i primi tre capitoli in cui Paolo si congratula per la fecondità dell’o pera di evangelizzazione compiuta a Tessalonica e incoraggia i fedeli a rafforzarsi nella fede in mezzo alle persecuzioni. Poi corregge le deviazioni presenti nella comunità, risponde alle inquietudini occorse per la morte di alcuni fratelli e per la ardente attesa della parusia (cfr. 1Ts 4,13-5,10) ed esorta la comunità ad una revisione di vita circa il lassismo morale (cfr. 1Ts 4,1-8), l’amore fra terno (cfr. 1Ts 4,9-10) e l’ozio (cfr. 1Ts 4,11-12).

                      Struttura:

                       Introduzione: 1,1-2

                       1- Azione di grazie: cap. 1-3

                       • per l’esperienza dei Tessalonicesi: 1,3-10; 2,13-16

                       • per l’esperienza degli apostoli: 2,1-12; 2,17-3,8

                          Preghiera: 3,11-13

                       2- Esortazione circa la vita cristiana: cap. 4-5

                       • santità e amore fraterno: 4,1-12

                       • speranza circa i defunti: 4,13-18

                       • vigilanza: 5,1-11

                       • esigenza della vita comunitaria: 5,12-22

                       Conclusione: 5,23-28

                      LA SECONDA LETTERA AI TESSALONICESI

                      Occasione della lettera:

                      I Tessalonicesi ben presto si lasciarono intorpidire circa lo zelo per la vita cristiana speculando su ciò che Paolo aveva scritto nella sua precedente lettera circa la sorte dei cristiani morti e l’attesa della seconda venuta di Gesù. Paolo dovette scrivere una seconda lettera per porre f ine alle speculazioni dei Tessalonicesi. Le due lettere sono somiglianti circa il contenuto e ciò fa pensare che non fosse passato molto tempo dalla prima lettera, forse solo pochi mesi. Si è ancora nell’anno 51 dove Paolo scrive da Corinto.

                      Contenuto:

                      Nella prima lettera Paolo aveva affermato che la venuta della parusia sarebbe stata improvvisa, senza preavviso (cfr. 1Ts 5,1-3), mentre nella seconda fornisce molti segni premonitori (cfr. 2 Ts 2,3-12). Sono due posizioni che si completano a vicenda e suggeriscono l’idea della necessità da parte di Paolo di chiarire il suo pensiero circa la parusia ai cristiani ossessionati da tale tema. Infatti era presente una psicosi della parusia imminente tale da costringere alcuni fratelli a non più lavorare. Tale credenza era poi favorita da una lettera di Paolo fatta circolare nella comunità come autentica. Paolo, pur continuando ad elogiare i Tessalonicesi, li invita a riprendere tranquillamente il lavoro e le occupazioni con slancio e perseveranza.

                      Scopo:

                      In questa lettera si riprendono essenzialmente i fini della precedente, ma con una accen tuazione maggiore circa il tema della parusia. Paolo risponde alle domande di alcuni cri stiani preoccupati del tardare della venuta del Signore che essi pensavano imminente e di altri, che, convinti dell’imminenza, vivevano oziosamente creando disordini nella comunità

                      Struttura:

                      • saluti e rendimento di grazie: 1,1-4

                       • i cristiani e gli oppositori: 1,5-12

                       • i cristiani e il futuro: 2,1-3,5

                       • i cristiani e il lavoro presente: 3,6-15

                       • conclusione: 3,16-18

                      NOTE CARATTERISTICHE DI ENTRAMBE LE LETTERE

                      • Paolo scrive le due lettere per assicurarsi che questa comunità sia perseverante nella prova.

                      Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Cristo Gesù che sono in Giudea, perché anche voi avete sofferto le stesse cose da parte dei vostri connazionali, come loro da parte dei Giudei. Costoro hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, hanno perseguitato noi, non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini. (1Tess 2,14-15)

                      Così noi possiamo gloriarci di voi nelle Chiese di Dio, per la vostra perseveranza e la vostra fede in tutte le vostre persecuzioni e tribolazioni che sopportate. (2Tess 1,4)

                      • Paolo ribadisce la sua gratitudine e la stima nei loro confronti.

                      Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere 3e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. (1Tess 1,2)

                      Dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli, come è giusto, perché la vostra fede fa grandi progressi e l’amore di ciascuno di voi verso gli altri va crescendo. (2Tess 1,3)

                      • Contengono esortazioni e insegnamenti che un buon cristiano si deve attenere.

                      Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, 4che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio (1Tess 4,4-5)

                      • Affronta la tematica della parusia anche per correggere dottrine erronee.

                      Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. (2Tess 2,3-4)

                      • Indicazioni sulla condotta della vita comunitaria.

                      Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti. (1Tess 5,14)

                      IL PENSIERO DI PAOLO

                      LA PREDICAZIONE DI PAOLO

                      Paolo proclama il mistero che Dio gli ha rivelato: l’avvento del suo Regno personificato in Gesù crocifisso, morto e risorto. Secondo gli Atti, il Regno è anche il tema essenziale della predicazione dei primi evangelizzatori. Paolo, all’inizio, parla di entrare nel Regno di Dio (cfr. At 14,22). A Efeso parla con grande sicurezza a proposito del Regno di Dio (cfr. At 19,8). Sviluppando il suo messaggio sulla morte e la risurrezione di Cristo, sull’azione dello Spirito nel cuore dei credenti, è proprio il Regno di Dio che egli annuncia, il suo intervento potente nella storia dell’umanità per condurla al suo compimento attraverso Gesù immagine del Dio invisibile, per mezzo del quale tutto è stato fatto e abbiamo ottenuto la riconciliazione (cfr. Col 1,3-22). La sua predicazione è anzitutto il “kerygma” apostolico (cfr. At 2,22), proclamazione di Cristo crocifisso e risorto secondo le Scritture (cfr. 1Cor 2,2; 15,3-4; Gal 3,1). Paolo è solidale con le tradizioni apostoliche (cfr. 1Cor 11,23-25; 15,3-7), alle quali deve certamente molto, ma la predicazione assume un’apertura universalistica basandosi sulla salvezza del Cristo ottenuta per la fede (cfr. Ef 2,14-18). 

                      L’AREA DOVE PREDICA

                      Paolo proclama il vangelo nelle piccole comunità, non copre una vasta area geografica, ignora l’immensità del continente asiatico anche se all’epoca, era ben conosciuto. Non si occupa dell’Africa, così importante in quel tempo per l’Impero romano. Si dirige solo verso l’Occidente e non abbandona il centro dell’Impero.

                      I PAGANI ENTRANO NEL REGNO

                      Gli Atti lo descrivono mostrando semplicemente l’accoglienza del vangelo da parte delle popolazioni non-giudaiche. Il piano di Dio affidato a Israele, è ora rivolto a tutte le nazioni. È un grande sconvolgimento nella storia della salvezza di cui Paolo è il testimone e l’agente. La speranza portata da Cristo è per tutti, senza discriminazione. Fino a quel periodo storico nel mondo ebraico era inconcepibile, perché erano solo loro il popolo eletto e solo loro dovevano avere il privilegio del regno. È in questa ottica che Paolo agisce moltiplicando le comunità dei credenti i quali vivono la nuova vita del Regno. Tutto ciò testimonia che anche i pagani sono salvati per mezzo della fede in Gesù. Essi non sono piccoli gruppi dispersi, ma la loro vitalità testimonia che Dio sta compiendo la sua opera, che la parola della fede è aperta a tutti, che la salvezza non è riservata solo a una categoria (cfr. At 14,27).

                      LE SUE COMPETENZE LINGUISTICHE E CULTURALI

                       Paolo pur essendo semita ha anche una buona cultura greca, ricevuta forse fin dall’infanzia a Tarso, arricchita dai ripetuti contatti con il mondo greco-romano, e questo influsso si riflette nel suo modo di pensare come nella lingua e nello stile. All’occorrenza cita autori classici (cfr. 1Cor 15,33; Tt 1,12; At 17,28) e conosce sicuramente la filosofia popolare a base di stoicismo, dalla quale attinge alcune nozioni o alcune formule (cfr. Rm 11,36; 1Cor 8,6; Ef 4,6). Maneggia correttamente il greco come una seconda lingua materna (cfr. At 21,40) e con pochi semitismi. È il greco del suo tempo, “koinè”. Salvo rare eccezioni (cfr. Fm 19), egli detta secondo l’usanza abituale degli antichi, limitandosi a scrivere il saluto finale (cfr. 2 Ts 3,17; Gal 6,11; 1Cor 16,21; Col 4,18); e, se più di un brano sembra frutto di una redazione lungamente meditata (per esempio Col 1,15-20), molti altri danno l’impressione di un primo getto spontaneo e senza ritocchi.

                      L’ORGANIZZAZIONE DELLE COMUNITÀ PAOLINE

                      PAOLO COME CAPO DELLE COMUNITÀ CHE HA FONDATO

                      Dopo aver fondato ciascuna comunità Paolo non l’abbandonava a se stessa, ma si teneva in costante contatto, preoccupato che la comunità continuasse il suo cammino cristiano. Manteneva rapporti con le comunità tramite visite personali o di suoi collaboratori come Timoteo e Tito (a Corinto e Tessalonica) e aveva cura pastorale delle comunità attraverso le lettere. Egli manteneva la guida spirituale delle comunità che non mancavano di informarlo sulla situazione e di chiedergli soluzioni e consigli per i loro problemi. Alcune frasi nelle epistole di S. Paolo fanno capire che nelle comunità paoline esisteva un “ordinamento” atto a regolarne e assicurarne la vita religiosa organizzato su fondamento soprannaturale, sul quale la Chiesa stessa sa di essere fondata, sul suo Signore che la dirige per mezzo del suo Spirito:

                      “È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,11-13).

                      MEMBRI CON COMPITI SPECIALI

                      Ad alcuni membri della comunità vengono assegnati compiti speciali perché chiamati dallo Spirito Santo, di cui sono gli strumenti assunti al servizio del loro Signore per assolvere il loro compito nella comunità, come sta scritto:

                      Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,4-7).

                      I VESCOVI O GLI ANZIANI

                      “Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto” (At 14,23).

                      ai quali vengono assegnati determinati compiti, come per esempio quello di curare l’assistenza dei poveri o di dirigere il culto; spetta loro il diritto di dare disposizioni alle quali altri membri della comunità, per espressa dichiarazione di Paolo, debbono sottomettersi:

                      “Vi preghiamo poi, fratelli, di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro” (1Ts 5,12-13a).

                       La stessa vocazione può presumersi per gli anziani della comunità di Efeso, dei quali Paolo dice che lo Spirito Santo li ha costituiti vescovi per reggere la Chiesa di Dio come pastori per il loro gregge:

                      “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue” (At 20,28).

                      I DIACONI

                      Nel preambolo dell’epistola ai Filippesi, accanto ai vescovi sono nominati i diaconi come investiti di particolari servizi nella comunità:

                      “Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Fil 1,1-2).

                      Tutte le funzioni erano legate alle locali comunità. Infatti anziani, diaconi, non passano come Paolo e i suoi più stretti collaboratori di città in città, di provincia in provincia, ma assolvono i loro compiti nel quadro di una determinata comunità, da dove possono svolgere un’ulteriore attività missionaria nelle vicinanze. Vi erano poi i doni carismatici, specialmente la profezia e la glossolalia, conferiti direttamente dallo Spirito Santo, che ad ognuno li distribuisce come vuole; non legati necessariamente ad una determinata persona. Intervengono alle adunanze cultuali ma non sono né custodi né garanti dell’ordinamento.

                      PAOLO L’EVANGELIZZATORE

                      Paolo è destinatario di una potente rivelazione che lo trasforma da persecutore ad annunciatore del vangelo. Non per sua scelta ha ricevuto quella rivelazione, ma è stato un dono di Dio e la missione di proclamare il vangelo ai pagani.  Lui afferma infatti, di essere “apostolo per volontà di Dio” (cfr. 2 Cor 1,1), e “chiamato ad essere apostolo per vocazione” (cfr. Rm 1,1; 1Cor 1,1). Quindi tutto quanto dice o fa non viene dalla propria iniziativa e tanto meno dal proprio arbitrio, bensì da una precisa volontà e disposizione di Dio. Egli è apostolo perché a Damasco fu conquistato, illuminato e inviato, mentre credeva di avere ben altro “incarico” divino. Nell’annuncio privato e pubblico che va facendo, predica il Cristo e il vangelo che prima perseguitava (cfr. At 9,4.5; 22,4.7.8; 26,14.15), e va fondando Chiese di città in città mentre, precedentemente, cercava di devastare quelle della terra d’Israele con tutte le forze che aveva (cfr. Gal 1,13). Paolo dunque è chiamato a comunicare un messaggio non suo, a gente che non avrebbe mai scelto come suo uditorio, e lo è però ormai in modo definitivo e invincibile (cfr. Rm 8,35.37-39). Comunicatore per vocazione, si può dire che lui si identificò con il messaggio che portava (cfr. Gal 2,20). Il compito della sua vita, infatti, lo ha visto nella proclamazione del vangelo, termine che ricorre spesso nelle sue lettere. Infatti, dichiara che è stato inviato da Cristo non a battezzare, ma a proclamare il vangelo (cfr. 1Cor 1,17). Il suo compito primario al quale si sentiva chiamato era la predicazione. Paolo sapeva di essere “prescelto per annunciare il vangelo di Dio” (cfr. Rm 1,1). In tale modo, nel proclamare la buona novella, viene messo in risalto l’ufficio che gli è toccato, il ministero che segna la sua vita (cfr. Fil 1,12-26). Guardando la vita di Paolo e leggendo le sue lettere siamo portati a riconoscere l’esistenza di un dono speciale dello Spirito, un carisma per l’evangelizzazione. È evidente che Paolo ha ricevuto un dono che lo rende capace di portare il vangelo con dinamismo al di là dei confini del giudaismo.

                      I CONTESTI IN CUI PREDICAVA:

                      1.  La Sinagoga

                      Uno dei luoghi principali della predicazione e dell’insegnamento di Paolo era senza dubbio la sinagoga. Per ben 8 volte possiamo leggere negli Atti che Paolo parlava nella sinagoga (cfr. At 13,5.14; 14,1; 17,10.17;18,4.19; 19,8) e il capitolo 17 ci rivela chiaramente che questo “era sua consuetudine” (cfr. At 17,2). Al di là del fatto che Paolo andava in sinagoga per predicare ai suoi consanguinei, la sinagoga era per lui un luogo famigliare, luogo dell’insegna mento e della rivelazione del Dio d’Israele, essendo stato “fariseo quanto alla legge” (cfr. Fil 3,5), cresciuto e formato alla scuola di Gamaliele (cfr. At 22,3). Sempre da Luca sappiamo che Paolo affittava o prestava per due anni la sala della Scuola di un certo Tiranno a Efeso (cfr. At 19,9).

                      • In contesto lavorativo o in casa con gli amici

                      Altri luoghi usati da Paolo erano sicuramente il suo luogo di lavoro e case di amici o persone che essendo stati toccati dal messaggio del vangelo prestavano ospitalità (cfr. At 17,5; At 20,20; 1Cor 16,19-20; Fm 2; Rm 6,5.33). Il radunarsi nelle case non aveva soltanto lo scopo di evitare scontri con oppositori nei luoghi pubblici, ma soprattutto per favorire la comunione tra i membri della comunità e così la crescita della Chiesa. In questo senso la casa privata non è soltanto luogo della missione di Paolo, ma diventa anche strumento di essa. Oltre la casa privata anche i viaggi di Paolo sono uno strumento fondamentale della sua missione.

                      • In strada

                      Nella piazza del mercato, perché tali forme di predicazione erano conosciute in quanto molto diffuse nel mondo greco-romano. Non solo molti dei primi cristiani oltre a Paolo, ma anche predicatori itineranti dell’Ellenismo e fedeli della sinagoga giudaica si servivano di questo tipo di propaganda o diffusione. Anche se Paolo approfittava di ogni occasione per predicare il vangelo (cfr. 2 Tm 4,2), si pensa che l’apostolo solo raramente abbia usato le piazze per tale scopo.

                      CARATTERISTICHE DELLA SUA PREDICAZIONE

                      Qui sotto alcune caratteristiche del suo stile di predicazione co un esempio e un commento.

                      La predicazione semplice e centrata sulla persona di Gesù 

                      Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. (1Corinzi 2,1-5)

                      Questo atteggiamento dimostra come la fede non si sia diffusa a causa di un linguaggio persuasivo o manipolatorio, ma parlando semplicemente ed umilmente di Gesù Cristo, del suo sacrifico sulla croce, la manifestazione della potenza dello Spirito Santo attraverso miracoli e prodigi, che è stata una conferma che quello che predicava Paolo corrispondeva a verità.

                      Il valore della predicazione

                      Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. (Romani 10,17)

                      Paolo ritiene la predicazione un elemento importante perché permette di tramettere la fede, in senso di fiducia in Gesù e nel suo messaggio.

                      • la centralità della fede

                      Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. (Romani 5,1)

                      Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? (Galati 3,2)

                      In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto (Efesini 1,7-9)

                      Per essere dei veri credenti, per essere santi, per ottenere salvezza e giustificazione, la fede è assolutamente il punto centrale. Paolo dice questo in contrasto con la predicazione di giudaizzanti che sostengono che per ottenere salvezza bisogna anche rispettare le norme rituali dell’antico testamento. Questa visione viene bocciata dalla chiesa sostenendo la linea di Paolo.

                      • l’amore ardente per il vangelo e l’evangelizzato 

                      Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io (1corinzi 9,19-23).

                      Paolo spiega come sia importante per lui diffondere il vangelo e per poterlo fare si abbassa, si rende umile per adattarsi alla mentalità del suo interlocutore perché possa accendere un empatia tale da favorire l’ascolto del vangelo. Senza questa empatia la predicazione non è efficacie, sono solo parole buttate al vento.

                      • Il lavoro per l’unità della Chiesa

                      Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. (1corinzi 12,13)

                      Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. (1corinzi 12,26-27)

                      In una società dove i popoli e gli status sociali erano ben distinti e diffidenti tra di loro, Paolo non vuole che si creino tante piccole chiese raggruppate in base ai diversi popoli o status sociali, ma nonostante la provenienza degli individui, si sviluppi una Chiesa unita, in quanto questo è quello che fa lo Spirito Santo, tutti uniti senza discriminazioni o diffidenze. Questa unità non è però uniformità, al contrario come in ogni corpo sano ci sono molte membra e molte funzioni molto diverse tra loro, ma tutte ugualmente necessarie al corpo. Paolo coerentemente con il suo pensiero e in linea con la Chiesa integra le sue comunità in comunione con le altre comunità fondate dagli apostoli e dagli altri missionari itineranti.

                      PAOLO E I GIUDAIZZANTI

                      La più grande difficoltà di Paolo saranno i suoi connazionali, cioè i giudei. Nella Lettera ai Romani chiarisce bene il primo punto, nei capitoli 9-11. In questi capitoli Paolo affronta il tema della vocazione del popolo ebraico fatta da Dio e pertanto irrevocabile:

                      “Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le pro messe, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne…” (Rm 9,4-5).

                      Tutti questi titoli di gloria, però, contrastano con una realtà drammatica, costantemente presente a Paolo: il popolo eletto ha rifiutato il Messia e la sua giustizia, cercando di stabilire una propria giustizia basata sulle opere della legge.

                      Paolo ha avuto anche molti problemi persone che si dichiaravano convertite al cristianesimo, ma continuavano ad avere uno stile religioso simile ai farisei. ovvero la persistenza di quella corrente religiosa che afferma la necessità della circoncisione e dell’osservanza della legge mosaica per potersi salvare. Quando nasce la Chiesa, il primo gruppo continua fedelmente l’osservanza della legge e a frequentare il tempio. Continuano a fare ciò che Gesù faceva: essere dei buoni giudei. Ancora non avevano compreso che in Gesù la legge era stata superata. Infatti essi predicavano Gesù risorto come adempimento delle promesse, ma non avevano colto il decadimento della legge. La salvezza è opera della grazia di Cristo mediante la fede e non viene dall’osservanza della legge. Il problema si pone quando il vangelo viene predicato fuori dall’ambiente giudaico. I pagani che si convertono alla fede cristiana devono sottostare anche alla legge mosaica, in particolare accettare la circoncisione? Possiamo riassumere tre posizioni:

                      1. I GIUDAIZZANTI ULTRA CONSERVATORI

                      Erano coloro per i quali la circoncisione e l’osservanza della legge di Mosè è una condizione necessaria per la salvezza dell’uomo sia pagano o giudeo. È la tendenza dei farisei-cristiani ricordata in At 15,5. Paolo arriva a chiamarli “falsi fratelli”.

                      • I GIUDAIZZANTI MODERATI

                      Erano coloro che conservano un profondo rispetto per la legge di Mosè e considerano la circoncisione come normale per coloro che provengono dall’ambiente giudaico. Però sono disposti ad ammettere che tale rito non è da imporre ai pagani. Questo implica la non necessità della circoncisione per la salvezza. Questa era la posizione di Giacomo, il fratello del Signore (cfr. At 15 e 21,21-26).

                      • I LIBERALI

                      Rappresentati da Paolo, sono coloro che, pur essendo essenzialmente d’accordo con Giacomo, considerano il problema della circoncisione superato perché in Cristo non c’è né giudeo né greco (cfr. Gal 3,28). La legge mosaica appartiene al passato, in quanto era solo figura della pienezza che doveva venire con Gesù. Pertanto i nuovi convertiti non devono più sottostare alla circoncisione e a tutte le altre pratiche religiose giudaiche.

                      Ora la predicazione di Paolo, basata sulla fede in Gesù che ci giustifica non in base alle nostre opere ma per la grazia di Dio, rendeva incompatibili la grazia e la legge mosaica come vie di salvezza; una doveva necessariamente escludere l’altra. È con il primo concilio di Gerusalemme che la Chiesa definitivamente si riconoscerà come la Chiesa per tutto il mondo. Ciò che le compete ora è quello di porre in pratica questa nuova convinzione: portare il messaggio evangelico fino agli estremi confini del mondo. Capire l’esistenza di queste tre correnti nella mondo cristiano del iniziale è importante per comprendere il contesto storico nel quale le epistole di Paolo furono scritte. Paolo ha purtroppo a che fare spesso con i giudaizzanti più radicali che si aggirano nelle chiese del mondo greco da lui fondate per diffondere l’idea che per salvarsi bisogna anche rispettare la legge di Mosè, inoltre cercano di sminuire la figura di Paolo per mettersi loro come voce più autorevole. Paolo, nelle sue epistole elabora dei lunghi trattati teologici per poter dimostrare che la legge di Mosè è superata e la salvezza è data per grazie mediante la fede.

                      SERMONI NEL LIBRO DEGLI ATTI

                      In questo articolo faremo un confronto con i 3 importanti sermoni dl libro degli atti per capire meglio come quale erano strutturati questi sermoni spiegati dai primi discepoli, coloro che hanno dato vita alla prima evangelizzazione. Analizzerò i discorsi presenti in: At 3,12-26; 7,1-53; 13,16-41.

                      Cercherò di  far emergere i punti comuni e le divergenze più salienti, ma vediamo prima quali sono i elementi comuni.

                      Elementi comuni:

                      • Ripercorre una parziale storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
                      • Cita profezie dell’antico testamento che si riferiscono a Cristo
                      • Annuncio del Kerygma
                      • Colpevolizza i capi ebrei per la morte di Cristo in croce

                      Atti 3,12

                      Il primo discorso Pietro che con coraggio e franchezza annuncia che cristo è risorto dopo aver compito un miracolo nel suo nome. Il discorso viene interrotto dall’arrivo dei sacerdoti e le relative guardie per arrestarlo. Il discorso non risulta vano perché si uniscono alla Chiesa molte altre persone

                      • Il discorso inizia a seguito di una guarigione miracolosa
                      • Dopo aver annunciato il Kerygma dichiara che è stata la fede in Cristo a compiere il miracolo
                      • Cita la profezia di Dt 18,15-19 inserendo anche Lv 23,29 in chiave cristologica.
                      • Cita una profezia ripetuta più volte ( Gen 12,3; 22,18; 26,4.) per indicare che l’annuncio di Cristo sarà diretto prima di tutto agli ebrei per la benedizione per chi crederà.

                            Atti 7,1-53

                      Lungo discorso di Stefano, trascinato in tribunale con false accuse si difende annunciando che Gesù è il Messia e accusando i giudei di durezza di cuore come i loro padri.

                      • Discorso di Stefano che viene arrestato e accusato ingiustamente
                      • Stefano ripercorre tutta la storia del popolo d’Israele in chiave cristologica
                      • Giuseppe viene presentato come figura di Cristo, anche lui rifiutato dai fratelli, ma viene esaltato e benedetto da Dio, opera anche come strumento di salvezza per i suoi fratelli
                      • Mosè viene presentato come figura di Cristo, anche  opera prodigi e non viene accettato inizialmente subito come leader dal suo popolo, ma è un riferimento per la rinascita di Israele.
                      • Israele ha avuto il privilegio di  ricevere la legge e loro hanno tradito Dio con un idolo
                      • Stefano cita Amos 5,25-27 per contestare il tempio come luogo esclusivo della presenza di Dio.
                      • Enfatizza gli errori e le infedeltà di Israele durante tutta la sua storia
                      • Continuano ad essere infedeli a Dio uccidendo Gesù

                      Atti 13,16-41

                      Sermone di Paolo ad Antiochia in Pisìdia nel suo primo viaggio missionario. Il discorso contiene diverse profezie adempiute che testimoniano la verità del messaggio evangelico.

                      • Cristo è il compimento della promessa che Dio fece a Davide (2Sam 7-12-16)
                      • Giovanni battista precursore di Cristo
                      • Citando Sal 2,7 indica che il Messia, re d’Israele sarà figlio di Dio
                      • Citando Is 55,3 indica il compimento delle promesse di Dio riguardo un regno stabile.
                      • Citando Sal 16,10 indica come Dio non lascerà il Messia negli inferi a lungo

                      PAOLO DI TARSO – DESCRIZIONE

                      DESCRIZIONE GENERALE:

                       L’Aspetto fisico di Paolo. I suoi avversari dicevano che l’aspetto del suo corpo era debole e la sua parola disadorna (2 Corinzi 10,10). Questo fa supporre che fosse di bassa statura e che i suoi discorsi, come le sue lettere, erano privi della forma e dell’eleganza apprezzate nella retorica del mondo greco. Paolo fa soltanto un certo accenno ad una malattia (Galati 4,13-15) che pare sia stata una forma di oftalmia, molto comune nel Medio Oriente. La “spina nella carne” (dopo il rapimento al terzo cielo: 2 Corinzi 12,7), non era certamente una malattia: qualcuno la interpreta come le persecuzioni dei connazionali ebrei (2 Corinzi 11,26) 


                      LA PERSONALITÀ DI PAOLO ATTRAVERSO I SUOI SCRITTI

                      Attraverso gli scritti si Paolo si può conosce non solo la dottrina della fede, ma anche la sua personalità che è stata plasmata nel tempo vivendo pienamente i comandamenti di Cristo. Se pensi che Paolo è partito da essere un violento persecutore dei cristiani, il cambiamento è notevole. Questa è anche una testimonianza di come l’essere cristiani col il tempo il nostro cuore viene plasmato per essere sempre più simili a Gesù. Vediamo alcuni versetti che fanno capire la personalità di Paolo:

                      Tenace e piaziente

                      Spesso in viaggio, in pericolo sui fiumi, in pericolo per i briganti, in pericolo da parte dei miei connazionali, in pericolo da parte degli stranieri, in pericolo nelle città, in pericolo nei deserti, in pericolo sul mare, in pericolo tra falsi fratelli (2Corinzi 11,26)

                      Coraggio

                      E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con quel coraggio con il quale devo parlare. (Efesini 6,19-20)

                      Umile e Premuroso

                      E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. (1Tessalonicesi 2,6-8)

                      Carattere Forte e caritatevole

                      Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. (2Timoteo 1,7)

                      PAOLO DI TARSO – BIOGRAFIA

                      Iniziamo a introdurre uno dei personaggi principali del nuovo testamento, autore delle epistole alle varie chiese da lui fondate. Partiamo dall’inizio:

                      CHI ERA?

                      Nato in Tarso nella Cilicia nel 10 d.C., ebreo e cittadino romano dalla nascita, fu educato secondo la setta dei farisei nella città di Gerusalemme alla scuola del famoso maestro Gamaliele, conoscitore del giudaismo della diaspora e della Giudea. Egli non fu testimone dei fatti pasquali e con molta probabilità non conobbe Gesù secondo la carne (cfr. 2 Cor 5,16); mai nei suoi scritti fa intendere che fosse stato un testimone diretto o comunque interessato.

                      PRIMA DELLA CONVERSIONE

                      Paolo condivide con i capi dei giudei il disprezzo per il messianismo proposto dai cristiani i quali proclamano come Messia Gesù di Nazareth. Egli non può accogliere la sua resurrezione e la sua esaltazione. Per di più non può tollerare le parole di Stefano che afferma l’inutilità del tempio e della legge mosaica. I cristiani diventano così un gruppo pericoloso da eliminare. Paolo diventa uno dei più attivi persecutori della Chiesa. Stefano sarà lapidato alla presenza di Paolo, approvandone l’operato. Convinto di compiere la volontà di Dio estirpando la nuova dottrina, insegue i cristiani anche in altre città, forte delle lettere del sommo sacerdote, al fine di essere autorizzato a condurre in catene uomini e donne seguaci della dottrina di Cristo che avesse trovati (cfr. At 9,1-2), per bloccarne l’espansione.

                      LA CONVERSIONE

                      Siamo nell’anno 36, Damasco era una quelle città dove Paolo si diresse per prendere i cristiani. Qui Paolo racconta 3 resoconti di quello che avvenne ( Atti 9,3-19; 22,6-16; 26,9-23 ). Paolo viaggia verso Damasco deciso a sterminare i cristiani là residenti, quando una luce lo avvolge e lo getta a terra e la voce di Gesù Nazareno lo sfida: “Perché mi perseguiti?” (cfr. At 9,4; 22,7; 26,14). Paolo è trasformato: le sue speranze giudaiche sono sbagliate e Gesù è il vero Messia. Paolo che aveva odiato la fede cristiana ne diventa suo difensore e annunciatore. Ora tutta la sua vita sarà dominata dal Cristo che gli è apparso sulla via di Damasco. La sua conversione avviene attorno all’anno 36. Questo è un caso dove Dio irrompe nella vita delle persone per cambiare radicalmente il cuore dell’uomo peccatore.

                      L’ARRIVO A DAMASCO

                      Paolo continua il cammino verso Damasco, accecato dalla luce, dove rimane tre giorni senza mangiare e bere (cfr. At 9,9). Sarà Anania ad essere inviato dal Signore affinché Paolo riacquisti la vista, sia pieno di Spirito Santo e riceva il battesimo. Il Signore rivela che sarà uno strumento eletto per portare il suo nome davanti ai popoli, ai re e ai figli di Israele e quanto dovrà soffrire per il suo nome (cfr. At 9,10-19). È in Damasco che comincia la sua vita cristiana, predicando coraggiosamente il nome di Gesù nelle sinagoghe per 3 anni (cfr. At 9,19b-25). Costretto a fuggire da Damasco a seguito di una violenta persecuzione da parte dei giudei, Paolo passerà undici anni in Cilicia, a Tarso, probabilmente come un cristiano sconosciuto, dove Barnaba andrà a prenderlo (cfr. At 11,25).

                      LA CHIAMATA COME MISSIONARIO INSIEME A BARNABA

                      Anno 45/45. Dopo anni di studi  e preparazione spirituale, Paolo insieme a Barnaba vengono scelti dalla chiesa di Antiochia  durante il culto come missionari. Affidati alla grazia del Signore e scelti dallo Spirito Santo (cfr. At 14,26; 15,40) mediante l’imposizione delle mani, i due prescelti vengono inviati in missione: È il primo viaggio missionario di Paolo. Con l’imposizione delle mani si invoca la grazia di Dio sui due missionari e contemporaneamente si conferma  la  presenza dello Spirito in questa missione.

                      IL PRIMO VIAGGIO

                      Essi si dirigono a Cipro, luogo di origine di Barnaba e qui cominciano la loro evangelizzazione nelle sinagoghe dei giudei. Secondo Luca, egli incomincia a portare il nome greco Paolo a preferenza di quello ebreo Saulo. Si spostarono in Panfilia ad Antiochia di Pisidia dove fecero un discorso nella sinagoga trovano molti giudei interessati. Predicarono il sabato seguente in presenza anche di molti pagani, in questo caso i giudei presi dall’invidia cercarono di contrastare i missionari. Da qui che Paolo inizia a predicare ai pagani. I giudei scatenarono un violenta persecuzione contro i missionari che furono costretti a scappare. 

                      IL RITORNO AD ANTIOCHIA

                      Al loro rientro ad Antiochia di Siria, non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. Ma a motivo dell’esperienza ad Antiochia di Pisidia, Paolo maturò l’idea che anche i pagani potessero entrare nelle Chiesa senza prima giudaizzarsi, quindi senza circoncisione e legge di Mosè. Proprio questa convinzione troverà ad Antiochia difficoltà da parte dei giudei provenienti dalla Giudea, sostenitori della necessità che anche i pagani si debbano sottomettere alla legge mosaica.

                      IL CONCILIO DI GERUSALEMME

                      La discussione fortemente animata portò alla decisione di andare a Gerusalemme nell’anno 49 per discuterne la questione dagli apostoli e dagli anziani. Così nacque il primo concilio della Chiesa, il concilio di Gerusalemme che ebbe una importanza capi tale (cfr. At 15,2-6). La soluzione confermò l’operato di Paolo e di Barnaba mediante le parole di Pietro e di Giacomo (cfr. At 15,7-35). Il concilio di Gerusalemme segna una tappa importante nella vita della prima Chiesa: la salvezza è per la grazia di Gesù e Dio ha reso testimonianza in favore dei pagani concedendo a loro lo Spirito Santo come ai giudeo-cristiani purificandone i cuori con la fede; Dio non ha fatto nessuna discriminazione tra i giudei e i pagani.

                      IL SECONDO E IL TERZO VIAGGIO

                      Intraprende altri 2 viaggi missionari negli anni 49-52 e 53-58 tra Asia minore e Grecia, evangelizzando e fondando numerose nuove comunità cristiane a Corinto, Efeso, Filippi, Tessalonica, in Macedonia, in Galizia.. Subendo anche molte persecuzioni sia dai pagani che dai giudei e difendendosi anche dai giudaizzanti che pur reputandosi cristiani, contestano la sua autorità di apostolo. Aiuta ad organizzare anche una colletta per aiutare la chiesa di Gerusalemme.

                      L’ARRESTO A GERUSALEMME

                      Nell’anno 58 Paolo si trova a Gerusalemme per partecipare a una festività, quando scoppia una violenta disputa con i giudei. Come da prassi viene arrestato dai romani per flagellarlo e capire che cosa hanno contro di loro. Ma Paolo ha la cittadinanza romana e non possono ricorrere a questo metodo. Viene preso in custodia. I giudei pensano a un piano per farlo fuori: Chiedere ai romani di riportarlo per fargli ulteriori domande, ma cogliere l’occasione per ucciderlo. I romani scoprono il piano e lo scortano a Cesarea Marittima.

                      LA CUSTODIA A CESAREA MARITTIMA

                      Viene tenuto prigioniero, anche se con una certa libertà a Cesarea, i giudei vengono spesso per accusarlo e sperare di poterlo condannare. Ma secondo il diritto romano non ci sono basi giuridiche solide per poterlo fare. Alla fine Paolo si appella a Cesare e viene inviato a Roma.

                      IL RITORNO ALLA CASA DEL PADRE

                      Intraprende un lungo viaggio sotto scorta, viene coinvolto in un tempesta nel mediterraneo e finisce a Malta, dove anche lì trova l’occasione per testimoniare e predire il vangelo. Arriva a Roma nel 61 e rimane 2 anni. Viene assolta e rilasciato. Da qui il libro degli atti non da più informazioni sulla sua vita. Si ipotizza un’altro viaggio in Spagna. Viene nuovamente arrestato a  riportato a Roma dove questa volta viene condannato e martirizzato nel 67.

                      Negli articoli successivi approfondiremo i viaggi di Paolo, il suo pensiero e le sue epistole.

                      ATTIVITÀ APOSTOLICA DI PIETRO

                      La figura di Pietro negli Atti è tracciata tra due assemblee: quella che elesse Mattia e il concilio di Gerusalemme.

                      1. Nell’elezione di Mattia, Pietro è colui che prende l’iniziativa: deve essere completato il numero dei 12 apostoli secondo l’istituzione di Gesù in sostituzione di Giuda. L’apostolo, secondo Pietro, deve essere testimone e compagno degli altri apostoli e di Gesù dal suo battesimo fino all’ascensione
                      2. Nel concilio di Gerusalemme Pietro occupa un posto importante: interviene sottolineando come per la grazia del Signore siamo salvati e non nell’osservanza della legge (cfr. At 15,7-12) ricordando la sua esperienza con Cornelio. In seguito al suo intervento prende la parola Giacomo, fratello del Signore, confermando le parole di Pietro e dettando alcune regole pratiche (cfr. At 15,13-21).

                      IL CONCILIO DI GERUSALEMME

                      Pietro presiede il concilio di Gerusalemme, insieme agli altri apostoli, Paolo e Barnaba e il resto della Chiesa. Bisogna prendere una decisione molto importante che si stabilirà quale sia il rapporto con i nuovi credenti pagani e la legge di Mosè. Per i credenti provenienti dagli ambienti farisaici sostengono che tutti, compresi a pagani devono obbedire anche alla legge di Mosè. Paolo e Barnaba sono su il lato liberale: La legge di Mosè è superata, ora c’è la legge dello Spirito che per grazia mediante la fede siamo salvati. Pietro, come capo della Chiesa deve svolgere un ruolo decisivo sulle questioni dottrinali e sta dalla parte del lato liberale, ai pagani non va imposta la legge, in quanto né noi e né i nostri padri non sono stati in grado di seguirla e sarebbe solo un peso inutile. Giacomo interviene, senza contraddire Pietro ma indicano che tra tutte leggi sulla purità, Giacomo ha voluto mantenere solo quelle il cui valore religioso sembrava universale: mangiare carni offerte agli idoli, animali soffocati e sangue, contrarre unioni illegali (cfr. At 15,19-21). Giacomo presiedeva la Chiesa di Gerusalemme formata da giudeo-cristiani e quindi era sensibile a queste problematiche (cfr. At 21,17-25).

                      ORIGINE DELLA MISSIONE

                      La prima predicazione ai giudei si svolge il giorno di Pentecoste: È Pietro con gli undici che invita alla conversione, al battesimo e alla ricezione del dono dello Spirito (cfr. At 2,14-40). È sempre Pietro che ufficialmente inaugura la predicazione ai pagani con il battesimo di Cornelio (cfr. At 10,1-11,17), anche se già Filippo del gruppo dei Sette battezza il funzionario etiope (cfr. At 8,26-40). Tra queste due inaugurazioni Pietro e Giovanni vanno in Samaria per confermare l’evangelizzazione di Filippo mediante il dono dello Spirito. Qui si nota come il ministero degli apostoli fosse caratterizzato dal confermare mediante il dono dello Spirito con l’imposizione delle mani (cfr. At 8,14-17). Pietro ha autorità nella comunità e mantiene un ruolo decisivo primaziale (cfr. At 1,15; 2,14; 3,3-8.12; 4,8; 5,1-3.15.29; 8,20; 9,32.38; 10,5.46-47; 11,4.17-18; 12,5; 15,6-7; Gal 1,18-19; 2,7-9.14).

                      PIETRO FIGURA DI CRISTO

                      Negli Atti non si narra molto di Pietro e specialmente non si narra della sua fine. Luca invece sottolinea un episodio al capitolo 12: il suo arresto e la sua liberazione miracolosa. Pietro viene arrestato dal re Erode e messo in carcere custodito dai soldati come i soldati messi a guardia del sepolcro di Gesù (cfr. Gv 18,12; Mt 27,66). Come nella resurrezione appare un angelo (cfr. Mt 28,2) e Pietro viene liberato dal carcere passando inosservato fino oltre la porta della città. Riconosciuto da Rode, mentre tutti pregavano riuniti nella casa di Maria, madre di Giovanni Marco, non gli verrà aperta subito la porta. Infatti per la gioia di sentire la voce di Pietro, Rode corre ad annunciarlo ai presenti nella casa, senza averlo visto. Essi dubiteranno della veridicità della testimonianza così come gli apostoli non credettero alla testimonianza delle donne circa la resurrezione di Gesù (cfr. Mt 28,7-8; Mc 16,10-11; Lc 24,11). Quando finalmente Pietro stette davanti a loro, rimasero stupefatti così come gli apostoli di fronte a Gesù (cfr. Lc 24,37; Mt 28,17). Pietro rimane in mezzo a loro come Gesù e, sempre come Gesù, li invierà ad annunciare l’accaduto a Giacomo e ai fratelli prima di andarsene in un altro luogo (cfr. Mc 16,7; Gv 13,36). Luca mette in parallelo la figura di Gesù con quella di Pietro: Pietro rivive in forma simbolica la morte e la resurrezione di Gesù.

                      LA CHIESA E LA MISSIONE FUORI DAI CONFINI GIUDAICI

                      COMPIMENTO DELLE SCRITTURE

                      Il martirio di Stefano diede inizio alla persecuzione e provocò la dispersione della comunità che favorì la diffusione del vangelo fuori dai contini regionali e dai confini religiosi: Non solo agli ebrei, ma anche ai timorati di Dio e ai pagani, qualcosa di impensabile fino a qualche tempo prima. I giudei avevano un forte giudizio negativo nei confronti dei pagani. Il cuore di Dio è diverso dal quello umano, il Signore vuole che tutti abbiano la possibilità di salvarsi mediante il vangelo. In romani 10,18-21 Paolo fa un breve studio su come fin dell’antico testamento Dio volesse che la sua parola si diffondesse ovunque e raggiungesse i confini del mondo, in contrapposizione con i sentimenti di disprezzo verso i pagani. Vediamo questi versetti:

                      Per tutta la terra è corsa la loro voce,

                      e fino agli estremi confini del mondo le loro parole. (Salmo 19,5)

                      E dico ancora: forse Israele non ha compreso? Per primo Mosè dice:

                      Io vi renderò gelosi di una nazione che nazione non è;

                      susciterò il vostro sdegno contro una nazione senza intelligenza. (Deuteronomio 32,21)

                      Isaia poi arriva fino a dire:

                      Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano,

                      mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me,

                      mentre d’Israele dice:

                      Tutto il giorno ho steso le mani

                      verso un popolo disobbediente e ribelle! (Isaia 65.1-2)

                      L’UNIVERSALIZZAZIONE DEL MESSAGGIO DI GESÚ

                      Era secondo il piano di Dio che il messaggio e la predicazione di Gesù si doveva estendere su tutto il mondo e su tutti i popoli della terra, senza discriminazioni o preferenze:

                      “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,18-20)

                      “avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (Atti 1,8)

                      È lo Spirito il vero protagonista della missione, colui che guida la Chiesa verso la verità intera: “…lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14,26)

                      “quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Giovanni 16,13-14)

                       Qui sotto un riassunto schematico della prima diffusione del vangelo come spiegato nei capitoli dal 8 al 12 del libro degli atti:

                       EVANGELIZZAZIONE DELLA SAMARIA

                      • La persecuzione disperde la comunità (At 8,1-3);

                       • Filippo predica ai Samaritani (At 8,4-8);

                       • La comunità di Gerusalemme accoglie i Samaritani (At 8,14-17).

                       I TIMORATI DI DIO RICEVONO LA PAROLA

                      • Il funzionario etiope (cfr. At 8,26-40)

                       Notiamo come lo Spirito conduce Filippo, uno dei Sette, verso un uomo che non era giudeo, né  samaritano, ma di altra etnia. Era un timorato di Dio. Così si chiamavano coloro che appartenevano ad altri popoli e aderivano alla fede nell’unico Dio dei Giudei, senza giungere all’integrazione totale. Erano solamente dei simpatizzanti, leggevano la Bibbia, partecipavano alle feste giudaiche, ma non avevano la circoncisione.  Filippo vide che l’etiope stava leggendo un passo di Isaia 53,7-8 e Filippo si propone di spiegare questo passo. La scrittura narra di un uomo condotto come una pecora al macello, umile e inerme davanti a ai suoi tosatori. Partendo da qui, Filippo parla di Gesù e il suo sacrificio sulla Croce. Il funzionario etiope si converte e riceve il battesimo.

                      • Il centurione Cornelio e la sua famiglia (cfr. At 10,1-11,18)

                       Il caso di Cornelio riveste una speciale importanza per la presa di coscienza e l’apertura ufficiale della Chiesa ai non giudei. Cornelio non era giudeo, né era circonciso, era un centurione romano. Ad un giudeo non era lecito frequentare persone di altri popoli e fedi e mangiare con loro (cfr. At 10,28; 11,1-3). Lo Spirito prepara questa svolta mediante una visone profetica a Pietro. Egli rapito in estasi vide una tovaglia piena di uccelli rettili e l’invito di Dio a uccidere e mangiare. Ma Pietro si rifiuta essendo impuri secondo la legge di Mosè. Dio rispose che non deve considerare impuro ciò che Dio ha purificato. (cfr. At 10,9-16). Questa visione aiuta a far comprende a Pietro che gli altri popoli che per tutta la vita ha sempre considerato impuri ora posso far parte anche loro della Chiesa, il popolo di Dio. Qui sotto il riassunto sistematico del brano:

                       • Dio chiama Cornelio (At 10,1-8)

                       • La visione di Pietro (At 10,9-16)

                       • Incontro tra Pietro e Cornelio (At 10,17-33)

                       • Significato della visione (At 10,34-35)

                       • Annuncio del kerygma (At 10,36-43)

                       • L’effusione dello Spirito su Cornelio e la sua famiglia (At 10,44-48)

                       • Reazione degli apostoli e dei fratelli della Giudea (At 11,1-18)

                      La reazione dei cristiani di Gerusalemme ci fa comprendere la rivoluzione che comportò il battesimo di Cornelio. Questi credenti di Gerusalemme hanno difficoltà nel superare i loro pregiudizi, ma accolgono la spiegazione di Pietro (cfr. At 11,1-18). La manifestazione dello Spirito fu la prova convincente che aprì le porte della Chiesa anche ai pagani.

                      I PAGANI DI ANTIOCHIA RICEVONO LA PAROLA

                      Antiochia era la terza città dell’impero romano dopo Roma ed Alessandria. Era la capitale della provincia romana della Siria, a 500 km a nord di Gerusalemme, un paese pagano, di lingua greca nella quale c’era un’importante comunità giudaica. La fondazione della Chiesa di Antiochia è diretta conseguenza del martirio di Stefano (cfr. At 11,19-20). Inizialmente il messaggio evangelico era diretto solo a giudei.- Alcuni ellenisti cominciarono a predicare il vangelo anche ai pagani, i greci (cfr. At 11,20-21); nome che stava ad indicare i non circoncisi in generale contrapposto ai giudei. Essi predicarono la buona novella del Signore Gesù. Infatti invece del titolo “Cristo”, più rispondente all’attesa giudaica, nella predicazione ai pagani si usa per Gesù il titolo di “Signore”. Gesù è Signore, divenuto, con l’esaltazione alla destra di Dio, il sovrano del regno (cfr. At 2,21.36; 7,55-56; 10,36). Per la prima volta nella comunità entrarono a far parte credenti di origine pagana senza aver prima aderito alla fede giudaica.- La Chiesa di Gerusalemme accetta i pagani (cfr. At 11,22-24) La Chiesa di Gerusalemme vigilava sulle altre chiese. L’entrata dei pagani nella Chiesa poneva il problema se essi dovessero sottostare o meno alla legge mosaica e se era permesso ai giudei convivere con i pagani. Un problema che verrà risolto nel primo concilio di Gerusalemme (cfr. At 15; Gal 2,1-10) non senza vive discussioni e scontri che si ripercuoteranno anche più tardi (cfr. At 21,17-26; Gal 2,11-14). La Chiesa di Gerusalemme invia Barnaba, un levita originario di Cipro che, vista la grazia di Dio, incoraggiò tutti a perseverare in questa nuova esperienza. Come aiutante scelse Paolo con il quale rimase ad Antiochia un anno intero. È qui che per la prima volta i discepoli vengono chiamati cristiani (cfr. At 11,22-26). Inizia così ufficialmente l’universalizzazione del messaggio evangelico e il superamento definitivo della legge mosaica.

                       LO ZELO MISSIONARIO DELLA CHIESA DI ANTIOCHIA

                      Barnaba invita Paolo a partecipare alla missione antiochena (cfr. At 11,25-26). Barnaba aveva intuito la grandezza di Paolo di Tarso, neoconvertito. Insieme otterranno grandi risultati, soprattutto daranno forza e voce alle nuove istanze pagane in un modo tale che la Chiesa di Gerusalemme affiderà loro l’evangelizzazione dei pagani. Il nuovo gruppo ora si distingue dagli altri tanto da ricevere un nuovo nome che sarà definitivo: cristiani.- La comunità antiochena soccorre i giudeo-cristiani di Gerusalemme colpiti dalla carestia (cfr. At 11,27-30). Un segno della fraternità che legava le varie chiese e nello stesso tempo il riconoscimento della maternità di Gerusalemme. La Chiesa di Antiochia diventa essa stessa missionaria (cfr. At 13,1-4). Invia Barnaba e Paolo in missione. Dapprima evangelizzeranno i giudei, ma di fronte al loro rifiuto, espressamente si dirigeranno ai pagani (cfr. At 13,44-49). È sempre lo Spirito che prende l’iniziativa e spinge la comunità ad aprirsi nell’annuncio del vangelo attraverso le difficoltà e i doni carismatici (cfr. At 13,2). È chiara nella comunità di Antiochia la presenza di profeti e di dottori, cioè dei doni carismatici. Essi stavano celebrando il “culto” mentre giunse la parola profetica: l’uso di questo termine equipara le preghiere comuni dei cristiani al culto sacrificale dell’antica legge, segno questo del progressivo superamento e distacco dal costume cultuale giudaico.

                      SANTO STEFANO

                      Stefano ha un ruolo provvidenziale nel processo di apertura della fede cristiana verso il mondo. Stefano era uno dei 7 scelti dagli apostoli per prendersi cura degli ebrei ellenici della comunità di Gerusalemme. Stefano si distinse per la sua predicazione di cui Luca ci dona una sintesi dei temi principali (cfr. At 7). Mentre gli apostoli rimangono fedeli alla pratica giudaica, Stefano attacca duramente il tempio e i sacrifici. Egli comprende che la nuova fede dove liberarsi dalla visione cultuale giudaica ed universalizzarsi. Confondendo patria con religione, i suoi avversari lo accusano di voler sovvertire la religione e i costumi. Nella prospettiva di Luca il discorso di Stefano rappresenta il vero spirito del vangelo senza rinnegare le profonde radici ebraiche, anzi portando a compimento le promesse. Grazie alla sua predicazione i legami con il giudaismo ufficiale vengono fortemente compromessi: Stefano viene lapidato e la Chiesa perseguitata. La persecuzione sembra colpire direttamente gli ellenisti. I giudei persecutori vogliono soffocare la diffusione del vangelo, ma ottengono in realtà l’esatto opposto. I nuovi credenti ellenisti si disperdono cominciando così il processo missionario nelle vicine regioni (cfr. At 8,1-4), favorendo così la nascita dei primi missionari della Chiesa.

                      LA MORTE DI STEFANO E GESÚ A CONFRONTO

                       Stefano diventa il primo martire della Chiesa, cioè testimone (dal greco martys [leggi martus], che significa “testimone”). Paolo (Saulo) era fra coloro che approvavano la sua uccisione (cfr. At 8,1) custodendo presso di sé i mantelli degli uccisori (cfr. At 7,58b; 22,20). Osservano il modo in cui è stato martirizzato sarà per lui una testimonianza che contribuirà alla sua conversione.

                      In seguito i punti in comune tra la morte di Stefano e Gesù Cristo:

                      • Vengono trascinati in processo illegale
                      • Vengono incolpati da falsi testimoni che li accusano di lesa maestà nel confronti del tempio e della legge.
                      • Perdonano i propri assassini
                      • Entrambi dicono a Dio di accogliere il loro spirito.

                      IL PROCESSO DI STEFANO

                      Stefano, timorato di Dio e ripieno di Spirito Santo non poteva passare inosservato dalle stesse persone che hanno fatto crocifiggere Cristo e non solo. Anche i Giudei di Gerusalemme provenienti dalla diaspora lo tenevano sotto osservazione e iniziarono ad avere delle discussioni con Stefano. Egli essedo ricco di sapienza si sapeva destreggiare bene nelle discussioni e i suoi avversari non riuscivano a coglierlo in fallo. Così come avvenne con Gesù venne arrestato con false accuse, il vangelo specifica quali:

                      • Diffamare il tempio e la legge di Mosè
                      • Dichiarare che Gesù distruggerà il tempio e sovvertirà la legge di Mosè

                      Si ritrova quindi davanti al sommo sacerdote e a quelli del sinedrio; Fissando gli occhi su di lui videro il suo volto come quello di un angelo. (Atti 7,15).

                      IL DISCORSO DI STEFANO

                      Il sommo sacerdote chiede conto a Stefano riguardo le sue accuse, Ma lui invece di rispondere parte con un lungo discorso. Partendo da Abramo, fino a Davide troviamo il racconto di questo lasso di tempo in maniera molto sintetica cercando di soffermarsi su due tipi di dettagli:

                      • Interpretazione del AT alla luce di Cristo
                      • Evidenziare i peccati dei loro padri e le ribellioni dei piani di Dio per concludere come anche loro fanno lo stesso.

                      Il discorso si può dividere in 3 parti:

                      1. Nella prima parte, dopo un introduzione sui patriarchi, Stefano si sofferma alla figura di Giuseppe, il più giovane dei figli di Giacobbe e il più amato. I suoi fratelli pieni di invidia nei suoi confronti lo vendettero a degli ismaeliti diretti in Egitto. I suoi fratelli dissero a loro padre che il suo amato figlio era morto. Molti anni dopo Giuseppe divenne l’amministratore d’Egitto e quando ci fu la carestia i suoi fratelli andarono in Egitto per chiedere aiuto, incontrando Giuseppe ottennero una grande benedizione e salvezza dalla carestia. Così Giuseppe venduto dai fratelli per invidia divenne un prezioso strumento nella mani di Dio per la loro stessa sopravvivenza. Stefano fa quindi un parallelismo con i giudei che lo accusano. Hanno fatto uccidere Gesù per invidia, ma Dio lo ha reso uno strumento di salvezza per tutta l’umanità.
                      2. Nella seconda parte si concentra su Mosè. Viene prima di tutto evidenziato come il popolo israelita rifiutò la sua leadership nonostante avesse dimostrato di volerli difende dagli abusi. Dio però lo scelse come strumento di liberazione per portarli nella terra promessa e i segni miracolosi confermarono questo. Ma nonostante tutti gli israeliti durante l’attraversata nel deserto compirono numerose gravi infedeltà. Questa cecità e durezza di cuore del popolo eletto si perpetrò anche nel tempo dei grandi profeti, dimostrando ciò con citazioni di versetti ben scelti. Anche qua troviamo un parallelismo per indicare che come i loro padri hanno rifiutato e mormorato contro i profeti, loro hanno continuato a fare lo stesso, anzi anche peggio. Perché Mosè aveva profetizzato la venuta del Messia (DT 18,15.18) che loro hanno fatto uccidere.
                      3. Nella terza parte del discorso tocca un argomento molto delicato: Quello del luogo santo per eccellenza, il tempio di Gerusalemme. Dando rilievo alla tende della testimonianza, prima della costruzione del tempio e segno di un dio che cammina con il suo popolo, Stefano contesta la visione del tempio come luogo esclusivo della presenza di Do. Del resto, gli stessi profeti evidenziarono la relatività del tempio, puntando sull’interiorità della adesione interiore a Dio. Stefano non a caso cita Is 66,1-2 ove il Signore afferma la sua presenza universale al di là di ogni “spazio sacro”.

                      Al termine di questo lungo discorso da un ultima strigliata finale contro gli accusatori con tono deciso che mostra una santa ira dovuta al suo zelo per Cristo:

                      Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata”. (Atti 7,51-53)

                      Questo fece accende di ira i presenti lo lapidarono e iniziarono a perseguitare la Chiesa. Ma anche in quel momento Dio era con lui che fu accolto in cielo dal padre celeste come primo martire.

                      LE PROVENIENZE CULTURALI DEI PRIMI CRISTIANI

                      Nelle prime comunità cristiane c’erano varie tipologie di persone che componevano la rete di chiese. Le tipologie sono in base alla provenienza culturale e religiosa, troviamo dunque 3 tipologie:

                      CRISTIANI GIUDEI:

                      Di questa tipologia ha origine i primi cristiani, i 12 apostoli e Paolo. I cristiani giudei vivono in Palestina e parlano aramaico. Nella liturgia leggono in ebraico i testi biblici. Essendo nati in un ambiente culturale totalmente giudaico avranno molte difficoltà ad accogliere che altri cristiani non seguano le consuetudini giudaiche. In Atti 3 vediamo che Pietro si rivolge a questo tipo di gruppo. Di questo gruppo si possono aggiungere anche i samaritani, anche loro infatti ricevono la predicazione apostolica e l’accolgono con entusiasmo unendosi alla chiesa di Gerusalemme insieme agli altri giudei, che un tempo c’era odio reciproco, ma ora ritrovano una comunione uniti in Cristo.

                      CRISTIANI GIUDEI DELLA DISPORA:

                      I cristiani giudei che vivono nella diaspora (in Antiochia, Alessandria, Roma, ecc.) e parlano greco, leggono la Scrittura in greco e dispongono di proprie sinagoghe. Questi hanno una cultura distinta dai giudei palestinesi. Questo è il gruppo ellenista. Grazie ai loro contatti e alla loro cultura più universale, erano più aperti al mondo esterno che gli ebrei. Saranno proprio questi che daranno origine all’attività missionaria normalmente intesa. Gli ellenisti costituivano un gruppo distinto con i propri responsabili. Questa tipologia comprendevano anche questi sottogruppi:

                      • Proseliti

                      Sono dei pagani che si sono convertiti al giudaismo e hanno accettato la circoncisione e così sono divenuti membri del popolo eletto. Ad esempio il discorso di Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia è diretto a giudei e a proseliti della dia spora (cfr. At 13,14-43)

                      • Timorati di Dio

                      Sono coloro che simpatizzano per il giudaismo,  frequentano le sinagoghe, ma non giungono alla circoncisione e alla pratica rituale della legge. Il centurione Cornelio figura tra i timorati di Dio (cfr. At 10).

                      CRISTIANI PROVENIENTI DAL PAGANESIMO:

                      Erano presenti anche persone che non avevano mai avuto contatti con correnti religiose ebraiche, ma appartenevano a religioni pagani; quindi prima della conversione adoravano il pantheon degli dèi romani, greci, egizi, ecc.. Nel libri degli atti, Paola prova a predicare ai pagani all’Areopago di Atene (cfr. At 17,16-34). Questo tipo di cristiani hanno avuto difficoltà nel farsi accettare da quelli di provenienza ebraica in quanto non abituati a seguire le consuetudini giudaiche. Un esempio di cristiani di questa provenienze è Dionigi (cfr. At 17,34).

                      LA CHIESA A GERUSALEMME:

                      La comunità di Gerusalemme era la principale e la più importante, dove tutto aveva avuto inizio gestita da Giacomo. Fratello del Signore, autore dell’omonima lettera. Era composta sia da cristiani giudei palestinesi, sia da cristiano giudei della diaspora. Pur nella descrizione dell’armonia della prima comunità cristiana, al capitolo 6 notiamo il sorgere dei primi problemi interni. Nella comunità di Gerusalemme erano presenti gli ellenisti che si lamentavano nei confronti dei giudei perché le loro vedove venivano trascurate nella distribuzione quotidiana. Apparentemente sembra trattarsi solamente di un conflitto marginale, In realtà, nell’ottica di Luca, gli ellenisti pongono una problematica ben più seria: I due gruppi di credenti, pur vivendo nell’armonia di Cristo avevano mentalità e visione del mondo diverse. Gli ebrei di lingua greca erano molto più aperti al mondo, interagivano con le nuove tendenze in una rilettura delle tradizioni antiche, accogliendo le nuove sfide provenienti dal mondo circostante. I giudei palestinesi erano molto più legati al giudaismo e poco inclini a diffondere il messaggio cristiano al mondo, nonostante lo stesso Gesù abbia invitato gli apostoli a farlo. Bisognava stabilire quindi quale direzione far andare la comunità senza procurare scismi o deviatore rispetto ai discepoli. La Chiesa è semplicemente una setta giudea dei nazareni accanto alle altre, o se è una comunità aperta all’universalità, senza disconoscerne le radici giudaiche. Si tratta di una crisi sorta nel cuore stesso della prima comunità cristiana. Per risolvere questo problema, gli apostoli elessero e benedirono 7 responsabili noti per la loro devozione e sapienza, tutti di lingua greca, tra cui un proselito di nome Nicola e un ex pagano, con lo scopo di sopperire alle necessità deli componenti di lingue greca. Infatti ogni servizio, anche quello materiale, è ecclesiale, cioè è strettamente relazionato alla vita comunitaria e quindi riveste anche un ruolo spirituale. Inoltre, gli apostoli imponendo le mani sui 7 riconoscono la loro funzione e introducono una innovazione che porterà un nuovo impulso alla Chiesa, quello missionario e l’apertura a tutte le genti. Il numero “7” indicano i popoli pagani che abitavano nella terra di Canaan (cfr. At 13,19). In tal modo il gruppo ellenistico dei cristiani riceve un’organizzazione a parte rispetto al gruppo ebraico.

                      RAPPORTI FRA LA PRIMA CHIESA E IL GIUDAISMO

                      Il libro degli Atti degli apostoli racconta i primi anni di vita della Chiesa (dal 33 al 61 d.C.). Dai primi capitoli degli Atti si nota come i primi discepoli di Gesù fossero tutti giudei: gli Apostoli, Maria, madre di Gesù (cfr. At 1,12-14; 2,1-4). Così i primi che aderirono al primo gruppo dei discepoli erano tutti giudei o per nascita o per adesione alla religione giudaica accettandone la circoncisione e quindi divenendo membri del popolo eletto (cfr. At 2,14-15). Era perciò naturale continuare a praticare la religione giudaica (cfr. At 2,46; 3,1). Questo però portò a forti contrasti tra il cristianesimo nascente e il giudaismo tradizionale circa il riconoscimento di Gesù come Messia: se Gesù non era stato accolto, non potevano essere accolti i suoi seguaci. Luca ci racconta il processo di questo conflitto.

                      IL CRISTIANESIMO: SETTA GIUDAICA

                      Nel giudaismo vi erano gruppi diversi, chiamati “sette”. Accanto ai farisei e ai sadducei che rappresentavano la fede tradizionale e ufficiale, pur con delle differenze tra di loro (cfr. At 23,6-9), vi erano gli esseni, una specie di gruppo ascetico-monastico, che vivevano in Qumran, sulle rive del Mar Morto, una vita ritirata, dediti alla preghiera e allo studio della Scrittura. Essi rifiutavano il calendario liturgico ufficiale e non frequentavano il tempio, in polemica con i sacerdoti mettendo il dubbio la loro legittimità. Aspettavano la venuta di un Messia e con essa l’era escatologica. Vi era pure un gran numero di movimenti battisti che si caratterizzavano per l’importanza che davano al battesimo e alla conversione morale in un clima di attesa escatologica.

                      I discepoli cristiani apparirono in primo tempo come una delle tante sette, la setta dei nazareni (cfr. At 24,5; 24,14; 28,22). Questa setta appare come aberrante: venera un certo Gesù, considerato il Messia promesso, condannato a morte dai capi giudei e che dichiara essere risorto e sedere alla destra del Padre; predica e agisce nel suo nome; continua a frequentare il tempio e a praticare la legge giudaica. Essa rispetta le autorità religiose, ma è pronta anche a confrontarsi con esse, ha per capi gente popolana, senza istruzione e non nella linea sacerdotale. È facile comprendere la perplessità delle autorità religiose (cfr. At 4,13-17; 5,34-39).

                      Bisogna riconoscere che se pur il gruppo dei nazareni vive nel seno del giudaismo, alcune sue posizioni appaiono in contraddizione. Per questo, Paolo perseguiterà la nuova setta rendendosi conto di tutto ciò che di rivoluzionario essa contiene.

                      I seguito la successione degli eventi descritti nel libro degli atti dove i religiosi del giudaismo si scontrano contro gli edepti della nuova fede:

                      • La prima persecuzione:

                      Pietro e Giovanni e la guarigione dello storpio (At 3,1-11);

                      Discorso di Pietro al tempio (At 3,12-26);

                      Pietro e Giovanni davanti al Sinedrio (At 4,1-22);

                      La preghiera degli apostoli (At 4,23-31).

                      • La seconda persecuzione:

                      Arresto e liberazione degli apostoli (At 5,17-21);

                      Gli apostoli davanti al Sinedrio (At 5,26-33.40).

                      • La terza persecuzione:

                      Arresto di Stefano (At 6,8-14);

                      Discorso e martirio di Stefano (At 7);

                      Persecuzione contro la Chiesa (At 8,1-3).

                      • La quarta persecuzione

                       Da parte del re Erode: Martirio di Giacomo (At 12,1-2);

                      Arresto e liberazione di Pietro (At 12,3-19).

                      LA VITA DELLA PRIMA CHIESA:

                      UNA COMUNITÀ FRATERNA

                      1. Fratelli

                      Una caratteristica della comunità cristiana degli Atti è la presenza della parola “fratelli”. Ciò ha due significati:

                      • In primo luogo si usa secondo la consuetudine ebraica di parentela (cfr. At 1,4);
                      • In secondo luogo si usa il termine fratello per indicare una relazione nata dalla fede (cfr. At 1,15-16; 15,13; 21,17)

                      Questo secondo uso riecheggia le parole di Gesù: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). La fede nella resurrezione, la preghiera in comune, la condivisione fanno scoprire ai primi discepoli una relazione di fraternità, tipica dei discepoli di Gesù. E questo è sigillato dalla venuta dello Spirito. Pietro dirà ai suoi ascoltatori: “Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente…” (At 2,29) e questi, compunti, rispondono agli apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2,37).

                      2. Condizioni di appartenenza alla comunità

                      • La fede nella resurrezione di Gesù

                      L’essenza, infatti, del messaggio apostolico è che Cristo è risorto e di ciò si è testimoni. La predicazione fondamentale degli apostoli è il kerygma, cioè l’annuncio forte e gioioso che Dio ha risuscitato Gesù, colui che fu crocifisso. Questo è il punto centrale della fede. Degni di nota sono i discorsi kerygmatici, 5 di Pietro (cfr. At 2,14-39; 3,12-26; 4,8-20; 5,29-32; 10,34-43) e 2 di Paolo (cfr. At 13,16-41 e 1 Cor 15,3-9 – questo testo è il testo più antico che narra la morte e la resurrezione di Gesù) a cui si aggiunge ciò che Gesù risorto dice di se stesso ai discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35). Essi sono la sintesi della predicazione primitiva: Gesù morto per noi (cfr. 1 Cor 15,3), risorto per la benedizione (cfr. At 3,26), glorificato per la conversione e il perdono (cfr. At 5,31), noi ne siamo testimoni (cfr. At 2,32). “Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4,24-25) è il riassunto del messaggio che Paolo annuncerà.

                      • Fede-conversione

                      Il battesimo e l’accoglienza del dono dello Spirito sono ciò che gli apostoli chiedono in risposta al loro annuncio. Gesù aveva inviato i suoi a proclamare nel suo nome a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati (cfr. Lc 24,47). Coloro che si convertono saranno battezzati (cfr. Mt 28,19). Così nel giorno di Pentecoste alla domanda circa cosa dovevano fare coloro che erano stati toccati dal messaggio, Pietro risponde: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (cfr. At 2,37-38). Così in At 16 il carceriere della città di Filippi si rivolge a Paolo e Sila con le stesse parole: “Cosa devo fare per essere salvato?”; “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia.”

                      • Vita interna della comunità

                      Nel libro degli Atti, specialmente all’inizio troviamo delle sintesi della vita della comunità dei discepoli: 2,42-47; 4,32-35; 5,12-16. Nell’esposizione Luca usa un ordine:

                      • insegnamento degli apostoli;

                      • unione fraterna e condivisione;

                      • frazione del pane;

                      • preghiera comune;

                      il tutto in un clima di intensa comunitaria e unita. È la descrizione di una comunità perfetta. Ma ciò non deve trarre in inganno perché subito troviamo difficoltà interne come ad esempio in At 5,1-11; 6,1-2; 11,2-3; 15,1-6; 15,36-39; Gal 2,11-14; 1 Cor 11,17-22; per citare solo alcuni esempi.


                      Luca scrive per le necessità delle comunità e propone un ideale a cui costantemente ci si possa riferire. Questo non toglie la storicità della descrizione, ma deve essere letta nell’ottica dell’autore: scrivere una storia teologica. Troviamo inoltre alcune caratteristiche tipiche:

                      • La presenza sensibile della gioia (cfr. At 2,13.46; 5,41; 11,23; 15,31);

                      • La fede nello Spirito Santo: avevano una relazione esperienziale con lo Spirito Santo che li guidava (cfr. At 8,39; 10,19; 13,2; 16,10; 20,22; 23,11; 1 Tm 1,18; 1 Tm 4,14);

                      • La direzione dello Spirito era ciò che caratterizzava l’azione pastorale della comunità, il suo sapersi aprire ai doni carismatici nella sottomissione comune alla sua azione.

                      • Il coraggio nel dare testimonianza, anche di fronte alle opposizioni (cfr. At 4,13.29.31; 28,31).

                       Il libro degli Atti termina con una sintesi perfetta dello stile della prima comunità cristiana: “…annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento” (At 28,31). Il potere di Dio diventa realtà solo quando gli uomini sanno assieme sottomettersi docilmente alla guida e all’azione dello Spirito di Gesù e imparano a vivere nel suo nome

                      IL PROTAGONISTA DEL LIBRO DEGLI ATTI

                      Il libro degli Atti è tutto segnato da allusioni dell’azione dello Spirito Santo sia all’inizio, quando Gesù lo annuncia ai suoi discepoli (cfr. At 1,5) che alla fine, quando Paolo denuncia la chiusura ostinata al messaggio evangelico dei giudei di Roma (cfr. At 28,25). La parola “Spirito” (nel senso di Spirito Santo) viene usata 54 volte: 36 volte indica una presenza o azione senza implicazioni di manifestazioni straordinarie, mentre 18 volte indica manifestazioni straordinarie (11 volte in forma di allusione, 7 volte per riferire alcuni fatti). Quest’analisi ci permette di vedere l’azione globale dello Spirito nella Chiesa primitiva e come era vissuta. Come punto di partenza troviamo la Pentecoste (cfr. At 2,1-13) e quella che possiamo chiamare la seconda Pentecoste (cfr. At 4,23-31). Da questi due racconti possiamo vedere come lo Spirito anima la Chiesa concedendole di predicare con forza e franchezza la Parola, ma senza che questo garantisca di per se stesso un successo trionfalistico. La presenza dello Spirito non evita le persecuzioni e la morte dei discepoli, ma dona la forza di perseverare nell’annuncio del vangelo. L’azione dello Spirito più che mai richiede fede. Anche Paolo sperimenterà oltre ai miracoli anche insuccessi, opposizioni pur essendo stato inviato dallo Spirito (cfr. At 13,4) e decidendo tutto nello Spirito (cfr. At 19,21). Anzi è lo stesso Spirito che gli annuncia che in ogni città avrà tribolazioni e prigionie (cfr. At 20,22-23). Negli Atti lo Spirito è soprattutto oggetto di esperienza. Si parla di lui con conoscenza di causa. La cosa pare evidente quando si parla delle manifestazioni esteriori. È Pietro che sa interpretare la prima manifestazione nel giorno di Pentecoste: Non siamo ubriachi, ma abbiamo ricevuto il dono dello Spirito (cfr. At 2,14-16). Così lungo tutto il libro degli Atti si vede come i discepoli hanno una piena dimestichezza con l’azione carismatica dello Spirito. Lo Spirito Santo non è un argomento apologetico, ma è azione di Dio per la salvezza: è lui che rende presente e vivo Gesù nella comunità dei suoi discepoli. Lo Spirito è Signore! In seguito i versetti dove lo Spirito Santo si mostra nella sua potenza colui che guida i passi dei credenti e muove i fili affinché la volontà di Dio sia compiuta. Attraverso esso vengono compiuti miracoli di guarigioni, profezie vengono annunciate e compiute. Dietro ogni elemento soprannaturale non c’è più Gesù, ma lo Spirito Santo che compie i miracoli senza più i limiti del tempo e dello spazio. Si vede chiaramente come esse è il vero protagonista degli atti, non Pietro o Paolo in quanto senza la Spirito Santo non avrebbero potuto fare nulla.

                      • ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. (1,8)
                      • Allora Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: “Capi del popolo e anziani,  visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato,  sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. (4,8-10)
                      • Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza. (4,31)
                      • Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce.  Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”. (5,30-32)
                      • Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni.  Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo;  non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo. (8,14-17)
                      • Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. (8,39)
                      • La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. (9,31)
                      • Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; (10,44-45)
                      • Uno di loro, di nome Àgabo, si alzò in piedi e annunciò, per impulso dello Spirito, che sarebbe scoppiata una grande carestia su tutta la terra. Ciò che di fatto avvenne sotto l’impero di Claudio. (11,28)
                      • Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: “Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono.
                      • Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro (13,2-4)
                      • È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie:  astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!”. (15,28-29)
                      • Udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare. (19,5-6)
                      • Dopo questi fatti, Paolo decise nello Spirito di attraversare la Macedonia e l’Acaia e di recarsi a Gerusalemme, dicendo: “Dopo essere stato là, devo vedere anche Roma”. (19,21)
                      • So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. (20,23)
                      • Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. (20,28)
                      • Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: “Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo al quale appartiene questa cintura, i Giudei a Gerusalemme lo legheranno così e lo consegneranno nelle mani dei pagani”. (21,11)

                      RIFLESSIONI PERSONALI:

                      Questo fa sorgere una domanda spontanea: crediamo oggi nello Spirito Santo, abbiamo esperienza della sua presenza e azione, ne parliamo con conoscenza di causa, sappiamo discernere la sua azione carismatica oppure abbiamo relegato tutto questo al tempo degli apostoli?

                      LA PENTECOSTE

                      La resurrezione di Cristo è il giorno più importante della storia biblica, ma al secondo posto si colloca il giorno della pentecoste descritta negli atti. Anch’essa è anche molto importante ed è la diretta conseguenza della resurrezione, un giorno stabilito da Dio per la salvezza dell’umanità. In quel giorno i discepoli ricevono lo Spirito Santo e nasce la Chiesa. Per comprendere l’importanza di questo giorno e l’esperienza provata dai discepoli facciamo un passo indietro. I discepoli sono stati affascinati dal carisma e dai miracoli di Cristo, riconoscendo che solo Lui ha parole di vita eterna (). Lasciano tutto e decidono di seguirlo. Assistono a miracoli sconvolgenti, vedono molte persone guarire e tornare i vita e non hanno dubbi che Gesù sia il Messia. Ma loro hanno ancora una visione di un Messia per come gli ebrei si aspettavano, qualcuno che istaurasse un regno senza fine, al centro del mondo. Poi avvenne l’arresto, la crocifissione e morte di Gesù. A quel punto i discepoli rimangono delusi e confusi, non capiscono se lui è il messia come sia potuto succedere, e ora hanno paura di fare la stessa fine. Ma ecco che appare Gesù risorto, contro ogni aspettativa e comprendono che tutto faceva parte del piano di Dio. I discepoli ora sono pieni di gioia, ma hanno ancora paura e non vanno a predicare e annunciare al mondo quello che hanno visto, hanno ancora troppa paura di rimanere arrestati e uccisi. Prima che Gesù fosse crocifisso parlava  del giorno che gli avrebbe lasciati, ma avrebbe provveduto a un “consolatore”. Questa parola in alcune traduzioni compare non viene tradotta e rimane l’originale “Parakletos” riferendosi allo Spirito Santo. Dopo 40 giorni dalla resurrezione abbiamo l’episodio dell’ascensione dove troviamo Gesù esaltato alla gloria di Dio e stabilito come Signore universale. Questo racconto al termine degli eventi pasquali, indica chiaramente che Gesù ha inaugurato un nuovo modo di presenza in mezzo ai suoi. Ora è il tempo della missione animata dal suo stesso Spirito. Così 10 giorno dopo arriva il giorno della pentecoste. I giudei rimanevano tutta la notte sulla tomba di Davide pregando i suoi salmi. È sul finire della giornata, come descrivono gli Atti, che lo Spirito Santo discese sui discepoli riuniti nel cenacolo situato al piano superiore nelle immediate prossimità della tomba di Davide. Questo evento ebbe quindi un forte impatto su tutte le persone che durante la notte avevano pregato sulla tomba di Davide. Così si capisce anche la presenza dei tremila convertiti di quel giorno dopo la predica di Pietro, non solo ci rendiamo conto del numero e delle varie nazionalità, ma anche dell’accoglienza dell’annuncio di Pietro: erano “spiritualmente preparati” non solo gli apostoli, ma anche i destinatari. Ecco il testo del brano della pentecoste, approfondiremo i significati e i simboli ivi contenuti:

                      Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.  Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.  Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

                      1. Nell’antico testamento

                      Veniva festeggiata 50 giorni dopo la pasqua e in origine ora la festa della mietitura: Osserverai la festa della mietitura, cioè dei primi frutti dei tuoi lavori di semina nei campi, e poi, al termine dell’anno, la festa del raccolto, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi (Esodo 23,16). Dopo l’esilio divenne la festa dell’Alleanza, cioè della Legge data sul monte Sinai (Esodo 19,1). Il termine Pentecoste era usato dagli ebrei di lingua greca.

                      1. La nuova alleanza

                      In Ezechiele si profetizzava una nuova alleanza non più basata sulla legge, ma sullo Spirito Santo. Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi (Ezechiele 36,26-27). Questa profezia si adempie con la pentecoste del nuovo testamento. Da questa alleanza nasce la Chiesa.

                      1. Il vento e il fuoco

                      In ebraico RUACH significa sia vento che spirito è quindi significativo che sia presente nell’effusione dello Spirito Santo. Il ”fuoco” indica la purificazione e lo troviamo nelle parole di Giovanni Battista quando parlava del battesimo dello Spirito Santo con il fuoco. egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. (Matteo 3,11). Entrambi gli elementi li troviamo anche nella teofanie dell’antico testamento: nube in esodo 16,10, Ezechiele 10,18. Fuoco in Esodo 24,16-18, Deuteronomio 4,11-12. Inizia una nuova Alleanza e siamo in presenza di un nuovo Sinai per questo popolo riunito, con un solo spirito, come il popolo di Israele alle falde del monte Sinai.

                      1. La predicazione con franchezza

                      I discepoli anche dopo la resurrezione di Cristo non avevano ancora iniziato a predicare, ma dal giorno della pentecoste, ricevuto lo Spirito Santo innescò in loro un profondo cambiamento: Iniziarono a predicare il Kerygma senza paura di persecuzioni e con franchezza, questo è l’effetto di chi riceve lo Spirito. Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza. (Atti 4,31)

                      1. Il miracolo delle lingue

                      Il miracolo avvenuto nel giorno della pentecoste è il miracolo delle lingue, ognuno sentiva predicare nella propria lingua. Per Pietro è la realizzazione di una profezia: io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito (Gioele 3,1-2). 

                      Nel calendario giudeo questo indicava la festa che si celebrava cinquanta giorni dopo la Pasqua. Dopo l’esilio divenne la festa non più dell’offerta delle primizie del raccolto, ma la festa dell’Alleanza, cioè della Legge data sul monte Sinai. Luca colloca in questo giorno l’evento annunciato dai profeti e da Gesù stesso: la venuta dello Spirito Santo, la nuova legge. Pentecoste era la festa del rinnovamento dell’Alleanza.

                      Questi eventi visibili richiamano tutta la storia veterotestamentaria e le stesse promesse di Gesù. “Tutti furono pieni di Spirito Santo”: questo è il centro del racconto. Lo Spirito si appropria dei discepoli e dona la vita stabilendo un’Alleanza nuova. Lo Spirito era la presenza che si attendeva: “…non allontanarsi da Gerusalemme, ma attendere che si adempisse la promessa del Padre… voi sarete battezzati in Spirito Santo… avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni…” (cfr. At 1,4-8). Questi segni annunciano la venuta dello Spirito che certifica la sua venuta con effetti visibili: parlare in altre lingue. Si discute molto se questo sia il fenomeno della glossolalia o della xenolalia, o se sia un miracolo di dizione o di audizione. Il fatto è che esso indica la venuta dello Spirito in accordo con la profezia di Gioele (cfr. Gl 3,1-2). È la presenza dello Spirito di profezia che caratterizza l’azione di Dio tra il suo popolo, un suo intervento diretto di salvezza. – 6 – Anche qui l’allusione è alla nascita di un popolo nuovo, unito ad opera di Dio: non più la confusione di Babele (cfr. Gn 11), ma la capacità di poter annunciare il messaggio di salvezza a tutti, senza frontiere: “li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa… e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,8.11). Altri li deridono considerandoli ubriachi (cfr. At 2,13): le lingue nuove non sono la prova matematica della presenza dello Spirito, ma una presenza che si accoglie e si comprende nella fede. Così l’annuncio con forza del messaggio evangelico richiede fede sia da parte di chi annuncia che di colui che ascolta. In questo contesto, Luca sottolinea la figura di Pietro che a nome dei discepoli annuncia con coraggio il kerygma, l’annuncio della morte, resurrezione e glorificazione di Gesù. Il suo annuncio è basato sulla testimonianza e sulla verificabilità di ciò che proclama: “Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire” (At 2,32-33). Pietro vede gli eventi alla luce delle parole profetiche dell’Antico Testamento di cui dichiara la realizzazione. Le tremila persone che si uniranno (cfr. At 2,41) diventano poi segno della ricapitolazione finale e della vittoria finale escatologica di Gesù.

                      L’ASCENSIONE DI CRISTO

                      Il racconto dell’ascesione di Cristo è raccontato come inizio del libro degli atti degli apostoli, scritto da Luca, lo stesso che scritto anche il vangelo che porta il suo nome. Infatti, da come dice l’autore stesso, gli atti sono la continuazione del suo vangelo con un collocazione cronologica a 40 giorni dalla resurrezione di Cristo e questa è l’ultima apparizione di Cristo agli apostoli. Gesù torna al Padre, la sua presenza non è più necessaria, 10 giorni dopo ci sarà la pentecoste, l’effusione dello Spirito Santo di cui Gesù aveva parlato prima della sua morte quando parlava del “paraclito”, lo Spirito Santo:

                      Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. (Giovanni 16,7)

                      L’ascensione di Cristo è necessaria perchè possa intervenire lo Spirito Santo. Con l’Ascensione Gesù è stato esaltato alla gloria di Dio e stabilito come Signore universale. Questo racconto al termine degli eventi pasquali, indica chiaramente che Gesù ha inaugurato un nuovo modo di presenza in mezzo ai suoi. Ora è il tempo della missione animata dal suo stesso Spirito. Questo è certamente da collegare con alcune preoccupazioni dei giudeo-cristiani che aspettavano la restaurazione del regno di Israele. Lo si deduce dalla stessa domanda dei discepoli prima dell’Ascensione (At 1,6) e dai tentativi di imposizione della legge giudaica ai convertiti provenienti dai pagani (At 11,2-3; 15,1-5). Gesù risponde ponendo l’attenzione sulla missione senza confini sotto l’azione dello Spirito Santo.  Qui sotto troverete il testo completo dell’ascensione di Cristo, approfondiremo alcuni elementi chiave per  la comprensione del testo. Le parole sottolineate richiamato un firma divina al racconto.

                      Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. (ATTI 2,3)

                      Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?”.  Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”.
                      Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi.  Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.
                      Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato
                      (ATTI 2,7-12)

                      1. I 40 giorni dopo la resurrezione

                      Simbolizzano il tempo necessario per portare a termine la preparazione per una missione speciale. Per i discepoli predicare il vangelo in tutto il mondo. Analogamente Gesù ha digiunato 40 giorni per preparare la sua missione

                      Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. (Luca 4,1)

                      • Il Monte degli Ulivi

                      In Ezechiele 10,18-22, la Gloria di Dio abbandona Gerusalemme e sosta per un momento su questo monte situato vicino alla città santa: La gloria del Signore uscì dalla soglia del tempio e si fermò sui cherubini. I cherubini spiegarono le ali e si sollevarono da terra sotto i miei occhi; anche le ruote si alzarono con loro e si fermarono all’ingresso della porta orientale del tempio del Signore, mentre la gloria del Dio d’Israele era in alto su di loro. Nell’antico testamento il monte simboleggia il luogo dove Dio si allontana dagli israeliti a causa del loro peccato. Nel nuovo testamento nello stesso luogo Gesù torna al padre vittorioso, riscattando il peccato degli uomini.

                      In Zaccaria 14,1-5 una profeziaescatologica cita il monte degli ulivi dove il luogo dove Dio poserà i suoi piedi per difendere Gerusalemme dai suoi nemici. In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente. Gesù è asceso al monte degli ulivi e ritornerà gloriosamente al medesimo luogo.

                      • La nube:

                      Nella Bibbia è sempre una teofania, un segno della presenza di Dio, vediamo alcuni esempi:

                      • Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte. La gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube. La gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna. Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti. (Esodo 24,15-18)
                      • Nei racconti evangelici della trasfigurazione:  Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. (Marco 9,7)  La stessa cosa viene riportata anche in Luca 9,34  e in Matteo 17,5 si precisa che era una nube luminosa.
                      • Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. (Daniele 7,13) Questo versetto viene citato in maniera analoga in Marco: E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo”. (Marco 14,62)
                      • Gli angeli:

                      Sono ministri di Dio che portano agli uomini messaggi soprannaturali. Vengono spesso descritti “in bianche vesti”. Nel racconto della Ascensione annunciano che Gesù ritornerà un giorno: la storia è escatologica.

                      • Fissare al cielo:

                      Gli apostoli fissavano il cielo mentre Gesù se ne andava

                      un’allusione al rapimento di Elia quando Eliseo gli chiese due terzi del suo spirito

                      Domanda che cosa io debba fare per te, prima che sia portato via da te”. Eliseo rispose: “Due terzi del tuo spirito siano in me”. (2Re 2,9). Eliseo chiede ad Elia la sua eredità spirituale. Elia risponde: “Tu pretendi una cosa difficile! Sia per te così, se mi vedrai quando sarò portato via da te; altrimenti non avverrà” (10). Allo stesso modo gli apostoli, proprio perché hanno visto andare Gesù al cielo, riceveranno lo Spirito di Gesù e continueranno la sua missione.

                      RIASSUNTO 4 VANGELI

                      Ho composto questo riassunto schematizzato sui 4 vangeli come ausilio per le persone che vogliono avviare un studio su di essi. Si può vedere una panoramica complessiva della intera vita di Cristo ordinati e divisi in diverse sezioni. In questo modi sono possono studiare le intere sezioni riuscendo a individuare i brani sparsi nei vari vangeli. Se ad esempio si vuole approfondire i miracoli di Gesù, sono riportati tutti i versetti che parlano di quel argomento. Da come si può notare molti brani sono presenti in più vangeli, e in questo caso si possono rapidamente fare dei confronti tra di loro per vederne le differenze. Altri brani invece si possono trovare unicamente in un solo vangelo.


                      NATIVITÁ:

                      Prologo GV 1,1-18

                      Genealogia di Gesù MT 1,1-17. LC 3,23-38

                      L’annuncio della nascita di Gesù LC 1,26-38

                      Nascita di Gesù MT 1,18-25. LC 2,1-21

                      La visita di Maria ad Elisabetta LC 1,39-56

                      La visita dei Magi  MT 2,1-12

                      Fuga in Egitto MT 2,13-15

                      La strage degli innocenti MT 2,16-18

                      Il ritorno a Nazareth MT 2,19-23

                      La presentazione di Gesù al tempio LC 2,22-40

                      Gesù tra i dottori del tempio LC 2,41-52


                      GIOVANNI BATTISTA

                      Annuncio della nascita di Giovanni Battista LC 1,5-25

                      La nascita di Giovanni Battista LC 1,57-80

                      La predicazione di Giovanni Battista MT 3,1-12.  MC 1,1-8. LC 3,1-20

                      Giovanni Battista su Gesù GV 3,22-36. GV 1,19-34

                      Incontro con i discepoli di Giovanni battista MT 11,1-6. MC 2,18-22. LC 5,33-39

                      Gesù parla di Giovanni battista MT 11,7-19.  MT 17,10-13.  LC 7,18-35

                      Morte di Giovanni battista MT 14,1-12. MC 6,14-29

                      Gesù annuncia che Giovanni Battista era Elia MC 9,11-13


                      INIZIO PREDICAZIONE

                      Il battesimo di Gesù MT 3,13-17. LC 3,21-22

                      Le tentazioni di Gesù MT 4,1-11. LC 4,1-13

                      Gli inizi della predicazione di Gesù MT 4,12-17

                      La chiamata degli apostoli MT 4,18-25. MC 1,14-20. LC 6,12-16. GV 1,35-51

                      Le donne che seguono Gesù LC 8,1-3

                      Il primo segno a Cana GV 2,1-12


                      INCONTRI:

                      Incontro con un ricco  MT 19,16-22. MC 10,17-25. LC 18,18-30

                      Donna unge i piedi di Gesù MT 26,6-16. MC 14,3-9. GV 12,1-9.

                      Gesù, la peccatrice e il fariseo LC 7,36-49

                      Il rifiuto di un villaggio di Samaritani LC 9,51-55

                      Gesù incontra chi vuole seguirlo LC 9,57-62

                      Marta e Maria  LC 10,28-42

                      Incontro con Zaccheo LC 19,1-10

                      Gesù incontra Nicodemo GV 2,23-25.  GV 3,1-21

                      Gesù incontra una samaritana GV 4,1-30.  GV 4,39-41

                      Gesù con i giudei dopo la moltiplicazione dei pani/pesci  GV 6,22-71

                      Gesù e i suoi fratelli GV 7,1-8

                      Dei greci vogliono parlare con Gesù GV 12,20-24


                      GUARIGIONI:

                      Guarigione lebbroso MT 8,1-4. MC 1,40-45. LC 5,12-16

                      Guarigione dei 10 lebbrosi LC 17,11-19

                      Il servo del centurione MT 8,5-13. LC 7,1-10

                      Guarigione suocera di Pietro MT 8,14-15. MC 1,29-31. LC 4,38-39

                      Compimento profezia sulle guarigioni MT 8,16-17. GV 12,37-43. MT 12,15-21

                      La grande folla che lo segue MC 3,7-10

                      Guarigione paralitico MT 9,1-8. MC 2,1-12. LC 5,17-26

                      La donna con le perdite di sangue MT 9,20-22. MC 5,25-34 . LC 8,43-48

                      Guarigione ciechi  MT 9,27-31. MC 10,46-52. MC 8,22-26. LC 18,35-42. MT 20,29-34. GV 9,1-12

                      Guarigioni varie MT 14,34-36. MC 6,52-56. LC 4,40.  LC 4,42-43

                      La donna cananea MT 15,21-28

                      Il sordomuto nella Decàpoli  MC 7,31-37

                      Gesù guarisce il figlio di un funzionario del re  GV 4,43-54

                      Guarigione paralitico in giorno di sabato  GV 5,1-18

                      Guarigione uomo dalla mano inaridita MC 3,1-6

                      Guarigione della donna curva LC 13,10-17. 

                      Guarigione orecchio a Malco LC 22,50-51

                      Resurrezione del figlio di una vedova LC 7,11-17

                      Resurrezione di Lazzaro GV 11,1-46

                      Resurrezione figlia di Giairo, uno dei capi dei sacerdoti  MT 9,18-19 e 23,26. MC 5,1-24 e MC 5,35-43. LC 8,40-42.  LC 8,49-56


                      MIRACOLI:

                      La tempesta sedata MT 8,23-27. MC 4,35-41. LC 8,22-25

                      Moltiplicazioni dei pani e dei pesci  MT 14,13-21.  MT 15,29-39. MC 6,30-44 e MC 8,1-21. LC 9,10-17. GV 6,1-15

                      Gesù cammina sulle acque  MT 14,22-33. MC 6,45-52. GV 6,16-21

                      La trasfigurazione  MT 16,27-28. 17,1-9. MC 9,1-10. LC 9,27-36

                      La moneta d’argento per la tassa MT 17,24-27

                      L’albero di fichi  MC 11,12-14.   MC 11,20-21

                      La pesca miracolosa  LC 5,1-11

                      Trasformazione acqua in vino GV 2,1-12


                      INSEGNAMENTI:

                      Le beatitudini MT 5,1-12 . LC 6,17-26. LC 11,27-28

                      La testimonianza MT 5,13,16.  MT 7,6. MC 9,49-50. LC 12,1-12

                      La legge e il suo compimento MT 5,17-48

                      L’elemosina MT 6,1-4. MC 12,41-44. LC 14,12-14

                      La preghiera e digiuno MT 6,5-18. MT 7,7-10.  MT 9,35-38  MT  18,18-20. LC 11,1-13. MC 1,35-38. MC  11,22-25. GV 14,12-14. GV 15,7-8. GV 16-23-24

                      Libertà dalle preoccupazioni materiali MT 6,19-34. LC 12,22-34

                      Non giudicare MT 7,1-5. MC 2,13-17. LC 6,37-38. LC 6,41-42.

                      Regola pratica MT 7,12. GV 13,34-35. GV 15,12

                      La porta stretta MT 7,13-14. LC 13,22-30

                      I falsi profeti MT 7,15-20

                      Ciò che rende impuro l’uomo MT 15,10-19

                      La salvezza MT 7,21-23

                      La casa costruita nella sabbia e nella roccia MT 7,24-28. LC 6,46-49

                      Esigenze del regno dei cieli MT 8,18,22.  MT 10,32-33.  MT 10,37-39.  MT  16,24-27.  MC 8,34-39. LC 9,23-26.  LC 14,25-35. GV 12,25-26. GV 14,21. GV 14,28-31. GV 15,9-11

                      L’accoglienza MT 10,40-42

                      Chi rifiuta e accoglie gli insegnamenti di Gesù MT 11,20-27

                      Gesù offre pace e riposo  MT 11,28-30. GV 14,27

                      La bestemmia contro lo Spirito Santo  MT 12,30-32. MC 3,28-30

                      La parola del giusto: MT 12,33-37

                      I credenti, una sola famiglia MT 12,46,50. MC 3,31-35. MC 10,26-31.  LC 8,19-21

                      Pietro la roccia  MT 16,13-23. MC 8,27-33. LC 9,18-21

                      Gli scandali MT 18,6-7. MC 9,42. LC 17,1-3

                      Purificarsi dal male MT 18,8-9. MC 7,14-23.  MC 9,43-48. LC 11,33-46

                      La correzione fraterna  MT18,15-17. LC 17,3-4

                      I bambini MT 18,1-5. MT 19,13-15. MC 10,13-16. LC 18,15-17

                      Il perdono MT 18,21-22. LC 6,36. LC 17,4

                      Matrimonio e celibato e divorzio MT 19,1-12. MC 10,1-12. LC 16,18

                      La ricchezza  MT 19,23-30. LC 16,13

                       Il comandamento più grande MT 22,34-40. MC 12,28-34. LC 10,25-29

                      Vegliare e responsabilità verso Dio  MT 24,42-44. MC13,33-37. LC 12,35-48

                      Criterio con il quale Dio giudica  MC 4,24-25. LC 11,29-32

                      L’umiltà  MC 9,33-37. MC 10,35-45. MC 22,24-27. LC 9,46-48. MT 20,18-28. LC 14,7-11

                      Chi non è contro di noi è con noi  MC 9,38-41. LC 9,49-50

                      Quelli che superano le prove MC 22,28-30

                      I nemici  LC 6,27-35

                      L’albero buono e cattivo  LC 6,43-45

                      Non si nasconde nulla a Dio LC 8,17

                      Chi ascolta la parola e chi no LC 8,18

                      Gli effetti della predicazione di Gesù sulla terra LC 12,49-53

                      Davanti al Giudice LC 12,58-59

                      Necessità della conversione LC 13,1-5

                      La fede LC 17,5-6

                      Rapporto Dio – uomo  LC 17,7-10

                      Divinità di Gesù GV 4,31-38. GV 5,19-30. GV 5,31-47. GV 10,1-18. GV 10,27-30. GV 12,27-36. GV 14,1-11

                      Chi accoglie Cristo accoglie Dio Padre  GV 12,44-50. GV 13,18-20- GV 13,31-33

                      La lavanda dei piedi, insegnamento sul servizio GV 13,1-17

                      La promessa dello spirito GV 14,15-20. GV 14,22-26.  GV 15,26-27. GV 16,5-15

                      La vite e i tralci GV 15,1-6

                      Il regno di Dio e il mondo MT 10,34-36.GV 15,28-21. GV 16,1-4. GV 16,29-33. GV17,1-25

                      Essere amici di Gesù GV 15,13-17

                      La responsabilità di chi conosce la parola GV 22-25


                      DISCORSO MISSIONARIO:

                      I Discepoli MC 3,13-19

                      Gesù istruisce i discepoli MT 10,1-31. MC 6,7-13

                      La missione dei 12 apostoli  LC 9,1-6

                      Gesù manda in missione 72 discepoli  LC 10,1-24


                      DISCORSO ESCATOLOGICO:

                      La distruzione del tempio MT 24,1-2. MC 13,1-2. LC 21,5-6

                      I falsi messia MT 24,23-28. MC 13,3-6

                      Inizio delle sofferenze  MT 24,3-22. MT 24,29-41. MC 13,7-32. LC 17,20-37. LC 21,7-37.

                      Il giudizio finale MT 25,31-46


                      PARABOLE:

                      Perché le parabole? MT 13,10-17. MT 13,34. MC 4,10-12. LC 8,9-10

                      Parabola del seminatore MT 13,3-9. MT 13,18-23. MC 4,1-9. MC 4,13-20  MC 4,33-34. LC 8,4-8.  LC 8,11-15

                      Parabola della zizzania  MT 13,24-30.  MT 13,36-42

                      Parabola del granello di senape e del lievito MT 13,31-33. MC 4,30-32. LC 13,18-21

                      Parabola del mercante di perle preziose MT 13,44-46

                      Parabola della rete di pesci MT 13,47-52

                      Parabola della pecorella smarrita  MT 18,10-14. LC 15,1-10

                      Parabola del servo senza pietà  MT18-23-35

                      Parabola degli operai invitati nella vigna  MT 20,1-15

                      Parabola dei vignaioli malvagi MT 21,33-46. MC 12,1-12. LC 20,1-19

                      Parabola degli invitati a nozze  MT 22,1-14. LC 14,15-24

                      Parabola del servo fedele e malvagio  MT 34,45-51

                      Parabola delle 10 vergini  MT 25,1-13

                      Parabola dei talenti  MT 25,14-30

                      Parabola della lampada  MC 4,21-23. LC 8,16

                      Parabola del seme sul terreno  MC 4,26-29

                      Parabola del buon samaritano  LC 10,30-37

                      Parabola dell’uomo ricco LC 12,13-21

                      Parabola della pianta di fico  LC 13,6-9

                      Parabola del figliol prodigo LC 15,11-32

                      Parabola dell’amministratore disonesto LC 16,1-12

                      Parabola del ricco epulone LC 16,19-31

                      Parabola del giudice iniquo LC 18,1-8

                      Parabola del fariseo e il pubblicano LC 18,9-14

                      Parabola dei talenti LC 19,11-28


                      ESORCISMI:

                      Gli indemoniati di Gerasa MT 8,28-33. MC 5,1-20. LC 8,26-39

                      L’indemoniato muto 9,32-34

                      Gli spiriti impuri MT 12,43-45

                      Esorcismo di un ragazzo epilettico MT 17,14-20. MC 9,14-29. LC 9,37-43

                      Esorcismo a Cafàrnao MC 1,21-28. MC 1,32-34. LC 4,31-37

                      I demoni  riconoscono Gesù MC 3,11-12

                      La Figlia della donna a Tiro  MC 7,24-30

                      Quando uno spirito impure esce dall’uomo  LC 11,24-26

                      L’indemoniato cieco e muto MT 12,22


                      DISPUTE CON I FARISEI:

                      Disputa su Gesù con i pubblicani MT 9,9-17. LC 5,27-32

                      Disputa sul sabato MT 12,1-14. MC 2,23-28.  MC 3,1-6. LC 6,6-11. LC 13,10-17.  LC 14,1-6

                      I farisei contestano le guarigioni  MT 12,22-29. MC 3,20-27.

                      I farisei vogliono vedere un segno MT 12,38-42  MT 16,1-4

                      Gesù a Nazareth MT 13,53-58. MC 6,1-5. LC 4,14-30.

                      Disputa sulla tradizioni dei  Farisei  MT 15,1-9. MC 7,1-13

                      L’entrata di Gesù a Gerusalemme e lo scontro con i farisei MT 21,1-17. LC 19,29-40. GV 12,12-19. MC 11,1-11.  MC 11,15-19. LC 19,45-48. GV 2,13-22

                      Lamento su Gerusalemme LC 13,31-35. LC 19,41-44

                      I farisei contestano l’autorità di Gesù  MT 21,23-27. MC 11,27-33. GV 12-20

                      Gesù e le tasse a Roma MT 22,1-22. MC 12,13-17. LC 20,20-26

                      Gesù e i sadducei  MT 22,23-34. MC 12,18-27.  LC 20,27-40

                      Gesù sfida i farisei con una domanda MT 22,41-46. MC 12,35-37. LC 20,41-44

                      Gesù parla dei farisei \ scribi  MT 16,5-12.  MT 21,28-32. MT 23. MC 12,38-40. LC 6,39-40. LC 20,45-47. LC 21,1-4. LC 11,37-54

                      Disputa sul campo di grano  LC 6,1-5

                      I farisei sostengono che Gesù esorcizza nel nome di Beelzebùl  LC 11,14-23. GV 8,31-59. LC 12,54-57

                      Disputa sulla ricchezza LC 16,14-17

                      Disputa con i giudei alla festa delle capanne GV 7,10-13. GV 7,14-53

                      I farisei portano a Gesù una donna adultera GV 8,1-11

                      I farisei interrogano Gesù su Abramo GV 8,21-30

                      Discussione ex-nato cieco, i farisei e Gesù GV 9,13-41

                      I farisei accusano Gesù di bestemmia GV 10,19-26. GV 10,31-42


                      PASSIONE

                      Gesù preannuncia la sua morte e resurrezione  MT 17,22-24. MT 20,17-19. MC 9,30-32. MC 10,32-34. LC 9,22.  LC 9,44-45.  LC 18,31-34. GV 16,16-28

                      Erode sente parlare di Gesù  LC 9,7-9

                      Complotto contro Gesù MT 26,1-5. MC 14,1-2.  MC 14,10-11. GV 11,47-57. GV 13,21-30. LC 22,1-6

                      Annuncio tradimento di Pietro MC 14,26-31. LC 22,31-34. GV 13,36-38

                      L’ultima cena MT 26,17-35. MC 14,12-25. LC 22,7-23.  LC 22,35-38

                      Preghiera nel Getsèmani MT 26,36-46. MC 14,32-42. LC 22,39-44

                      Gesù è arrestato MT 26,47-56. MC 14,43-51. LC 22,45-53. GV 18,1-14

                      Gesù di fronte ad Anna e Caifa MT 26,57-68. MC 14,53-65. LC 22,62-71. GV 18,19-24

                      Pietro rinnega Gesù 3 volte MT 26,69-75. MC 14,66-72. LC 22,54-63. GV 18,15-18. GV 18,25-27.

                      Il processo davanti a Pilato  MT 27,11-14. MC 15,1-5. LC 23,1-5. GV 18,28-40

                      Gesù da Erode LC 23,6-12

                      Pentimento di Giuda MT 27,1-10

                      Gesù condannato a morte MT 27,15-26. MC 15,6-15. LC 23,13-25. GV 19,1-16

                      Crocifissione di Gesù MT 27,27-44. MC 15,16-37. LC 23,26-46. GV 19,17-30

                      La morte di Gesù MT 27,45-56

                      Gesù trafitto dalla lancia GV 19,31-37

                      Sepoltura di Gesù MT 27,57-61. MC 15,38-47. LC 23,47-56. GV 19,38-42

                      I farisei fanno sigillare la tomba di Gesù MT 27,62-66


                      RESURREZIONE

                      Maria di Magdala va al sepolcro GV 20,1-2

                      Pietro e Giovanni al sepolcro LC 24,12. GV 20,3-10

                      Le donne vanno al sepolcro MT 28,1-10. MC 16,1-8. LC 24,1-11.

                      Gesù appare a Maria di Magdala MC 16,9-11. GV 20,11-18

                      Le guardie parlano dell’accaduto ai farisei MT 28,11-15

                      I discepoli di Emmaus LC 24,13-35

                      Gesù appare agli apostoli MC 16,12-20. LC 24,36-49. GV 20,19-23

                      L’incredulità di Tommaso GV 20,24-28

                      I discepoli incontrano Gesù in Galilea MT 28,16-20. GV 21,1-14

                      Epilogo 20,30-31

                      Dialogo tra Gesù e Pietro GV 21,15-19

                      Gesù e Giovanni GV 21,20-19

                      Gesù ascende al cielo LC 24,50

                      LA RESURREZIONE DI CRISTO

                      La resurrezione è il punto di partenza di ogni considerazione di fede ed è la luce che illumina i fatti in modo retrospettivo ed escatologico. Sempre si deve partire dall’evento resurrezione per capire il vangelo, la Chiesa, l’economia della salvezza e lo stesso volto di Dio. Il problema della storicità della resurrezione è uno dei più dibattuti. La resurrezione è un evento reale, oggettivo compiutosi in Gesù di Nazareth. Essa non è solo nella fede o nella predicazione, è reale. Non è però come la resurrezione di Lazzaro, cioè dentro la storia; la resurrezione di Gesù è dentro la storia, ma la supera e la trascende: è metastorica, cioè è un evento escatologico. È una resurrezione gloriosa. È un avvenimento della fine della storia anticipato, presente ed operante già ora attraverso la testimonianza dei discepoli, della Chiesa apostolica e la potenza dello Spirito che viene dal Risorto e accompagna la testimonianza. La resurrezione è storicamente conoscibile attraverso i segni che Gesù ci ha lasciato: la testimonianza di coloro che lo hanno visto risorto e il sepolcro vuoto. Attraverso la fede, la resurrezione si fa operante e visibile nella storia. A sua volta, la resurrezione è un evento che fonda la fede. Nei vangeli troviamo la testimonianza di coloro che lo hanno visto dopo la resurrezione (nessuno è stato testimone della resurrezione!) e la notizia del sepolcro vuoto testimoniata dagli stessi Giudei (vedi Mt). La fede nella resurrezione però non nasce dalla tomba vuota, ma dagli incontri con il Risorto, che illuminano la tomba vuota. I racconti della resurrezione sono i dati più antichi e più importanti. Infatti nel “credo” in 1Cor 15,1-3, Paolo dice che il Risorto “apparve”, non menziona il sepolcro vuoto, ma solo l’apparizione del Risorto.

                      LE APPARTIZIONI DI CRISTO RISORTO

                      Le apparizioni hanno queste caratterizzate:

                      L’INIZIATIVA DEL RISORTO

                       Il risorto appare a persone che non attendevano tale manifestazione, ma vivevano in uno stato di delusione. Il risorto si fa presente quasi come un fulmine a ciel sereno.

                      I TESTIMONI OCULARI

                      Il testimone è scelto, non è un’esperienza mistica frutto di rapporti interiorizzati. È un Cristo che si mostra, non è subito facilmente riconoscibile e il testimone subisce la sua azione.

                      GESTI FAMIGLIARI

                       Nelle manifestazioni appare la familiarità tipica di Gesù con i suoi, per i quali il vedere e il toccare risultano fondamentali. Quindi, per conoscere il risorto è necessario essere stati con lui e aver creduto a lui prima della sua morte.

                      LA PAROLA DI CRISTO

                       Spesso Gesù è riconosciuto quando parla e quando compie gesti significativi come lo spezzare il pane (Lc 24,13-35: discepoli di Emmaus). Quindi si può dire che la prassi eucaristica così come è stata fondamentale per i discepoli, lo è per la Chiesa in cui continua ad essere vissuta.

                      APPARIZIONI MEDIANTE LO SPIRITO DEL CENACOLO

                       Qui appare il tema della missione: esso è strettamente collegato con la resurrezione. Essere testimone della resurrezione vuole dire vita trasformata.

                      Infatti una nota caratteristica delle apparizioni è il coinvolgimento delle persone. L’esperienza del risorto e la testimonianza sono un’unica cosa: incontrare il risorto significa essere inviati. Esiste un legame tra apparizione, esperienza del risorto e missione. La resurrezione è un preludio della finale ricapitolazione che avverrà con la parusia (la seconda venuta di Gesù). Il tempo che intercorre è colmato dal tempo della Chiesa e della missione nello Spirito. La Pentecoste è il tempo attuale, la continuazione della resurrezione, l’edificazione della Chiesa, l’instaurazione del Regno di Dio fino a che egli non tornerà nuovamente e definitivamente con nuova terra e nuovi cieli.

                      LA TOMBA VUOTA

                      Il dato della tomba vuota è una notizia tardiva. La tradizione sinottica parla dell’andata al sepolcro delle donne e della presenza di figure angeliche, mentre in Giovanni abbiamo l’ispezione accurata della tomba vuota. Il sepolcro vuoto è simbolo di vita ed è aperto alla constatazione di tutti. Un altro elemento importante è anche la descrizione del sepolcro vuoto: “bende giacenti”. Gli esegeti parlano di bende giacenti con ordine, cioè svuotate al oro interno: se il corpo fosse stato rubato, non si spiegherebbe l’ordine delle bende. Vi sono poi elementi che mostrano come il sepolcro vuoto sia una notizia storica e non costruita in chiave apologetica: il rubare un morto (ciò non è sostenibile dalla cultura giudaica); l’introdurre un essere celeste (questo non serve per certificare una teoria); la testimonianza delle donne, che nessuno nel mondo giudaico poteva accogliere come vera (proprio perché ad opera di donne). La resurrezione è un evento trinitario e non solo un evento oggettivo. La resurrezione assieme alla croce manifesta il mistero trinitario. La formula più antica, così anche la predicazione di Paolo, mettono in risalto l’azione del Padre, che ha risuscitato Gesù (Atti). La resurrezione, però, è anche un evento del Figlio dell’Uomo, che risusciterà (Mc 8,31; Gv 10,18). Ma è anche un evento dello Spirito: lo Spirito è colui, attraverso il quale il Padre risusciterà anche noi come ha fatto con Gesù (cfr. Rm 8,11). Inoltre, la resurrezione è un evento escatologico salvifico. Gesù è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e non ha subito la corruzione tipica dei morti. Sono avvenimenti non solo cronologici, ma salvifici. È importante affermare che con la resurrezione al terzo giorno, si inaugura un’era salvifica. Cristo è risorto per la nostra salvezza (Rm 4,25): la resurrezione è un evento salvifico per eccellenza, per mezzo del quale l’uomo viene divinizzato e giustificato.

                      LA PASSIONE DI CRISTO

                      PREVISIONE DELLA SUA MORTE

                      Il senso della storia della passione e della morte di Gesù non è biografico, ma teologico e questo a partire dall’esperienza della Resurrezione. È una storia teologica: si compiono le Scritture profetiche. I fatti vengono visti e interpretati alla luce delle profezie. Questo è possibile a partire dalla Resurrezione. Così hanno scritto gli autori sacri e questa è stata la loro intenzione. Ciò si rende poi necessario a causa dell’esigenza di superare lo scandalo della croce, inammissibile per i Giudei. La Chiesa ha compreso e superato lo scandalo della croce proprio vedendo il legame tra Scrittura e Passione di Gesù. Da questa angolatura si nota come la croce sia un dramma trinitario: l’iniziativa non è di Gesù, ma è del Padre: è un dramma che parte dal Padre, ma Gesù lo affronta liberamente. La morte di Gesù in croce è salvezza perché rivela l’amore universale di Dio. In forza di questo amore salvifico, la croce è anche espiazione, sacrificio, soddisfazione: la croce è prima di tutto grazia, opera salvifica di Dio per noi e in noi, legata alla remissione dei peccati. L’evento della passione ha fatto della morte umana una situazione salvifica, il luogo della vicinanza con Cristo e con Dio (Fil 1,23). Tutta la vita di Gesù è legata al pensiero della morte violenta di croce. L’andare incontro alla morte rientra nella missione di Gesù: va liberamente, non passivamente. È il momento supremo della sua missione profetica: Gesù muore a causa della malvagità umana. Nel vangelo di Marco (Mc 8,31; 9,31; 10,32-34) si vede come Gesù sapeva quale sarebbe stata la sua morte e le sue tre profezie, che vi si riferiscono, scandiscono l’andare di Gesù verso la croce. Gesù vede la sua morte come martirio. È una morte violenta a cui Gesù va incontro liberamente, non costretto dalle vicende umane. Egli muore per i nostri peccati. Tutto rientra nel piano di Dio, cioè è il Padre che consegna il suo Figlio perché il mondo si salvi, ma gli uomini rifiutano e lo uccidono. Questa morte dura solo tre giorni. Questo non ha un significato cronologico, ma significa che Gesù non è rimasto prigioniero della morte. Gesù ha visto la sua morte come un passaggio alla vita piena e come trionfo sulla morte. L’ultima parola sarà la resurrezione.

                      L’ULTIMA CENA

                      Gesù vede la sua morte “l’Ora” che compie tutta la sua vita: è la glorificazione, il compimento del progetto del dono di sé sia al Padre che agli uomini (Gv 13,1: “…li amò sino alla fine”). Questo progetto è celebrato nell’ultima cena, la quale diventa il riassunto della vita di Gesù. Questo pasto è una sintesi cultuale che Gesù ha celebrato perché fosse memoria perenne per la sua comunità. In questo contesto ha preso corpo la narrazione della passione e della resurrezione e la Chiesa ha riletto i fatti storici in una cornice eucaristica riconoscendo il Signore sempre di più. Questo pasto è atto di culto e insieme pasto d’addio: si fondano insieme due tradizioni riportate dai sinottici, quella cultuale, cioè del banchetto di ringraziamento, e quella testamentaria in cui si sottolinea il legame tra i partecipanti. La tradizione cultuale sottolinea di più l’aspetto liturgico mentre la tradizione testamentaria sottolinea di più l’aspetto esistenziale del progetto di vita di Gesù come donazione; così culto ed esistenza si fondono. In sintesi, possiamo dire che la cena celebrata da Gesù e continuata nella prassi ecclesiale è la celebrazione del dono di vita che viene partecipato ai suoi discepoli perché essi lo traducano in esistenza. Si capiscono così i vari racconti dell’ultima cena dei sinottici e la lavanda dei piedi che sostituisce la cena in Giovanni (per Giovanni il discorso eucaristico è messo nel capitolo 6). – 2 – La frazione del pane e il calice di ringraziamento sono ora accompagnati da nuove parole dette da Gesù: è un’alleanza nuova, una partecipazione e comunione nella persona di Gesù al dono stesso della sua vita. È un dono di vita da cui consegue anche la remissione dei peccati. “Questo è il mio corpo” esprime infatti la donazione del Cristo. La redenzione nel sangue versato, che si è invitati a bere, vuol indicare quel dono di vita che ci viene attraverso il sangue e dove arriva c’è purificazione dal peccato. Gesù fa dono di sé nel proprio sangue come forza vivificante che ci libera dalla morte; in questo senso rimette i peccati. Non è prezzo pagato per soddisfare Dio, ma è l’espressione dell’amore infinito di Cristo e del dono della vita del Padre in Cristo. È il dono d’amore che è anche fonte di espiazione: prima di essere remissione del peccato, è dono della vita nello Spirito. La priorità è l’alleanza nuova, l’alleanza della vita. Gesù non chiede ai discepoli di fare aspersione con il suo sangue, come con il sangue delle vittime, ma di bere il calice. Ora, il sangue si beve non per purificarsi, ma per nutrirsi e vivere più intensamente. Il sangue di Gesù è bevanda come il suo corpo è nutrimento. Il pasto è vissuto come testamento di Gesù ed è l’invito a continuare questa celebrazione nella vita. L’eucarestia è annuncio escatologico del banchetto celeste. Gesù vede la sua morte come dono d’amore attraverso la condivisione del pane e del calice. Pertanto lo schema espiazione-sacrificio antico è superato in quanto la morte di Cristo si fa dono e principio di vita e quindi di espiazione. L’eucarestia e la croce hanno valore espiatorio, sacrificale, ma ciò è compreso nel dono libero e supremo del dono di vita di Gesù. Possiamo dire che la cena di Gesù ha un valore cultuale che la croce attualizza in modo esistenziale: la croce adempie l’eucarestia e l’eucarestia completa la croce.

                      IL GETSEMANI

                      L’episodio del Getsemani è importante perché è preludio e anticipo della croce, presenta l’aspetto drammatico della croce coinvolgendo non solo la persona di Gesù ma anche il Padre e i discepoli. Qui si uniscono due elementi: quello dell’angoscia e della preghiera al Padre. L’angoscia è l’espressione del dolore stesso di Dio: il Dio in Gesù è così vicino all’uomo che soffre lui stesso. Sembra poco probabile che Gesù avesse paura della morte, ma la sua angoscia nasce dall’amore per gli uomini che rifiutano la sua offerta. È il modello della vita del profeta. È una angoscia per gli altri, segno dell’infinita carità di Dio verso gli uomini. L’amore sembra essere la causa dell’angoscia. In questo contesto si può leggere bene la preghiera di Gesù in Mc 14,36. La richiesta di Gesù di allontanare il calice può esser visto non come un rifiuto di Gesù, in quanto Egli vuole ciò che il Padre vuole, ma un invito perché il giudizio sul popolo non sia di condanna a causa del rifiuto della salvezza

                      IL PROCESSO

                      Il processo sottolinea la dimensione pubblica, sociale e storica dell’evento della croce. Il processo diventa il luogo della più alta auto-affermazione divina di Gesù: la verità è data dal ribaltamento dei fatti. Pilato fa sedere Gesù sulla sedia del magistrato (Litostroto, in ebraico Gabbatà); Gesù è il vero giudice dei pagani e dei giudei. Ci sono due fasi del processo di Gesù: una giudaica e una romana:

                      La fase giudaica, molto presente nei sinottici, tratta del processo nel Sinedrio. I sinottici mettono in evidenza questo primo processo perché sono preoccupati di mostrare che la radice della condanna viene dai Giudei.

                      La fase romana si svolge davanti all’autorità romana. Il dialogo avviene tra Gesù e Pilato. Ciò è fortemente sottolineato in Giovanni. Gesù dice parole forti: “Sono venuto a rendere testimonianza alla verità” (Gv 18,37), Cristo è il rivelatore per eccellenza del Padre. Così sono forti le scene plastiche dell’insediamento di Gesù presentato come re e Figlio dell’uomo, quindi giudice universale.

                      Possiamo dire che la prima parte del processo si chiude con la presentazione di Gesù come Messia divino, mentre la seconda, di Gesù come re.

                      CROCIFISSIONE E MORTE

                      Gesù muore liberamente e per amore dell’umanità. Avrebbe potuto chiamare una legione di angeli per toglierlo da quella situazione, ma si è abbandonato al piano del Padre, che è redenzione per l’umanità. Nel racconto della morte è fortemente presente il silenzio di Dio. Questo silenzio diventa presenza: si va a Dio non per ciò che dona, ma per ciò che è. Non rimane così nient’altro se non la fiducia, che diventa presenza. È il dramma del giusto che soffre.

                      Cosa accompagna la morte di Gesù:

                      Segni cosmici come le tenebre, il velo del tempio squarciato (per Mt anche terremoto, sepolcri aperti e resurrezione di molti defunti): l’era nuova nasce sotto il segno della croce. La nuova apocalittica è caratterizzata dalla fuga delle tenebre, dal perdono e dal paradiso (vedi Lc). Quindi la croce è un evento salvifico, che si manifesta nell’amore.

                      Dal grido: non un grido di protesta, ma di fiducia. Gesù ha vissuto il dramma del giusto nei confronti del Padre. Il Salmo 21 citato da Gesù interpreta il suo grido di angoscia, di confidenza e di lode.

                      Dalla conversione del centurione (con la proclamazione del centurione “quest’uomo era Figlio di Dio” Marco rimanda all’inizio del vangelo dove sta scritto: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”). La morte di Gesù provoca conversione, cioè presenza di Dio. Tutto ciò mostra che il morire di Gesù è solenne, non è il morire di un disperato. Gesù si rivela Figlio di Dio

                      Nel vangelo di Giovanni manca l’abbandono e la sua morte è ricca di simboli. Sembra essere il racconto più fedele al dato storico. Qui Gesù è visto come re. Sulla stessa croce vi è l’iscrizione che reca il titolo di Gesù re dei giudei in tre lingue: egli è il re universale. La sua tunica non viene divisa, segno dell’unità del popolo stesso, della Chiesa. Sotto la croce troviamo Maria e Giovanni: vi è una vicinanza teologica. Giovanni è segno di tutti i discepoli e Maria è chiamata donna, un titolo ecclesiologico, madre della Chiesa. Vi è una nuova maternità espressa dalla figura di Maria. La morte di Gesù è un dare lo Spirito come la sua richiesta: ho sete. Ciò ricorda il colloquio con la Samaritana, l’acqua viva che Gesù dona. La lancia nel petto di Gesù fa scaturire acqua e sangue, segno della nuova economia della salvezza, dello Spirito e del sacrificio dell’agnello. Gesù è il nuovo agnello che viene immolato in sostituzione a quello che viene immolato nel tempio: il nuovo sacrificio è sostituito con quello di Gesù. Infatti non gli viene spezzato nessun osso come dice la Scrittura. Gesù diventa il nuovo Tempio e da lui nasce la Chiesa, mediatrice di salvezza, suo sacramento

                      La croce risulta essere possibile in quanto c’è la Trinità: la croce è infatti la manifestazione dell’amore trinitario. Solo un Dio trinitario, cioè in dialogo di amore continuo, fecondo ed inesauribile, può dar ragione di una incarnazione e giungere fino alla kenosi (kenosis è un termine greco e significa autosvuotamento, smarrimento di se stesso), allo spogliamento totale in favore degli uomini. Il fondamento è sempre l’amore trinitario. Anche il Concilio Vaticano II parlando della croce ne parla collegata alla resurrezione in forza dell’amore trinitario e non solo come espiazione, sacrificio o altro. È in questa ottica di donazione pura e gratuita che avviene il perdono dei peccati.

                      CONDIZIONI PER APPARTENERE AL REGNO DI DIO

                      Gli evangelisti Matteo e Luca riassumono i principali insegnamenti di Gesù nei quali sono presenti le indicazioni per poter appartenere al Regno dei Cieli. È la parte conosciuta come “il discorso della montagna” (Mt 5-7 e Lc 6) che possiamo dividere in due parti: per chi è il Regno di Dio e la sua legge fondamentale

                      A CHI APPARTINE IL REGNO

                      Le beatitudini mostrano con chiarezza la logica del Regno: la fiducia in Dio. Il cammino verso la felicità va al di là di una semplice vita onesta e tranquilla, ma deve seguire alcune vie preferenziali: il cambio interiore, il cambio della vita sociale e la disponibilità a lavorare per il Regno. È la scala dei valori evangelici, in cui la forza consiste essenzialmente nel dare la vita e nel giudicare la nostra esistenza dall’atteggiamento interiore. Le beatitudini sono nello stesso tempo una promessa di restaurazione per coloro che al presente soffrono: la vera ricompensa è nel Signore. È l’invito alla speranza e un incoraggiamento a perseverare nell’abbandono confidente in Dio. È dalle beatitudini che nello stesso tempo ci appare il volto di un Dio diverso: non altero e lontano, ma caldo, pieno di tenerezza per ogni sua creatura, pronto a sostenere coloro che sono gli ultimi.

                      Beati i poveri in spirito,
                      perché di essi è il regno dei cieli.

                      Beati quelli che sono nel pianto,
                      perché saranno consolati.

                      Beati i miti,
                      perché avranno in eredità la terra.

                      Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
                      perché saranno saziati.

                      Beati i misericordiosi,
                      perché troveranno misericordia.

                      Beati i puri di cuore,
                      perché vedranno Dio.

                      Beati gli operatori di pace,
                      perché saranno chiamati figli di Dio.

                      Beati i perseguitati per la giustizia,
                      perché di essi è il regno dei cieli.

                      Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.

                      MT 5,3-12

                      Beati voi, poveri,

                      perché vostro è il regno di Dio.

                      Beati voi, che ora avete fame,

                      perché sarete saziati.

                      Beati voi, che ora piangete,

                      perché riderete.

                      Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

                      Ma guai a voi, ricchi,

                      perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

                      Guai a voi, che ora siete sazi,

                      perché avrete fame.

                      Guai a voi, che ora ridete,

                      perché sarete nel dolore e piangerete.

                      Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

                      LC 6,17-26

                      Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”.

                      L 11,28

                      LE LEGGI DEL REGNO

                      La legge del Regno, di conseguenza, non può non essere se non quella dell’amore (Mt 22,34-40). Essa è duplice: amare Dio e amare l’uomo. Essa è ben descritta dalla parabola del buon samaritano (Lc 10,25-37).

                      • Amare Dio

                      Nessun uomo avrebbe avuto il coraggio di chiamare Dio, Padre; non solo, ma neanche di potersi relazionare con lui, come un figlio fa con il suo padre. Gesù ci insegna una nuova relazione di amore e di fiducia con Dio. La preghiera del Padre nostro sulla bocca di Gesù diventa il modello di relazione per ogni discepolo: Dio diventa “Abbà”. È la novità che Gesù ci ha rivelato e che lo Spirito Santo rende attuale in noi liberandoci da ogni spirito di condanna e di paura.

                      • Amare l’uomo

                      Amare l’uomo è amare il prossimo, cioè colui che è vicino. L’amore verso Dio si concretizza in una attenzione reciproca fra esseri umani. Questo diventa la nota caratteristica di riconoscimento dei discepoli: amarsi gli uni gli altri (Gv 13,34-35). L’amore diventa così la nota caratteristica della fede cristiana. È l’amore che scende gratuitamente dal Padre e crea legami fraterni tra i discepoli di Gesù. È lo Spirito di Gesù, che, effuso in noi, ci fa partecipi del rapporto filiale di Gesù con il Padre. Per questo anche noi possiamo vivere e dire: “Padre nostro”.

                      I MIRACOLI

                      Non si può presentare la dottrina di Gesù senza parlare allo stesso tempo dei suoi miracoli. Per Gesù “parola” e “fatto” vanno sempre uniti. Entrambi manifestano il Regno di Dio che è iniziato. “Parola” e “fatto” mostrano l’efficacia del segno che è Gesù stesso. Così come allora, anche oggi vige la stessa regola: per essere segno efficace la nostra parola deve essere unita al fatto che l’attualizza e la rende credibile. Il miracolo o il segno è quell’avvenimento straordinario attraverso il quale Dio manifesta in modo particolare la sua presenza in mezzo a noi e la sua azione salvifica in nostro favore. Il miracolo si distingue dalla magia in quanto con quest’ultima si cerca di manipolare una forza spirituale occulta, mentre nel miracolo è Dio che agisce nella sua libertà in un contesto di fede e di amore verso l’umanità. I miracoli sono anche il segno della credibilità del messaggio del Regno annunciato da Gesù, dimostra che quando Gesù parla, avviene esattamente quello che ha pronunciato, e di conseguenza questo vale anche perdona i peccati. Isaia profetizzò che il messia avrebbe compiuto miracoli (Is 26,19; 29,18ss; 35,5ss; 61,1) e le opere di Gesù sono l’adempimento di queste profezie che attestano che è lui il Messia, infatti quando i discepoli di Giovani Battista vanno da Gesù per capire chi è, lui risponde: Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me (Mt 11,4-6), non c’è altro da aggiungere, basta anche solo questo affinché le persone all’epoca capissero chi è Gesù.  Sono i miracoli a far accrescere notevolmente e rapidamente la popolarità di Gesù, in alcuni racconti c’erano moltitudini di persone che lo seguivano, come i miracoli della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Nella vasta moltitudine non tutti erano veramente interessati al Regno di Dio, ma c’era solo il fascino di assistere ai miracoli e insieme la speranza di riceverne un giorno. Per questo motivo che Gesù per distinguere che vuole veramente seguirlo dice questo: chi mi vuole seguire rinneghi se stesso prenda la sua croce e mi segua perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia la salverà (Matteo 10,38-39).  La grande popolarità di Gesù fece anche suscitare l’invidia dei religiosi che fecero di tutto per contrastarlo, ma non riuscirono in alcun modo negare i miracoli, o a dimostrare che erano solo frutto di illusionismo, anche loro furono costretti a confermarli. Per infangare Gesù si sono dovuti inventare l’assurdità che le guarigioni erano frutto del demonio.

                      GLI INSEGNAMENTI TRAMITE I MIRACOLI

                      Il vangelo non ci narra tutti i miracoli di Gesù (cfr. Gv 20,30; 21,25). A volte gli evangelisti si limitano a menzionarli in termini generici (ad esempio Mc 1,34 e Mt 9,35), mentre altre volte li descrivono con lo scopo di veicolare degli insegnamenti morali, vediamone alcuni:

                      1. La bontà e la misericordia di Dio
                      2. La sua potenza senza limiti
                      3. La totale supremazia sul regno delle tenebre
                      4. Per ottenerlo bisogna chiederlo, quindi essere in comunione con lui
                      5. Per ottenerlo bisogna avere fede
                      6. Se si ottiene bisogna riconoscerlo e ringraziarlo
                      7. Dio può adempiere ai bisogni dell’uomo

                      I 4 TIPI DI MIRACOLI

                      ESORCISMI:

                      Gli indemoniati di Gerasa MT 8,28-33. MC 5,1-20. LC 8,26-39

                      L’indemoniato muto 9,32-34

                      Gli spiriti impuri MT 12,43-45

                      Esorcismo di un ragazzo epilettico MT 17,14-20. MC 9,14-29. LC 9,37-43

                      Esorcismo a Cafàrnao MC 1,21-28. MC 1,32-34. LC 4,31-37

                      I demoni  riconoscono Gesù MC 3,11-12

                      La Figlia della donna a Tiro  MC 7,24-30

                      Quando uno spirito impure esce dall’uomo  LC 11,24-26

                      L’indemoniato cieco e muto MT 12,22

                      GUARIGIONI:

                      Guarigione lebbroso MT 8,1-4. MC 1,40-45. LC 5,12-16

                      Guarigione dei 10 lebbrosi LC 17,11-19

                      Il servo del centurione MT 8,5-13. LC 7,1-10

                      Guarigione suocera di Pietro MT 8,14-15. MC 1,29-31. LC 4,38-39

                      Compimento profezia sulle guarigioni MT 8,16-17. GV 12,37-43. MT 12,15-21

                      La grande folla che lo segue MC 3,7-10

                      Guarigione paralitico MT 9,1-8. MC 2,1-12. LC 5,17-26

                      La donna con le perdite di sangue MT 9,20-22. MC 5,25-34 . LC 8,43-48

                      Guarigione ciechi  MT 9,27-31. MC 10,46-52. MC 8,22-26. LC 18,35-42. MT 20,29-34. GV 9,1-12

                      Guarigioni varie MT 14,34-36. MC 6,52-56. LC 4,40.  LC 4,42-43

                      La donna cananea MT 15,21-28

                      Il sordomuto nella Decàpoli  MC 7,31-37

                      Gesù guarisce il figlio di un funzionario del re  GV 4,43-54

                      Guarigione paralitico in giorno di sabato  GV 5,1-18

                      Guarigione uomo dalla mano inaridita MC 3,1-6

                      Guarigione della donna curva LC 13,10-17. 

                      Guarigione orecchio a Malco LC 22,50-51

                      MIRACOLI SULLA NATURA:

                      La tempesta sedata MT 8,23-27. MC 4,35-41. LC 8,22-25

                      Moltiplicazioni dei pani e dei pesci  MT 14,13-21.  MT 15,29-39. MC 6,30-44 e MC 8,1-21. LC 9,10-17. GV 6,1-15

                      Gesù cammina sulle acque  MT 14,22-33. MC 6,45-52. GV 6,16-21

                      La trasfigurazione  MT 16,27-28. 17,1-9. MC 9,1-10. LC 9,27-36

                      La moneta d’argento per la tassa MT 17,24-27

                      L’albero di fichi  MC 11,12-14.   MC 11,20-21

                      La pesca miracolosa  LC 5,1-11

                      Trasformazione acqua in vino GV 2,1-12

                      RESURREZIONI:

                      Resurrezione del figlio di una vedova LC 7,11-17

                      Resurrezione di Lazzaro GV 11,1-46

                      Resurrezione figlia di Giairo, uno dei capi dei sacerdoti  MT 9,18-19 e 23,26. MC 5,1-24 e MC 5,35-43. LC 8,40-42.  LC 8,49-56

                      LE PARABOLE

                      A Gesù piaceva, da buon ebreo, usare un linguaggio figurato e per questo ricorreva alle parabole. Anche nell’antico testamento ci sono alcune delle parabole, ma essi sono molto più tipici nei vangeli. Esse sono un metodo d’insegnamento ebraico, quando si vuole dare un insegnamento, si racconta una storia che contengono degli insegnamenti. La sua comprensione deve essere capita non da un’analisi di ogni singolo elemento presente nella parabola, ma nel suo insieme.

                      CARATTERISTICHE DELLE PARABOLE

                      • È un racconto breve, ma completo, preso dalla vita comune.

                      • Con questo racconto di vita quotidiana si simbolizza un verità religiosa o morale.

                       • Non si deve intenderla in modo analitico attribuendo un significato ad ogni elemento, ma, partendo dall’insieme degli elementi, concentrarsi sull’idea fondamentale.

                       • Da questo pensiero fondamentale si trae una conseguenza pratica di facile e chiara applicazione nel campo religioso o morale.

                      • In molte parabole Gesù usa circostanze della vita quotidiana esagerandole artificialmente. Ad esempio, il seminatore che non sa seminare bene; il figlio prodigo trattato meglio del primogenito al suo rientro a casa; i lavoratori dell’ultima ora pagati in modo uguale a quelli delle prime ore, ecc. Ed è proprio questo elemento, esagerato, curioso e fuori posto, che fa pensare e apre una porta ad una realtà distinta e migliore, che ricalca la realtà di Dio

                      TIPOLOGIE DI PARABOLE

                      Le parabole più estese possiamo dire che sono 35 e quasi tutte si riferiscono al Regno di Dio. Tuttavia per il contenuto solitamente si dividono in vari gruppi:

                      Parabole del Regno di Dio

                       Furono narrate durante il tempo del ministero in Galilea e solitamente cominciano nello stesso modo: “Il regno di Dio è simile a…” (“Il regno dei cieli si può paragonare a…”) Ad esempio la parabola del seminatore, della zizzania, del lievito, ecc. (cfr. Mt 13).

                      Parabole della misericordia

                       In queste parabole si mette in rilievo la bontà e la misericordia di Dio verso il peccatore. Molte sono dirette ai farisei: un invito a gioire per la bontà di Dio. Ad esempio la parabola del figlio prodigo, della pecora perduta, ecc. (Lc 15).

                      Parabole di rimprovero

                      Si riferiscono al popolo giudeo che viene abbandonato da Dio per la sua ostinazione. Ad esempio la parabola del fico senza frutto (Lc 13,6-9), dei vignaioli (Mt 21,33-41), delle nozze (Mt 22,2-14).

                      Parabole morali

                      Esse contengono alcuni insegnamenti morali per la vita. A loro volta si possono suddividere a seconda del tema:

                      1. l’amore al prossimo: il buon samaritano (cfr. Lc 10,25-37), parabola del convito – l’invito ai poveri (cfr. Lc 14,12-14), il perdono (cfr. Mt 18,23-35), il ricco e il povero Lazzaro (cfr. Lc 16,19-31), ecc.
                      2. la vigilanza: il servo vigilante (cfr. Mc 13,34-37), il servo fedele e infedele (cfr. Mt 24,42-51), le dieci vergini (cfr. Mt 25,1-13), i talenti (cfr. Mt 25,14-30), ecc.
                      3. atteggiamento verso Dio: l’amico inopportuno (cfr. Lc 11,5-8), la vedova perseverante (cfr. Lc 18,2-8), la scelta dei primi posti (cfr. Lc 14,7-11), il ricco stolto (cfr. Lc 12,13-21), il fariseo e il pubblicano (cfr. Lc 18,9-14), ecc.

                      IL REGNO DI DIO

                      CHE COS’È IL REGNO DI DIO

                      Il Regno di Dio costituisce senza dubbio il messaggio centrale della predicazione di Gesù e la proclamazione della sua venuta è la buona notizia, il vangelo in senso proprio: Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo. (Mc 1,14-15). L’espressione “Regno di Dio” o “Regno dei Cieli” come dice Matteo (seguendo la consuetudine giudaica di evitare di nominare, per rispetto, il nome di Dio) era sulla bocca di tutti e il popolo rapidamente la fece propria quando Gesù la usò nella sua predicazione. Si tratta di qualcosa che era stato annunciato nell’Antico Testamento e che, nella pienezza dei tempi, è arrivato. Per tanto non era una realtà geografica ma è composto da tutte quelle persone che realizzano la sua volontà di Dio.  Era l’espressione della regalità di Dio, di un nuovo rapporto tra Dio e il suo popolo, una nuova presenza dello stesso Dio nelle vicende umane. Potremmo definire il Regno di Dio come l’esercizio della regalità di Dio: è la presenza o manifestazione salvifica di Dio attraverso la venuta del Messia.

                      LE ASPETTATIVE DEI GIUDEI

                      Quando Gesù comincia la sua predicazione il prestigio del popolo giudeo, dominato dai romani, era molto basso. Esso desiderava ardentemente la venuta del Regno di Dio. Però, per i più, l’attesa riguardava una liberazione politico militare dal potere romano segnata da un nuovo benessere materiale per il popolo giudaico. Alla luce di questo si può capire la richiesta della madre dei figli di Zebedeo (Mt 20,21) e la domanda degli apostoli nel momento stesso dell’ascensione (At 1,6): “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”.

                      L’ANNUNCIO DI GESÚ

                      Per questo Gesù, fin dall’inizio, cerca di modificare la mentalità del popolo riguardo al concetto e alle aspettative della venuta del Regno di Dio. Egli semplicemente propone il Regno come qualcosa di nuovo rispetto agli annunci dei profeti. Nel messaggio di Gesù scompare l’imminenza della venuta del Regno, perché esso è già presente: agli accenni di ira della predicazione di Giovanni Battista subentrano quelli di grazia. Vi è un’escatologia dell’amore e del perdono in cui la grazia precede l’impegno. In altre parole è un invito a convertirsi, perché il Regno viene e non affinché venga. Nell’annuncio che il Regno Dio si è fatto vicino, compare il volto trinitario di Dio. Gesù mostra il volto di Dio! È un Dio non monolitico, ma relazionale nella sua stessa natura. La salvezza offerta da Gesù avviene attraverso il dono della vita (vita nel senso teologico della parola) che precede il perdono dei peccati. Il perdono stesso è iniziativa di Dio: il peccato è superato dall’azione di grazia. I segni che accompagnano l’annuncio del Regno sono la rivelazione e la presenza di Dio. È il messaggio che trasforma. Infatti un messaggio che non cambi la realtà non è credibile. Gesù non intercede per i miracoli, ma li compie: con essi mostra la sua identità. Regno e miracoli vanno insieme. Il messaggio di Gesù è una verità pratica che cambia le realtà e va al cuore dell’uomo. Per questo i segni sono indicatori dell’autorità del messaggio che cambia la realtà; cioè è Dio che parla e la sua parola è efficace, realizza ciò che dice. La stessa comunità dei discepoli, la Chiesa, è segno e strumento del Regno, il cui fine consiste nel predicare il Regno stesso. Essa, la Chiesa, è segno del “già e non ancora”. Nell’Antico Testamento la persona che annunciava era secondaria rispetto al messaggio, ma con Gesù essa non lo è più: c’è perfetta identità tra messaggio e Gesù. l’annuncio del Regno si trasforma in annuncio di Gesù , essendo il Regno la persona stessa di Gesù. Lui è il re del Regno di Dio che parla con autorità rivelando e auto testimoniando per se stesso. I segni e le profezie avverate testimoniano che Gesù è proprio quello che dice di essere. Mentre i giudei pongono il compimento della volontà di Dio nell’osservanza letterale della legge, Gesù proclama che l’uomo deve aprirsi all’azione di Dio, accogliere l’iniziativa divina che chiama ad un cambio radicale, a cambiare modo di pensare e di agire (da cui deriva la “conversione”): la salvezza non si merita, ma si riceve gratuitamente. È l’accoglienza della buona notizia: un invito ad iniziare un cammino nella fede. “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15).

                      IL REGNO DESCRITTO IN PARABOLE

                      Attraverso le parabole Gesù non definisce il Regno di Dio, ma lo descrive come una realtà esperienziale totalizzante in cui siamo pienamente coinvolti. Il Regno di Dio è sempre un processo incontenibile che fa nuova la realtà. Possiamo dire che è una realtà di successo. Attraverso le parabole Gesù ci da delle preziose informazioni per capire le caratteristiche del regno e come funziona:

                      • Cresce come un seme, seminato nella terra, senza fine, fino a portare frutto (Mc 4,26-29).
                        • Agisce come un fermento incontenibile dentro la massa (Mt 13,33).
                        • Nonostante la piccolezza dell’inizio, contiene una forza segreta che lo porterà fino alla sua piena realizzazione (Mc 4,30-32).
                        • Richiede la collaborazione e lo sforzo di tutti i figli del Regno di Dio, che, più che essere semplici destinatari dei doni divini, sono agenti attivi attraverso i quali Dio stesso agisce (Mt 25,1-13; 25,14-30).
                        • È sempre comunque un dono gratuito di Dio fatto per amore (Mt 20,1-16).
                        • Incontra difficoltà e ostacoli; è una lotta (Mt 13,24-30).
                        • Giungerà alla sua pienezza quando il Figlio dell’Uomo ritornerà nella sua gloria(Mt 25,31-46)

                      VERSETTI EVANGELICI

                      In seguito alcuni versetti dove Gesù parla del regno di Dio e il relativo commento

                      1. Ma, se io scaccio i demòni per mezzo dello Spirito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio. MT12,28

                      Il regno di Dio è la presenza di Gesù che sradica il male nel mondo

                      •  a voi (autorità giudaiche) sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. MT 21,43

                      Il regno di Dio non è limitato a un popolo, ma può essere chiunque accetti Gesù come Messia

                      • Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo. MC 1,15

                      La presenza di Gesù è il regno di Dio

                      • Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore;  amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi”. Lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui;  amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. Mc 12,28-24

                      Appartiene al regno chi rispetta questi 2 comandamenti

                      • li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. LC 9,2

                      Il regno di Dio porta guarigione agli ammalati

                      • Ed egli rispose: “In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio,  che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà”. LC 18,29-30

                      Tutte le persone del mondo che accettano di seguire Gesù appartengono al regno e formano un grande famiglia

                      • perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio. LC 22,18

                      Quando Gesù era in vita il regno di Dio era vicino, nel senso che solo Gesù era la presenza del regno. Dopo la sua morte, resurrezione e pentecoste il regno sono coloro che seguono Gesù

                      PRIME AZIONI PUBBLICHE DI GESÙ 2/2

                      DISCORSO INAUGURALE DI GESÚ A NAZARETH                                                                                   LUCA 4,16-30 

                      Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:

                      Lo Spirito del Signore è sopra di me;
                      per questo mi ha consacrato con l’unzione
                      e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
                      a proclamare ai prigionieri la liberazione
                      e ai ciechi la vista;
                      a rimettere in libertà gli oppressi,
                      a proclamare l’anno di grazia del Signore .

                      Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose loro: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!””. Poi aggiunse: “In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro”. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

                      GESÚ IN SINAGOGA

                      Come era in uso tra il popolo ebraico, tutti i sabati, gli ebrei si recano in sinagoga dove alcune persone ritenute degne amministrano il culto con un canone di preghiere in ebraicoformalizzato e fissato insieme a letture dei testi sacri con i relativi commenti. Per le letture le sinagoghe custodivano i SEFER, ovvero i rotoli della scrittura. Gesù per i suoi compaesani era considerato una degno di presiedere il culto e di certo al momento di questo episodio non era la prima volta che svolgeva questo compito. Da come sembra nei vangeli, aveva già iniziato a predicare a fare miracoli (Lc 4,23),  e gli abitanti di Nazareth questo lo sapevano. Ma nessuno poteva immaginare che quel l’uomo che hanno conosciuto fin da bambino, insieme alla sua famiglia era proprio il Messia, il figlio di Dio e nessuno si aspettava quello che stava per dire.

                      LA LETTURA

                      Quello che Gesù legge è Isaia 61, si tratta di un capitolo dove si presenta la missione di un profeta, pur essendo state scritte da Isaia, appartengono a Gesù Cristo. Fu lo spirito di Cristo stesso che guidò Isaia a scrivere queste parole. Gesù legge solo i primi versetti, perché per il momento solo quelli si realizzano, gli altri riguarda la seconda venuta di Cristo. Infatti il versetto appena seguente sarebbe stato: il giorno di vendetta del nostro Dio  (2): Gesù è venuto per salvane non per condannare.  Troviamo anche questo: il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti. (11) Questo versetto riguarda il futuro, per ora nel mondo non c’è ancora giustizia. Gesù legge e applica a se stesso solo quello che concerne la sua prima venuta. Farò un breve commento per ogni frase di ciò che lesse Gesù:

                      Lo Spirito del Signore è sopra di me …

                      Quando Gesù era in terra, Lo Spirito Santo era su Lui. Questo è un riferimento al battesimo di cui è stato analizzato precedentemente. Lo Spirito Santo venne su varie persone nella Bibbia, permettendo loro di compiere certi atti. Però, venne sempre in un modo limitato. Invece, lo Spirito Santo venne su Gesù senza limiti, come leggiamo in Giovanni 3,34.

                      … per questo mi ha consacrato con l’unzione …

                      L’“essere unto” nella Bibbia descrive l’essere scelto da Dio per un ministero. Nell’Antico Testamento, tre categorie di uomini furono unti: chi serviva come re, chi come profeta, e chi come sacerdote. Gesù Cristo è il vero re, il vero profeta, e il vero sacerdote. L’unzione di Gesù non fu fisica ma spirituale, fu lo Spirito Santo a ungere Gesù.

                      … e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio…

                      Il vangelo è annunciato ai poveri, in questo caso si intente poveri nel senso spirituale, cioè a coloro che sono disposti ad ascoltare la parola e pongono tutte le sue sicurezze in Dio solo, contrariamente a coloro che hanno il cuore indurito e ostinato: gli abitanti di Nazareth, suoi concittadini. I poveri diventano una categoria non più sociale, ma teologica. Gesù parla dei  poveri in spirito nelle beatitudini (Matteo 5,3) Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

                      … a proclamare ai prigionieri la liberazione …

                      Questo versetto va letto in chiave cristologica, Gesù non è andato nelle carceri a liberare i prigionieri, ma è venuto a liberare gli uomini che sono prigionieri e schiavi del peccato (Gv 8,31-42). Un esempio è Zaccheo (Lc 19,1-10) liberato dalla schiavitù del materialismo ritrova la libertà in Cristo.

                      … e ai ciechi la vista …

                      Questa parte non è presente in Isaia 61, ma è presente in altri capitoli sempre di Isaia (29,18; 35,5-6; 42,7). Luca lo aggiunge per rendere più completa la missione del Messia, in questo caso riguarda i miracoli di guarigioni operati da Gesù.

                      … a rimettere in libertà gli oppressi …

                      Al tempo di Gesù c’erano delle categoria sociali che rimanevano emarginate dalla vita religiosa e quindi socialmente oppressi. Il messaggio di Cristo non esclude nessuno, anzi sono spesso gli emarginati ad accogliere per primi Gesù nella loro vita, infatti accogliere Gesù significa lasciarsi investire dalla benevolenza e dalla misericordia di Dio.

                      … a proclamare l’anno di grazia del Signore .

                      L’anno di grazia si riferisce all’anno del giubileo. Secondo la legge di Mosè (Lv25) in quell’anno lo schiavo poteva ritornare nella sua proprietà di origine, anch’essa resa libera nella stessa circostanza. Il Nuovo Testamento accettò di fatto la schiavitù perché la società non era ancora pronta per abolirla ( Ef 6,8; Col 3,22; Fm 16), ma enunciò i fondamenti dottrinali, che, alla fine, avrebbero portato all’abolizione della schiavitù ( Gal 3,28).

                      LA REAZIONE DEGLI ABITANTI DI NAZARETH

                      l’automanifestazione di Gesù viene rifiutata con una gradazione crescente: Inizialmente lo stupore,  segue la risposta polemica, poi l’ira e infine la cacciata violenta. Gli uomini di Dio non vengono accolti in patria, loro lo hanno visto crescere e vivere insieme per tanti anni, sanno che è un buon ebreo, ma pare troppo strano che è proprio lui l‘unto di Dio, il Messia. Gesù vedendo una reazione molto diffidente cita due episodi dell’antico testamento, dove Dio manifesta la sua misericordia a degli stranieri, anziché al suo popolo. Questo a causa della lontananza del popolo ebraico nei confronti di Dio. Per un ebreo orgoglioso questi episodi sono un’umiliazione e averli citati gli fa andare su tutte le furie. In quanto Gesù paragona loro, con quei antichi ebrei che non accogliendo i profeti del tempo non ricevono le benedizioni di Dio, allo stesso modo  la cui incredulità nei confronti di Gesù si manifesta come una chiusura, che impedisce di operare miracoli. Vediamo quali sono questi due episodi:

                      1. LA VEDOVA DI SEREPTA (1 RE 17,9-16)

                      In questo brano la terra è colpito da una lunga carestia. C’arano tante vedove nella terra d’Israele, ma il Signore in nessuna di loro ha trovato fede, per questo manda Elia da questa vedono in una città della Fenicia. Lei nonostante le scarse risorse, condivide quel poco con Elia facendo una focaccia anche per lui con la promessa che nessuno morirà di fame. La vedova si fida e il Signore può benedirla. In seguito Elia resusciterà anche il figlio della vedova.

                      • NAAMAN IL SIRO (2 RE 5)

                      Naamàn era il comandante dell’esercito di Aram, considerato un eroe, ma malato di lebbra. Venne a conoscenza della grandezza del Dio d’Israele, che poteva liberarlo da questa malattia. Si recò da Eliseo che gli disse di bagnarsi sette volte nel Giordano e sarebbe guarito. Inizialmente non volle andare, ma dopo varie insistenze fece ciò che Eliseo aveva detto e guarì.

                      PRIME AZIONI PUBBLICHE DI GESÙ 1/2

                      LE NOZZE DI CANA                                                                                                                     GIOVANNI 2,1-11

                      Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. E Gesù le rispose: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le anfore”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”. Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora”. Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

                      UN PRIMO SEGNO DI UNA NUOVA ERA

                      Nel racconto delle nozze di Cana di Galilea, Gesù diede inizio ai suoi miracoli. Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui  (Gv 2,11). Questo versetto conclusivo della narrazione del miracolo, ne mostra il vero significato: Una rivelazione messianica. Molti i tratti messianici presenti: il contesto del banchetto e delle nozze (Gesù è lo sposo messianico), l’abbondanza del vino e la sua qualità, l’acqua preparata per le abluzioni rituali trasformata in vino (l’antica legge cede il posto alla nuova). Il miracolo è un segno attraverso il quale Gesù si manifesta. Per Giovanni il segno è l’azione di Gesù, in questo caso l’acqua trasformata in vino. I segni, nel linguaggio biblico, si intente qualcosa di straordinario che compie Dio, e l’uomo non avrebbe mai potuto compiere, o non si sarebbe potuto compiere per puro caso. Si tratta di un modo che Dio comunica con l’uomo, anche in forma enigmatica. Questo è il primo segno che Gesù compie in pubblico manifestando qualcosa di se stesso, non con parole, ma con fatti. È un invito a credere nella sua persona. Gesù manifestò la sua gloria, cioè si manifestò come il salvatore e l’inviato di Dio. Con il miracolo a Cana Gesù inaugura un tempo nuovo, simboleggiando il passaggio a una nuova economia salvifica: Non più l’acqua che purifica, come per le usanze ebraiche, ma la fede in Gesù. È giunta l’ora del nuovo, della vita nuova. L’Antico Testamento cede il posto al Nuovo Testamento. Sta nascendo l’uomo nuovo. È un segno che mostra la generosità di Gesù: come il vino fu abbondante, così donò se stesso senza risparmio, fino in fondo e totalmente. Il vino nuovo viene dato dal vero sposo, che è Gesù. È lui che dona il buon vino! Il significato di questo segno presagisce la sua missione sulla terra, ma quel giorno il significato non fu colto per le persone presenti a eccezione dei discepoli che credettero in lui. Durante la vita di Gesù ci furono molti altri segni, quello definitivo fu la vita donata sulla croce. E lì che Gesù manifesterà la sua gloria in pienezza, l’ora della glorificazione definitiva. Gli altri segni non fanno altro che preparare questo momento del grande segno, il passaggio dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, dall’acqua al vino nuovo. Giovanni non parla dell’istituzione dell’eucaristia, ma ci parla del segno del vino (cap. 2) e del pane (cap. 6). Lungo il suo vangelo, Giovanni parla dell’eucaristia, di Gesù stesso vero pane e vero vino, la Parola che si fa carne. Chi crede e mangerà questa carne, avrà la vita.

                      IL RUOLO DI MARIA

                      Nel vangelo di Giovanni, Maria appare solamente due volte: nel primo segno e nell’ultimo, quando Gesù muore in croce. È lei che è presente alla prima e all’ultima ora: è il modello del discepolo attento e fedele. In questo racconto troviamo anche Maria madre di Gesù protagonista della vicenda. Lei incoraggia Gesù a compiere un miracolo per risolvere una problematica. Nei banchetti il vino era importante. Gesù risponde in maniera che a noi potrebbe sembrarci sgarbata: Donna, che vuoi da me? Ma in realtà si tratta di un modo dire ebraico, usato da chi intende mantenere una certa distanza rispetto al proprio interlocutore. Non è una espressione sgarbata, che infatti Gesù accetta l’incoraggiamento e compie il miracolo. I protestanti usano invano questa risposta di Gesù per mettere in discussioni i dogmi cattolici su Maria.

                      LE TENTAZIONI DI GESÚ

                      Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo (Lc 4,1-2). Nel battesimo nel Giordano, Gesù ricevette un segno, che gli donò una nuova e maggiore consapevolezza di se stesso e della sua vocazione. Questo non significa che ciò gli fosse nascosto anteriormente. Già dalla sua infanzia egli sapeva chi era e aveva un’idea della sua missione (Lc 2,49). Però come uomo sperimentò la legge della crescita in tutte le sue dimensioni, anche di conoscenza e consapevolezza: “Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.” ( Lc 2,52). La voce del cielo udita sulle sponde del Giordano gli confermò che la sua missione di Messia assomigliava a quella del Servo di Dio, descritto nel libro del profeta Isaia. Fu un’esperienza forte e non stupisce che abbia sentito la necessità di ritirarsi nel deserto, sospinto dallo Spirito stesso, “per essere tentato dal diavolo” ( Mt 4,1) Tutta l’umanità inclusa la chiesa è esposta alle tentazioni, Gesù non può essere da meno. Anche lui si sottopone a questa dura, nel deserto dopo 40 giorni di digiuno, nel momento in cui è più debole, arrivano le tentazioni. Di fronte alle difficoltà, al dolore, al sacrificio, alla morte sorge la tentazione di scegliere altre strade più comode. Saranno queste che il tentatore proporrà a Gesù. Superando le tentazioni prima di iniziare pubblicamente il ministero dimostra aver aderito completamente alla volontà del Padre e di conseguenza di essere degno di compiere la missione. Questa non sarà l’ultima volta in cui Gesù subisce tentazioni, per tutta la vita sarà sempre sottoposto a tentazioni. Luca e Matteo ci presentano un quadro simbolico dei tre tipi di tentazione. Sono tre tentazioni che si possono riassumere in una sola: abbandonare o modificare la strada indicata da suo Padre.  Quelle nel deserto erano collegate con la sua vocazione. Su ognuna di esse egli trionfò. Qui possiamo vedere un parallelo: Dove Israele non aveva retto alla tentazione, Gesù dimostra invece assoluta fedeltà a Dio. Questo  è un esempio per tutti, che le tentazioni si possono superare e vedremo anche come superarle. durante tutta la sua vita.

                      IL DESERTO

                      Per comprendere meglio l’andata di Gesù nel deserto, dobbiamo sapere ciò che questo significava per i giudei. Nel deserto i loro padri passarono 40 anni prima di entrare nella terra promessa ed è lì dove Mosè ed Elia ebbero esperienze di preghiera e di digiuno di 40 giorni in vista delle loro rispettive missioni (Es 24,18 e 1Re 19,8). Il deserto era prima di tutto il luogo dell’incontro con Dio e della preparazione per le grandi missioni. È nel deserto che Mosè ed Elia conobbero il Signore. Anche Gesù andò nel deserto prima di iniziare la sua missione. Aveva bisogno di conoscere la volontà del Padre e stare in preghiera con Lui. Così durante la vita pubblica sarà sua abitudine ritirarsi in luoghi solitari per ascoltare e parlare con il Padre e cercare come rimanere nella linea che gli era stata indicata nel battesimo.

                      LA PRIMA TENTAZIONE

                      Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane”. Ma egli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio“. (Matteo 4,3-4)

                      Gesù sapeva che, come ogni uomo, doveva lottare, sopportare privazioni, stanchezza, calunnia, persecuzione e abbandono. La risposta non è stata nella fuga, ma nella volontà del Padre: questo è il vero cibo (Gv 4,34). La vera motivazione profonda è amare Dio e fare la sua volontà, a qualunque prezzo. Infatti l’uomo vive della parola che esce dalla bocca di Dio, della Parola, della risposta di Dio e della comunione con lui. È un atteggiamento di fiducia: è scegliere le sue soluzioni. Gesù dipende totalmente da suo Padre. Gesù antepone il servizio di Dio alle necessità materiali.  Gesù risponde con la Citazione di Dt 8,3: la vita del Figlio di Dio è caratterizzata dall’ascolto del Padre, dall’obbedienza ai suoi disegni. La tentazione qui è usare i miracoli per il proprio beneficio. Il compiere un miracolo a proprio beneficio lo avrebbe fatto deviare dalla sua missione, essere uomo tra gli uomini, necessaria per la salvezza dell’umanità. Perciò la volontà di Dio ha priorità sulle necessità materiali. Un altro esempio per questo tipo di tentazione lo troviamo in Marco 8,11, quando i farisei chiedono un miracolo per metterlo alla prova.

                      LA SECONDA TENTAZIONE

                      Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. Gesù gli rispose: “Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”. (Matteo 4,5-7)

                      Sarà una tentazione frequente. In varie occasioni il popolo ha voluto proclamarlo re (ad es Gv 6,15). Era la tentazione del potere, del dominio sul popolo, del credere che la felicità consiste nell’avere e che il regno di Dio si realizza in questa via. La tentazione dell’esibizionismo, usare la potenza di Dio, non per fare del bene al prossimo, ma per attrarre l’attenzione concentrando la gloria su se stesso. La stesse tentazione arriverà quando i farisei  incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova” (Mc 8,11). Gesù venne a servire gli uomini, non a essere servito. Il suo servizio consiste nel dare la vita (Mt 20,28). Solo Dio deve essere adorato e la vera adorazione consiste nell’adempiere fedelmente la volontà del Padre e la missione ricevuta da Lui. Il nostro culto è offrire noi stessi a Dio come offerta sacra e gradita (Rm 12,1). Il vero culto è la sottomissione a Dio. Da notare come il diavolo per ingannarlo usa la scrittura (Salmo 91,11-12), Ma Gesù ha l’abilità di confrontare scrittura con scrittura (Dt 6,16) per comprendere la vera volontà di Dio. la fede non mette Dio alla prova, ma si affida alla sua bontà.

                      LA TERZA TENTAZIONE

                      Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai”. Allora Gesù gli rispose: “Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. (Matteo 4,8,-11)

                      Quello che il diavolo propone è raggiungere l’obbiettivo di regnare sulla terra segna passare dalla croce e quindi senza aderire al piano di Dio. Tutto questo violando il primo comandamento (Dt 6,13). Dio è l’unico punto di riferimento, l’unica sicurezza. Rinunciare a camminare nella fede per piegare il piano di Dio a nostro vantaggio è peccato. È la tentazione di chi ha paura di affidarsi totalmente a Dio. È anteporre la nostra volontà a quella di Dio. Gesù sa che non è Dio che deve convertirsi a lui, ma è lui che deve aderire al Padre. Gesù vuole essere l’umile servo: per questo è nato. La stesse tentazione si ripeterà con Pietro quando cercò di trattenerlo dal cammino della passione e della croce, oppure quando inchiodato alla croce, la gente gli griderà: “…Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!… È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo” (Mt 27,40.42). Ma Gesù aveva già scelto quando nell’Orto degli ulivi disse al Padre di fronte alla morte: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42)

                      RIASSUMENDO

                      Per queste tentazioni prese da Marco sono ambientate durante i 40 giorni di Gesù nel deserto. La soluzione è sempre la medesima: la volontà perfetta del Padre sopra ogni cosa, questa è la vera felicità e la nostra missione. È segno di fede e di amore. Da notare che in tutte le tentazione, Gesù non perde tempo a discutere con il diavolo, ma va direttamente alle scritture, dicendo “sta scritto”. Il diavolo davanti alla parola di Dio e alla fede non può nulla, rimane sempre sconfitto. Questo è anche un esempio per noi per come si sconfiggono le tentazioni.